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giovedì 7 novembre 2019

Quarantesimo anniversario dell’Abbazia Notre-Dame de l’Annonciation


In questa fine dell’anno liturgico i nostri sguardi si orientano già verso l’Avvento, un tempo specialmente gustato in monastero. L’Avvento ci prepara al ritorno di Cristo in gloria nell’ultimo giorno. Ci prepara inoltre a rivivere il mistero della nascita nel tempo del Verbo eterno. Ma Gesù è nato duemila anni fa. Davvero egli rinascerà il 25 dicembre?
I misteri di Gesù Cristo, spiega il cardinale Pierre de Bérulle (1575-1629), “sono passati quanto all’esecuzione, ma sono presenti quanto alla loro virtù, e la loro virtù non passa mai, né l’amore passerà mai con ciò che sono stati compiuti. […] Questo c’impone di trattare le cose e i misteri di Gesù non come cose passate ed estinte, ma come cose vive e presenti – addirittura eterne – da cui abbiamo anche da raccogliere un frutto presente ed eterno” [Opuscules de pieté, LIV: De la perpétuité des mystères de Jésus-Christ, Editions Montaigne, 1944, pp. 201-202].
La vita liturgica, la vita sacramentale, la preghiera cordiale – in particolare il rosario, che offre alla nostra meditazione quotidiana i misteri di Gesù – sono i mezzi inestimabili che la Chiesa offre alle anime per permettere loro di “raccogliere un frutto presente ed eterno” dalle azioni passate di Nostro Signore. Mettiamo sufficientemente a profitto questi mezzi?
Il 30 ottobre segna il quarantesimo anniversario della nostra comunità. Quarant’anni sono al contempo pochi e molti. È un tempo breve in rapporto alla durata auspicabile di un monastero, nonché lungo in rapporto alla durata di una vita monastica. Così, il Cielo si fa più vicino, e questa prospettiva illumina con la luce dell’eternità i giorni presenti. Vediamo meglio che tutto ci viene da Gesù, che andiamo verso quell’unica realtà eterna e che per noi Gesù è tutto. Siamo quindi ben d’accordo con san Paolo: per noi, “il vivere è Cristo” (Fil 1,21).
Con una viva gratitudine per il vostro sostegno nel corso di questi quarant’anni, noi ci auguriamo, cari amici, che nella vostra vita tutto sia per Gesù. E vi ringraziamo di chiedere per noi la medesima grazia. Sì, faremo del nostro meglio, se lo facciamo per Gesù. E faremo tutto meno faticosamente, perché ogni cosa sembra più facile quando è per Gesù.
Santo Avvento e buon Natale! Che possiamo conoscere la gioia di una nuova nascita del Figlio di Dio nella nostra anima!

[Madre Placide Devillers O.S.B., Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation, Le Barroux, La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 113, 24 ottobre 2019, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 7 novembre 2017

La contentezza

S.Em. il card. Robert Sarah in visita all’abbazia
Notre-Dame de l’Annonciation (Le Barroux), il 16 agosto 2017
Cari amici,
È stato scritto che la più grande confraternita del mondo è quella degli scontenti. Chi non ne fa parte? È così naturale osservare cosa non funziona nel mondo! “Scontento di tutti e scontento di me”, notava Baudelaire. Non stiamo parlando di una giusta indignazione di fronte al male – come sarebbe per esempio la tristezza ispirata dalla perdita delle anime –, ma di uno stato dello spirito insoddisfatto, del sentimento penoso di essere frustrati nelle proprie aspirazioni, nei propri diritti.
Da dove viene questo nostro essere scontenti? Abbiamo ricevuto grandi doni, ne riceviamo continuamente. Ma anziché accontentarci della realtà, restiamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, spesso perché ci paragoniamo agli altri. Siamo come incapaci di trovare la gioia in quanto possediamo. Percepisco nella stia un’immagine di questa avidità: dei polli beccano con gioia; vedendo che i loro congeneri ricevono qualcosa, costoro accorrono a gambe levate per assaggiarlo, dimenticando il bene di cui gioivano!
Quanto a noi, disponiamo di ragione e di volontà, dunque della capacità di rinunciare a certi desideri. Per prevenire la depressione, male del secolo, chi svilupperà una spiritualità dell’accontentarsi? Chi saprà essere soddisfatto dei doni di Dio e ringraziarlo? Costui conoscerà la festa di cui parla il Libro dei Proverbi: “per un cuore felice è sempre festa” (15,15). Un maestro dei novizi benedettino ha spiegato come assaporare questo pasto festivo: “Dico ai miei novizi: in monastero si è contenti di quello che si riceve. Ogni tanto, fate un’orazione di contentezza, passando in rassegna tutto ciò che avete ricevuto in monastero, pur avendo fatto voto di povertà”.
In effetti, nel capitolo sull’umiltà della Regola, san Benedetto dichiara che il monaco umile “si contenta”, perché considerandosi un servo inutile, si ritiene sempre ben trattato. Così commenta Dom Romain Banquet: “Essere contenti di tutte le cose: di Dio, di noi stessi per i doni che Dio ci ha lasciato, dei nostri superiori, dei nostri fratelli, della salute, della malattia, della vita e della morte. Sempre contenti, sempre: giacché è questo il carattere proprio e il fondo della vita religiosa”.
D’accordo, diranno taluni, ma Dom Romain parlava per i religiosi! Certo, ma questa spiritualità non affonda le sue radici nel Vangelo, in particolare nelle Beatitudini? Coloro che non pongono la loro felicità né nel denaro né nel piacere, ma nella volontà divina, costoro sono ricchi di gioia. L’amore di Gesù informa le loro sofferenze, le loro gioie, le loro delusioni, i loro successi. Dà senso a tutto. Sì, solo lo sguardo della fede ci permette di aderire al piano di Dio, spesso sconcertante per i nostri occhi umani. “Lo capirai dopo”, dice Gesù a san Pietro. Anche noi spesso è “dopo” che percepiamo la Sapienza che ci guida. Legata alle virtù teologali di fede, speranza e carità, la contentezza si impara, si chiede come una grazia. Con essa, la vita è così più dolce!
Era questa l’idea maestra di Chesterton, come lo scrittore testimonia nella sua autobiografia: “Non dirò che è la dottrina che ho sempre insegnato, ma è la dottrina che avrei sempre amato insegnare. Questa idea, è di accettare tutte le cose con gratitudine, e non di reputarle come dovute” (Gilbert Keith Chesterton, L’homme à la clef d’or, Les Belles Lettres, Paris, 2015, p. 416).
Cari amici, smettiamola di appartenere alla confraternita degli scontenti. Basta! Natale, la meravigliosa festa dei doni, si avvicina. Non è il momento di sacrificare tutto ciò che in noi si oppone alla gioia di Dio? Nella santa Notte, il nostro Padre del Cielo ci offrirà il suo unico Figlio. Possiamo noi donargli questa buona volontà che porta la pace sulla terra, dicendogli, al seguito del padre Bourdaloue: “Signore, non so se siete contento di me. Ma ciò che io posso dire, e sono felice di darne pubblica testimonianza, è che io sono molto contento di voi”.

[Madre Placide Devillers O.S.B., Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation, Le Barroux, La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 107, 26 ottobre 2017, pp. 1-3, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 25 dicembre 2015

Madre Élisabeth de La Londe O.S.B. (1922-2015) - R.I.P.

La Madre Abbadessa e le monache dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation di Le Barroux annunciano con dolore la morte della Reverendissima Madre Élisabeth de La Londe O.S.B. (1922-2015), fondatrice e prima Abbadessa del monastero, addormentatasi nella santa Speranza il 23 dicembre 2015, munita dei sacramenti della Chiesa e circondata da tutte le sue figlie.
Nata a Tarascon il 1° gennaio 1922, Madre Élisabeth è entrata il 16 novembre 1945 nel monastero delle benedettine del Santissimo Sacramento di Vaux-sur-Aure, dove ha fatto la sua professione il 29 maggio 1947.
Su richiesta di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), nell’ottobre 1979 Madre Élisabeth ha fondato il monastero Notre-Dame de l’Annonciation, riconosciuto canonicamente nell’ottobre 1989. Nominata prima Abbadessa dalla Santa Sede, ha ricevuto la benedizione abbaziale il 21 novembre 1992, portando il fardello della costruzione del monastero fino al 1998, quando ha rinunciato alla sua carica.
I funerali saranno celebrati a Le Barroux martedì 29 dicembre 2015, alle ore 10, dal Padre Abate dell’abbazia Sainte-Madeleine, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., presso l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation.

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lunedì 1 giugno 2015

Andare in capo al mondo senza uscire da una stanza

«Non è un libro, è un ufo. Un romanzo caduto dal cielo, firmato da una sconosciuta» scriveva Étienne de Montety. Pubblicata in settanta Paesi, questa prima opera di Natalia Sanmartin Fenollera, Il risveglio della signorina Prim (Milano, Mondadori, 2014, pagine 256, euro 16,50) è stata salutata da Philippe Maxence come un «miracolo letterario». S’ispira indubbiamente al racconto filosofico: alate di una delicata poesia, ne vengono fuori riflessioni sostanziali, su uno sfondo di risa cristalline.
L’eroina, Prudence Prim, è una giovane donna assetata d’indipendenza, con un sacco di diplomi, dalle battute pronte, spesso piene di umorismo. Rispondendo a uno strano annuncio, si presenta al paese di Saint-Irénée d’Arnois per lavorare come bibliotecaria presso un gentiluomo, chiamato per tutto il libro «l’uomo dello scranno», che ha adottato i suoi nipoti e le sue nipoti orfani. Intellettuale di alto livello ma umile, questo convertito ha fatto sua una concezione tradizionale della cultura e della società paesana. Saint-Irénée costituisce «una fiorente colonia di esiliati del mondo moderno alla ricerca di una vita semplice e rurale». Questi simpatici non-conformisti appartengono però pienamente al nostro tempo! «Noi, i selvaggi moderni, abbiamo i nostri limiti. Non troviamo più il tempo di sederci a un tavolo per parlare del divino e dell’umano. E non solo non troviamo il tempo, ma non sappiamo nemmeno più come si fa». All’inizio refrattaria, Prudence Prim finisce con l’apprezzare lo stile di questo villaggio poco comune, che si sforza di condurre una vita sociale di tipo familiare dove le visite, la lettura e le conversazioni riprendono il loro giusto posto.
Attraverso discussioni talvolta burrascose, la signorina Prim impara a conversare. Lei, che da sempre aveva nostalgia della bellezza, finirà con il risvegliarsi alla grazia divina, scoprendo a poco a poco che «la bellezza non è un che cosa, ma un chi». Con lo stesso meccanismo, comprende la bellezza del matrimonio cristiano, «che non è una questione a due, ma a tre» (Dio ha la sua parte!). Il risveglio di Prudence costituisce l’avventura interiore del romanzo. Una forza prepara tale evento: la preghiera. Questa è delicatamente presente quando «l’uomo dello scranno» dichiara il suo amore a Prudence sotto la forma allegorica di un viaggio insieme a Tahiti. «Andrei in capo al mondo per convincerla ad andare a Tahiti» dice con una strana intensità nella voce. «Farei tutto ciò che è in mio potere, assolutamente tutto, per convincerla. Ma credo che il nostro viaggio sarebbe un fallimento, un terribile fallimento, se prima di cominciarlo non fosse chiaro nella sua mente che vuole conoscere Tahiti». Allora la signorina Prim risponde: «Lei non è andato in capo al mondo per convincermi ad accompagnarla a Tahiti». «Crede?» le domanda lui con un sorriso. «Forse un giorno si renderà conto che si può andare in capo al mondo senza uscire da una stanza, Prudence».
Risvegliarsi alla fede non è proprio comodo. L’uomo dello scranno cerca di far percepire alla signorina Prim il prezzo da pagare: «La fede non è qualcosa di teorico, Prudence. Una conversione è qualcosa di così teorico come un colpo sparato alla testa. È stato il mio banco di prova, il parallelo che ha diviso la mia vita in due e che le ha dato un senso assoluto. Ma la ingannerei se le dicessi che è stato facile. Non è facile, e chi le dirà il contrario si sbaglia. Ha presupposto una lacerazione, una catarsi intellettuale, un’operazione a cuore aperto. Come un albero che si strappa da terra e si pianta in un altro luogo, come ciò che si pensa debba provare un bambino quando affronta la terribile bellezza della nascita».
L’ultimo capitolo ci porta a Norcia, luogo di nascita di san Benedetto. Ma la vita liturgica, silenziosa e operosa dei benedettini risplende già nel paese di Saint-Irénée, al di là delle vecchie mura di pietra della sua abbazia. La conclusione del romanzo è ammirevole: non troppo precisa, come è giusto che sia, per lasciar spazio al sogno e alla riflessione, ma chiara riguardo all’essenziale. Prudence Prim alla fine ha incontrato Dio, nella libertà sovrana della grazia. Ed è pronta per il viaggio a Tahiti. Il lettore chiude il libro, rinvigorito dalla gioia e dalla speranza che gli hanno comunicato la fede e il talento di Natalia Sanmartin Fenollera.
Questo romanzo, che non può non ricordare quelli di Jane Austen, può suscitare profondi scambi in famiglia, tra amici o in comunità. Può soprattutto toccare le persone che si sono allontanate dalla fede cristiana. Che un libro così denso resti gradevole, addirittura aereo, e senza pretese, è una vera impresa! In effetti «un miracolo letterario».

[Placide Devillers O.S.B., Madre Abbadessa di Notre-Dame de l'Annonciation, Le Barroux, "Il mondo in una stanza", L'Osservatore Romano, 30 aprile 2015, p. 5]

Natalia Sanmartin Fenollera con una parte della comunità monastica di Le Barroux dopo una conversazione sul romanzo.


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giovedì 21 maggio 2015

L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero dell’essere

«Non c’è gioia più grande che creare dei sentieri di luce per aiutare gli uomini a scalare il Cielo», diceva l’artista francese Clotilde Devillers (1956-2008), di cui le edizioni Ama (Ateliers Monastique de l’Annonciation) hanno pubblicato un libro recante decine di riproduzioni di opere d’arte e arricchito da una prefazione delle benedettine del monastero, che è stato recensito favorevolmente da L’Osservatore Romano (cfr. Giulia Galeotti, L’arte sacra di Clotilde Devillers. Artigiana dei dettagli, 23 agosto 2014).
Parlando della via pulchritudinis nel corso dell’Udienza generale del 31 agosto 2011, Papa Benedetto XVI (2005-2013) diceva: «[...] ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede». Nel libro appena pubblicato si può vedere chiaramente come Devillers durante la sua vita artistica abbia cercato di creare strade verso Dio, ma se ne può cogliere anche il tentativo, compiuto in relazione e in collaborazione con altre personalità artistiche, di proporre un’arte autenticamente cristiana, legata alla tradizione ma capace anche di rinnovamento.
Devillers nasce a Boulogne-Billancourt, nella regione dell’Île-de-France, il 5 settem­bre 1956, quinta degli undici figli di Pierre Devillers e della moglie Line, entrambi ingegneri. In famiglia si prega, si gioca, si suona il piano e si disegna. Clotilde, in particolare, si appassiona al disegno. Entra a 17 anni all’Accademia di Belle Arti di Lille, poi al Ly­cée Technique d’État et Arts Appliqués di Roubaix, dove consegue il diploma in arti grafiche. A Natale del 1973 incontra il Mouvement de la Jeunesse Catholique de France, i cui quattro pilastri sono: preghiera, amicizia, formazione e azione. In questo ambiente sviluppa la propria spiritualità e stringe nuove amicizie. Nel 1977 è coinvolta nell’illu­strazione del periodico cattolico per ragazzi Patapon. Nel 1980 incontra il disegnatore e pittore Albert Gérard (1920-2011), che diventa il suo maestro. Gérard è un ex allievo del pittore e scultore Henri Charlier (1883-1975) (sul quale cfr. Dom Henri Lapèze-Charlier O.S.B., Henri Charlier. Peintre et sculpteur. 1883-1975, Éditions TerraMare, Parigi 2011), che aveva fatto parte de L’Arche, un gruppo di artisti cristiani riuniti attorno all’archi­tet­to Maurice Augustine Storez (1875-1959), ed era stato intimo amico dello scrittore e poeta Charles Peguy (1873-1914). Dal 1956 al 1976 Henri Charlier, con lo pseudonimo di Minimus, aveva inoltre tenuto una rubrica di liturgia sulla rivista Itinéraires, fondata nel 1956 dal giornalista e scrittore Jean Madiran, pseudonimo di Jean Arfel (1920-2013).
André Charlier (1895-1971), fratello di Henri, è per anni il direttore di una scuola cattolica — prima École de Roches a Verneuil-sur-Avre, poi trasferita a Maslacq — che nasce fondata su princìpi pedagogici innovativi, in parte mutuati dal sistema scolastico inglese, in parte dallo scoutismo, e trae ispirazione dal cattolicesimo e da un forte patriottismo. Le lettere che André indirizza ai prefetti della scuola sono riunite in Lettres aux capitaines (Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1980), che mostrano chiaramente gl’ideali elevati di spiritualità, bellezza e servizio, che egli vuol trasmettere ai suoi allievi; fra di essi Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), a Le Barroux fondatore e primo abate dell’abbazia benedettina di Sainte-Madeleine — nota per la sua adesione alle usanze monastiche tradizionali e per l’irradiamento della forma straordinaria del rito romano — e dell’abbazia femminile Notre-Dame de L’Annonciation, di cui dal 2001 è abbadessa la sorella di Clotilde, Madre Placide O.S.B. Proprio Dom Gérard avrà un ruolo importante nella vita di Clotilde.
Albert Gérard, insieme a Dom Calvet e a Madiran — quest’ultimo anche ex insegnante a Maslacq e in seguito oblato dell’abbazia Sainte-Madeleine —, è padrino del Centre Henri et André Charlier, associazione culturale fondata nel 1980 dal giornalista e uomo politico Bernard Antony, intimo del «filosofo contadino» Gustave Thibon (1903-2001). Il Centre è all’origine, fra le altre cose, nel 1983, del pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres — sulle orme di Peguy — che riunisce larga parte del mondo francofono spiritualmente e culturalmente legato all’eredità e alla trasmissione della liturgia latino-grego­riana. Negli stessi anni Gérard fonda a Parigi l’Atelier de la Sainte Espérance, una fucina di artisti che si propone di fare un’arte di autentica ispirazione cristiana, il cui motto è Per visibilia ad invisibilia. Clotilde Devillers ne diviene la prima allieva, non limitandosi al disegno e alla pittura, ma dedicandosi anche alla scultura in pietra e in legno, al mosaico, al ricamo, alla miniatura, alla terracotta e alle vetrate. Nel 1986 l’Atelier si trasferisce a Le Barroux, nell’Alta Provenza, attratto dall’avventura monastica iniziata da Dom Calvet, e Clotilde vi si trasferisce a sua volta. La sua fede e il suo stile hanno un nuovo impulso proprio nel rapporto con Dom Gérard, che le suggerisce: «L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero dell’essere» (p. 6). Una nuova ispirazione le viene anche dalla luce e dai paesaggi provenzali, che Clotilde rappresenta in primo piano o sullo sfondo di molte sue opere. In questi anni realizza numerosi lavori, sia per la decorazione dei due monasteri benedettini di Le Barroux, sia per altri committenti, religiosi e laici. Dal 1991 al 2007 collabora come illustratrice al bollettino Apprenez-nous a prier e poi al sito Internet Prier en famille, dove si possono ancora oggi reperire numerose illustrazioni realizzate per la catechesi dei più piccoli. Nel novembre del 1999 sposa Olivier Dupont, anch’egli impegnato nell’Atelier de la Sainte Espérance. Nel giugno del 2008 comunica agli amici di essere alle porte del Cielo, vittima di un tumore che ha invaso il suo sistema linfatico. Muore nel dicembre dello stesso anno.
Nelle note di lettura di Clotilde ricorrono con frequenza citazioni del pittore polacco sant’Alberto Chmielowski (nato Adam Hilary Bernard, 1845-1916), il fondatore delle congregazioni dei Fratelli del Terz’Ordine di San Francesco Servi dei Poveri e delle Suore Albertine, canonizzato nel 1989, che nel 1876 scriveva: «L’essenza dell’arte è l’a­nima che si esprime in uno stile» (cit. a p. 5). In effetti, in tutta l’opera della Devillers — davvero poliedrica — troviamo il tratto comune di uno stile.
Che si tratti della grande tela dipinta intitolata La vocazione della Francia e conservata in una sala per gli ospiti dell’abbazia Sainte-Madeleine, dei ceri pasquali con le scene del Battesimo di Clodoveo, delle numerosissime icone realizzate su legno, delle vetrate raffiguranti la Beata Isabella di Francia e San Luigi, presso la chiesa Notre-Dame du Cap Fleuri, a Cap-d’Ail, o ancora della scultura in pietra raffigurante la Vergine del­l’Annun­ciazione, presso l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, il tratto comune di Clotilde è una forza luminosa e composta, una delicatezza di tratto, di lineamenti, di paesaggi, che riesce a raccogliere in sé in modo personale e originale secoli di tradizione d’ar­te cristiana, e in particolare il romanico, le icone orientali e la tradizione popolare provenzale, componendoli in una sintesi del tutto personale e fuori dal tempo, senza cadere nella pedante riproduzione di modelli del passato. Fra le sue opere più belle vanno ricordati i quaranta capitelli del chiostro dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, scolpiti in pietra lavica e raffiguranti le Litanie della santa Vergine: una stupefacente sintesi di storia del­l’i­conografia cristiana e di profonda spiritualità, purtroppo non accessibili al pubblico, ma che trovano ampia rappresentanza iconografica nell’opera appena pubblicata.

[Daniela Bovolenta, recensione al libro Clotilde Devillers (Ama, Le Barroux 2014, pp. 84), comparsa in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, n. 376, aprile-giugno 2015, pp. 63-64]

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martedì 21 ottobre 2014

L’arte sacra di Clotilde Devillers - Artigiana dei dettagli

Acquarelli, inchiostri, pitture su legno secondo la tecnica dell’icona, laminati d’oro, ceri pasquali, disegni, casule ricamate, acrilici, miniature su pergamena, bassorilievi in marasco, incisioni, olii su tela, pitture murali, terrecotte, vetrate, sculture in pietra e in legno: colpisce davvero la varietà di espressioni dell’artista francese Clotilde Devillers, la cui opera è ora in parte raccolta nel volume pubblicato dalle edizioni Ama, acronimo di Ateliers Monastique de l’Annonciation (Clotilde Devillers, Le Barroux, 2014, pagine 83, euro 25).
Finito di stampare il 3 giugno, esattamente nella festa di santa Clotilde, il libro è l’occasione per conoscere i quasi trent’anni di attività di questa artista, morta nel 2008 a cinquantadue anni. Sfogliando le pagine, dai primi acquarelli degli anni Ottanta alle ultime opere, nella varietà di materiali e stili, si passa da soggetti di vita quotidiana a raffigurazioni di santi, scene del Vangelo e della vita monastica.
Spiritualmente vicina al pittore polacco canonizzato Albert Chmielowski, che dedicò la sua vita ai poveri, Devillers iniziò a dipingere da piccola, continuando poi a studiare arte. Da subito rivela i tratti che avrebbero caratterizzato la sua produzione: vivacità, energia e dolcezza. Tratti che si fondono con una ricerca spirituale in cammino costante. Conosciuto, nel 1973, il Movimento della gioventù cattolica francese, Clotilde — sempre accompagnata dalla pittura — sperimenta una vita spirituale profonda. Perché quel che vuole fare è «dipingere il sorriso dell’invisibile» per permettere alle persone di accedere alla «gioia del sacro».
Nel 1977 Louise André-Delastre le chiede di illustrare i suoi libri per l’infanzia e la rivista «Patapon», ma la vita di Devillers cambia tre anni dopo quando conosce Albert Gérard, che sta per aprire a Parigi l’atelier cattolico di Sainte- Espérance: Clotilde sarà la prima allieva. Quando l’atelier si sposta in Provenza, a Barroux, presso l’abbazia benedettina di Sainte-Madeleine, la vicinanza con dom Gérard Calvet, l’abate, sarà fonte di grande arricchimento spirituale per Clotilde. Il suo proposito diviene ancora più forte: «Non v’è gioia più grande che quella di creare percorsi luminosi capaci di aiutare le persone ad arrampicarsi verso il cielo». Si considerava un’artigiana, più che un’artista, Clotilde Devillers. Un’artigiana dei dettagli, delle sfumature, verrebbe da aggiungere. Delle sue figure colpiscono innanzitutto la delicatezza. Una delicatezza che traspare dai volti — siano essi raffigurati con la stoffa (come l’Annunciazione su una casula del 1992), con il legno (è, in particolare, il caso della statua di santa Teresa di Gesù bambino, del 1997), con la pietra grezza (Santa Maddalena, 1993) o dipinti (Nostra Signora di Monte Carmelo, 2006).
La delicatezza dei volti, degli sguardi, dei gesti. Ma, soprattutto, la delicatezza delle mani, come la destra di Maria che tiene il capo del figlio morto nel capitello Mater admirabilis nel chiostro dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation a Le Barroux (si tratta di una serie di quaranta capitelli che illustrano le litanie della Vergine Maria). Ma anche la mano che accarezza il volto di san Giuseppe, nel capitello Virgo clemens.
O, ancora, quelle della Vergine della tenerezza, realizzata per la chiesa di Sainte-Nathalène a Maillac: Maria è in piedi, la veste panneggiata, stringe a sé Gesù. Ha il capo reclinato verso il bimbo, una mano sulla schiena del figlio, l’altra a sorreggerlo. È affettuosa e forte insieme. Un tassello del percorso luminoso lasciatoci da Clotilde.
 
[Giulia Galeotti, "L’arte sacra di Clotilde Devillers. Artigiana dei dettagli", L'Osservatore Romano, 23 agosto 2014, p. 5]

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lunedì 12 novembre 2012

Si avvicina l'Avvento

La comunità monastica dell'abbazia Notre-Dame de l'Annonciation in processione
Cari amici,
avete sentito parlare dell’«autolimitazione pura e benefica»? L’espressione non deriva dal codice della strada, ma da Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008). Così dichiarava il grande pensatore russo nel discorso all’Università di Harvard dell’8 giugno 1978: «Solo l’educazione volontaria in sé stesso di un’autolimitazione pura e benefica innalza gli uomini al di sopra del fluire materiale del mondo».
Solženicyn sperava di risvegliare i suoi ascoltatori a una vita spirituale: «Veramente la vita dell’uomo e l’attività della società devono anzitutto valutarsi in termini di espansione materiale? Ed è ammissibile sviluppare questa espansione a detrimento della nostra vita interiore?». Così ci ammoniva Gesù: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» (Lc 12,20).
È difficile non attaccarsi ai beni di quaggiù, spesso penosamente acquisiti. Per questo la Chiesa, durante l’anno liturgico, prevede dei tempi durante i quali noi possiamo praticare l’«autolimitazione pura e benefica». Sono i giorni in viola dell’Avvento e della Quaresima e le vigilie delle grandi festività. Come ci ricorda Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875) nella sua opera L’anno liturgico: «Il rigore che un popolo sa imporre a certi giorni di preparazione è un segno della fede che esso ha conservato; tale rigore dimostra che quel popolo comprende la grandezza dell’oggetto proposto dalla liturgia al suo culto».
L’Avvento è il tempo per eccellenza del desiderio di Dio: all’attesa della nascita del Redentore si unisce quella del suo ritorno nella gloria. L’Avvento ci parla perciò di penitenza. In monastero noi profittiamo dei pasti ristretti nei giorni di digiuno per dare tempo alla lettura e all’adorazione. Quale gioia prepararsi così al Natale! Le restrizioni permettono ugualmente di aiutare i più poveri di sé in questa festa luminosa. Non siamo forse creati per donare e per donarci?
Cari amici, voi che ci aiutate così fedelmente – con la vostra preghiera e la vostra elemosina – a rimanere salde nella nostra vocazione di lode, d’intercessione e di penitenza, vogliate ricevere i voti ferventi che formuliamo per voi con l’avvicinarsi del Natale. Gloria et pax! Santo Anno della Fede! Con tutta la nostra amicizia e la nostra viva gratitudine.
Madre Placide Devillers O.S.B., Badessa
[La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 92, 31 ottobre 2012, pp. 1-2, Abbaye Notre-Dame de l'Annonciation, 750 Chemin des Ambrosis, 84330 Le Barroux, Francia, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 13 maggio 2011

Dedicatio Ecclesiæ Abbatialis

Il 12 maggio 2005 S. Em. il card. Jorge Arturo Medina Estévez, nell'occasione inviato speciale di Papa Benedetto XVI, si recava presso il monastero delle monache benedettine di Notre-Dame de l’Annonciation di Le Barroux (di cui ci siamo occupati in passato in altre occasioni: qui, qui e qui), dove procedeva alla consacrazione della chiesa abbaziale. Nel sesto anniversario di questa importante ricorrenza, festeggiata quest'anno oggi presso l'abbazia femminile come solennità di prima classe, riproduciamo di seguito il documentario della dedicazione avvenuta nel 2005.


[Il video è dedicato a Sr. M. Cristina O.S.B. e Sr. M. Benedetta O.S.B.: oplà l'oblat!]




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martedì 9 novembre 2010

Commovisti, Domine

Lo scorso mese di agosto abbiamo annunciato l'uscita imminente del cd di canto gregoriano Voices - Chant from Avignon, realizzato per la prestigiosa etichetta discografica Decca dalle monache dell’abbazia benedettina Notre-Dame de l’Annonciation di Le Barroux (che hanno recentemente inaugurato un proprio sito Internet). In data 8 novembre il cd è stato pubblicato. Riproduciamo qui di seguito un video che contiene la traccia del Tratto Commovisti (Sal 59, 4,6): "Commovisti, Domine, terram, et conturbasti eam. Sana contritiones ejus, quia mota est. Ut fugiant a facie arcus, ut liberentur electi tui".



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lunedì 23 agosto 2010

Voices - Chant from Avignon

In passato ci siamo già occupati di presentare brevemente l’abbazia benedettina femminile Notre-Dame de l’Annonciation, sorta nel 1979 sulle orme di dom Gérard Calvet (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux.
Nelle ultime settimane ha avuto una certa risonanza sui mezzi di comunicazione internazionali l’uscita – prevista per il mese di novembre 2010 – di un disco di canto gregoriano realizzato da questo monastero femminile, che sarà prodotto dall’importante etichetta discografica Decca Records, e il cui titolo sarà Voices - Chant from Avignon (al CD in uscita è dedicato sin d’ora un sito Internet).
La comunità di religiose di Le Barroux è stata scelta dopo una selezione fra settanta monasteri di tutto il mondo per il suo modo eccellente d’interpretare il canto gregoriano. Così ha commentato l’abbadessa, Madre Placide Devillers O.S.B.: “Non abbiamo mai cercato una cosa di questo tipo, sono venuti in cerca di noi. All’inizio eravamo preoccupate dell’ipotesi che potesse intaccare la nostra vita di clausura, così abbiamo chiesto il parere a san Giuseppe nella preghiera. Le nostre preghiere sono state ascoltate, e abbiamo pensato che questo album potrà essere positivo se arriverà alle persone e le aiuterà a trovare la pace”.
Riproduciamo qui di seguito il primo video di presentazione del CD Voices - Chant from Avignon.



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