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giovedì 21 maggio 2015

L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero dell’essere

«Non c’è gioia più grande che creare dei sentieri di luce per aiutare gli uomini a scalare il Cielo», diceva l’artista francese Clotilde Devillers (1956-2008), di cui le edizioni Ama (Ateliers Monastique de l’Annonciation) hanno pubblicato un libro recante decine di riproduzioni di opere d’arte e arricchito da una prefazione delle benedettine del monastero, che è stato recensito favorevolmente da L’Osservatore Romano (cfr. Giulia Galeotti, L’arte sacra di Clotilde Devillers. Artigiana dei dettagli, 23 agosto 2014).
Parlando della via pulchritudinis nel corso dell’Udienza generale del 31 agosto 2011, Papa Benedetto XVI (2005-2013) diceva: «[...] ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede». Nel libro appena pubblicato si può vedere chiaramente come Devillers durante la sua vita artistica abbia cercato di creare strade verso Dio, ma se ne può cogliere anche il tentativo, compiuto in relazione e in collaborazione con altre personalità artistiche, di proporre un’arte autenticamente cristiana, legata alla tradizione ma capace anche di rinnovamento.
Devillers nasce a Boulogne-Billancourt, nella regione dell’Île-de-France, il 5 settem­bre 1956, quinta degli undici figli di Pierre Devillers e della moglie Line, entrambi ingegneri. In famiglia si prega, si gioca, si suona il piano e si disegna. Clotilde, in particolare, si appassiona al disegno. Entra a 17 anni all’Accademia di Belle Arti di Lille, poi al Ly­cée Technique d’État et Arts Appliqués di Roubaix, dove consegue il diploma in arti grafiche. A Natale del 1973 incontra il Mouvement de la Jeunesse Catholique de France, i cui quattro pilastri sono: preghiera, amicizia, formazione e azione. In questo ambiente sviluppa la propria spiritualità e stringe nuove amicizie. Nel 1977 è coinvolta nell’illu­strazione del periodico cattolico per ragazzi Patapon. Nel 1980 incontra il disegnatore e pittore Albert Gérard (1920-2011), che diventa il suo maestro. Gérard è un ex allievo del pittore e scultore Henri Charlier (1883-1975) (sul quale cfr. Dom Henri Lapèze-Charlier O.S.B., Henri Charlier. Peintre et sculpteur. 1883-1975, Éditions TerraMare, Parigi 2011), che aveva fatto parte de L’Arche, un gruppo di artisti cristiani riuniti attorno all’archi­tet­to Maurice Augustine Storez (1875-1959), ed era stato intimo amico dello scrittore e poeta Charles Peguy (1873-1914). Dal 1956 al 1976 Henri Charlier, con lo pseudonimo di Minimus, aveva inoltre tenuto una rubrica di liturgia sulla rivista Itinéraires, fondata nel 1956 dal giornalista e scrittore Jean Madiran, pseudonimo di Jean Arfel (1920-2013).
André Charlier (1895-1971), fratello di Henri, è per anni il direttore di una scuola cattolica — prima École de Roches a Verneuil-sur-Avre, poi trasferita a Maslacq — che nasce fondata su princìpi pedagogici innovativi, in parte mutuati dal sistema scolastico inglese, in parte dallo scoutismo, e trae ispirazione dal cattolicesimo e da un forte patriottismo. Le lettere che André indirizza ai prefetti della scuola sono riunite in Lettres aux capitaines (Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1980), che mostrano chiaramente gl’ideali elevati di spiritualità, bellezza e servizio, che egli vuol trasmettere ai suoi allievi; fra di essi Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), a Le Barroux fondatore e primo abate dell’abbazia benedettina di Sainte-Madeleine — nota per la sua adesione alle usanze monastiche tradizionali e per l’irradiamento della forma straordinaria del rito romano — e dell’abbazia femminile Notre-Dame de L’Annonciation, di cui dal 2001 è abbadessa la sorella di Clotilde, Madre Placide O.S.B. Proprio Dom Gérard avrà un ruolo importante nella vita di Clotilde.
Albert Gérard, insieme a Dom Calvet e a Madiran — quest’ultimo anche ex insegnante a Maslacq e in seguito oblato dell’abbazia Sainte-Madeleine —, è padrino del Centre Henri et André Charlier, associazione culturale fondata nel 1980 dal giornalista e uomo politico Bernard Antony, intimo del «filosofo contadino» Gustave Thibon (1903-2001). Il Centre è all’origine, fra le altre cose, nel 1983, del pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres — sulle orme di Peguy — che riunisce larga parte del mondo francofono spiritualmente e culturalmente legato all’eredità e alla trasmissione della liturgia latino-grego­riana. Negli stessi anni Gérard fonda a Parigi l’Atelier de la Sainte Espérance, una fucina di artisti che si propone di fare un’arte di autentica ispirazione cristiana, il cui motto è Per visibilia ad invisibilia. Clotilde Devillers ne diviene la prima allieva, non limitandosi al disegno e alla pittura, ma dedicandosi anche alla scultura in pietra e in legno, al mosaico, al ricamo, alla miniatura, alla terracotta e alle vetrate. Nel 1986 l’Atelier si trasferisce a Le Barroux, nell’Alta Provenza, attratto dall’avventura monastica iniziata da Dom Calvet, e Clotilde vi si trasferisce a sua volta. La sua fede e il suo stile hanno un nuovo impulso proprio nel rapporto con Dom Gérard, che le suggerisce: «L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero dell’essere» (p. 6). Una nuova ispirazione le viene anche dalla luce e dai paesaggi provenzali, che Clotilde rappresenta in primo piano o sullo sfondo di molte sue opere. In questi anni realizza numerosi lavori, sia per la decorazione dei due monasteri benedettini di Le Barroux, sia per altri committenti, religiosi e laici. Dal 1991 al 2007 collabora come illustratrice al bollettino Apprenez-nous a prier e poi al sito Internet Prier en famille, dove si possono ancora oggi reperire numerose illustrazioni realizzate per la catechesi dei più piccoli. Nel novembre del 1999 sposa Olivier Dupont, anch’egli impegnato nell’Atelier de la Sainte Espérance. Nel giugno del 2008 comunica agli amici di essere alle porte del Cielo, vittima di un tumore che ha invaso il suo sistema linfatico. Muore nel dicembre dello stesso anno.
Nelle note di lettura di Clotilde ricorrono con frequenza citazioni del pittore polacco sant’Alberto Chmielowski (nato Adam Hilary Bernard, 1845-1916), il fondatore delle congregazioni dei Fratelli del Terz’Ordine di San Francesco Servi dei Poveri e delle Suore Albertine, canonizzato nel 1989, che nel 1876 scriveva: «L’essenza dell’arte è l’a­nima che si esprime in uno stile» (cit. a p. 5). In effetti, in tutta l’opera della Devillers — davvero poliedrica — troviamo il tratto comune di uno stile.
Che si tratti della grande tela dipinta intitolata La vocazione della Francia e conservata in una sala per gli ospiti dell’abbazia Sainte-Madeleine, dei ceri pasquali con le scene del Battesimo di Clodoveo, delle numerosissime icone realizzate su legno, delle vetrate raffiguranti la Beata Isabella di Francia e San Luigi, presso la chiesa Notre-Dame du Cap Fleuri, a Cap-d’Ail, o ancora della scultura in pietra raffigurante la Vergine del­l’Annun­ciazione, presso l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, il tratto comune di Clotilde è una forza luminosa e composta, una delicatezza di tratto, di lineamenti, di paesaggi, che riesce a raccogliere in sé in modo personale e originale secoli di tradizione d’ar­te cristiana, e in particolare il romanico, le icone orientali e la tradizione popolare provenzale, componendoli in una sintesi del tutto personale e fuori dal tempo, senza cadere nella pedante riproduzione di modelli del passato. Fra le sue opere più belle vanno ricordati i quaranta capitelli del chiostro dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, scolpiti in pietra lavica e raffiguranti le Litanie della santa Vergine: una stupefacente sintesi di storia del­l’i­conografia cristiana e di profonda spiritualità, purtroppo non accessibili al pubblico, ma che trovano ampia rappresentanza iconografica nell’opera appena pubblicata.

[Daniela Bovolenta, recensione al libro Clotilde Devillers (Ama, Le Barroux 2014, pp. 84), comparsa in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, n. 376, aprile-giugno 2015, pp. 63-64]

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martedì 21 ottobre 2014

L’arte sacra di Clotilde Devillers - Artigiana dei dettagli

Acquarelli, inchiostri, pitture su legno secondo la tecnica dell’icona, laminati d’oro, ceri pasquali, disegni, casule ricamate, acrilici, miniature su pergamena, bassorilievi in marasco, incisioni, olii su tela, pitture murali, terrecotte, vetrate, sculture in pietra e in legno: colpisce davvero la varietà di espressioni dell’artista francese Clotilde Devillers, la cui opera è ora in parte raccolta nel volume pubblicato dalle edizioni Ama, acronimo di Ateliers Monastique de l’Annonciation (Clotilde Devillers, Le Barroux, 2014, pagine 83, euro 25).
Finito di stampare il 3 giugno, esattamente nella festa di santa Clotilde, il libro è l’occasione per conoscere i quasi trent’anni di attività di questa artista, morta nel 2008 a cinquantadue anni. Sfogliando le pagine, dai primi acquarelli degli anni Ottanta alle ultime opere, nella varietà di materiali e stili, si passa da soggetti di vita quotidiana a raffigurazioni di santi, scene del Vangelo e della vita monastica.
Spiritualmente vicina al pittore polacco canonizzato Albert Chmielowski, che dedicò la sua vita ai poveri, Devillers iniziò a dipingere da piccola, continuando poi a studiare arte. Da subito rivela i tratti che avrebbero caratterizzato la sua produzione: vivacità, energia e dolcezza. Tratti che si fondono con una ricerca spirituale in cammino costante. Conosciuto, nel 1973, il Movimento della gioventù cattolica francese, Clotilde — sempre accompagnata dalla pittura — sperimenta una vita spirituale profonda. Perché quel che vuole fare è «dipingere il sorriso dell’invisibile» per permettere alle persone di accedere alla «gioia del sacro».
Nel 1977 Louise André-Delastre le chiede di illustrare i suoi libri per l’infanzia e la rivista «Patapon», ma la vita di Devillers cambia tre anni dopo quando conosce Albert Gérard, che sta per aprire a Parigi l’atelier cattolico di Sainte- Espérance: Clotilde sarà la prima allieva. Quando l’atelier si sposta in Provenza, a Barroux, presso l’abbazia benedettina di Sainte-Madeleine, la vicinanza con dom Gérard Calvet, l’abate, sarà fonte di grande arricchimento spirituale per Clotilde. Il suo proposito diviene ancora più forte: «Non v’è gioia più grande che quella di creare percorsi luminosi capaci di aiutare le persone ad arrampicarsi verso il cielo». Si considerava un’artigiana, più che un’artista, Clotilde Devillers. Un’artigiana dei dettagli, delle sfumature, verrebbe da aggiungere. Delle sue figure colpiscono innanzitutto la delicatezza. Una delicatezza che traspare dai volti — siano essi raffigurati con la stoffa (come l’Annunciazione su una casula del 1992), con il legno (è, in particolare, il caso della statua di santa Teresa di Gesù bambino, del 1997), con la pietra grezza (Santa Maddalena, 1993) o dipinti (Nostra Signora di Monte Carmelo, 2006).
La delicatezza dei volti, degli sguardi, dei gesti. Ma, soprattutto, la delicatezza delle mani, come la destra di Maria che tiene il capo del figlio morto nel capitello Mater admirabilis nel chiostro dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation a Le Barroux (si tratta di una serie di quaranta capitelli che illustrano le litanie della Vergine Maria). Ma anche la mano che accarezza il volto di san Giuseppe, nel capitello Virgo clemens.
O, ancora, quelle della Vergine della tenerezza, realizzata per la chiesa di Sainte-Nathalène a Maillac: Maria è in piedi, la veste panneggiata, stringe a sé Gesù. Ha il capo reclinato verso il bimbo, una mano sulla schiena del figlio, l’altra a sorreggerlo. È affettuosa e forte insieme. Un tassello del percorso luminoso lasciatoci da Clotilde.
 
[Giulia Galeotti, "L’arte sacra di Clotilde Devillers. Artigiana dei dettagli", L'Osservatore Romano, 23 agosto 2014, p. 5]

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