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mercoledì 5 marzo 2014

Un buon proposito per la Quaresima

Henri Charlier (1883-1975), Vergine con il bambino.
I novizi sono generalmente pieni d’energia. Talora occorre addirittura moderarli. Un giorno Dom Gérard disse a uno di costoro, tutto preso nell’attività manuale: «Attenzione, bisogna durare: al giorno d’oggi le vocazioni sono rare». Dom Gérard conosceva bene la differenza fra attivismo e zelo. Ce l’ha insegnata con la sua fedeltà all’ufficio di Mattutino, alla lectio divina, alla preghiera, alla corrispondenza…
La Regola di san Benedetto si conclude con un bel capitolo sul buon zelo che i monaci devono coltivare. In realtà, tutta la Regolaè un grande richiamo a questa virtù. San Benedetto sa bene che la pigrizia spirituale minaccia il monaco come il leone minaccia la sua preda. La si chiama il demone meridiano, quando il sole raggiunge lo zenit e sembra non avanzare oltre. Il tempo appare lungo. Il povero monaco inizia a sbadigliare al tavolo di lettura, a guardare fuori dalla finestra, a sognare altri cieli. Gli viene il desiderio di andare a visitare i suoi fratelli, i malati, la propria famiglia. Secondo Evagrio Pontico, dottore di vita spirituale, «l’accidia è un rilassamento dell’anima, ma un rilassamento che non è conforme alla natura e non resiste valorosamente alle tentazioni». Si tratta di una pigrizia colpevole che si disinteressa delle cose spirituali. Così come, senza sforzo, non si possono gustare le gioie spirituali, l’anima vaga a cercarne altre più facili e quindi più basse. Giacché, secondo il principio formulato ammirevolmente da Aristotele, «all’uomo è impossibile vivere lungamente senza alcuna gioia».
Ma la pigrizia spirituale non è esclusiva dei monaci; essa riguarda tutti e può persino diventare contagiosa. L’uomo è così influenzabile! Padre de Vogüé, deceduto recentemente dopo una lunga vita monastica alla Pierre-qui-Vire, piena di duro lavoro, lo ha giustamente notato: «Quando si legge che l’accidia è un’“atonia”,come non pensare all’enorme caduta di tensione che ha fatto seguito all’ultimo Concilio, con migliaia di defezioni nel clero e nella vita religiosa? E quando ci viene detto che è l’instabilità a caratterizzare l’accidioso, il nostro pensiero ritorna invincibilmente a un altro aspetto dell’aggiornamento post-conciliare: la brama di cambiare. Senza dubbio s’invocavano le aspirazioni della gioventù, ma quelli che lo facevano erano troppo spesso uomini di 40 anni e più, la cui sollecitudine per i giovani nascondeva male l’indigenza spirituale e il lassismo».
Veniamo tuttavia ai rimedi. Il modo migliore di salvare il mondo e la Chiesa è di coltivare il buon zelo al fine di propagarlo attorno a sé. Per amare il Signore con forza, bisogna conoscerlo. Se ci costa così tanta fatica pregare e fare il bene, è anzitutto perché non conosciamo il Signore Gesù. Per conoscerlo intimamente, occorre iniziare con la lettura dei Vangeli. Vediamo cosa dice sant’Ambrogio: «Quando prendiamo in mano con fede le sante Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo ritorna a camminare con Dio nel paradiso» (Lettera 49, 3 ; PL 16, col. 1204). Perché non assumere come risoluzione quaresimale di leggere un Vangelo per intero e in maniera continuativa, o il messale, come fanno alcuni monaci? In spirito penitenziale, come ci ricorda il Santo Padre nella Verbum Domini. «Ai fedeli cristiani che leggono almeno mezzora la Sacra Scrittura secondo i testi approvati dall’autorità competente, con la venerazione dovuta alla Parola di Dio e con un fine spirituale, è concessa un’indulgenza plenaria; se la lettura dura meno di mezzora, l’indulgenza sarà parziale» (Penitenzieria Apostolica, Enchiridion indulgentiarum [16 luglio 1999], Aliae concessiones, 30, § 1).
Imparare a memoria un brano del Vangelo e ruminarlo è sempre occasione di una grande gioia. Per esempio, può trattarsi dell’Annunciazione o delle Beatitudini. Per i più coraggiosi sarà il capitolo 17 del Vangelo di san Giovanni, o semplicemente la sua meravigliosa conclusione: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Buona Quaresima!
 
[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 141, 7 marzo 2012, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 30 agosto 2013

Jean Madiran (1920-2013) - In memoriam

[Il 31 luglio 2013 è morto il pensatore e scrittore cattolico francese Jean Madiran (1920-2013), al secolo Jean Arfel, oblato benedettino dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux con il nome di fr. Jean-Baptiste. In prossimità del trigesimo, trascriviamo di seguito la nostra traduzione dell’omelia pronunciata nel corso del funerale – svoltosi il 5 agosto 2013, presso la chiesa Notre-Dame des Armées, a Versailles – da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Abate del monastero di Le Barroux.]
 
Signori Sacerdoti,
Signori Canonici,
Cari Padri,
Carissima Michèle,
Cara famiglia Arfel,
 
San Bernardo diceva in un’omelia che gli occhi sono quanto di più eccellente vi sia nel corpo, malgrado la loro piccolezza. Diceva questo pensando alla visione beatifica. Avrebbe potuto dirlo anche vedendo gli occhi di Jean Madiran, perché egli aveva degli occhi eccezionali. Non solo in ragione del loro fascino, gioiosi e scoppiettanti – uno sguardo infantile –, ma anche per quel timore reverenziale che si provava davanti all’acutezza del suo sguardo. Jean Madiran era fatto per la luce, ma era anche un uomo che illuminava, senza compromessi.
Ben presto si è rivolto verso la luce. Giacché prima di diventare un maestro, come lo hanno salutato in numerosi omaggi – fra cui quelli di Philippe Maxence, Yves Chiron e molte altre decine –, Jean Madiran è stato un discepolo attento. Prima di Maurras, che per sette anni ha letto tutti i giorni, a partire dai suoi quindici anni, fino a quando ha incontrato il maestro di Martigues.
Poi fu la volta dell’altro maestro intellettuale che egli ebbe la grazia d’incontrare nella persona di Henri Charlier. Sarebbe meglio dire gli Charlier, la famiglia Charlier, attraverso la quale è giunta fino a lui la tradizione vivente di Péguy e del padre Emmanuel di Mesnil-Saint-Loup.
Madiran diceva: «È stato André Charlier a insegnarmi a leggere Chesterton, Claudel e Pascal. È lui che mi ha insegnato cos’è il gregoriano, che mi ha mostrato la Francia, che mi ha insegnato il silenzio. È lui che mi ha fatto comprendere quel che sapevo già ed è lui che mi ha disposto a quel che avrei dovuto comprendere più tardi. L’essenziale è l’educazione della libertà».
Se Jean Madiran ha saputo e potuto mettersi alla scuola di questi giganti, è perché lui stesso aveva del genio.
Glielo disse Maurras nella prefazione al suo libro sulla filosofia politica di san Tommaso d’Aquino. André Charlier diceva che solo Péguy si era spinto così avanti e con tale finezza nell’arte di leggere. Se Jean Madiran ha potuto appoggiarsi sulle spalle dei giganti, è perché con la sua intelligenza egli aveva ricevuto dalla sua educazione la pietà filiale, che dona alla conoscenza un’acutezza speciale, così che egli ha potuto interpretare fedelmente quanto aveva ricevuto, e a sua volta ha potuto aggiungere luce alla luce.
Per esempio, egli ha saputo – incoraggiato dallo stesso Maurras – sviluppare e innalzare il pensiero politico del suo maestro, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, e trasmettere la luce diventando professore di filosofia precisamente a Maslacq, dove strinse un’amicizia indefettibile con un tale Gérard Calvet, il quale da allievo – talora indisciplinato – diventò un amico, per poi diventare il suo padre spirituale.
Ma è soprattutto nella sua battaglia, che ha condotto con un genio eccezionale, che Jean Madiran è meglio conosciuto, il più amato e il più detestato, senza alcun dubbio. Una battaglia condotta in un’eclissi nella quale tutto il mondo è all’oscuro. Padre Calmel diceva che la grande opposizione fra la luce e le tenebre sarebbe presto finita, che si sarebbe entrati in un’epoca di nebbia nella quale non si sarebbe più stati capaci di distinguere il fratello dall’avversario. Ma Jean Madiran aveva buoni occhi.
Oggi possiamo ricordare tutti i fronti sui quali ha condotto la sua battaglia spirituale con delle armi intellettuali  e che lo hanno reso un maestro di dimensione internazionale. Nell’ambito politico egli ha eccelso nella battaglia contro il comunismo che esalava il suo profumo seduttore fino al cuore della Chiesa. È lui che ha predisposto la più fedele traduzione dell’enciclica di Pio XI, Divini Redemptoris, e che ha pubblicato il capolavoro La vieillesse du monde.
Nell’ambito dell’impegno cristiano e politico, ha accompagnato l’avventura della Cité catholique, partecipando attivamente e intervenendo al primo Congresso di Losanna, denunciando in alcuni scritti – come La laïcité dans l’Église – la sfiducia nei confronti della nostra azione cattolica.
All’indomani del Concilio, Jean Madiran ha combattuto contro la cattiva gestione che s’installava a vari livelli nella Chiesa universale, e in particolar modo nella porzione che risiede in Francia.
Chi non ricorda questa costanza, fino alla sua morte, contro la smobilitazione dei cattolici in materia d’impegno politico, o contro alcuni erronei impegni.
In materia religiosa, Jean Madiran ha applicato quel che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 907, ove è detto: «In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli laici] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona».
Si oppose, in tema di catechesi, ai teorici del pedagogismo poco rispettoso della tradizione. Per convincersene, sarà sufficiente rileggere nei suoi Éditoriaux et Chroniques, quei testi ardenti d’indignazione, che riguardano la distruzione del catechismo. Colmò il vuoto creato dai distruttori ripubblicando successivamente il Catechismo di san Pio X, maggiore e minore, e il Catechismo del Concilio di Trento, che per molti fra noi, nel mezzo della tempesta, si mostreranno dei fari indicanti la giusta direzione verso il Cielo.
Ancora recentemente, nel 2005, dopo il raddrizzamento impostato da Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI con il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo compendio, Jean Madiran non dimenticava di tracciare un bilancio dello tsunami devastatore.
Nell’ordine della liturgia, ha protestato contro le traduzioni erronee – in particolare della Scrittura – e si è innalzato contro la brutalità con la quale fu interdetta, di fatto, la celebrazione di quella che ora si chiama la forma extraordinaria del rito romano. Trentasette anni di battaglia, ricompensati dal motu proprio Summorum pontificum, che è stato uno degli atti salienti del pontificato di Benedetto XVI, poiché ha abbattuto il muro di Berlino contro la tradizione vivente e trasmessa.
Ha seguito con attenzione lo sviluppo del Concilio Vaticano II, pubblicando in particolare su Itinéraires i resoconti di Mons. Marcel Lefebvre – altro grande amico, fino al 1988 –, allora superiore generale dei Padri dello Spirito Santo.
Intratterrà in seguito con padre Congar una corrispondenza sull’intimo rapporto fra il Concilio e la crisi che è seguita nella Chiesa.
Sin dal 1966, ahimé, l’episcopato francese si puntò contro la rivista Itinéraires. Si trattò di una grande sofferenza per il nostro caro fratello Jean Madiran, degno figlio della Chiesa. Sappiamo che rimase fino alla fine reticente nei confronti del Concilio Vaticano II, malgrado tutto quel che hanno potuto dire sul suo carattere vincolante i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dobbiamo però notare che lo stesso Benedetto XVI ne ha sottolineato qualche limite; non mi dilungo oltre.
Cosa incredibile, con mezzi estremamente limitati, Jean Madiran ha osato lanciare assieme a qualche amico, nel 1982, il quotidiano Présent – di cui ne dirigerà la pubblicazione –, senza il sostegno di alcuna pubblicità. Vi scriverà fino ai suoi ultimi giorni contro l’inondazione dell’immoralità, del laicismo aggressivo, dell’empietà, del liberalismo, del relativismo massonico o del marxismo militante, distruttori della civiltà cristiana in tutti i suoi aspetti.
Non ci compete di tratteggiare qui quelle che furono le sue battaglie politiche a fianco dei suoi compagni d’armi; costoro – come per esempio Bernard Antony – lo faranno meglio di noi.
Si disconoscerebbe però Jean Madiran se si vedesse in lui solo un combattente duro e puro. Certo, non ha sempre avuto la reverenza dovuta ai pastori. Glielo si perdonerà. Dom Gérard sottolineava che il suo grande amico aveva dato dei magnifici colpi di spada, senza odio, ma con un piacere non dissimulato. Alcuni dei suoi amici lo hanno messo in guardia contro il rischio di confondere il vizio e il fratello, la ruggine e il vaso. Ma egli era capace di comprendere. Era capace di perdonare, malgrado il suo temperamento focoso. Perché se Jean Madiran era un uomo fatto per la luce, era anche un uomo fatto per il fuoco.
Un fratello mi ha raccontato una scena  che lo ha sconvolto: Jean Madiran che abbracciava in pubblico un uomo che gli aveva fatto la peggiore delle ingiustizie nella vita personale.
E noi, i monaci di Le Barroux e di Sainte-Marie de La Garde, e i cappellani di Notre-Dame des Armées, possiamo testimoniare della profondità della sua vita spirituale. Jean Madiran era capace di un profondo raccoglimento. Era un contemplativo. Lo rivedo ancora assistere agli uffici con uno zelo sereno, passare silenziosamente nel chiostro, con la testa leggermente chinata, secondo il dodicesimo grado d’umiltà della Regola di san Benedetto.
Jean Madiran ha così imitato la grande santa di Francia, santa Giovanna d’Arco, la cui grazia particolare fu quella di unire profondamente la vita mistica e la vita pubblica. È il primato della grazia.
Concludo citando il nostro fratello oblato, poiché Jean Madiran aveva preso lo scapolare sotto il patrocinio di san Giovanni Battista, colui che grida nel deserto. Jean Madiran diceva: «L’autentica azione è figlia della preghiera, e coloro i quali non agiscono abbastanza, è perché non pregano abbastanza, e non perché pregano troppo. È nella vita di preghiera che ciascuno trova la forza e la volontà di un’azione a misura delle sue attitudini. Questo è vero di ogni azione; l’azione politica non fa eccezione».
Preghiamo durante questa santa Messa – secondo la forma extraordinaria che Jean Madiran amava, non per ragioni affettive, ma per ragioni teologiche – affinché il nostro fratello possa contemplare con i suoi occhi il volto di Dio, e affinché ciò che ha seminato possa portare molto frutto.
Amen.

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mercoledì 29 giugno 2011

Omaggio a Henri Charlier

«Essere pittore vuol dire trovare dei rapporti generali, cioè delle idee, là dove il resto degli uomini non percepisce che sensazioni. La superiorità di un ritratto su una descrizione mediante il linguaggio proviene dal fatto che per dare l’idea di uno spirito informante la materia, nessun linguaggio è così diretto e così delicato come quello delle arti plastiche».
(Henri Charlier, L’Art et la Pensée)

In passato ci siamo occupati a più riprese dell’educatore, moralista e scrittore cattolico francese André Charlier (1895-1971), traducendo in più puntate (si veda qui, qui, qui e qui) il suo articolo-appello del 1967 Ai monaci e alle monache dell’Ordine di San Benedetto, e ancora un articolo biografico e un discorso inedito rivolto a Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux.
Questa volta desideriamo rendere omaggio alla figura del fratello di André – come il fratello, anch’egli oblato benedettino –, il pittore e scultore Henri Charlier (1883-1975), il quale fu dalla conversione alla fede cattolica, nel 1913, un propagatore dell’eredità tradizionale della Chiesa, collaborando inoltre per lunghi anni alla rivista Itinéraires, per la quale assicurò durante un ventennio varie meditazioni spirituali di rara profondità sull’anno liturgico con lo pseudonimo D. Minimus, raccolte postume in due volumi (Les Propos de Minimus, Dominique Martin Morin, Jarzé 1994).
Henri Charlier fu uno strenuo difensore della forma straordinaria del Rito romano, e in particolar modo del canto gregoriano, tema al quale dedicò un’opera in collaborazione con il fratello (Le Chant grégorien, Dominique Martin Morin, Jarzé 1967).

Sacro Cuore in maestà (statua, 1936)
Henri Charlier (1883-1975)
L’occasione del presente omaggio ci deriva dalla recente pubblicazione, a opera delle edizioni TerraMare, di un magnifico libro di 232 pagine in grande formato – Henri Charlier. Peintre et Sculpteur. 1883-1975 (Parigi 2011) –, al contempo opera biografica e catalogo delle opere artistiche, il cui autore è il pronipote di Henri Charlier, ossia il monaco dell’abbazia di Le Barroux, Dom Henri Lapèze-Charlier O.S.B., che dedica in esordio il volume all’illustre artista e parente con le toccanti parole: «Dilectissimis parentibus meis decorisque inventoribus viæ pulchritudinis».
Lo stesso Papa Benedetto XVI ha voluto esprimere il suo apprezzamento per quest'opera, con un messaggio di cui riproduciamo l'estratto più significativo: «Possa la biografia di questo grande autore, del quale ripercorrete felicemente l'itinerario artistico e spirituale, incoraggiare gli artisti del nostro tempo a fare rivivere l'arte sacra. Affidandovi all'intercessione di Nostra Signora e di san Benedetto, il Santo Padre v'impartisce di tutto cuore la sua benedizione apostolica».
Le prefazioni al volume, abbondantemente illustrato con foto d’archivio e riproduzioni di opere del maestro, recano la firma di Hélène Rouvier, archivista onoraria del Museo Rodin, e Véronique Mattiussi, responsabile dei fondi storici, manoscritti e della biblioteca della medesima istituzione.
Al centro del libro, un appassionante excursus del percorso umano e artistico di Henri Charlier, in cui è dedicato uno spazio adeguato e opportuno alle problematiche teoriche ed estetiche del maestro francese, autore peraltro di monografie sul tema – da Culture, école, métier (Arthaud, Grenoble - Parigi 1942, 2a ed. Nouvelles éditions latines, Parigi 1959) a L’Art et la Pensée (Dominique Martin Morin, Jarzé 1972) –, che meriterebbero una traduzione e diffusione nel mercato editoriale italiano.
La questione liturgica, pure al centro delle preoccupazioni di Henri Charlier, non è tema sviluppato nell’opera, sebbene il ricco apparato iconografico che riproduce i suoi capolavori d’arte cristiana – sono oltre duecento le immagini a colori di alta qualità che accompagnano l'opera – ne sia un eloquente commento. Ecco comunque un estratto sull’argomento (p. 152):
«Durante l’estate 1972, egli lancia una piccola rivista intitolata Faits et gestes, che componeva egli stesso e stampava a sue spese. Rispondeva agli errori riguardanti la trasmissione della fede e alle deformazioni della liturgia, in una conversazione immaginaria fra tre giovani che non manca di puntiglio, come spiegherà in una lettera a Padre Bergeron: “Per venire a me, sono nel mio novantesimo anno d’età. Completo la mia ultima statua e metto in ordine i miei disegni e le mie carte. Ma ecco che il nostro vescovo – e la debolezza del nostro curato – ci ha imposto per la domenica Quasimodo una Messa dei giovani in dialetto e con musica ‘pop’. Giacché oggigiorno è impossibile dubitare che la nostra gerarchia sia perlomeno luterana, ho iniziato la battaglia, perché il popolo non è avvertito; è anzi imbrogliato da degli ipocriti che non credono più al loro sacerdozio e pendono per il comunismo. Quindi molta corrispondenza e occupazioni: stampa di volantini, conferenze, ecc. Beninteso non sono da solo (se non per la stesura)”».

L'enfant blessé (olio su tavola, 1911)

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