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mercoledì 23 maggio 2018

In un mondo di fuggitivi, chi va nella direzione opposta, sembra un disertore

[Dal 19 al 21 maggio 2018 si è svolto in Francia il 36° Pellegrinaggio di Pentecoste, che ha visto la partecipazione di oltre 12.000 pellegrini, i quali si sono recati a piedi dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi alla cattedrale Notre-Dame di Chartres, e che si è concluso il Lunedì di Pentecoste con una Messa solenne nella forma extraordinaria del Rito romano, celebrata da S.E. il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Riproduciamo di seguito la traduzione dell’omelia pronunciata dal card. Sarah a Chartres, il 21 maggio 2018 (trad. it. di sr. Bertilla Obl.S.B, dedicata a C. e L.)]

Cari pellegrini di Chartres,
«La luce è venuta nel mondo», ci ha detto Gesù nel Vangelo di oggi, «e gli uomini hanno preferito le tenebre». E voi, cari pellegrini, avete accolto l’unica luce che non inganna, quella di Dio? Voi avete marciato per tre giorni, avete pregato, cantato, sofferto sotto il sole e sotto la pioggia: avete accolto la luce nel vostro cuore? Avete realmente rinunciato alle tenebre? Avete scelto di percorrere la strada seguendo Gesù, che è la luce del mondo?
Cari amici, permettetemi di porvi questa domanda radicale, perché se Dio non è la nostra Luce, tutto il resto diventa inutile. Senza Dio, tutto è tenebre. Dio è venuto a noi, si è fatto uomo. Ci ha rivelato l’unica verità che salva, è morto per riscattarci dal peccato. E alla Pentecoste ci ha donato lo Spirito Santo, ci ha offerto la luce della fede... ma noi preferiamo le tenebre!
Guardiamoci attorno! La società occidentale ha deciso di organizzarsi senza Dio. Eccola adesso consegnata alle luci appariscenti e fuorvianti della società dei consumi, del profitto a tutti i costi, dell’individualismo forsennato. 
Un mondo senza Dio è un mondo di tenebre, di menzogna e di egoismo!
Senza la luce di Dio, , la società occidentale è diventata come un battello ebbro nella notte! Non ha più abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli in grembo alle loro madri, proteggerli dall’aggressione della pornografia.
Privata della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare verso la morte i malati, fare posto ai più poveri e ai più deboli. È consegnata alle tenebre della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha nient’altro da offrire che il vuoto e il nulla.
Lascia proliferare le ideologie più folli. Una società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più virulento e più distruttore del terrorismo degli islamisti. Ricordate che Gesù ci ha detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28).
Cari amici, perdonatemi questa descrizione, ma bisogna essere lucidi e realisti. Se vi parlo così è perché nel mio cuore di prete e di pastore provo compassione per tante anime smarrite, perse, tristi, inquiete e sole.
Chi le condurrà alla luce? Chi mostrerà loro il cammino della verità, il solo vero cammino di libertà, che è quello della Croce? Li consegneremo senza fare nulla all’errore, al nichilismo disperato, all’islamismo aggressivo?
Dobbiamo gridare al mondo che la nostra speranza ha un nome: Gesù Cristo, unico salvatore del mondo e dell’umanità!
Cari pellegrini di Francia, guardate questa cattedrale! I vostri antenati l’hanno costruita per proclamare la propria fede! Tutto, nella sua architettura, nella struttura, le sue vetrate, dichiara la gioia di essere salvati e amati da Dio. I vostri antenati non erano perfetti, non erano senza peccato, ma volevano lasciare che la luce della fede illuminasse le loro tenebre.
Anche oggi, tu popolo di Francia, svegliati, scegli la Luce, rinuncia alle tenebre!
Come fare? Ci risponde il Vangelo: «colui che agisce secondo la Verità giunge alla Luce». Lasciamo che la luce dello Spirito Santo illumini le nostre vite concretamente, semplicemente e fino alle parti più intime del nostro essere più profondo. Agire secondo la verità è prima di tutto mettere Dio al centro delle nostre vite, come la Croce è il centro di questa cattedrale.
Fratelli, scegliamo di volgerci a Lui ogni giorno!
Assumiamo in questo istante l’impegno di prendere ogni giorno qualche minuto di silenzio per rivolgerci a Dio e dirGli: «Signore, regna in me! Ti offro tutta la mia vita».
Cari pellegrini, senza silenzio non c’è luce. Le tenebre si nutrono del rumore incessante di questo mondo, che ci impedisce di rivolgerci a Dio. Prendiamo come esempio la liturgia della Messa di oggi. Essa ci porta all’adorazione, al timore filiale e amorevole davanti alla grandezza di Dio. Essa culmina nella consacrazione, ove tutti insieme rivolti all’altare, gli sguardi diretti all’ostia, verso la croce, ci comunichiamo in silenzio, nel raccoglimento e nell’adorazione.
Fratelli, amiamo quelle liturgie che ci fanno gustare la presenza silenziosa e trascendente di Dio, e ci rivolgono al Signore.
Cari fratelli sacerdoti, ora mi rivolgo a voi in particolare.
Il santo sacrificio della Messa è il luogo in cui voi troverete la luce per il vostro ministero. Il mondo che noi viviamo ci sollecita senza pausa. Siamo costantemente in movimento. È grande il pericolo di scambiarci per degli “operatori sociali”. Non porteremmo più al mondo la Luce di Dio, ma la nostra luce personale, che non è quella che attendono gli uomini. Ciò che il mondo attende dal sacerdote è Dio e la Luce della sua Parola proclamata senza ambiguità né falsificazioni.
Dobbiamo saperci volgere verso Dio, in una celebrazione liturgica raccolta, piena di rispetto, di silenzio e impressa di sacralità. Non inventiamo nulla nella liturgia, riceviamo tutto da Dio e dalla Chiesa. Non cerchiamo lo spettacolo o il successo.
La liturgia ce lo insegna: essere preti non è prima di tutto fare molto.
È essere con il Signore sulla Croce! La liturgia è il luogo in cui l’uomo incontra Dio faccia a faccia. È il momento più sublime in cui Dio ci insegna a «riprodurre in noi l’immagine di suo figlio Gesù Cristo affinché egli sia il primo di una moltitudine di fratelli» (Rm 8,29). Essa non è, non deve essere, un’occasione di lacerazione, di lotta e di disputa.
Nella forma ordinaria del rito romano come nella forma extraordinaria, l’essenziale è di volgerci verso la croce, verso Cristo, nostro Oriente, nostro tutto, nostro unico orizzonte. Sia nella forma ordinaria sia in quella extraordinaria, sappiamo sempre celebrare, come oggi, secondo quello che insegna il Concilio Vaticano II, con una nobile semplicità, senza sovraccarico inutile, senza estetica fittizia e teatrale, ma con il senso del sacro, la preoccupazione principale della gloria di Dio e con un vero spirito di figli della Chiesa di oggi e di sempre!
Cari fratelli sacerdoti, conservate sempre questa certezza: essere con Cristo sulla Croce, è proprio questo che il celibato sacerdotale proclama al mondo!
Il progetto, riproposto da alcuni di separare il celibato dal sacerdozio, conferendo il sacramento dell’ordine a degli uomini sposati, i viri probati, per – dicono – «delle ragioni o delle necessità pastorali», avrà in realtà la grave conseguenza di rompere definitivamente con la Tradizione apostolica.
Fabbricheremmo un sacerdozio a nostra misura umana, ma senza perpetuare, senza prolungare il sacerdozio di Cristo, obbediente, povero e casto. Perché in realtà il sacerdote non è solamente un «alter Christus», un altro Cristo, ma è veramente ipse Christus, il Cristo stesso! Ed è perciò che, come Cristo e come la Chiesa, il sacerdote sarà sempre un segno di contraddizione!
E voi, cari cristiani, laici impegnati nella vita civile, voglio dire con forza: «non abbiate paura! Non abbiate paura di portare a questo mondo la Luce di Cristo». La vostra prima testimonianza dev’essere il vostro esempio: agite secondo la Verità! Nella vostra famiglia, la vostra professione, le vostre relazioni sociali, economiche, politiche, Cristo sia la vostra Luce! Non abbiate paura di testimoniare che la vostra gioia viene da Cristo!
Vi prego: non nascondete la fonte della vostra speranza! Al contrario, proclamate! Testimoniate! Evangelizzate! La Chiesa ha bisogno di voi! «Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà!» [1]. Con Cristo, liberate la libertà oggi incatenata da falsi diritti umani, tutti orientati verso l’autodistruzione dell’uomo.
A voi cari genitori, voglio indirizzare un messaggio del tutto particolare. Essere padre e madre di famiglia, nel mondo di oggi, è un’avventura difficile, piena di sofferenze, di ostacoli e di preoccupazioni. La Chiesa vi ringrazia! Sì, grazie per il dono generoso di voi stessi! Abbiate il coraggio di allevare i vostri figli alla Luce di Cristo. Talvolta dovrete lottare contro il vento dominante, sopportare il disprezzo e la derisione del mondo. Ma non siamo qui per piacere al mondo! «Noi proclamiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i pagani» (1 Cor 1,23-24).
Non abbiate paura! non rinunciate! La Chiesa, per mezzo dei Papi, e in particolare dall’enciclica Humanae vitae, vi affida una missione profetica: testimoniate davanti a tutti la vostra fiducia gioiosa in Dio, che ci ha fatto custodi intelligenti dell’ordine naturale. Voi annunciate ciò che Gesù ci ha rivelato con la sua vita: «La libertà si realizza nell’amore, cioè nel dono di sé» [2].
Cari padri e madri di famiglia, la Chiesa vi ama! Amate la Chiesa! È vostra Madre.
Mi rivolgo infine a voi, i più giovani, che siete così numerosi!
Vi prego di ascoltare prima di tutto un «anziano» che è più autorevole di me. Si tratta dell’evangelista san Giovanni. Aldilà dell’esempio della sua vita, san Giovanni ha anche lasciato un messaggio scritto ai giovani. Nella sua Prima Lettera, leggiamo queste parole commoventi di un vecchio ai giovani delle Chiese che aveva fondato. Ascoltate la sua voce piena di vigore, di saggezza e di calore: «Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il Maligno. Non amate né il mondo, né le cose del mondo!» (1 Gv, 2, 14-15) [3].
Il mondo che non dobbiamo amare, commenta il padre Raniero Cantalamessa nella sua omelia del Venerdì santo 2018, e al quale non dobbiamo conformarci, non è – lo sappiamo bene – il mondo creato e amato da Dio, non sono le persone del mondo, verso le quali, al contrario, dobbiamo sempre tendere, soprattutto i poveri e i più deboli, per amarli e servirli umilmente...
No! Il mondo da non amare è un altro. È il mondo quale è divenuto sotto la dominazione di Satana e del peccato. È il mondo delle ideologie che negano la natura umana e distruggono le famiglie... È il mondo delle strutture dell’ONU che impongono imperativamente una nuova etica mondiale, giocano un ruolo decisivo e sono diventate ormai un potere travolgente, che si diffonde per via delle onde radio attraverso le possibilità illimitate della tecnologia. Nei Paesi occidentali oggi è un crimine rifiutare di sottomettersi a queste orribili ideologie. È ciò che chiamiamo l’adattamento allo spirito dei tempi, il conformismo. Un grande scrittore credente inglese del secolo scorso, T.S. Eliot, ha scritto tre versi che dicevano più di interi libri: «In un mondo di fuggitivi, chi va nella direzione opposta, sembra un disertore».
Cari giovani, se è permesso a un «anziano» come era san Giovanni d’indirizzarsi direttamente a voi, anch’io vi esorto e vi dico: voi avete vinto il Maligno! Combattete tutte le leggi contro natura che vorranno imporvi, opponetevi a tutte le leggi contro la vita e contro la famiglia, siate tra coloro che prendono la direzione opposta! Osate andare controcorrente! Per noi cristiani, la direzione opposta non è un luogo, è una Persona, è Gesù Cristo, nostro Amico e Redentore.
Un compito è particolarmente affidato a voi giovani: salvare l’amore umano dalla deriva tragica nella quale è precipitato; l’amore che non è più il dono di sé, ma solamente il possesso dell’altro, un possesso spesso violento e tirannico. Sulla Croce, Dio si è fatto uomo e ci ha rivelato che Lui è «agapè», cioè l’Amore che si dona fino alla morte [4]. Amare veramente, è morire per l’altro, come quel giovane poliziotto: il colonnello Arnaud Beltrame. 
Cari giovani. Voi provate spesso, senza dubbio, nella vostra anima, la lotta tra le tenebre e la Luce, voi siete talora sedotti dai piaceri facili del mondo. Dal profondo del mio cuore di sacerdote vi dico: non esitate! Dio vi darà tutto! Seguendolo per essere santi, non perderete nulla! Guadagnerete la sola gioia che non delude mai! Cari giovani, se oggi Cristo vi chiama a seguirlo come sacerdoti, come religiosi o religiose, non esitate! Ditegli «fiat», un sì entusiasta e senza condizioni! Dio vuole avere bisogno di voi, che grazia! Che gioia!
L’Occidente è stato evangelizzato dai santi e dai martiri. Voi, giovani di oggi, sarete i santi e i martiri che le nazioni attendono per una nuova evangelizzazione! Le vostre patrie hanno sete di Cristo! Non deludetele! La Chiesa ha fiducia in voi! Prego perché molti tra voi rispondano, oggi, durante questa Messa, alla chiamata di Dio a seguirlo, a lasciare tutto per Lui, per la sua Luce. Cari giovani, non abbiate paura, Dio è il colo amico che non vi deluderà mai!
Quando Dio chiama, è radicale. Ciò significa che va fino in fondo, fino alla radice. Cari amici, non siamo chiamati a essere cristiani mediocri! No, Dio ci chiama integralmente, fino al dono totale, fino al martirio del corpo o del cuore!
Caro popolo di Francia, sono i monasteri ad avere fatto la civilizzazione del tuo Paese! Sono le persone, uomini e donne, che hanno accettato di seguire Gesù fino alla fine, radicalmente, che hanno costruito l’Europa cristiana. Avendo cercato Dio solo, hanno costruito una civilizzazione bella e pacifica, come questa cattedrale.
Popolo di Francia, popoli occidentali, voi non troverete la pace e la gioia se non cercando Dio solo! Ritornate alle vostre radici! Ritornate alla fonte! Ritornate ai monasteri! Sì, tutti voi, osate andare a passare qualche giorno in un monastero! In questo mondo di tumulto, di bruttezza, di tristezza, i monasteri sono delle oasi di bellezza e di gioia. Lì sperimenterete che è possibile mettere concretamente Dio al centro di tutta la propria vita, sperimenterete la sola gioia che non passa!
Cari pellegrini, rinunciamo alle tenebre. Scegliamo la Luce! Chiediamo alla Santissima vergine Maria di saper dire «fiat», sì, pienamente come ha fatto lei, di saper accogliere la luce dello Spirito Santo, come lei. In questo giorno in cui, grazie alla sollecitudine del Santo Padre Francesco, noi festeggiamo Maria Madre della Chiesa, chiediamo a questa madre santissima di avere un cuore come il suo, un cuore che non nega nulla a Dio, un cuore che brucia d’amore per la gloria di Dio, ardente nell’annunciare agli uomini la Buona Novella, un cuore generoso, un cuore grande come il cuore di Maria, a dimensione della Chiesa, a dimensione del cuore di Gesù. Amen!

[1] San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 85.
[2] San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 87.
[3] San Giacomo aggiunge: «Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4,4). Il mondo occidentale è un’illustrazione incontestabile di ciò che afferma san Giacomo.
[4] Omelia di padre Raniero Cantalamessa del Venerdì santo 2018, Basilica di San Pietro a Roma.

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giovedì 13 aprile 2017

Summorum Pontificum: la fonte del futuro

Dal 29 marzo al 1° aprile 2017 si è svolto a Herzogenrath – nella regione urbana di Aquisgrana, in Germania – il simposio Quelle der Zukunft («La fonte del futuro»), nel decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, che contiene le indicazioni giuridiche e liturgiche per la celebrazione della messa in latino, celebrata secondo il Messale Romano promulgato da san Pio V. Il simposio è stato organizzato dall’Associazione Una Voce-Germania, dal Circolo cattolico di sacerdoti e laici delle Archidiocesi di Amburgo e Colonia, dall’Associazione Cardinal Newman, e dalla Rete di sacerdoti della parrocchia cattolica di Santa Gertrude a Herzogenrath. Per sopraggiunti impegni, S. Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non ha potuto intervenire di persona, ma, con i ringraziamenti agli organizzatori, ha inviato un’ampia relazione introduttiva, di prossima pubblicazione sulla rivista Studi cattolici (n. 674, aprile 2017, pp. 244-249). Con il permesso della direzione della rivista Studi cattolici, che ringraziamo, siamo lieti di offrire qui di seguito, in anteprima per i lettori di Romualdica, il testo integrale della relazione del card. Sarah (il titolo e i sottotitoli sono redazionali).

Restaurare la liturgia

Quello che, dall’inizio del XX secolo, viene chiamato «movimento liturgico» è scaturito dalla volontà del papa san Pio X, espressa nel Motu proprio «Tra le sollecitudini» (1903), di restaurare la liturgia per renderne più accessibili i tesori, facendola quindi tornare a essere fonte di vita autenticamente cristiana. Da qui la definizione della liturgia come «culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa» espressa nella Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium del Vaticano II (cfr n. 10).
Non ripeteremo mai abbastanza che la Liturgia come fonte e culmine della Chiesa trova il suo fondamento in Cristo stesso. Infatti, nostro Signore Gesù Cristo è Sommo ed Eterno Sacerdote della Nuova ed eterna Alleanza, dal momento che si è offerto in sacrificio, e «con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10, 14). Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, «questo mistero di Cristo la Chiesa annuncia e celebra nella sua liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo» (n. 1068). È nel contesto del «movimento liturgico», del quale uno dei più bei frutti è la Costituzione Sacrosanctum Concilium, che conviene considerare il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, del quale siamo lieti di celebrare quest’anno, con grande gioia e riconoscenza, il decimo anniversario della sua promulgazione. Possiamo dunque affermare che il «movimento liturgico», avviato da san Pio X non si è mai interrotto, e continua ancora oggi per l’impulso conferitogli da papa Benedetto XVI. A questo proposito, possiamo ricordare la particolare cura e l’attenzione personale, di cui egli dava prova nel celebrare la sacra Liturgia da Papa, nonché i frequenti riferimenti nei suoi discorsi alla centralità della liturgia nella vita della Chiesa e, infine, i suoi due documenti magisteriali: Sacramentum Caritatis e Summorum Pontificum. In altre parole, il cosiddetto «aggiornamento liturgico» è in qualche modo completato dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Di che cosa si tratta? Il Papa emerito ha stabilito la distinzione tra due forme dello stesso rito romano: una forma chiamata «ordinaria» con i testi Liturgici del Messale Romano rivisto seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, e una forma «straordinaria», che corrisponde alla liturgia in vigore prima dell’«aggiornamento» liturgico. Così ora, nel rito romano o latino, sono in vigore due Messali: quello del Beato papa Paolo VI, la cui terza edizione è del 2002, e quello di san Pio V, la cui ultima edizione, promulgata da San Giovanni XXIII, è del 1962.

Per un reciproco arricchimento delle due forme

Nella lettera ai vescovi che accompagna il Motu Proprio, papa Benedetto XVI ha dichiarato che la sua decisione di far coesistere entrambi i messali non aveva solo lo scopo di soddisfare il desiderio di alcuni gruppi di fedeli, legati alle forme liturgiche prima del Vaticano II, ma anche per permettere un arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non solo la convivenza pacifica, ma anche l’opportunità di sviluppo, evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano. Ha scritto chiaramente che «le due forme dell’uso del rito romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso». È dunque in questi termini che il Papa emerito manifestava il suo desiderio di rilanciare il «movimento liturgico». Nelle parrocchie dove è stato applicato il Motu Proprio, i sacerdoti testimoniano un aumento di fervore sia tra i fedeli sia tra i sacerdoti. Si è anche notata una ripercussione e un’evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria, in particolare la riscoperta di atteggiamenti di adorazione verso il Santissimo Sacramento: stare in ginocchio, genuflessione... e anche un più grande raccoglimento caratterizzato dal sacro silenzio che deve segnare i momenti salienti del Santo Sacrificio della Messa, per consentire a sacerdoti e fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato. È anche vero che bisogna fortemente incoraggiare e fare opera di formazione liturgica e spirituale. Analogamente, bisognerà pro- muovere una pedagogia perfettamente adatta a superare un certo «rubricismo» troppo formale, spiegando i riti del Messale tridentino a coloro che ancora non lo conoscono o lo conoscono in modo parziale, o a volte... di parte. Per questo, è urgente e opportuno predisporre un messale bilingue latino-volgare per una piena, consapevole e intima partecipazione dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche. È anche molto importante sottolineare la continuità tra i due messali con catechesi liturgiche appropriate... Molti sacerdoti testimoniano che si tratta di un compito stimolante, perché sono coscienti di lavorare al rinnovamento liturgico, portando la propria pietra al «movimento liturgico», cioè, in realtà, al rinnovamento spirituale e mistico, e dunque missionario, voluto dal Concilio Vaticano II, e al quale ci invita con vigore papa Francesco.
La liturgia deve sempre essere riformata per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per lo più, questa «riforma», che ha sostituito il vero «restauro» voluto dal Concilio Vaticano II, è stato realizzato con uno spirito superficiale e sulla base di un unico criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio visto come totalmente negativo e obsoleto per scavare un abisso tra un prima e un dopo il Concilio. Invece, basta prendere la Costituzione sulla Sacra Liturgia e leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero scopo del Vaticano II non era di avviare una riforma che potesse diventare occasione di rottura con la Tradizione, bensì, di ritrovare e confermare la Tradizione nel significato più profondo.
In realtà, la cosiddetta «riforma della riforma», che dovrebbe forse essere chiamata più esattamente «reciproco arricchimento dei riti» per usare un’espressione del Magistero di Benedetto XVI, è una necessità prima di tutto spirituale. Essa riguarda evidentemente le due forme del rito romano. La cura particolare da prestare alla liturgia, l’urgenza di tenerla in grande considerazione e di lavorare alla sua bellezza, alla sua sacralità e al mantenimento di un giusto equilibro tra fedeltà alla Tradizione e legittima evoluzione, e dunque rigettando assolutamente e radicalmente ogni ermeneutica di discontinuità e di rottura: questi sono il cuore e gli elementi essenziali di qualsiasi autentica liturgia cristiana. Il cardinal Joseph Ratzinger ha instancabilmente ripetuto che la crisi che scuote la Chiesa, da una cinquantina d’anni, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, è legata alla crisi della liturgia, e quindi alla mancanza di rispetto, alla desacralizzazione e all’orizzontalismo degli elementi essenziali del culto divino. «Sono convinto», ha scritto, «che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» [1]. Certamente il Vaticano II ha voluto promuovere una maggiore partecipazione attiva del popolo di Dio e far progredire giorno per giorno la vita cristiana dei fedeli (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 1). Certamente belle iniziative sono state promosse in quella direzione. Eppure non possiamo chiudere gli occhi di fronte al disastro, alla devastazione e allo scisma che i moderni sostenitori di una liturgia viva hanno causato, tanto da rimodellare la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Hanno dimenticato che l’atto liturgico non è solo una preghiera, ma anche e soprattutto un mistero in cui si realizza per noi qualcosa che non possiamo comprendere completamente, e che dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell’amore, nell’obbedienza e nel silenzio adorante. Questo è il vero significato della partecipazione attiva dei fedeli. Non si tratta soltanto di un’attività esteriore, di una ridistribuzione di ruoli o funzioni nella liturgia, bensì di una ricettività intensamente attiva: la ricezione è in Cristo e con Cristo, l’umile offerta di sé nella preghiera silenziosa, e un atteggiamento pienamente contemplativo. La grave crisi di fede, non solo tra i fedeli, ma anche e soprattutto tra molti sacerdoti e vescovi, ci ha resi incapaci di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come l’identico atto, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, rendendo presente il Sacrificio della Croce in modo incruento, ovunque nella Chiesa, nei vari tempi, luoghi, popoli e nazioni.
Spesso assistiamo alla tendenza sacrilega di ridurre la santa Messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a un’autocelebrazione della comunità o, peggio ancora, a un intrattenimento mostruoso contro l’angoscia di una vita che non ha più alcun significato o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo rivela e costringe a guardare con verità la bruttezza della nostra interiorità. Ma la Santa Messa non è un intrattenimento. Essa è il sacrificio vivente di Cristo, morto sulla croce per liberarci dal peccato e dalla morte per rivelarci l’amore e la gloria di Dio Padre. Molti ignorano che il fine di ogni celebrazione è la gloria e l’adorazione di Dio, la salvezza e la santificazione degli uomini, dal momento che, nella liturgia, «viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati» (Sacrosanctum Concilium, n. 7). Questo insegnamento del Concilio è ignorato dalla maggioranza dei fedeli, sacerdoti e vescovi compresi. Così come si ignora che i veri adoratori di Dio non sono coloro che, secondo le loro idee e la loro creatività, riformano la liturgia per farne qualcosa che piaccia al mondo, ma coloro che con il Vangelo, riformano in profondità il mondo, per consentirgli l’accesso a una liturgia che riflette la liturgia celebrata da tutta l’eternità nella Gerusalemme celeste. Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI, alla radice della liturgia si trova l’adorazione, e quindi Dio. Quindi deve essere riconosciuto che la crisi grave e profonda che, dopo il Concilio, colpisce e continua a influenzare la liturgia e la Chiesa stessa è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e il suo culto, ma gli uomini e la loro presunta capacità di «fare» qualcosa durante le celebrazioni eucaristiche. Anche oggi, un numero significativo di ecclesiastici sottovalutano la grave crisi che sta attraversando la Chiesa: relativismo nell’insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, dissacrazione e banalizzazione della sacra liturgia, visione meramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano a gran voce che il Vaticano II ha suscitato una vera e propria primavera della Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di ecclesiastici stanno considerando questa «primavera» come un rigetto, una rinuncia al suo retaggio plurisecolare, o addirittura come una sfida radicale al suo passato e alla sua Tradizione. Si rimprovera all’Europa politica di abbandonare o negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad aver abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano è senza dubbio la Chiesa cattolica post-conciliare. Alcune Conferenze episcopali addirittura si rifiutano di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni sostengono che ogni Chiesa locale può tradurre il Messale romano non secondo la sacra eredità della Chiesa, seguendo il metodo e i princìpi stabiliti dalla Liturgiam authenticam (la Quinta Istruzione per la retta Applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, emanata dalla Congregazione per il Culto divino nel 2001), ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali che, si dice, possono essere comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo vuole essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Perfino il Vangelo e la Rivelazione sono «reinterpretati», «contestualizzati» e adattati alla cultura occidentale decadente. Nel 1968, il vescovo di Metz, in Francia, ha scritto nel suo Bollettino diocesano un’enormità spaventosa, quasi la volontà e l’espressione di una rottura completa con il passato della Chiesa. Secondo questo vescovo, dobbiamo oggi ripensare la concezione stessa di salvezza apportata da Gesù Cristo, poiché la Chiesa apostolica e le comunità cristiane dei primi secoli non avevano capito nulla del Vangelo. È soltanto a partire dalla nostra epoca che abbiamo compreso il disegno di salvezza apportato da Gesù. Ecco l’affermazione audace e sorprendente del vescovo di Metz: «La trasformazione del mondo (cambiamento di civiltà) insegna e richiede un cambiamento nella concezione della salvezza portata da Gesù Cristo; questa trasformazione rivela che il pensiero della Chiesa sul disegno di Dio era, prima di questo cambiamento, non sufficientemente evangelica... Non c’è epoca in grado di comprendere l’ideale evangelico della vita fraterna quanto la nostra» [2]. Con una tale visione, non sono sorprendenti la devastazione, la distruzione e le guerre che seguirono e che persistono tuttora a livello liturgico, dottrinale e morale, perché si pretende che nessun’epoca quanto la nostra sia in grado di capire «l’ideale evangelico».
Molti si rifiutano di vedere l’opera di auto-distruzione della Chiesa con la demolizione pianificata delle sue basi dottrinali, liturgiche, morali e pastorali. Mentre le voci di chierici di alto rango si moltiplicano, affermando ostinatamente i loro manifesti errori dottrinali, morali e liturgici, anche se cento volte condannati, e lavorano alla demolizione della poca fede rimasta nel popolo di Dio, mentre la barca della Chiesa naviga nel mare tempestoso di questo mondo decadente, e le onde si infrangono sulla barca, già quasi piena d’acqua, un numero crescente di ecclesiastici e fedeli grida: «Tutto va ben, madama la marchesa!». Ma la realtà è ben diversa: infatti, come diceva il cardinal Ratzinger, «i Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che – per usare le parole di Paolo VI – sembra essersi spostato dall’autocritica all’autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e ci si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello sconforto. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del Concilio” e in tal modo lo ha screditato» [3]. «Nessuno oggi osa onestamente e seriamente contestare le manifestazioni di crisi e le guerre liturgiche alle quali il Concilio Vaticano II ha portato» [4].
Oggi, si procede alla frammentazione e demolizione del santo Missale Romanum abbandonandolo alle diversità culturali e ai fabbricanti di testi liturgici. Sono contento e mi congratulo per l’enorme e meraviglioso lavoro svolto, attraverso Vox clara, dalla Conferenze episcopali di lingua inglese, dalle Conferenze Episcopali spagnola e coreana, ecc..., che hanno tradotto fedelmente e nel pieno rispetto delle istruzioni e dei princìpi di Liturgiam authenticam, il Missale Romanum, e la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti ha concesso loro la recognitio.

Una guerra liturgica

A seguito della pubblicazione del mio libro Dio o nulla, mi sono state rivolte domande sulla «guerra liturgica», che da decenni troppo spesso divide i cattolici. Ho risposto che si tratta di un’aberrazione, perché la liturgia è il campo per eccellenza dove i cattolici dovrebbero fare esperienza dell’unità nella verità, nella fede e nell’amore, e che, pertanto, è inconcepibile celebrare la liturgia avendo nel cuore sentimenti di lotte fratricide e di rancore. Del resto, non ha Gesù stesso pronunciato parole molto impegnative sulla necessità di riconciliarsi con il fratello prima di presentare il proprio dono all’altare? (cfr Mt 5, 23-24). Perché «la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere “in perfetta unione” [5], e prega che “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede” [6]; la rinnovazione poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’Eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall’Eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Nel «faccia a faccia» con Dio che è la liturgia, il nostro cuore deve essere puro da ogni inimicizia, il che significa che ciascuno deve essere rispettato nella propria sensibilità. Questo significa concretamente, ribadendo che il Vaticano II non ha mai chiesto di fare tabula rasa del passato e quindi di abbandonare il Messale di san Pio V, il quale ha generato tanti santi – basti citare tre sacerdoti ammirevoli come san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, san Padre Pio e san Josemaría Escrivá –, allo stesso tempo è indispensabile promuovere il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio stesso, e quindi i libri liturgici aggiornati dopo la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in particolare il Messale del Beato papa Paolo VI. E aggiungerei che ciò che più conta, sia che si celebri nella forma ordinaria o in quella straordinaria, è offrire ai fedeli ciò a cui hanno diritto: la bellezza della liturgia, la sua sacralità, il silenzio, il raccoglimento, la dimensione mistica e l’adorazione. La liturgia deve metterci faccia a faccia con Dio in un rapporto personale e di intensa intimità. Deve immergerci nell’intimità della Santissima Trinità.
Parlando dell’usus antiquior nella lettera d’accompagnamento a Summorum Pontificum, papa Benedetto XVI ha scritto che «subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia». Si tratta di una realtà incontestabile, un vero segno del nostro tempo. Quando i giovani sono assenti alla sacra liturgia, dobbiamo chiederci: perché? Dobbiamo vegliare affinché le celebrazioni secondo l’usus recentior facilitino anch’esse questo incontro, conducano le persone sul percorso della via pulchritudinis che conduce al Cristo vivente e operante nella sua Chiesa di oggi attraverso i suoi sacri riti. In effetti, l’Eucaristia non è una sorta di «cena con gli amici», un pasto conviviale della comunità, bensì un Mistero sacro, il grande Mistero della nostra fede, la celebrazione della redenzione compiuta da nostro Signore Gesù Cristo, la commemorazione della morte di Gesù sulla croce per liberarci dai nostri peccati. Conviene dunque celebrare la Santa Messa con la bellezza e il fervore del santo Curato d’Ars, di Padre Pio o di san Josemaría; è questa la condizione sine qua non per giungere «dall’alto», per così dire, a una riconciliazione liturgica [7]. Quindi rifiuto con forza di sprecare il nostro tempo a contrapporre una liturgia a un’altra, o il Messale di san Pio V a quello del beato Paolo VI. Si tratta piuttosto di entrare nel grande silenzio della liturgia, lasciandoci arricchire da tutte le forme liturgiche, latine o orientali. Infatti, senza la dimensione mistica del silenzio e senza spirito contemplativo, la liturgia diverrebbe occasione di lacerazioni odiose, di scontri ideologici e di umiliazione pubblica dei deboli da parte di coloro che affermano di detenere l’autorità, invece di essere il luogo dell’unità e della nostra comunione nel Signore. Così, invece di affrontarci e di detestarci, la liturgia deve farci pervenire tutti insieme all’unità nella fede e alla vera conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino alla misura della pienezza di Cristo... e vivendo la verità nell’amore, cresceremo in ogni cosa tendendo a Lui che è il capo, Cristo (Ef 4, 13-15) [8].

La liturgia «casa comune» o «piccola patria»

Come sapete, il grande liturgista tedesco mons. Klaus Gamber (1919-1989) designava con la parola Heimat la casa comune o «piccola patria», quella dei cattolici radunati intorno all’altare del Santo Sacrificio. Il senso del sacro, che permea e irriga i riti della Chiesa, è correlativo, inseparabile dalla liturgia. Ebbene, in questi ultimi decenni, numerosi fedeli sono stati scossi o profondamente turbati da celebrazioni segnate da una soggettività superficiale e devastante al punto di non riconoscere la loro Heimat, la loro casa comune, e per i più giovani, di non averla mai conosciuta! Quanti se ne sono andati in punta di piedi, soprattutto i più piccoli e più poveri di loro! Essi sono diventati una sorta di «apolidi liturgici». Il «movimento liturgico», nel quale le due forme sono associate, mira a restituire loro l’Heimat, e così a reintrodurli nella loro casa comune, poiché ben sappiamo che nella sua opera di teologia sacramentaria, il cardinal Joseph Ratzinger, ben prima della pubblicazione del Summorum Pontificum, aveva messo in evidenza che la crisi della Chiesa, e quindi la crisi e l’annacquamento della fede, sono in gran parte causati dal modo in cui trattiamo la liturgia, secondo il vecchio adagio: lex orandi, lex credendi. Nella prefazione che egli aveva scritto in apertura del magistrale lavoro di mons Gamber, Die Reform der römischen Liturgie (Riforma della liturgia romana), il futuro Papa Benedetto XVI affermava: «Un giovane sacerdote mi ha detto di recente che ora abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico. Esprimeva così un’espressione di preoccupazione che, al giorno d’oggi, solo menti deliberatamente superficiali potrebbero scartare. Ciò che contava per il sacerdote non era la conquista di nuove e audaci libertà: quale libertà non ci si è già arrogata? Sentiva che avevamo bisogno di un nuovo inizio scaturito dall’intimo della liturgia, come aveva voluto il movimento liturgico quando era al culmine della sua vera natura, quando non si trattava di fabbricare dei testi, di inventare azioni e forme, ma di riscoprire il centro vivente, di penetrare nel tessuto propriamente detto della liturgia, affinché il compimento di essa scaturisse dalla sua stessa sostanza. La riforma liturgica, nella sua realizzazione concreta, si è sempre più allontanata da tale origine. Il risultato non è stato una rianimazione, ma una devastazione. Da un lato, abbiamo una liturgia degenerata in show, dove si cerca di rendere interessante la religione con l’aiuto di invenzioni alla moda e con aforismi morali seducenti, creando un successo momentaneo nel gruppo dei fabbricanti liturgici, e un atteggiamento di ripulsa ancora più netto tra coloro che cercano nella liturgia non lo showmaster spirituale, ma l’incontro con il Dio vivente davanti al quale ogni “fare” diventa insignificante, solo questo incontro essendo in grado di farci accedere alle vere ricchezze dell’essere. Dall’altro lato, v’è la conservazione delle forme rituali la cui grandezza commuove sempre, ma che, spinte all’estremo, manifestano un isolamento testardo che, alla fine, non lascia che tristezza. Certamente rimangono tra i due estremi tutti quei sacerdoti e fedeli che celebrano la nuova liturgia con rispetto e solennità; ma sono turbati dalla contraddizione tra i due estremi, e la mancanza di unità interna della Chiesa fa sembrare la loro fedeltà, a torto molte volte, come una semplice varietà personale di neo-conservatorismo. Stando così le cose, è necessario, un nuovo impulso spirituale perché la liturgia sia di nuovo per noi un’attività comunitaria della Chiesa, strappata all’arbitrarietà. Non si può “fabbricare” un movimento liturgico di questo tipo – non più di quanto si possa “fabbricare” qualche cosa di vivente – ma possiamo contribuire al suo sviluppo, sforzandoci di assimilare di nuovo lo spirito della liturgia e difendendo pubblicamente quello che abbiamo ricevuto».
Penso che la lunga citazione, così giusta e limpida, dovrebbe interessarvi, all’inizio del Simposio, e anche contribuire ad avviare il vostro pensiero sulla «fonte del futuro» (Die Quelle der Zukunft) del Motu Proprio Summorum Pontificum. In effetti, permettetemi di trasmettervi una convinzione che da molto tempo mi sta a cuore: la liturgia romana, riconciliata nelle sue due forme, che a sua volta è «il frutto di uno sviluppo», secondo le parole di un altro grande liturgista tedesco, Joseph Jungmann (1889-1975), può lanciare il processo decisivo del «movimento liturgico» che tanti sacerdoti e fedeli attendono da lungo tempo. Da dove cominciare? Mi si permetta di offrire le tre tracce riassunte in queste tre lettere: SAF, Silence - Adoration - Formation in francese e in italiano; in tedesco, SAA: Stille-Anbetung-Ausabilung. In primo luogo, il sacro silenzio, senza il quale non si può incontrare Dio. Nel mio libro La force du silence, ho scritto: «Nel silenzio l’uomo conquista la sua nobiltà e la sua grandezza solo se è in ginocchio per ascoltare e adorare Dio» (n. 66). Poi, l’adorazione; a questo proposito, nello stesso libro esprimo la mia esperienza spirituale: «Per quanto mi riguarda, so che i momenti più grandi della mia giornata si trovano nelle ore incomparabili che passo in ginocchio, al buio davanti al Santissimo Sacramento del Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Sono come inghiottito in Dio e circondato da tutti i lati dalla sua presenza silenziosa. Non vorrei appartenere che a Dio solo, e immergermi nella purezza del suo Amore. E tuttavia mi rendo conto di quanto io sia povero, così lontano dall’amare il Signore come Egli mi ha amato fino a darsi tutto per me» (n. 54).
Infine, la formazione liturgica, a partire da un annuncio di fede o catechesi che abbia come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ci protegge da possibili elucubrazioni negative più o meno sapienti di qualche teologo assetato di «novità». Ecco quello che ho detto a questo riguardo in quello che è ora comunemente chiamato, non senza un certo umorismo, il «Discorso di Londra» del 5 luglio 2016, pronunciato durante la terza Conferenza internazionale dell’Associazione Sacra Liturgia: «La formazione liturgica è prima di tutto ed essenzialmente un’immersione nella liturgia, nel profondo mistero di Dio, nostro Padre amoroso. Si tratta di vivere la liturgia in tutta la sua ricchezza, per inebriarsi bevendo a una sorgente che non esaurisce mai la nostra sete di ricchezza, ordine e bellezza, di silenzio contemplativo, d’esultanza e di adorazione, della forza che ci permette d’incontrare intimamente Colui che opera nei e attraverso i riti sacri della Chiesa» [9].
È dunque in questo contesto generale e in uno spirito di fede e di profonda comunione con l’obbedienza di Cristo sulla croce che, umilmente, vi chiedo di applicare con grande cura Summorum Pontificum; non in maniera negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce muri e crea un ghetto, ma come un importante e significativo contributo all’attuale e alla futura vita liturgica della Chiesa, nonché al «movimento liturgico» del nostro tempo, al quale sempre più persone, particolarmente i giovani, attingono tante cose vere, buone e belle.
Vorrei concludere questa introduzione con le parole luminose di Benedetto XVI pronunciate al termine dell’omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, nel 2008: «Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo».

[1] Joseph Ratzinger, La mia vita, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 112-113.
[2] Citato da Jean Madiran, L’hérésie du XX siècle, Nouvelles Editions Latines (NEL) 1968, p. 166.
[3] Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, a cura di Vittorio Messori, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1985, pp. 27-28.
[4] Joseph Ratzinger, Principes de la Théologie catholique, Téqui 1985, p. 413.
[5] Messale romano, orazione dopo la Comunione della Veglia Pasquale e della domenica della Risurrezione [nel Messale di Paolo VI solo nella Veglia].
[6] Messale romano, colletta del martedì nell’ottava di Pasqua [nel Messale di Paolo VI il giorno prima].
[7] Cfr Intervista al sito internet cattolico Aleteia, 4 marzo 2015.
[8] Cfr Intervista a La Nef, ottobre 2016, d.9.
[9] Card. Robert Sarah, “Verso un’autentica attuazione di Sacrosanctum ConciliumTerza Conferenza internazionale dell’Associazione Sacra Liturgia, Londra. Discorso del 5 luglio 2016. Trad. it. in Cristianità, n. 382, ottobre-dicembre 2016, pp. 21-40.

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giovedì 8 dicembre 2016

Conferenza del cardinale Robert Sarah sulla liturgia

Dal 5 all’8 luglio 2016 si è svolta a Londra l’edizione annuale del Convegno internazionale Sacra Liturgia 2016, nel corso del quale S. Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha tenuto una conferenza dal titolo “Towards an Authentic Implementation of Sacrosanctum Concilium” (“Verso un’autentica attuazione di Sacrosanctum Concilium”), che ha avuto ampia risonanza mondiale. La rivista Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, ha avuto il privilegio di ottenere l’autorizzazione di pubblicare la traduzione italiana dell’allocuzione del card. Sarah, che sarà inclusa nel numero 382 della rivista (ottobre-dicembre 2016, pp. 21-40), in uscita nei prossimi giorni (per ordini, abbonamenti e informazioni scrivere allindirizzo: abbonamenti.cristianita@alleanzacattolica.org). Con il permesso della direzione della rivista Cristianità, siamo lieti di offrire qui di seguito, in anteprima per i lettori di Romualdica, il testo integrale della conferenza del card. Sarah, in formato pdf.



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sabato 16 luglio 2016

Verso un’autentica messa in opera di Sacrosanctum Concilium

[…] Alla luce degli auspici fondamentali dei Padri del Concilio [Vaticano II] e delle varie situazioni che abbiamo visto affiorare dopo il Concilio, vorrei presentare alcune considerazioni pratiche quanto al modo di mettere in opera più fedelmente Sacrosanctum Concilium nel contesto attuale. Sebbene io mi trovi alla guida della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, lo faccio in tutta umiltà, come sacerdote e come vescovo, nella speranza che esse susciteranno studi e riflessioni mature, come pure buone pratiche liturgiche, ovunque nella Chiesa.
Non vi sorprenderete se raccomando che possiamo anzitutto esaminare la qualità e la profondità della nostra formazione liturgica, la maniera con cui abbiamo aiutato il clero, i religiosi e i laici a impregnarsi dello spirito e della forza della liturgia. […] La formazione liturgica è anzitutto ed essenzialmente un’immersione nella liturgia, nel mistero profondo di Dio, nostro Padre beneamato. Si tratta di vivere la liturgia in tutta la sua ricchezza, d’inebriarsene bevendo a una fonte che non estingue mai la nostra sete per le sue delizie, le sue leggi e la sua bellezza, il suo silenzio contemplativo, la sua esultazione e adorazione, il suo potere di legarci intimamente a Colui che è all’opera nei e per i sacri riti della Chiesa.
Ecco perché coloro che sono in “formazione” per il ministero pastorale dovrebbero vivere la liturgia quanto più pienamente possibile nei seminari e nelle case di formazione. I candidati al diaconato permanente dovrebbero essere immersi in un’intensa vita di preghiera liturgica per un tempo prolungato. Aggiungo che la celebrazione piena e ricca della forma antica del rito romano, l’usus antiquior, dovrebbe costituire una parte importante della formazione liturgica del clero. Senza di ciò, come iniziare a comprendere e a celebrare i riti riformati nell’ermeneutica della continuità, se non si è mai fatta l’esperienza della bellezza della tradizione liturgica che conobbero gli stessi Padri del Concilio e che ha forgiato così tanti santi durante i secoli? Una saggia apertura al mistero della Chiesa e alla sua ricca tradizione plurisecolare, e un’umile docilità a ciò che lo Spirito Santo dice oggi alle Chiese, sono un vero segno che noi apparteniamo a Gesù Cristo: “Ed egli disse loro: ‘Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche’” (Mt 13,52). […]
Secondariamente, ritengo si debba essere chiari a proposito della partecipazione alla liturgia, la participatio actuosa come l’ha chiamata il Concilio. Ciò ha generato molta confusione nel corso degli ultimi decenni. L’articolo 48 della costituzione sulla sacra liturgia dice che “la Chiesa si preoccupa […] che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente”. Per il Concilio, la partecipazione è anzitutto interiore, ottenuta “comprendendolo bene [il mistero dell’Eucaristia] nei suoi riti e nelle sue preghiere”. La vita interiore, la vita sprofondata in Dio e intimamente abitata da Dio, è la condizione indispensabile a una partecipazione fruttuosa e feconda ai santi misteri, che celebriamo nella liturgia. La celebrazione eucaristica dev’essere essenzialmente vissuta dall’interno. È all’interno di noi che Dio desidera incontrarci. […]
Se comprendiamo la priorità d’interiorizzare la nostra partecipazione liturgica, eviteremo il rumoroso e pericoloso attivismo liturgico che s’incontra troppo spesso negli ultimi decenni. Non andiamo alla Messa per dare spettacolo, ma per unirci all’azione di Cristo attraverso un’interiorizzazione dei riti, preghiere, segni e simboli che fanno parte dei riti esteriori. Noi sacerdoti, potremmo ricordarcene più spesso degli altri, visto che la nostra vocazione è il servizio liturgico! Noi dobbiamo altresì formare gli altri, in particolare i bambini e i giovani, all’autentico significato della partecipazione, al modo di pregare la liturgia. […]
In terzo luogo […], io non ritengo che si possa squalificare la possibilità o l’opportunità di una riforma ufficiale della riforma liturgica. I suoi promotori avanzano delle considerazioni giudiziose nel loro tentativo di essere fedeli all’auspicio del Concilio espresso nell’articolo 23 della costituzione, in cui si propone di “conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso”. Occorrerà sempre iniziare con un accurato studio teologico, storico, pastorale, affinché “non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti”.
Onde supportare quanto detto, desidero aggiungere che quando sono stato ricevuto in udienza dal Santo Padre lo scorso aprile, Papa Francesco mi ha chiesto di studiare la questione di una riforma della riforma e il modo in cui le due forme del rito romano si possono arricchire reciprocamente. Sarà un lavoro lungo e delicato e vi chiedo la pazienza e l’assistenza delle vostre preghiere. Se vogliamo mettere in opera più fedelmente Sacrosanctum Concilium, se vogliamo realizzare ciò che il Concilio auspicava, è una questione che dev’essere studiata con attenzione ed esaminata con la chiarezza e la prudenza richieste, nella preghiera e nella sottomissione a Dio. […]
Voglio lanciare un appello a tutti i sacerdoti. Forse avete letto il mio articolo su L’Osservatore Romano di un anno fa (12 giugno 2015) o la mia intervista al giornale Famille Chrétienne nel mese di maggio di quest’anno. In ogni occasione, ho detto che è di primaria importanza ritornare il più presto possibile a un orientamento comune dei sacerdoti e dei fedeli, rivolti insieme nella medesima direzione – verso Est, o perlomeno verso l’abside –, verso il Signore che viene, in tutte le parti del rito in cui ci si rivolge al Signore. Questa pratica è permessa dalle regole liturgiche attuali. Ciò è perfettamente legittimo nel nuovo rito. In effetti, penso che una tappa cruciale è di fare in modo che il Signore sia al centro delle celebrazioni.
Pertanto, cari fratelli nel sacerdozio, vi chiedo umilmente e fraternamente di mettere in opera questa pratica ovunque sia possibile, con la prudenza e la pedagogia necessarie, ma anche con la certezza, in quanto preti, che è una buona cosa per la Chiesa e per i fedeli. La vostra valutazione pastorale determinerà come e quando ciò sarà possibile, ma perché eventualmente non cominciare la prima domenica di Avvento di quest’anno, quando noi attendiamo il “Signore [che] viene senza tardare” (cfr. l’introito del mercoledì della prima settimana di Avvento)? Cari fratelli nel sacerdozio, prestiamo orecchio alle lamentazioni di Dio proclamate dal profeta Geremia: “A me rivolgono le spalle, non la faccia” (Ger 2,27). Rivolgiamoci di nuovo verso il Signore! Dal giorno del suo battesimo, il cristiano non conosce che una direzione: l’Oriente. Ci ricorda sant’Ambrogio: “Tu sei dunque entrato per guardare il tuo avversario, al quale hai deciso di rinunciare faccia a faccia, e ora ti volgi verso l’Oriente (ad Orientem); poiché colui che rinuncia al diavolo si volge verso il Cristo, lo guarda dritto negli occhi” (Sant’Ambrogio, De Mysteriis). […]

[Estratto della conferenza di S.Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, “Towards an Authentic Implementation of Sacrosanctum Concilium” (versione ufficiale in lingua francese della conferenza qui), svolta il 5 luglio 2016 nel corso del Convegno Sacra Liturgia 2016 (Londra, UK, 5-8 luglio 2016), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 18 aprile 2016

Il segreto di fr. Vincent (omelia del card. Sarah)

[Domenica 10 aprile 2016 si è addormentato nella pace del Signore – all’età di 39 anni, di cui 12 nella vita religiosa – fr. Vincent-Marie de la Résurrection (Benoît Carbonell), canonico regolare della Madre di Dio presso l’abbazia Sainte-Marie de Lagrasse, una comunità legata alla forma extraordinaria del Rito romano. Da qualche anno fr. Vincent era affetto da sclerosi multipla, che un poco alla volta lo ha completamente immobilizzato. Invitiamo a leggere la bella e toccante testimonianza sulla sua vita resa dai suoi fratelli canonici. La Messa di esequie, celebrata in rito romano antico, è stata celebrata sabato 16 aprile dal R.P. Emmanuel-Marie, Abate di Lagrasse, alla presenza di Sua Eminenza il cardinale Robert Sarah, che ha svolto l’omelia e in seguito benedetto la salma. Da qualche anno si era stretto un forte legame di amicizia e intimità spirituale fra il card. Sarah e fr. Vincent, che portava dentro di sé con un senso di missione di preghiera e di silenzio le intenzioni per la Chiesa che il porporato veniva ad affidargli regolarmente; ha scritto di lui il cardinale africano: “Ho dedicato a fr. Vincent il mio libro Dio o niente perché ho compreso dal nostro primo incontro che Cristo aveva poggiato il suo cuore contro il suo”. Trascriviamo qui di seguito una nostra traduzione dell’omelia del card. Sarah pronunciata nel corso delle esequie, delle quali due reportage fotografici sono visionabili a partire da questa pagina.]


Carissimi Fratelli e Sorelle,
Sono emozionato e alquanto felice di essere con voi in questo momento per accompagnare con l’affetto e le preghiere alla sua ultima dimora il nostro fratello Vincent-Marie de la Résurrection. Egli sul suo letto di malato, come Gesù, nei giorni della sua vita carnale, ha trascorso giorni e notti a offrire preghiere e suppliche, con un potente grido di fede, per ottenerci da Dio l’aiuto e le grazie di cui abbiamo bisogno. Oggi siamo noi che preghiamo per lui, onde attirare su di lui la misericordia e il perdono di Dio. Poiché siamo tutti peccatori. Il bambino è simbolo di una purezza che non dobbiamo mai smettere di volere, ma che sappiamo, anche nell’agonia, che non raggiungeremo mai.
Mio carissimo Vincent, ringrazio Dio e la comunità dei Canonici Regolari di sant’Agostino, che ci hanno permesso di conoscerci e di camminare assieme durante un piccolo tratto della nostra esistenza. Ti eri impegnato, e avevi preso la decisione di sostenermi e accompagnare il mio ministero con le tue preghiere e i tuoi sacrifici. Tutti i nostri incontri si sono svolti nel silenzio e nella preghiera. Ogni volta che Dio mi ha permesso di venirti a trovare, abbiamo pregato intensamente il Rosario, sotto lo sguardo della Vergine Maria. E siamo rimasti durante lunghi momenti in silenzio. Tu perché Dio ti chiedeva di essere un’offerta silenziosa per la salvezza del mondo. Io perché diventassi tuo allievo, per apprendere il mistero della sofferenza.
Osservandoti in silenzio, ho sempre considerato che il tuo volto splendeva. Il tuo corpo portava la sofferenza e il dolore. Ma sul tuo viso si poteva vedere una grande gioia, un’immensa pace e un abbandono totale a Dio. Pregando con te e ascoltando il mistero della vita, mi hai insegnato che le sofferenze e le gioie esistono insieme. Mi hai insegnato che la preghiera non asciuga le lacrime. E il silenzio ha insegnato a entrambi che l’unità della sofferenza e della beatitudine, è il segreto di Dio che dobbiamo accogliere nella fede e con una grande serenità. Quando, qualche volta, ti ho telefonato da Roma, la sola parola che tu volevi scolpire nel mio cuore, era: Sì, sì, sì! Eri diventato un Fiat continuo. Eri diventato interamente olocausto per un amore per Dio. Qualche volta non eri più capace di dire Sì, ma sentivo un respiro forte e doloroso. E mi hai rivelato così che l’espressione la più sublime dell’amore, è la sofferenza.
Ciò che Dio mi dava da percepire intuitivamente, tu stesso me ne dai conferma nel momento in cui ci lasci. In effetti, questa notte ho letto nel tuo diario personale questi pensieri di una densità spirituale eccezionale che hanno nutrito la tua vita interiore. Ti cito: “Credo che la sofferenza è stata accordata da Dio all’uomo in un grande pensiero di amore e di misericordia. Credo che la sofferenza è per l’anima la grande operaia della redenzione e della santificazione”.
Sì, la sofferenza è uno stato di felicità e di santificazione delle anime. Ad ascoltarti, sembra di sentire santa Teresa del Bambino Gesù, che scriveva: “Ho trovato la felicità e la gioia sulla terra, ma unicamente nella sofferenza, perché quaggiù ho molto sofferto”.
Ma per arrivare ad assumere in tal modo la sofferenza e per trovare la gioia nella sofferenza, oggi tu ci consegni il tuo segreto. Questo segreto io l’ho trovato nel tuo quaderno:
“Ogni giorno, mi rinchiudo in un triplice castello:
Il primo è il Cuore purissimo di Maria, contro tutti gli attacchi dello spirito maligno.
Il secondo è il Cuore di Gesù, contro tutti gli attacchi della carne.
Il terzo è il Santo Sepolcro, dove mi nascondo vicino a Gesù contro il mondo”.
Questa mattina, la tua camera è vuota come il sepolcro, perché tu sei vivente.
Ti dico nuovamente il mio immenso grazie, Vincent, per ciò che sei stato per me e per noi.
Continua a pregare per i tuoi fratelli, i Canonici Regolari di sant’Agostino, per la Chiesa, per la tua famiglia e per noi. Anche noi preghiamo per te. Dio ci ha separati per un momento, ma restiamo uniti.
Tu sei di più in più profondamente nel cuore di Dio, ma rimani nel più profondo del nostro cuore. Ora che contempli il volto di Dio, prega per noi, per i tuoi fratelli i Canonici Regolari di sant’Agostino. Tu ci hai preceduto presso il Padre per essere nostro protettore. E imploriamo la misericordia di Dio su di te. Ti affido alla Vergine nostra Madre. Lei che invocheremo nell’ora della nostra morte.
Amen!







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