L'uscita nelle sale cinematografiche del film Le stelle inquiete, dedicato a un episodio della vita della filosofa Simone Weil (1909-1943), ha avuto il non indifferente pregio d'aver reso nota al pubblico italiano anche la figura del pensatore cattolico Gustave Thibon (1903-2001), il "filosofo-contadino" (philosophe-paysan), l’autodidatta in grado di impratichirsi con le lingue classiche e quelle moderne, lo studioso di Ludwig von Klages, Nietzsche, San Tommaso e della mistica carmelitana capace di guadagnarsi l'ammirazione di figure imponenti del panorama culturale europeo.
domenica 21 agosto 2011
Gustave Thibon, testimone di speranza
L'uscita nelle sale cinematografiche del film Le stelle inquiete, dedicato a un episodio della vita della filosofa Simone Weil (1909-1943), ha avuto il non indifferente pregio d'aver reso nota al pubblico italiano anche la figura del pensatore cattolico Gustave Thibon (1903-2001), il "filosofo-contadino" (philosophe-paysan), l’autodidatta in grado di impratichirsi con le lingue classiche e quelle moderne, lo studioso di Ludwig von Klages, Nietzsche, San Tommaso e della mistica carmelitana capace di guadagnarsi l'ammirazione di figure imponenti del panorama culturale europeo.
lunedì 6 giugno 2011
Continuitas
Continuitas
mercoledì 19 gennaio 2011
Il filosofo contadino
[Ricorre oggi il decimo anniversario della scomparsa di Gustave Thibon (1903-2001), del quale abbiamo in varie occasioni tradotto su Romualdica alcuni scritti (fra cui, nel 2009 e in sei puntate, l’articolo L'equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola; e nel 2010 un inedito). Lo ricordiamo trascrivendo l’In memoriam pubblicato dalla rivista Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica nel numero di gennaio-febbraio 2001 (n. 303), che anticipiamo con un celebre brano di Thibon. Nella foto a fianco, Gustave Thibon con dom Gérard Calvet O.S.B., in occasione di una conferenza presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux] «Noi non siamo né di destra né di sinistra, non siamo neppure di in alto; siamo di dappertutto! Siamo stanchi di mutilare l’uomo; sia per abbatterlo come a destra, o per adorarlo, come a sinistra, siamo stanchi di separarlo da Dio. Noi non abbandoneremo un solo atomo della verità totale che è la nostra. In nome di che cosa veniamo attaccati? I nostri avversari sono per il popolo? Anche noi. Per la libertà? Anche noi. Per l’autorità? Anche noi. Per la razza, per lo stato, per la giustizia? Anche noi siamo per tutto ciò, ma per ogni cosa al suo posto. Ci si può battere solo strappandoci le nostre stesse membra. Essendo per il tutto siamo per ogni singola parte. Non vogliamo divinizzare nulla della realtà umana e sociale, poiché abbiamo già un Dio; e neppure vogliamo rifiutare nulla, poiché tutto è uscito da questo Dio. Non siamo contro nulla. O piuttosto, giacché il Nulla è oggi in azione, siamo contro il Nulla. Di fronte ad ogni idolo difendiamo la Realtà che l’idolo annienta. Sotto qualsiasi maschera si presentino, noi diciamo no a tutti i volti della morte. Nella lotta senza scampo che mette alle prese i negatori e i corruttori del Vangelo, da sempre abbiamo preso posizione: siamo del Partito di Cristo». (Gustave Thibon)
Il 19 gennaio 2001, a Saint-Marcel-d’Ardèche, nel Midi di Francia, è scomparso, quasi centenario, lasciando tre figli e nipoti, Gustave Thibon. Ed è scomparso nello stesso luogo in cui era nato il 2 settembre 1903, figlio e nipote di contadini. In occasione delle esequie il vescovo diocesano, S. E. mons. François Blondel, ordinario di Viviers, ha — fra l’altro — affermato in un messaggio che «la Chiesa di Francia gli è riconoscente» e, dopo averne citato due pensieri — «Porto in me dei morti più viventi dei viventi. Il mio più grande desiderio è di rincontrarli» e «Mio Dio, al momento della mia morte prendetemi come m’avete fatto e come mi sono disfatto, e abbiate pietà in me della Vostra immagine» —, ha auspicato «che il Signore della speranza esaudisca questa duplice preghiera».
Testimone eminente del secolo XX, è stato definito «il filosofo-contadino», in quanto autodidatta e vignaiolo almeno fino agli anni 1950. Tornato a venticinque anni alla fede cattolica dalla quale si era allontanato nel corso dell’adolescenza, compie studi di filosofia e di storia del pensiero ed è profondamente segnato — anche attraverso un rapporto dialettico — dallo stoicismo classico, da san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), da san Giovanni della Croce (1542-1591) e da Friedrich Nietzsche (1844-1900), nonché dall’amicizia con Jacques Maritain (1882-1973), con Marcel de Corte (1905-1994), con Gabriel-Honoré Marcel (1889-1973) e con Simone Weil (1909-1943). Con la Weil Thibon intesse un profondo dialogo spirituale: ebrea e trotzkysta, «filo-cristiana» ma mai convertitasi alla fede cattolica, ella deve al filosofo-contadino non solo la propria incolumità negli anni del secondo conflitto mondiale, ma anche, grazie alla pubblicazione postuma dei diari, l’ingresso nella vita culturale. Del sodalizio è testimonianza il volume Simone Weil come l’abbiamo conosciuta (trad. it., con una prefazione di Franco Ferrarotti, Àncora, Milano 2000), pubblicato a Parigi nel 1952 dal padre domenicano Joseph-Marie Perrin e dallo stesso Thibon.
Riflettendo con profondità e con semplicità non comuni su temi quali Dio, l’amore e la morte, Thibon è fra i più acuti critici del «mondo in frantumi» della modernità filosofica, al quale oppone la Croce di Cristo che sola salva, apprezzata pure nei suoi risvolti culturali, politici e sociali, e incarnatasi in una tradizione bimillenaria di cui Thibon impara progressivamente a riconoscersi come figlio.
Conferenziere brillante, è autore di numerosi saggi, articoli e interventi, talora raccolti in volumi a più mani. In lingua italiana sono stati editi, fra altri: Quel che Dio ha unito. Saggio sull’amore (Società Editrice Siciliana, Mazara del Vallo [Trapani] 1947); La scala di Giacobbe (Anonima Veritas, Roma 1947); Nietzsche o il declino dello spirito (Edizioni Paoline, Alba [Cuneo] 1963); e L’uomo maschera di Dio (SEI, Torino 1971).
Le sue opere più significative e più note sono Diagnostics. Essai de physiologie sociale, uscita nel 1940 con prefazione di Marcel, e il suo «seguito» Retour au réel. Nouveaux diagnostics, del 1943. A questi due scritti è principalmente legata la «fortuna» italiana di Thibon. Il primo, pubblicato a Brescia nel 1947 dalla Morcelliana con il titolo Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, viene ritradotto e riproposto nel 1973 a Roma, con il medesimo titolo, dall’editore Giovanni Volpe (1906-1984), facendo seguito alla prima edizione italiana di Ritorno al reale. Nuove diagnosi, del 1972.
La pubblicazione di quest’ultimo testo in Italia è frutto del rapporto culturale e spirituale nato, e negli anni sviluppatosi, fra il filosofo transalpino e Alleanza Cattolica, per la formazione dei cui militanti Thibon ha svolto e svolge un ruolo di autore di riferimento.
Le due opere sono state riproposte nel 1998 in un unico volume, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, con una premessa di Marco Respinti (Effedieffe, Milano).
Il filosofo contadino
domenica 4 luglio 2010
Domani, la Cristianità

Domani, la Cristianità
venerdì 2 aprile 2010
Un inedito di Gustave Thibon

Un inedito di Gustave Thibon
giovedì 5 novembre 2009
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / ultima parte
[Gustave Thibon (1903-2001), L'équilibre dans l'altitude. Méditations sur la Règle, in Itinéraires, n. 246, settembre-ottobre 1980, pp. 71-77 (qui pp. 76-77), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 6 / fine]
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / ultima parte
domenica 1 novembre 2009
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / quinta parte

La Regola, a immagine della vita, è ferma nel suo principio e docile nelle sue applicazioni. Sono meravigliato, rileggendola, dallo spirito di moderazione che tempera e — se posso così dire — lubrifica i precetti più severi. La migliore bilancia è quella più sensibile alle differenze dei pesi. San Benedetto non perde mai di vista la diversità degli esseri e delle circostanze: ogni pagina della Regola testimonia di quest’attenzione vigilante al concreto e al dettaglio: si rileggano, per esempio, le righe dedicate alla misura del cibo e delle bevande, alla cura dei malati, ai lavori manuali, ecc. E se la bilancia — la cui giustezza è il simbolo della giustizia — deve pendere un poco, è nel senso dell’indulgenza e della misericordia: «semper superexaltet misericordiam judicio», è prescritto agli abati.
Regola di vita e regola viva. Il nostro tempo ripudia volentieri le discipline morali e spirituali come contrarie alla libertà e alla «fioritura» dell’uomo. In realtà, non abbiamo più autentica libertà perché non abbiamo più vere regole. E quanto alla fioritura permanente, non esiste che per i fiori artificiali, che non alimentano alcuna linfa e che non danno né frutto né seme. Non si sfugge alla regola: non si ha scelta che fra la regola viva e vivificante e la regola morta e mortificata. Il Giano contemporaneo ci offre due volti ugualmente distorti: da un lato la smorfia mobile della licenza e del caos; dall’altro la smorfia congelata dell’ordine burocratico che sostituisce le regole con i regolamenti e le forme — nell’accezione aristotelica del termine — con le formalità, scheletro prefabbricato per gl’invertebrati della libertà. Un solo esempio per illustrare tale contrasto: la pornografia e l’aborto sono permessi, quando non incoraggiati, ma non si ha il diritto di rifiutare le vaccinazioni o di circolare in auto senza cintura; si può corrompere e uccidere, ma non disporre del proprio corpo…
[Gustave Thibon (1903-2001), L'équilibre dans l'altitude. Méditations sur la Règle, in Itinéraires, n. 246, settembre-ottobre 1980, pp. 71-77 (qui pp. 75-76), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 5 / segue]
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / quinta parte
mercoledì 14 ottobre 2009
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / quarta parte
In un senso ancor più profondo, la Regola c’insegna l’uso armonioso del tempo, cosa pressoché completamente dimenticata dal nostro mondo d’idolatria del temporale. L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / quarta parte
giovedì 1 ottobre 2009
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / terza parte
«Capisco bene — mi ha detto un giovane, condizionato dal lassismo contemporaneo —, ma che bisogno c’è di una regola come quella di san Benedetto per aprirsi alla luce e all’amore? Quale rapporto intercorre fra queste minuzie e la santa libertà dei figli di Dio? O con il celebre precetto di sant’Agostino “ama e fa ciò che che vuoi”? L’amore, dono gratuito dell’essere infinito la cui misura, ci dice lo stesso santo, è di essere senza misura, esige una disciplina così raffinata nell’umano e nel temporale?». L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / terza parte
lunedì 21 settembre 2009
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / seconda parte
Mi sono attardato sul prologo della Regola. Di cosa si tratta? Anzitutto di aprire gli occhi alla luce che divinizza: ad deificum lumen. Ho pensato alle parole di Goethe sullo sguardo umano destinato a contemplare gli oggetti illuminati, non la luce: «Erleuchtetes, nicht Licht, zu schauen bestimmt». Perché la luce, che fa vedere tutto, è essa stessa invisibile. Da qui il nostro attaccamento agli oggetti illuminati, per mezzo dei quali ci dimentichiamo della luce. La conversione risiede nel cambiamento interiore che ci fa adorare la nuda luce attraverso e oltre gli oggetti illuminati e ci fa comportare, seguendo le parole dell’Apostolo, «come se vedessimo l’invisibile». L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola / seconda parte
venerdì 18 settembre 2009
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola
Non ho né il tempo né la forza, e nemmeno — ahimé — l’esperienza sufficiente per commentare degnamente la Regola del santo patriarca. Vi apporto tuttalpiù alcune riflessioni sparse, uscite da una rilettura attenta del grande testo di san Benedetto, e questa testimonianza di un uomo del secolo XX — talora accusato di non essere abbastanza del suo tempo, ma che a suo avviso lo è sin troppo — dev’essere intesa come un omaggio lontano e nostalgico a tutto ciò che nella Regola risponde ai bisogni profondi dell’uomo eterno e, singolarmente, dell’uomo d’oggi. Sono consapevole di parlare di ciò che mi manca. Poco importa, posto che ciò che manca sia riconosciuto e provato come tale. La ferita di un’assenza è ancora una presenza. E il contrasto con ciò che siamo affina, se rifiutiamo di mentire a noi stessi, la percezione di ciò che dovremmo essere. Un Balzac, un Hugo, dei quali è nota la vita avventurosa, non hanno forse sentito come nessun altro il prezzo della castità che tradivano con la loro condotta? «La verginità, madre di grandi cose, tiene nelle sue mani bianche la chiave dei mondi superiori», scrive il primo. E il secondo canta:
L’equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola


