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lunedì 2 dicembre 2013

Quel dialogo senza parole

Ogni volta che cerco di parlare del silenzio mi trovo inadeguata; mi accorgo che lo descrivo in modo sempre un po’ diverso, come cercando di avvicinarmi a esso per approssimazione, volendo esprimere attraverso nuove immagini altre sfumature di questa realtà indicibile, eppure eloquentissima. Non si riesce a “dire” il silenzio se non vivendolo, facendone l’esperienza interiore. Del silenzio bisognerebbe, dunque, parlare tacendo.
C’è in proposito un significativo detto dei Padri del deserto, quegli antichi monaci che, vivendo davvero il silenzio, lo irradiavano attorno a sé: «Tre padri avevano costume di andare ogni anno dal beato Antonio; due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima; il terzo invece sempre taceva e non chiedeva nulla. Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli disse: “È tanto tempo ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla”. Gli rispose: “A me, padre, basta il solo vederti”» (n. 27; in Patrologia Graeca 65,84).
Ed è vero: c’è un modo di accostare gli altri, di accoglierli con lo sguardo, con il sorriso, con il cuore, che comunica molto più del discorso vocale. Tuttavia, è vero che nell’esistenza ordinaria anche il discorso sul silenzio ha una sua importanza. Esso, in certo modo, prepara la strada per arrivare a quel punto di pace e di grazia che è l’autentico silenzio interiore. Infatti per l’uomo ferito dal peccato, in balìa delle sue passioni e per di più immerso in una società rumorosa come la nostra, il silenzio non è più il “naturale” respiro dell’anima: occorre conquistarlo o, meglio, lasciarsene conquistare; occorre avvicinarsi a esso come Mosè al roveto ardente (Es 3-4).
 
[Anna Maria Cànopi O.S.B., in Luoghi dell'Infinito, n. 178, novembre 2013]

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sabato 26 marzo 2011

Per la Quaresima: la lectio divina

[Estratto dal commento al capitolo 49 della Regola di san Benedetto,

La lettura e l'ascolto della Parola di Dio è la prima e più importante opera buona della Quaresima, perché essa determina tutto il nostro comportamento. La Parola di Dio è un battesimo di luce, di calore, di forza, di dolcezza, di gioia. È, anzitutto, un fuoco che brucia le scorie del nostro peccato. Se l'accogliamo sul serio, la Parola ci passa davvero al crogiuolo, opera in noi miracoli strepitosi. Ma bisogna mettersi sotto la Parola come sotto una grande pioggia, lasciarsi investire da essa come da un fuoco divampante; esporsi alla Parola come a una spada che colpisce in pieno petto, invece di spostarci perché ci passi accanto senza ferirci il cuore.

[Anna Maria Cànopi O.S.B., Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di san Benedetto in chiave di mansuetudine, 4a ed., Edizioni La Scala, Noci (Bari) 2007 p. 366]


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giovedì 10 febbraio 2011

Santa Scolastica

«Poté di più colei che amò di più»
San Gregorio Magno (540 ca.-604), Libro II dei Dialoghi, 33


Il volto di santa Scolastica è per sempre scolpito da queste ultime parole del racconto di san Gregorio Magno: «... quia enim juxta Johannis vocem, Deus caritas est, justo valde judicio illa plus potuit, quae amplius amavit». Poté di più, presso Dio, colei che amò di più.
Amore e preghiera e desiderio del Cielo costituiscono il fascino spirituale di questa donna che, secondo la tradizione, fu sorella gemella del grande patriarca dei monaci d’Occidente, Benedetto da Norcia.
«Consacrata a Dio onnipotente fin dall’infanzia», la troviamo – al tramonto della sua santa esistenza – in un monastero di sanctimoniales nelle vicinanze di Montecassino, all’ombra, quindi, del grande fratello di cui certamente osservano la Regola.
Null’altro sappiamo al di fuori di questo e di quanto san Gregorio Magno dice nel capitolo 34 del secondo libro dei Dialoghi, cioè che dopo tre giorni da quel prolungato incontro (cap. 33), san Benedetto, stando alla finestra della sua cella, vide l’anima della sorella Scolastica, in forma di colomba, penetrare nelle altezze dei cieli.
L’esordio della vita e della vocazione di Scolastica lo si può, quindi, rintracciare seguendo le orme del fratello. Se veramente furono gemelli anche per nascita naturale, quale sarà stato il loro crescere insieme nell’ambito della famiglia, in quella cittadina umbra, dolcemente adagiata nel verde e tutta pervasa di religioso senso della vita?
Nata verso il 480, Scolastica è – come il fratello – fin dalla fanciullezza attratta verso la vita interamente consacrata a Dio. È probabile che la risoluta partenza di Benedetto l’abbia spinta a seguirlo in una forma di vita consona alla sua indole e al suo ideale cristiano. Perciò l’indistruttibile legame di sangue esistente tra lei e Benedetto divenne ancor più forte e definitivo nella comune vocazione che li rendeva uno in Cristo per l’eternità.
La nativa Norcia, dunque, la famiglia satura di fede e aperta ai progetti di Dio plasmarono l’animo di Scolastica, preparandola a quell’austera e insieme serena vita monastica che san Benedetto propone con la sua Regola ai più generosi seguaci di Cristo.
Per questo non ci sembra arbitrario fare in certo modo una rilettura della «santa Regola» attraverso la figura stessa di santa Scolastica quale traspare dall’unico episodio – unico, ma assai emblematico! – che della sua vita ci è rimasto. Notiamo anzitutto la «consuetudine» dei due fratelli di vedersi una volta all’anno. Forse – e ci piace pensarlo – nel tempo pasquale per la gioia di incontrarsi nella luce del Signore risorto.
In quest’ultimo incontro, la sorella è quanto mai avida di stare con il fratello per parlare delle gioie del cielo; ma deve premere su Benedetto ligio alla norma che prevedeva il rientro in monastero prima di sera. Scolastica compie un prodigio in forza dell’intensità del suo amore e della sua preghiera. È un miracolo che si iscrive sotto il segno della gratuità, quasi come quello ottenuto da Maria alle nozze di Cana, per prolungare la gioia conviviale.
San Benedetto nella Regola per i monaci dà il primato alla ricerca di Dio – Si revera Deum quaerit... (Se veramente cercano Dio) (RB 58, 7), all’amore di Cristo – Nihil amori Christi praeponere (Nulla anteporre all’amore di Cristo) (RB 4, 21), e conseguentemente alla preghiera – Nihil Operi Dei praeponatur (Niente venga anteposto all’Opera di Dio) (RB 43, 3). Scolastica realizza pienamente la sua vita in questo senso. Giunta ormai in vista della meta, altro non desidera che Dio, la comunione con lui nella luce del suo Regno. È di questo che desidera ardentemente parlare con il santo fratello supplicandolo: «Ti prego... rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste».
Non stava forse anche scritto nella Regola: «Desiderare con tutto l’ardore dell’animo la vita eterna»? (RB 4, 46). Il forte afflato escatologico che caratterizza la spiritualità della Regola benedettina raggiunge in questa santa monaca la massima intensità. Traspare inoltre da questo unico episodio la consuetudine che Scolastica aveva alle sante veglie di meditazione e di preghiera. Proprio la preghiera, sgorgante da un cuore puro e ardente, è la forza con la quale la sorella vince la sfida con il fratello, più attento all’austera disciplina. Ma anche questa, anche la preghiera di Scolastica è la realizzazione splendida e fedele di quanto Benedetto ha proposto nella sua Regola: «... non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell’universo? E rendiamoci ben consapevoli che non saremo esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alle lacrime» (RB 20, 2-3). Con l’intensità della sua supplica e l’abbondanza delle sue lacrime, Scolastica ottiene dal Signore dell’universo un repentino mutamento di atmosfera. La pioggia scrosciante impedisce a Benedetto di ripartire e dona a Scolastica la gioia di rimanere più a lungo con lui per pregustare, nella contemplazione, le gioie del cielo.
Per essere pervenuta a tale intensità di vita interiore e di preghiera da poter essere esaudita dal Signore all’istante e oltre misura, la santa sorella del patriarca dei monaci aveva certamente compiuto un generoso e alacre cammino di fede, di umiltà, di povertà, di obbedienza, di carità, di essenzialità e di unificazione interiore. Aveva vissuto fedelmente la vocazione monastica secondo le direttive della Regola di Benedetto e «per ducatum evangelii» si era lasciata condurre là dove l’unica legge è quella dello Spirito che è amore e libertà.
Colpisce, nel racconto dei Dialoghi, la personalità di Scolastica. È veramente donna, con tutte le caratteristiche della femminilità: dolcezza e affettività, costanza e persino audacia nell’intento di ottenere quanto desidera; ma presenta anche una vena di simpatica ilarità, quando dal fiume di lacrime passa al radioso sorriso per il miracolo avvenuto: «Vedi – risponde al fratello rammaricato per il temporale – io ti ho pregato e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero».
È una rivincita che non dispiace certamente a Benedetto, poiché proprio lui le aveva insegnato a rivolgersi – nelle difficoltà – a Colui cui tutto è possibile (cfr. Prologo 4, 41; RB 68, 5). Per coloro che servono il Signore con totale dedizione si realizza la promessa: «I miei occhi saranno su di voi, le mie orecchie si faranno attente al vostro grido, e ancor prima che mi invochiate, dirò: Eccomi!» (Prol. 18). Dio obbedisce prontamente a coloro che gli hanno totalmente sottomessa la loro propria volontà.
Scolastica ha consumato la sua esistenza in assoluta fedeltà alla vocazione che le era sbocciata nel cuore fin dall’infanzia; ora, giunta alla piena maturità, dimostra di avere conservato la stessa fede semplice e sicura in un animo fresco come polla d’acqua sorgiva.
In lei si incarna splendidamente la tensione escatologica che percorre tutta la Regola benedettina. Dire Scolastica è immergere lo sguardo nelle azzurre «misteriose profondità del cielo» dove la sua anima, sotto la candida sembianza della colomba, è penetrata, attratta dalla forza dell’Eterno Amore. Così la poté contemplare – con quali occhi? – il santo padre Benedetto mentre pregava affacciato alla finestra della sua cella, specola del cielo.
L’itinerario tracciato dalla Regola si era concluso per Scolastica con il «miracolo» segno della «perfetta carità» raggiunta. Carità verso Dio ardentemente desiderato, e carità verso i fratelli teneramente amati (cfr. RB 72). La preghiera – subito esaudita dal Signore – appare come il puro ed efficace linguaggio dell’Amore.
Non è forse questo il messaggio essenziale che ci viene, ancora oggi, dalla santa sorella del patriarca dei monaci d’Occidente? Perché rammaricarci di non avere di lei altre notizie per poterne scrivere una biografia? Tutto quello che ella visse prima della «santa notte» del fraterno colloquio e dell’ora del suo altissimo «volo» non poteva che essere cammino decisamente orientato alla meta, così come tutto il lavoro della radice, dello stelo e delle foglie è ordinato allo sbocciare del fiore.
Scolastica, la prima monaca benedettina, è una docilissima «scolara» alla scuola del divino servizio nella quale apprende la sapienza del cuore a tal punto da... vincere il Maestro ed arrivare prima là dove insieme, correndo, erano diretti.
San Gregorio riferisce che Benedetto volle deporre il corpo della sorella «nel sepolcro che aveva preparato per sé» sulla santa montagna di Cassino. «E così, essendo sempre stati un solo spirito in Dio, neppure i loro corpi furono separati nella sepoltura» (Dialoghi, II, 34). La comunione dei Santi inizia sulla terra, nel tempo, e si compie in cielo, nell’eternità.
Chi sale oggi – dopo quindici secoli di storia – alla maestosa abbazia di Montecassino, non può non essere preso da un fremito di commozione nel trovarsi davanti alla tomba dei Santi fratelli che stanno all’origine di una numerosa stirpe di cercatori di Dio.

[Anna Maria Cànopi O.S.B., Monachesimo benedettino femminile, 2a ed., Abbazia San Benedetto, Seregno (Milano) 2008, pp. 17-24]

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mercoledì 22 dicembre 2010

Christe, Redemptor omnium - O Cristo, che tutto redimi


Tu lumen, tu splendor Patris,
tu spes perennis omnium,
intende quas fundunt preces
tui per orbem servuli.


Salutis auctor, recole
quod nostri quondam corporis,
ex illibata Virgine
nascendo, formam sumpseris.


Hic praesens testatur dies,
currens per anni circulum,
quod solus a sede Patris che,
mundi salus adveneris.


Hunc caelum, terra, hunc mare,
hunc omne quod in eis est,
auctorem adventus tui
laudat exsultans cantico.


Nos quoque, qui sancto tuo
redempti sumus sanguine,
ob diem natalis tui
hymnum novum concinimus.


Iesu, tibi sit gloria,
qui natus es de Virgine,
cum Patre et almo Spiritu,
in sempiterna saecula. Amen.


[O Cristo, che tutto redimi, Figlio Unigenito del Padre, dal Padre prima di tutte le cose, generato in maniera indicibile. / Tu luce, Tu splendore del Padre, Tu di tutti perenne speranza, porgi l’orecchio alle suppliche, che dalla terra elevano i tuoi servi. / Autore della salvezza, ricorda che un tempo, nascendo da purissima Vergine, assumesti un corpo simile al nostro. / Così il giorno presente ci attesta, nel suo annuale, ciclico ritorno, uscendo dal seno del Padre, venisti Tu solo a redimere il mondo. / Il cielo, la terra, il mare, e tutto ciò che in essi ha vita, celebrando il tuo giorno natale, esultano con inni di lode. / Noi pure, che siamo stati redenti, dal tuo preziosissimo Sangue, per il giorno del tuo natale, un canto nuovo intoniamo. / Sia gloria a te, Signore, nato dall’intatta Vergine, con il Padre e il Santo Spirito, nei secoli dei secoli. Amen.]

L’inno si apre con una solenne professione di fede: Cristo è invocato quale Redentore dell’universo e noi ci poniamo davanti a lui nella giusta relazione: siamo peccatori salvati che con gratitudine e stupore desiderano cantare il grande mistero del Natale e diffonderne la notizia fino agli estremi confini della terra. È chiaro il riferimento alla prima lettera di Giovanni:

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1,1-4).

Proseguendo, la prima strofa dell’inno offre una mirabile sintesi teologica dell’evento dell’Incarnazione, rimandando immediatamente al Prologo del Vangelo secondo Giovanni:

«In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini»
(Gv 1,1-4).

L’amore del Padre – che è lo Spirito Santo – genera il Figlio. La nascita del Verbo nel seno del Padre è avvolta per noi nel silenzio, è ineffabile mistero, come ineffabile è la sua risurrezione. Di lui si dice che è unicus e solus: unico, senza paragoni. Perfezione d’amore che non chiude in sé, ma apre al dono. Noi scaturiamo dalla sovrabbondanza d’amore che lega il Padre e il Figlio nello Spirito. Per mezzo del Figlio, infatti, tutto è stato creato e tutto, dopo il peccato, viene ricreato. Colui che è unicus e solus, non considerando un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio (Fil 2,6), diventa primogenito tra molti fratelli, anzi, una cosa sola con loro, membra dello stesso corpo (Rm 8,29; Col 1,18).
La seconda strofa dell’inno, superando la distanza che separa il cielo e la terra, dà voce ai sentimenti che animano l’assemblea orante, e si rivolge a Gesù con accenti tenerissimi e traboccanti di ammirazione. Per ben tre volte in due soli versetti ritorna il «Tu», carico di affetto, sempre seguito da parole-chiave che descrivono l’ineguagliabile bellezza dell’Unico: luce, splendore, perenne speranza.
Da ogni parte della terra a lui salgono le preghiere degli uomini che umilmente si dichiarano – come Maria al momento dell’Annunciazione – suoi piccoli e poveri servi, vale a dire da lui dipendenti e a lui orientati. La maestà divina e la piccolezza umana si incontrano nella supplica, che è come un protendersi delle braccia dell’umanità verso il cielo, verso la sfera della trascendenza, verso Dio.
Nella terza strofa, come toccando le corde del cuore di questo Verbo che è lo splendore dell’eterno Padre, l’inno sprigiona una melodia delicatissima, dove compare finalmente anche il nome della Madre, Vergine purissima.
Memento, ricordati... Come sono belle le preghiere sia dell’Antico che del Nuovo Testamento che si rivolgono a Dio chiedendogli di ricordarsi di noi, di tenerci nel suo cuore! Nei pericoli o nell’angoscia, nel momento del dolore e dell’incertezza, l’uomo cerca rifugio nel cuore di Dio e, senza chiedere nulla di preciso, gli dice soltanto, come il buon ladrone a Gesù: «Ricordati di me!» (Lc 23,43).
Mentre nella seconda strofa si esaltava la sublime bellezza del Verbo eterno, ora l’orante invita Gesù a ricordarsi della sua propria piccolezza, di essere cioè stato uomo, di essersi fatto uno di noi, di essersi rivestito di carne mortale e di aver gioito e sofferto con noi.
Tu, l’Unigenito che eri nella maestosa gloria del Padre, nascendo da una Vergine hai assunto una forma umana, ti sei fatto debole. Perché?
Nella lettera agli Ebrei sono descritte proprio le conseguenze benefiche di questo inconcepibile abbassamento:

«Ed era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza. Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,10-11).

Lui, l’Unigenito, diventa primogenito di una moltitudine di fratelli che acquista pagandoli con il prezzo del suo sangue, della sua passione e morte. Gesù viene nel mondo per rivelarci che abbiamo un Padre buono nei cieli, che non siamo creature destinate all’ira divina, ma figli chiamati alla gloria. A tale mèta si giunge unendoci al Cristo in modo da «all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,14b-15). È la missione che il Padre ha affidato al suo Unigenito e che il Figlio a sua volta ha affidato alla Chiesa.
Ed eccoci al cuore dell’inno, al dies praesens, in cui si attualizza il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Emerge subito l’assoluta novità della concezione cristiana del tempo: non un ciclico susseguirsi di eventi che perennemente ritornano identici a sé stessi, e neppure fuga di istanti che inesorabilmente vanno verso il nulla: per il cristiano l’anno è un sentiero che si percorre camminando sotto un cielo trapuntato di stelle, attraversando ora prati fioriti, ora terre riarse, andando sempre di novità in novità. I giorni che si susseguono sono unici e inconfondibili; ritornando nello scorrere degli anni, non si ripetono, ma portano una grazia nuova. Ogni giorno è atteso per sé stesso e ogni anno la celebrazione del Natale ci fa rivivere l’evento unico che fu la venuta di Cristo nella carne per la salvezza del mondo.
Egli era solo – solus – nel seno del Padre ed è disceso per essere salus, salvezza per tutti. Davanti a questo prodigio di carità, davanti a questo «eccesso» di amore compassionevole, da ogni parte dell’universo le creature coralmente elevano un inno di lode: esultano in cielo gli angeli e i santi e alla loro voce si unisce il canto degli uccelli; esulta sulla terra l’uomo che dà voce anche al «filo d’erba assetato», esulta il mare spazioso e vasto, dove guizzano senza numero pesci piccoli e grandi... (Sal 104).
L’intero universo è coinvolto nell’evento dell’Incarnazione perché il Verbo, entrando nel mondo, tutto santifica e trasfigura. Cristo è veramente cosmico. La Liturgia ci fa unire al canto degli angeli che nella Notte Santa annunziano ai pastori la nascita del Salvatore del mondo cantando: «Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis» (Lc 2,14). Questo Figlio del Padre, che diventa Figlio dell’uomo, congiunge Dio e l’umanità, è un ponte gettato dal cielo sulla terra, perché dalla terra l’umanità possa ascendere al cielo. Tutti lo riconoscono e lo adorano: dapprima i pastori, gli umili, i poveri, poi arrivano anche i sapienti che, prostrati davanti a quel Bambino, scorgono in lui il re della gloria, il Signore dell’universo.
In questa processione ci siamo pure noi. Che cosa ci caratterizza? La consapevolezza di essere l’oggetto più immediato dell’amore di Dio: siamo dei «salvati», redenti a prezzo del preziosissimo sangue di Cristo. La greppia già annunzia la croce. Rinati grazie al perdono ricevuto, intoniamo un canto nuovo, hymnum novum concimus: lo cantiamo insieme, perché la comunione è il principale contrassegno della vita nuova in Cristo.
Sintonizzati con tutte le creature, anzi prestando loro la voce, apprendiamo il canto dagli angeli e lo diffondiamo fino agli estremi confini della terra.
L’esplosione di giubilo nella notte di Natale esprime proprio la gratitudine, il rendimento di grazie per quella «volontà» amorevole di Dio che si china con compassione sull’umanità e su ogni piccola creatura bisognosa anch’essa di redenzione, perché il peccato dell’uomo ha trascinato con sé nella morte anche tutta la creazione, come spiega bene san Paolo nella lettera ai Romani: «essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,20-21).
Quest’attesa ormai si è compiuta: le tenebre del peccato ora sono penetrate e dissolte dalla luce della vera vita. Accogliendola, diventiamo anche noi viventi per l’eternità, partecipi della gloria divina. Per sempre – in sempiterna saecula – intoniamo, dunque, un canto di lode, che si congiunge a quello degli angeli e dei santi; un canto che viene dal cielo e torna al cielo. Questo canto è Gesù stesso e noi siamo le note che egli assume ed armonizza per fare di esse un unico inno di lode al Padre della vita, inno dal tono solenne, ma non senza un accento accorato. È il nostro dolore, il nostro pentimento per aver fatto soffrire l’Amore. Tuttavia proprio nell’Amore il dolore si trasfigura in gioia indicibile che si gusta soltanto nella profondità del silenzio del cuore. Mistero che meno si intende e meno si capisce, più si adora: è l’omaggio della pura fede, che si fa preghiera:

O Cristo, splendore del Padre,
apparso uomo tra gli uomini,
l’ombra della nostra carne
che hai assunta nel grembo della Vergine
non ha nascosto la tua divina bellezza,
non ha velato la luce dei tuoi occhi.
Nel tuo corpo di Bimbo appena nato
è racchiusa la pienezza della Vita,
quella che avevi quale Unigenito del Padre
prima che cielo e terra, per mezzo tuo, fossero creati.
Tu, Unico nel seno dell’Altissimo,
sei divenuto Primogenito di molti fratelli.
Ricordati che povero sei nato in mezzo a poveri,
ricordati che una madre ti ha nutrito col suo latte
e che da umili pastori sei stato riscaldato
con la soffice lana degli agnelli.
Ricordati che sei venuto a mostrarci
Il volto dell’eterno Padre:
trasformaci nell’intimo a tua immagine,
inondaci con la pace del tuo Spirito,
e, insieme ad ogni creatura
rinnovata dal tuo Amore,
ti canteremo «Gloria» senza fine.
Amen.


[Anna Maria Cànopi O.S.B., I Canti dell’attesa e dell’incontro, commento agli inni di Avvento e Natale, Abbazia “Mater Ecclesiae”, Isola San Giulio - Orta (Novara) 2005]

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martedì 16 novembre 2010

Santa Gertrude la Grande

[In occasione della festa di santa Gertrude la Grande, offriamo un commento alla Regola di san Benedetto di Madre Anna Maria Cànopi O.S.B., Abbadessa del Monastero Mater Ecclesiae dell’Isola San Giulio, dedicato al tema “Miti nell’accettare la disciplina del coro” (RB 45, Correzione dei fratelli che sbagliano nell’oratorio)]

Alla comprensione spirituale di questo capitolo della santa Regola ci sia d’aiuto anche l’intercessione di santa Gertrude, di cui oggi celebriamo la festa. Tutta la vita contemplativa di questa santa monaca benedettina scaturisce dalla sua passione per il sacrificium laudis. Nella sua viva partecipazione alla sacra liturgia ella sperimentava la grazia di intuire i misteri del Signore, e poi di compenetrarli, di viverli nella sua situazione esistenziale, di vederli in atto nella situazione della sua comunità monastica e di tutta la Chiesa.
Santa Gertrude è una mistica formata sulla liturgia, quindi sulla Sacra Scrittura, di cui la liturgia è costituita. I suoi slanci non erano superficiali entusiasmi o strane fantasticherie, ma prendevano sempre spunto dalla parola di Dio ascoltata, cantata, pregata in coro.
Ella sentiva molto intensamente la realtà della comunione tra la Chiesa pellegrina e la Chiesa celeste; sapeva di trovarsi in coro non soltanto con le sue consorelle, ma anche con tutti gli angeli e i santi del Paradiso. Nel suo intimo contemplava la corte celeste, godeva di vedersi già nella schiera delle vergini che seguono l’Agnello dovunque vada.
Come sappiamo, anche santa Gertrude fece però un lungo cammino prima di arrivare a gustare le cose di Dio, ad assaporare le sue parole e a tradurle in mistiche elevazioni così come sono giunte a noi. Queste sue elevazioni sono proprio un’eco e quasi un compendio della liturgia quotidiana.
Consideriamo dunque oggi i passi della santa Regola che riguardano l’attenzione nell’eseguire la preghiera corale e qualsiasi altra cosa, dovunque ci si trovi. Come celebrare la divina liturgia in coro, e come continuare a celebrarla nel lavoro, nello studio, nel riposo, nei vari momenti della giornata?
Non riteniamo pedanteria l’insistenza di san Benedetto sul buon comportamento, perché se si comincia a “lasciar andare” un po’ in qualche cosa, si diventa trasandati in tutto. Accogliamo invece con animo dilatato l’esortazione della Regola alla vigilanza in tutto e all’umiltà nel manifestare e riparare subito gli sbagli, poiché sappiamo a Chi stiamo prestando servizio, quando siamo in coro o dovunque. Quel che importa non è l’azione in sé, ma la sua motivazione e il suo fine. Rende importante l’azione Colui per il quale essa è compiuta.
Dunque non si può prendere nulla alla leggera, né in coro, né in altri ambienti e momenti della vita monastica, perché stiamo sempre al servizio di colui che è il Santo e alla cui presenza si deve essere pervasi di santo timore e spirito di profonda adorazione. Non ci venga a noia quindi la disciplina del nostro servizio divino, ma sappiamo invece abbracciarla per amore, come un mezzo per esprimere meglio la nostra devozione a colui che ci ha chiamato a servirlo, che ci ha concesso l’onore di stare alla sua presenza giorno e notte.
“Servite a Cristo Signore” dice l’Apostolo (Col 3,24). Fare tutto con grande serietà, con diligenza, in spirito di filiale libertà. La serietà e la delicatezza in tutto sono dunque un’esigenza interiore di chi ama, non un’osservanza di leggi esteriori. Se questo non è chiaro, è facile diventare osservanti di rigore inflessibile o intolleranti di una disciplina esteriore, che sembra opporsi alla nostra naturale spontaneità.
Il buon zelo raccomandato dalla Regola ha un altro contenuto:
“Se ad un fratello capita di sbagliare recitando un salmo, un responsorio, un’antifona o una lezione, ed egli non si umilia e non ripara subito lì sul posto, davanti a tutti, gli sia imposta una punizione più severa, proprio perché non ha voluto spontaneamente riparare con umiltà la mancanza che aveva commesso per negligenza”. [RB 45,1-2]
È evidente: non si dice che questi tipi di sbagli sono gravi peccati; non si grida subito allo scandalo e non si fa un dramma.
Se uno sbaglia per negligenza o insufficiente attenzione e rende così meno bella la lode di Dio in coro, portando anche disturbo alla preghiera di tutti, subito egli stesso, spontaneamente – perché sente il bisogno di farlo – si inginocchia per riconoscere la sua mancanza e chiederne perdono. Nessuno ve lo butta, nessuno ve lo costringe; anzi, sono tutti pronti a sollevarlo, appena egli si umilia. Del resto, che grande fatica, che dura penitenza è inginocchiarsi e chinare il capo un momento, per poi inserirsi di nuovo nel canto?
Ma se uno non lo fa spontaneamente e continua a comportarsi con disattenzione e trascuratezza, non dando importanza agli sbagli che commette, e alle ammonizioni che riceve, allora è necessario intervenire per sensibilizzare la sua coscienza e aiutarlo ad accettare la disciplina. L’imposizione di una penitenza viene dunque come medicina correttiva quando nel fratello non c’è l’umile, spontanea disposizione a riparare.
La riparazione consiste in un gesto di umiltà semplicissimo, che è come dire: Scusate, sono io che ho sbagliato, sono io che non sono stato attento; me ne dispiace e mi propongo di essere più vigilante.
La punizione prevista per chi non si umilia spontaneamente non è da vedersi in termini di rigore e di intransigenza per far riparare ai danni causati, ma in termini di sollecitudine, di amore per un membro che comincia a manifestare sintomi di malattia spirituale con dannosa ripercussione su tutto il corpo della comunità.
Tutti siamo fragili e fallibili; quando la vigilanza non basta a farci evitare gli sbagli, la cosa migliore è riconoscere con umiltà e riparare con senso di responsabilità. È quanto san Benedetto continua a suggerire nel capitolo seguente.

[Anna Maria Cànopi O.S.B., Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di san Benedetto in chiave di mansuetudine, 4a ed., Edizioni La Scala, Noci (Bari) 2007 pp. 329-332]

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