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domenica 28 febbraio 2016

Memoria di Dom Gérard

[Oggi 28 febbraio 2016 ricorre l'ottavo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo nelle preghiere e lo raccomandiamo a quelle dei lettori. Offriamo di seguito l'articolo commemorativo pubblicato il 3 aprile 2008 sul quotidiano francese Présent, del pensatore e scrittore cattolico francese Jean Madiran (1920-2013) – raffigurato nella foto a fianco assieme a Dom Gérard –, oblato benedettino dell'abbazia del Barroux. La presente traduzione si basa sulla versione del testo comparsa in Reconquête. Revue du Centre Charlier et de Chrétienté-Solidarité, n. 247-248, aprile-maggio 2008, pp. 39-44, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Quando ho conosciuto Gérard Calvet a Maslacq, egli era un allievo dotato, fantasioso e scherzoso, un po’ chiassoso ma di buona condotta: fuoriuscito da una grande famiglia di provincia, a Bordeaux, come Benedetto da Norcia e la sua famiglia degli Anicii in Umbria. Amava le arti plastiche. A scherma, prendeva lezioni di fioretto. Con lui ho giocato al “rugby-Roches” [dal nome dell’École des Roches, situata per l’appunto a Maslacq], una specialità locale offerta quale spettacolo alle famiglie per la Pentecoste; ho anche fatto della boxe contro di lui, con i guanti e secondo le regole della nobile arte. Di quell’epoca ho soprattutto due ricordi. Gérard Calvet era considerato come colui che avrebbe potuto un giorno scrivere la storia straordinaria della Maslacq di André Charlier, cosa che in effetti fece più tardi. A lezione di filosofia, un segno distintivo della sua personalità: non vedeva il bene morale nella tensione di un volontarismo stoico, ma al contrario come un dono ricevuto in uno spirito disteso, una specie d’inclinazione – naturale, pensavo – che affermava senza troppo spiegarla. Ho sempre ignorato – l’ho saputo da Dom Louis-Marie soltanto il lunedì delle esequie – che già da bambino aveva costruito un oratorio dove pregare Nostra Signora per la Francia. Ma André Charlier sapeva: “Gérard Calvet, con la sua intuizione così giusta”, scriveva nel 1949.

Erede lui stesso

È stato all’età di 43 anni che Dom Gérard è entrato nella storia, per il medesimo atto decisivo del Nostro Santo Padre Benedetto: come lui, si fece eremita, ritirandosi nella solitudine, per un rifiuto analogo. Nel caso di san Benedetto, fu per scappare dai costumi delle grandi scuole romane, poi a dei monasteri nei quali la vita religiosa era caduta molto in basso. Per Dom Gérard, già monaco da una ventina d’anni, fu per sfuggire al mondo della “rivoluzione d’ottobre nella Chiesa”. Lo fece dopo molti anni di peregrinazioni in Brasile e in Francia, e con l’autorizzazione del suo Padre Abate di Tournay. Cercava un mezzo stabile di rimanere fedele alle osservanze del suo Ordine, in procinto di cadere in desuetudine o di essere colpito da interdizioni. Attraverso varie peripezie, l’intrapresa è identica, e identico il risultato: i postulanti spontanei si moltiplicano attorno all’eremita, reclamando di vivere in comunità sotto la sua direzione. Così è cominciato Bédoin, nel mese di agosto 1970.
Ma attenzione. Se l’approccio iniziale è radicale, esso non è una rottura, non è un “ripartire da zero”. Al contrario, è il rifiuto della rottura devastatrice circostante rispetto al patrimonio naturale e soprannaturale che aveva ricevuto in eredità.
Come il giovane Gérard Calvet, il giovane Benedetto non era stato una specie di sessantottardo anarchico e autodidatta. Aveva compiuto dei buoni studi nelle grandi scuole di Roma come esse continuavano a esistere negli ultimi anni del secolo V. L’atmosfera, l’ideologia, i costumi erano pagani e dissoluti. Ma vi si poteva ancora incontrare la filosofia greca, il diritto romano, la letteratura latina, la tradizione di un’arte di parlare e di scrivere, come lo si constata nella redazione della Regola. Quando Benedetto abbandona questo mondo universitario e se ne va “scienter nescius et sapienter indoctus” [san Gregorio Magno, Libro II dei Dialoghi, prologo], non se ne va da ignorante, non se ne va da barbaro, ma sapienter e scienter alla ricerca di un sapere superiore e di una vita interamente rivolta a Dio. Sappiamo che egli non cessò di apprendere, ma si fermò in un primo momento in una buona parrocchia della piccola cittadina di Enfide, nella diocesi di Preneste, dove lavorava e s’istruiva sotto la direzione di un buon curato.
(Non sto dicendo nulla che non sia già conosciuto, ma v’insisto, poiché ricordando la prodigiosa avventura di san Benedetto, è in sostanza quella di Dom Gérard che racconto, e alcuni sanno bene che questo parallelo mi perseguita da molto tempo.)
Il suo desiderio di donarsi a Dio nella solitudine spinse Benedetto a lasciare Enfide e lo rimise in cammino fino a Subiaco, dove un vecchio monaco lo prese sotto la sua protezione, lo nascose in una grotta della montagna, dove gli portava nutrimento e insegnamento. Aveva allora circa trent’anni. Un insieme di pastori del circondario iniziò a venire a cercare presso di lui quella che diventerà la vita monastica benedettina.
Ugualmente Dom Gérard.
È stato istruito alla scuola di André Charlier, nella cultura classica e nel canto gregoriano, nell’arte di pensare e di scrivere; con Albert Gérard ha imparato a disegnare e a dipingere secondo il pensiero e l’esempio di Henri Charlier. Costui abitava dal 1920 a Le Mesnil-Saint Loup, parrocchia che era stata convertita da Padre Emmanuel, la cui tradizione e l’esempio sono rimasti presenti nell’anima di Dom Gérard: egli ha sempre fatto leggere in refettorio la pagina del giorno dell’anno liturgico di Padre Emmanuel; e fu inoltre un figlio di Padre Muard e di Dom Romain Banquet, tant’è che faceva venire qualche vecchio monaco da En Calcat per insegnare la vita benedettina alla sua giovane comunità. Come san Benedetto, è stato un erede.

Bédoin

Gli anni di Tournay furono quelli della vita nascosta del futuro fondatore, che nulla sembrava annunciare in questo artista. Henri Charlier gli diede da terminare i propri affreschi nell’oratorio del Padre Abate. Si cominciava tuttavia a conoscerlo per la sua accoglienza in foresteria, dove confortava gli ospiti di passaggio con una profonda comprensione delle grandezze e delle miserie del mondo. Ma è a Bédoin che egli è diventato ciò che i nostri occhi ciechi non erano ancora stati capaci di discernere in lui. E Bédoin non è stato che il primo passo della sua fondazione.
Bédoin non sarà mai dimenticato in seguito. Dom Louis-Marie l’ha notato: “Era Bédoin con il suo fascino indefinibile dei primi passi. Coloro i quali hanno conosciuto Bédoin agli inizi ne portano una certa nostalgia”. Il che fa pensare all’addio a Maslacq di André Charlier: “Vi era a Maslacq un fascino che tutti quanti vi sono passati hanno percepito […]. In verità questi luoghi ci sono entrati nell’anima e non ne possono più uscire. Ma l’attaccamento alle cose, così naturale al cuore dell’uomo e che è per lui una fonte inestinguibile di malinconia, deve oltrepassare le apparenze fuggitive per conservare nella sua purezza la sostanza di ciò che non passa”. Un giorno d’estate del così duro anno climaterico 1988, Dom Gérard mi scrisse dal Barroux una rapida frase su una cartolina, senza dubbio presa a caso, perché l’aveva fra le mani: sta di fatto che raffigurava la cappella di Bédoin, con stampata la didascalia “Ste-Madeleine, Bédoin, Vaucluse”. Dom Gérard vi mise in postilla: “Culla del nostro monastero. È terribile ingrandire!”.

Camerone

Non lontano da Bédoin s’incontra la città di Orange, con la sua caserma del 1° Reggimento straniero di cavalleria (1er REC) della Legione straniera. Il comandante di questa unità cercava in diocesi un sacerdote disponibile a celebrare una Messa per i legionari morti in combattimento. Non ne trovava nessuno. Coloro che egli avvicinava si rifiutavano per i motivi più diversi: un sacerdote non doveva compromettersi con degli uomini di guerra; d’altro canto, nulla provava che questi legionari fossero stati in maggioranza cattolici: non era onesto, senza averli democraticamente consultati, imporre loro una Messa per via d’autorità; infine il colonnello avrebbe dovuto comprendere l’ostacolo morale costituito dal fatto che la Legione era colpevole di avere partecipato a una guerra d’oppressione in Indocina e in Algeria. Questo spirito ecclesiastico aveva per origine principale la “pastorale” di molti vescovi, e non fra i minori, che aveva lungamente fuorviato il clero nell’“accompagnamento” delle condotte supposte umanitarie e pacifiste del partito comunista. Mentre stava per rinunciare, il colonnello fu incoraggiato a tentare la fortuna presso un sacerdote che guidava una piccola comunità a La Madeleine, vicino al villaggio di Bédoin. La Messa ebbe dunque luogo. Dom Gérard gratificò inoltre i legionari con un sermone fulminante di sette minuti – com’era suo costume – sulla vocazione militare. Conquistò tutti i cuori. Da allora fu invitato tutti gli anni, alla tribuna d’onore, per la celebrazione della battaglia di Camerone.

Il capitano Borella

“Lo scorso mese di luglio il nostro monastero ha ricevuto la visita del capitano Borella e dei suoi amici”, scriveva Dom Gérard nel 1975. Due mesi più tardi, Dominique Borella veniva ucciso in battaglia, a Beirut, dove combatteva nei ranghi dei falangisti cristiani.
A diciott’anni si era arruolato nell’esercito come volontario per l’Indocina. A Dien-Bien-Phu aveva ricevuto l’onoreficenza militare, il più giovane in Francia fra quanti ricevettero la medaglia.
“Poi – proseguiva Dom Gérard – si è guadagnato i suoi galloni, è diventato sottufficiale e ha lasciato l’Indocina nel 1956 con il corpo di spedizione dal coraggio leggendario, nei ranghi del quale si è coperto di gloria. Lo ritroviamo in piena guerra d’Algeria nel 2° Reggimento straniero di paracadutisti (2e REP). Non ha ancora 25 anni. Ascesa fulminante, dovuta allo straordinario stato di servizio che rivela un dono innato del comando… Entrato nell’Organisation de l’armée secrète (OAS) nei giorni tristi della politica d’abbandono, continuerà dopo l’indipendenza, in tutti i campi, la lotta contro il comunismo internazionale. Nel 1974 è capitano dell’Esercito repubblicano della Cambogia per 3.000 riel al mese (circa 75 franchi francesi [12 euro di oggi]). Si vede affidare il comando e soprattutto la formazione della prima brigata paracadutista cambogiana”.
A Dom Gérard che nel luglio 1975 gli chiede cosa farà adesso, egli risponde:
“Vado ad aiutare i villaggi cristiani del Libano, dove i sacerdoti fanno il coprifuoco con i giovani per difendere le loro chiese, le loro scuole e le loro case contro i terroristi fedayn. Parto sulle tracce dei crociati. Diceva questo – commenta Dom Gérard – con una voce calma e tranquilla, come se si trattasse della cosa più naturale al mondo. Ci sembrò felice e grave. Così pure un tempo dovevano essersene andati, senza tornare, i cavalieri della Terrasanta, con l’indulgenza plenaria e il disprezzo della morte”.
“La storia non erigerà alcuna stele a questo colono, partigiano di una guerra senza odio, che sapeva scorgere, come Lyautey, nell’avversario di oggi l’amico di domani. Senza dubbio, la notte che si è distesa sul suo corpo lo ruba per sempre alla nostra amicizia, e servirebbe un miracolo perché il suo ricordo fosse strappato all’oblio delle generazioni. Ma un’altra gloria veglia su di lui: i suoi fratelli d’armi venuti ad accoglierlo in una grande luce, che gli fanno segno di entrare nella Patria eterna, ed ecco santa Giovanna d’Arco tutta bardata sulla soglia del Paradiso, con lo stendardo in mano, gli sorride e lo saluta con la spada”.
Con la firma di “Benedictus”, questo articolo di Dom Gérard è comparso nel numero 199 della rivista Itinéraires (gennaio 1976).
Perché anche questo era Dom Gérard.
Quando parlava ai suoi postulanti, diceva loro che alla fedeltà del monaco “si collegano altre fedeltà, come una grande catena che risale fino a Dio: la fedeltà degli sposi, quella degli uomini d’armi e quella dei principi che ci governano”.

Il dono della parola e l’arte di scrivere

Artista, il capomastro del Barroux lo era anche per la sua arte di scrivere. L’esordio della sua storia di Maslacq – “Siamo arrivati quand’era scesa la notte, seguendo da Orthez a Maslacq un carro di muli che avanzava lentamente sotto una pioggia fine. Come mi batteva il cuore, entrando nel grande castello nero! Fortunatamente, il mio fratello maggiore era anch’egli là…” –, un tale inizio potrebbe avere il suo posto fra i più celebri della letteratura in prosa: “Era a Megara, sobborgo di Cartagine, nei giardini di Amilcare…” [Salambò, di Gustave Flaubert]; “A lungo, mi sono coricato di buonora…” [Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust].
Forse si riterrà vano fermare un istante il proprio sguardo sulle qualità letterarie del monaco che ha fondato Le Barroux. Ma trascurarle, non significherebbe disprezzare i doni di Dio? Dom Gérard li ha impiegati per confortare, illuminare, insegnare alle anime che soffrono, le anime che cercano, nell’abbandono e la preoccupazione in cui li hanno sprofondati le profonde mancanze dei corpi costituiti, delle istituzioni, delle élite ufficiali. La sua opera scritta è abbondante: diversi libri, in testa Demain la Chrétienté; ma anche numerosi articoli: la maggior parte non ancora riuniti in volume*, alcuni ripresi in opuscoli, puri monumenti di poesia e di grazia, di comprensione delle situazioni temporali e di speranza soprannaturale, come L’oraison du jour (1977), Lettre aux jeunes mamans de l’an qui vient (1982), Mères de famille ayez confiance (1986), Le chant des psaumes (1991). L’arte di scrivere porta la parola di Dom Gérard come per onde successive attorno al Barroux, presso i fedeli incerti o scoraggiati, disorientati per tante anomalie trionfanti nelle parrocchie, nelle scuole, nella vita pubblica. In mezzo alle oscurità, egli è stato come il Nostro Santo Padre Benedetto reso visibile per i nostri tempi. Per molti sacerdoti e laici egli lo è stato soprattutto nei trentasette anni di asfissia che vanno dall’interdetto della Messa tradizionale nel 1970 al suo progressivo ristabilimento nel suo pieno diritto, infine decretato nel 2007.
* [Dopo la pubblicazione di questo articolo, nel 2008, la quasi totalità degli scritti sparsi di Dom Gérard è stata raccolta nei seguenti tre volumi: Benedictus. Ecrits Spirituels.Tome I (2009), Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome II (2010), Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats (2011); si segnala altresì la pubblicazione in Italia, nel 2011, del libro di Dom Gérard La santa liturgia]

Parentesi

Una volta, quando stavamo cambiando di secolo, Dom Gérard mi ha chiesto un libro. Lo voleva pubblicare presso le edizioni Sainte-Madeleine, che sono le edizioni del Barroux. Ma non un libro qualunque. Me ne fissò il soggetto, e quale soggetto inatteso: la pietà filiale. Gli dissi che nei miei libri, nei miei articoli, parlavo della pietà filiale da cinquant’anni, e che non avevo altro da dire sul tema. Insistette, come se non avessi detto nulla, e senza rispondere ai miei argomenti. “Ma allora non potrei fare altro che ripetermi!” – “Certo che no”, egli così si opponeva, senza alcuna ulteriore spiegazione. Non ne vedevo la possibilità. Ma si trattava di Dom Gérard. Scrivere un libro su commissione di Dom Gérard, senza altra ragione, mi parve come un atto di obbedienza pienamente gratuito; non vi ero tenuto. Insomma, il libro si è costruito da solo. Dom Gérard, che peraltro ne portava la prima responsabilità, non mi aiutò con una sola parola, né mi precisò cosa insomma si attendesse, né formulò alcuna obiezione o critica quando fu terminato. Esso fu approvato dal suo committente, che lo pubblicò immediatamente e ne fece un elogio pubblico. Di questo episodio un po’ particolare, conservo nel cuore una gratificazione.

La preghiera della Chiesa

La vocazione benedettina è che “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” [RB XLIII,3], cioè che non si preferisca nulla alla preghiera della Chiesa, alla dottrina delle orazioni, al canto dei salmi, il tutto attorno al suo vertice, il santo sacrificio della Messa. Dom Gérard ne ha parlato in maniera ogni volta rinnovata. Nelle orazioni, “siamo illuminati su ciò che occorre domandare, come lo si deve chiedere, perché lo si deve chiedere”. Per i salmi, ciò che è anzitutto richiesto, è la fede: la fede nell’atto liturgico della recitazione. Non ci si pensa, eppure i salmi sono “la preghiera che il bambino Gesù ha appreso sulle ginocchia di sua Madre”; sono “cantare Dio con le parole di Dio”. La salmodia gregoriana “tocca l’anima nella sua sensibilità più profonda”, e “vi è una grande dolcezza nel pregare con le stesse parole e i medesimi accenti dei primi cristiani appena rinati nell’acqua battesimale”. Possiamo riaprire qualsiasi pagina del suo insegnamento. Ma c’è – c’è stato – ciò che non ritroveremo mai più.
Quando ci soffermavamo su tutte le cose conoscibili sulla terra e in cielo, e la campana annunciava Sesta entro cinque minuti, o i Vespri in un quarto d’ora, tutto s’interrompeva di colpo. Dom Gérard diceva con una dolcezza avvolgente, con un’intensa gioia contenuta: “Andiamo a pregare”. San Tommaso dice “Vacare Deo dulciter”. Si sentiva una grazia che cadeva dal cielo, come se si aprisse la porta del Paradiso. Tutto ciò che egli aveva potuto dire su qualsivoglia soggetto ne era come riassunto, trasfigurato. Un istante, e non esisteva più nient’altro. La sua anima diceva la sua ultima parola. Era l’ora attesa. Si marciava verso la presenza di Dio nella preghiera della Chiesa. Ritroveremo nei suoi scritti tutto quanto occorre averne appreso, averne capito, averne vissuto: ci ha lasciato il suo esempio vivente, il suo pensiero scritto. Ma non ascolteremo più su questa terra la voce di Dom Gérard che risponde alla campana dell’abbazia: “Andiamo a pregare”.

*   *   *

Dunque, Dom Gérard non ha innovato. Ha restaurato. Come san Benedetto: nel secolo V esisteva già una tradizione monastica, e da molto tempo una traduzione latina della Bibbia, trovandosi che la revisione predisposta da san Girolamo si concluse quando san Benedetto, all’età di circa sessant’anni, redige la sua Regola, fondazione di una nuova famiglia religiosa.
A sessant’anni Dom Gérard è al Barroux, ha fondato due monasteri, ben presto un terzo, ne ha redatto le costituzioni. Forse ne sorgerà, se Dio lo vuole, una nuova branca della famiglia benedettina.

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venerdì 30 agosto 2013

Jean Madiran (1920-2013) - In memoriam

[Il 31 luglio 2013 è morto il pensatore e scrittore cattolico francese Jean Madiran (1920-2013), al secolo Jean Arfel, oblato benedettino dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux con il nome di fr. Jean-Baptiste. In prossimità del trigesimo, trascriviamo di seguito la nostra traduzione dell’omelia pronunciata nel corso del funerale – svoltosi il 5 agosto 2013, presso la chiesa Notre-Dame des Armées, a Versailles – da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Abate del monastero di Le Barroux.]
 
Signori Sacerdoti,
Signori Canonici,
Cari Padri,
Carissima Michèle,
Cara famiglia Arfel,
 
San Bernardo diceva in un’omelia che gli occhi sono quanto di più eccellente vi sia nel corpo, malgrado la loro piccolezza. Diceva questo pensando alla visione beatifica. Avrebbe potuto dirlo anche vedendo gli occhi di Jean Madiran, perché egli aveva degli occhi eccezionali. Non solo in ragione del loro fascino, gioiosi e scoppiettanti – uno sguardo infantile –, ma anche per quel timore reverenziale che si provava davanti all’acutezza del suo sguardo. Jean Madiran era fatto per la luce, ma era anche un uomo che illuminava, senza compromessi.
Ben presto si è rivolto verso la luce. Giacché prima di diventare un maestro, come lo hanno salutato in numerosi omaggi – fra cui quelli di Philippe Maxence, Yves Chiron e molte altre decine –, Jean Madiran è stato un discepolo attento. Prima di Maurras, che per sette anni ha letto tutti i giorni, a partire dai suoi quindici anni, fino a quando ha incontrato il maestro di Martigues.
Poi fu la volta dell’altro maestro intellettuale che egli ebbe la grazia d’incontrare nella persona di Henri Charlier. Sarebbe meglio dire gli Charlier, la famiglia Charlier, attraverso la quale è giunta fino a lui la tradizione vivente di Péguy e del padre Emmanuel di Mesnil-Saint-Loup.
Madiran diceva: «È stato André Charlier a insegnarmi a leggere Chesterton, Claudel e Pascal. È lui che mi ha insegnato cos’è il gregoriano, che mi ha mostrato la Francia, che mi ha insegnato il silenzio. È lui che mi ha fatto comprendere quel che sapevo già ed è lui che mi ha disposto a quel che avrei dovuto comprendere più tardi. L’essenziale è l’educazione della libertà».
Se Jean Madiran ha saputo e potuto mettersi alla scuola di questi giganti, è perché lui stesso aveva del genio.
Glielo disse Maurras nella prefazione al suo libro sulla filosofia politica di san Tommaso d’Aquino. André Charlier diceva che solo Péguy si era spinto così avanti e con tale finezza nell’arte di leggere. Se Jean Madiran ha potuto appoggiarsi sulle spalle dei giganti, è perché con la sua intelligenza egli aveva ricevuto dalla sua educazione la pietà filiale, che dona alla conoscenza un’acutezza speciale, così che egli ha potuto interpretare fedelmente quanto aveva ricevuto, e a sua volta ha potuto aggiungere luce alla luce.
Per esempio, egli ha saputo – incoraggiato dallo stesso Maurras – sviluppare e innalzare il pensiero politico del suo maestro, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, e trasmettere la luce diventando professore di filosofia precisamente a Maslacq, dove strinse un’amicizia indefettibile con un tale Gérard Calvet, il quale da allievo – talora indisciplinato – diventò un amico, per poi diventare il suo padre spirituale.
Ma è soprattutto nella sua battaglia, che ha condotto con un genio eccezionale, che Jean Madiran è meglio conosciuto, il più amato e il più detestato, senza alcun dubbio. Una battaglia condotta in un’eclissi nella quale tutto il mondo è all’oscuro. Padre Calmel diceva che la grande opposizione fra la luce e le tenebre sarebbe presto finita, che si sarebbe entrati in un’epoca di nebbia nella quale non si sarebbe più stati capaci di distinguere il fratello dall’avversario. Ma Jean Madiran aveva buoni occhi.
Oggi possiamo ricordare tutti i fronti sui quali ha condotto la sua battaglia spirituale con delle armi intellettuali  e che lo hanno reso un maestro di dimensione internazionale. Nell’ambito politico egli ha eccelso nella battaglia contro il comunismo che esalava il suo profumo seduttore fino al cuore della Chiesa. È lui che ha predisposto la più fedele traduzione dell’enciclica di Pio XI, Divini Redemptoris, e che ha pubblicato il capolavoro La vieillesse du monde.
Nell’ambito dell’impegno cristiano e politico, ha accompagnato l’avventura della Cité catholique, partecipando attivamente e intervenendo al primo Congresso di Losanna, denunciando in alcuni scritti – come La laïcité dans l’Église – la sfiducia nei confronti della nostra azione cattolica.
All’indomani del Concilio, Jean Madiran ha combattuto contro la cattiva gestione che s’installava a vari livelli nella Chiesa universale, e in particolar modo nella porzione che risiede in Francia.
Chi non ricorda questa costanza, fino alla sua morte, contro la smobilitazione dei cattolici in materia d’impegno politico, o contro alcuni erronei impegni.
In materia religiosa, Jean Madiran ha applicato quel che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 907, ove è detto: «In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli laici] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona».
Si oppose, in tema di catechesi, ai teorici del pedagogismo poco rispettoso della tradizione. Per convincersene, sarà sufficiente rileggere nei suoi Éditoriaux et Chroniques, quei testi ardenti d’indignazione, che riguardano la distruzione del catechismo. Colmò il vuoto creato dai distruttori ripubblicando successivamente il Catechismo di san Pio X, maggiore e minore, e il Catechismo del Concilio di Trento, che per molti fra noi, nel mezzo della tempesta, si mostreranno dei fari indicanti la giusta direzione verso il Cielo.
Ancora recentemente, nel 2005, dopo il raddrizzamento impostato da Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI con il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo compendio, Jean Madiran non dimenticava di tracciare un bilancio dello tsunami devastatore.
Nell’ordine della liturgia, ha protestato contro le traduzioni erronee – in particolare della Scrittura – e si è innalzato contro la brutalità con la quale fu interdetta, di fatto, la celebrazione di quella che ora si chiama la forma extraordinaria del rito romano. Trentasette anni di battaglia, ricompensati dal motu proprio Summorum pontificum, che è stato uno degli atti salienti del pontificato di Benedetto XVI, poiché ha abbattuto il muro di Berlino contro la tradizione vivente e trasmessa.
Ha seguito con attenzione lo sviluppo del Concilio Vaticano II, pubblicando in particolare su Itinéraires i resoconti di Mons. Marcel Lefebvre – altro grande amico, fino al 1988 –, allora superiore generale dei Padri dello Spirito Santo.
Intratterrà in seguito con padre Congar una corrispondenza sull’intimo rapporto fra il Concilio e la crisi che è seguita nella Chiesa.
Sin dal 1966, ahimé, l’episcopato francese si puntò contro la rivista Itinéraires. Si trattò di una grande sofferenza per il nostro caro fratello Jean Madiran, degno figlio della Chiesa. Sappiamo che rimase fino alla fine reticente nei confronti del Concilio Vaticano II, malgrado tutto quel che hanno potuto dire sul suo carattere vincolante i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dobbiamo però notare che lo stesso Benedetto XVI ne ha sottolineato qualche limite; non mi dilungo oltre.
Cosa incredibile, con mezzi estremamente limitati, Jean Madiran ha osato lanciare assieme a qualche amico, nel 1982, il quotidiano Présent – di cui ne dirigerà la pubblicazione –, senza il sostegno di alcuna pubblicità. Vi scriverà fino ai suoi ultimi giorni contro l’inondazione dell’immoralità, del laicismo aggressivo, dell’empietà, del liberalismo, del relativismo massonico o del marxismo militante, distruttori della civiltà cristiana in tutti i suoi aspetti.
Non ci compete di tratteggiare qui quelle che furono le sue battaglie politiche a fianco dei suoi compagni d’armi; costoro – come per esempio Bernard Antony – lo faranno meglio di noi.
Si disconoscerebbe però Jean Madiran se si vedesse in lui solo un combattente duro e puro. Certo, non ha sempre avuto la reverenza dovuta ai pastori. Glielo si perdonerà. Dom Gérard sottolineava che il suo grande amico aveva dato dei magnifici colpi di spada, senza odio, ma con un piacere non dissimulato. Alcuni dei suoi amici lo hanno messo in guardia contro il rischio di confondere il vizio e il fratello, la ruggine e il vaso. Ma egli era capace di comprendere. Era capace di perdonare, malgrado il suo temperamento focoso. Perché se Jean Madiran era un uomo fatto per la luce, era anche un uomo fatto per il fuoco.
Un fratello mi ha raccontato una scena  che lo ha sconvolto: Jean Madiran che abbracciava in pubblico un uomo che gli aveva fatto la peggiore delle ingiustizie nella vita personale.
E noi, i monaci di Le Barroux e di Sainte-Marie de La Garde, e i cappellani di Notre-Dame des Armées, possiamo testimoniare della profondità della sua vita spirituale. Jean Madiran era capace di un profondo raccoglimento. Era un contemplativo. Lo rivedo ancora assistere agli uffici con uno zelo sereno, passare silenziosamente nel chiostro, con la testa leggermente chinata, secondo il dodicesimo grado d’umiltà della Regola di san Benedetto.
Jean Madiran ha così imitato la grande santa di Francia, santa Giovanna d’Arco, la cui grazia particolare fu quella di unire profondamente la vita mistica e la vita pubblica. È il primato della grazia.
Concludo citando il nostro fratello oblato, poiché Jean Madiran aveva preso lo scapolare sotto il patrocinio di san Giovanni Battista, colui che grida nel deserto. Jean Madiran diceva: «L’autentica azione è figlia della preghiera, e coloro i quali non agiscono abbastanza, è perché non pregano abbastanza, e non perché pregano troppo. È nella vita di preghiera che ciascuno trova la forza e la volontà di un’azione a misura delle sue attitudini. Questo è vero di ogni azione; l’azione politica non fa eccezione».
Preghiamo durante questa santa Messa – secondo la forma extraordinaria che Jean Madiran amava, non per ragioni affettive, ma per ragioni teologiche – affinché il nostro fratello possa contemplare con i suoi occhi il volto di Dio, e affinché ciò che ha seminato possa portare molto frutto.
Amen.

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