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giovedì 7 aprile 2011

Benedetto e Gregorio: le colonne della liturgia latina

Fin dai primissimi tempi la liturgia della Chiesa si espresse in due forme, tra loro connesse, in modo che l’una sia l’estensione e l’approfondimento dell’altra. Si tratta della liturgia ordinaria del popolo di Dio e, al suo interno, quella più specifica degli asceti e delle vergini. La prima celebra i divini misteri nel tessuto della vita di ogni giorno, seguendo i ritmi e le situazioni in cui si trova la comunità cristiana, l’altra prepara e prolunga nei tempi e approfondisce nei contenuti i misteri celebrati nella riunione domenicale e feriale, che tutti accomuna. Questa due modalità, che rispondono a specifiche sensibilità spirituali e a diversa disponibilità di tempo e di lavoro, convivono dentro la comunità cristiana e si intrecciano, come espressioni legittime e complementari della liturgia quotidiana e settimanale della Chiesa locale. In tal modo l’intera assemblea liturgia riceve permanentemente il beneficio e la testimonianza di una dedizione cultuale più intensa ed estesa, a contatto con la vita della comunità, che gli asceti offrivano a Dio per il bene e il progresso di tutti i fratelli nella fede. Essi, infatti, anticipavano nella lode e nella meditazione, la convocazione di tutto il popolo con i suoi pastori, e la estendevano poi in altre ore del giorno e della notte, impossibili a chi viveva nei normali ritmi giornalieri. Gli asceti e le vergini non vivevano quindi da estranei alla loro comunità cristiana, ma erano pienamente inseriti in essa e stavano in primo piano nella comune celebrazione dei divini Misteri, dai quali i fedeli laici attingevano la forza per il loro impegno secolare e gli asceti la luce per una vita spirituale più intensa e fervente.
Con l’avvento della libertà religiosa queste pratiche ulteriori, che nei primi secoli erano per lo più facoltative e fatte solo dai più zelanti, ricevono una più precisa organizzazione sia nei riti, come nelle persone che le assolvono e si avviano verso una forma sempre più istituzionalizzata. Questa situazione, più evoluta, è già evidente nella Chiesa di Gerusalemme del IV secolo, secondo il noto diario della pellegrina spagnola Egeria.
Ebbene, queste due diverse intensità nell’esercizio del culto sono all’origine della due fondamentali forme liturgiche, comuni in Oriente e in Occidente, designate oggi come: la liturgia cattedrale e la liturgia monastica. La prima scaturisce dal modulo tipico dei riti rivolti all’assemblea di tutto il popolo, la seconda deriva da quelle forme supplementari, consentite solo ad alcuni, gli asceti e le vergini. Un esempio di composizione di queste due forme lo si può individuare nella Liturgia delle Ore, dove, le Lodi, i Vespri e la Veglia domenicale, si ritengono appartenenti all’antico ufficio cattedrale, mentre le Ore minori diurne (Terza, Sesta, Nona, Compieta) e l’Ufficio notturno feriale si configurano come sviluppi successivi dell’Ufficiatura monastica.
In seguito, con la nascita e la crescente affermazione del monachesimo e soprattutto col passaggio dalla forma eremitica a quella cenobitica, la liturgia monastica tende a separarsi notevolmente dal seno della Chiesa locale e ad esprimersi sempre più in ambienti diversi e con forme proprie, più consone al carisma specificatamente contemplativo. Si giungerà così, nell’alto medioevo, alla realizzazione matura di quelli che saranno i due luoghi precipui della vita della Chiesa e dell’irradiazione evangelica: la città con la liturgia della sua cattedrale e il monastero con la liturgia abbaziale. Qui le due forme liturgiche potranno percorrere strade distinte in strutture rispettivamente più adatte e con un diverso tipo di assemblea liturgica: quella del popolo e quella dei monaci. Questa opportunità consentirà alle due forme – cattedrale e monastica – di raggiungere una maggiore identità e di esprimersi con una propria genialità, ma produrrà anche una più profonda divaricazione tra monaci e laici.
In questo quadro storico i due grandi, Benedetto e Gregorio, emergono quali personalità rappresentative delle due forme liturgiche: Benedetto è il simbolo della liturgia monastica, Gregorio è il simbolo della liturgia cattedrale.
In verità essi assurgono anche ad essere i paladini dell’intera vita ecclesiale dell’Occidente. Infatti, la loro persona è strettamente collegata alle due Regole, che essi hanno donato alla Chiesa. La Regola monastica di san Benedetto organizza il monachesimo occidentale e pone le basi costitutive delle abbazie; La Regola pastorale di san Gregorio Magno, imposta la pastorale occidentale e pone le basi della vita diocesana e dei suoi pastori.
La liturgia monastica, in primo luogo, privilegia il monito evangelico del pregare incessantemente (1Ts 5,17) e si impegna ad una assolvenza tendenzialmente piena dell’intero salterio e di un più ampio lezionario biblico. Ciò è reso possibile da un regime di vita consono alla contemplazione, diurna e notturna, e si può realizzare solo in ambienti adatti a questo scopo, col supporto di una comunità che condivida preghiera, lavoro e riposo. Gli Angeli che contemplano sempre il volto di Dio ne sono icona e la vita celeste ne è modello. L’intimità totale con Dio e l’olocausto della verginità, la fusione sinfonica nella comunità, unita all’abnegazione di se stessi, delineano il cuore del monaco e offrono il clima spirituale più idoneo per l’attuazione del canto corale e regolare delle lodi divine. Soprattutto dopo la fine della grandi persecuzioni si sentì l’esigenza di non rinunciare a quella radicalità evangelica che era caratteristica delle origini eroiche del cristianesimo e, di fronte all’inevitabile allentamento della preghiera in un popolo cristiano sempre più numeroso, ma con conversioni talvolta sommarie, si intese conservare la generosità degli inizi con una vigorosa proposta esistenziale, che tenesse vivo lo spirito della primitiva comunità cristiana. In tal senso la liturgia monastica, in tutte le sue variabili, costituisce un bacino di spiritualità irrinunciabile per la santità e l’elevazione qualitativa dell’intero popolo di Dio. San Benedetto è l’interprete insuperato della liturgia monastica occidentale e il suo carisma è descritto con rara eloquenza in uno dei responsori più belli dell’Ufficio Romano, che si canta proprio nella sua festa dell’11 luglio:
San Benedetto, lasciando la casa e l’eredità paterna per essere gradito a Dio, si consacrò interamente a lui nella vita monastica.
* Abitò solo con se stesso, sotto gli occhi di colui che vede tutto.
Si ritirò dal mondo, con l’ignoranza di chi sa troppo bene, e con la sapienza di chi non vuol sapere.
* Abitò solo con se stesso, sotto gli occhi di colui che vede tutto.
La liturgia cattedrale, invece, si cura prevalentemente di introdurre il popolo nei misteri e di disporlo a riceverne con frutto la grazia. Elevare il popolo alla liturgia e portare la liturgia al popolo è la preoccupazione del pastore. Il popolo nella sua globalità e nelle situazioni ordinarie di vita è il referente fondamentale di questa forma liturgica. E il genio specifico del pastore vigilante sta nel coniugare con equilibrio l’integrità del mistero con la sua trasmissione, senza ridurre o eliminare uno dei due termini. L’intento pastorale ricerca nella continuità della tradizione l’impiego migliore di formule, preci, simboli e riti verificando con responsabilità e competenza la loro abilità a comunicare quella grazia, che devono poter esprimere in modo adeguato. Per questo la liturgia cattedrale tende ad essere breve, incisiva, semplice, elastica. Essa segue il ritmo diversificato delle categorie comuni dei cristiani, che vivono nella società e sono impegnati nel lavoro quotidiano. Tuttavia non è priva di fascino, di sacralità e di solennità, come dimostra la liturgia della Chiesa Romana, che da sempre si esprime con riti brevi, lineari, nobili e solenni. È, infatti, la nobile semplicità (SC 34) il carisma di questa Chiesa con la quale tutte le Chiese devono concordare. E dalla nobiltà della forma romana spira un senso del sacro essenziale ed eccelso e, proprio per questo, incisivo nella pastorale. San Gregorio Magno è il modello della liturgia cattedrale romana. Egli, come risulta dal suo Sacramentario, ha fatto sintesi delle migliori tradizioni liturgiche precedenti e, da buon pastore, ha consegnato al suo popolo una liturgia capace di coinvolgerlo con efficacia nei misteri salvifici. La sua opera liturgica ebbe una tale diffusione e una così vasta recezione nella Chiesa latina da varcare i secoli, fino a giungere ai nostri tempi. Il suo genio pastorale lo raccomanda quale referente per ogni successiva riforma della liturgia, che, mediante uno sviluppo organico dell’ininterrotta Tradizione, immette nel popolo cristiano, che si diversifica nelle culture, quell’unica energia divina che non può mai essere corrotta. Anche Gregorio trova nel meraviglioso responsorio della sua memoria liturgica del 3 settembre, una mirabile sintesi dell’intera sua opera pastorale e in particolare del suo splendido genio liturgico:
Dalle profondità delle Scritture trasse norme di azione e contemplazione, e immise nella vita del popolo l’acqua viva del Vangelo.
* La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
Come aquila colse dall’alto il senso delle cose; con la forza della carità provvide agli umili e ai grandi.
* La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
Il mutuo legame tra le due forme liturgiche – cattedrale e monastica – è ancora assicurato da Gregorio e Benedetto. Infatti, Benedetto – monaco – assume come base liturgica per le sue comunità monastiche il rito dell’Urbe – sicut psallit Ecclesia Romana – e così salva la forma romana antica e classica e la trasmette ai posteri. Gregorio – vescovo – adatta alle esigenze del suo popolo la liturgia di sempre, ma sempre col cuore legato al monastero e con un continuo riferimento alla sua personale esperienza di monaco. In tal modo, né manca a Benedetto la comunione con la liturgia cattedrale, né manca a Gregorio la comunione con la liturgia monastica. Si ritorna così a quel nesso indissolubile delle origini, quando popolo e asceti, condividevano nell’unica Chiesa locale le due anime della liturgia. Un legame che mai dovrebbe essere perduto per l’edificazione dell’unico popolo di Dio. Benedetto e Gregorio, non solo affermano la legittimità e la ricchezza delle due forme liturgiche, ma al contempo ne proclamano l’unità indissolubile e il comune orientamento al servizio dell’unica Chiesa di Dio.

[Don Enrico Finotti, La centralità della Liturgia nella storia della salvezza. Le sorti dell’uomo e del mondo tra il primato della Liturgia e il suo crollo, Fede & Cultura, Verona 2010, pp. 96-100]

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martedì 1 febbraio 2011

Dom Jean Leclercq O.S.B. (1911-1993)

[Ricorre in questi giorni, precisamente il 31 gennaio, il centesimo anniversario della nascita di dom Jean Leclercq O.S.B. (1911-1993), francese d’origine, monaco dell’abbazia di Clervaux – nel Lussemburgo –, studioso universalmente noto del monachesimo medievale, curatore dell’Opera omnia di san Bernardo e di altri testi fondamentali, tra cui quello che è considerato il suo capolavoro, L’amour des lettres et le désir de Dieu – pubblicato a Parigi nel 1957 e che ha conosciuto molteplici traduzioni –, la cui attualità e importanza è stata a più riprese messa in luce da Benedetto XVI, che in molti interventi ha fatto riferimento agli scritti di questo monaco dai tratti eccezionali: solo per citarne uno su tutti, si veda il discorso pronunciato, il 12 settembre 2008, al Collège des Bernardins di Parigi. «Il suo grande merito – ha affermato il discepolo e curatore di molte sue opere, dom Gregorio Penco O.S.B. – è stato quello di indicare nella teologia monastica la diretta continuatrice ed erede della teologia patristica. Prima di lui tutta una tradizione culturale ispirata ai canoni dell’illuminismo aveva rigettato come insignificanti molti scritti di spiritualità monastica, che in seguito, grazie alla sua scrupolosa ricerca, sono apparsi una delle espressioni più alte di una civiltà posta al servizio della fede e della contemplazione di Dio». Ebbe a dire dell’esperienza monastica benedettina, in un’intervista del 27 febbraio 1986: «La libertà benedettina è la libertà cristiana. Essa consiste primariamente in un consenso all’essere, a Dio, così come fa Cristo nel Getsemani. La vita monastica, improntata alla Regola di san Benedetto, è una scuola di vita in cui si è educati a essere liberi. Liberi dentro un’obbedienza. Questo è infatti il mistero della vita cristiana: più si obbedisce più si è liberi». Per ricordare il centenario della nascita di dom Leclercq Romualdica propone in questi giorni alcuni estratti dalla sua celebre opera L’amour des lettres et le désir de Dieu.]

La vita cristiana, secondo S. Gregorio, è una progressione che va dall’umiltà all’umiltà, si potrebbe quasi dire: dall’umiltà acquisita all’umiltà infusa; umiltà custodita dal desiderio di Dio in una vita di tentazione e di distacco, approfondita e confermata dalla conoscenza amorosa nella contemplazione. Queste fasi successive S. Gregorio le richiama in descrizioni continuamente rinnovate. Egli non le analizza in termini astratti, filosofici, ma prende dalla Bibbia le immagini concrete che permettono a ciascuno di riconoscere in queste esperienze la propria avventura personale. Per questo il suo insegnamento risponde al bisogno di generazioni che nascevano dal mondo barbarico, dopo le invasioni: a queste anime semplici e nuove, egli offriva una descrizione consolante ed accessibile a tutti, della vita cristiana. Questa dottrina, molto umana, era fondata su una conoscenza realistica dell’uomo così com’è, corpo ed anima, carne e spirito; senza illusione ma senza disperazione, era animata da una visione di fede; da una reale fiducia nell’uomo in cui Dio dimora e in cui opera mediante la prova. E questa lettura comunicava pace, grazie alla pacatezza del suo linguaggio. Quest’uomo che descrive continuamente il conflitto interiore dell’uomo lo fa con parole che sono pacificanti. Si trova ad ogni pagina l’alternarsi della miseria umana e dell’esperienza di Dio, ma anche la loro conciliazione, la loro sintesi nella carità.
Infine questa dottrina è una vera teologia: essa implica una teologia dogmatica, sviluppa una teologia della vita morale e della vita mistica e queste sono pure l’oggetto della teologia. Questa teologia non è meno esplicita per il fatto di essere distribuita nel corso di lunghi commentari. Oserebbe qualcuno dire che non vi è della filosofia in Platone perché essa è sparsa nei dialoghi e che vi è invece una filosofia in Wolff perché qui è esposta sistematicamente? S. Gregorio riflette sulle realtà della fede per meglio comprenderle; non si limita a formulare delle direttive pratiche sul modo di vivere conformemente a queste realtà. Egli ne cerca e ne propone una conoscenza profonda: la ricerca di Dio, l’unione con Dio, sono da lui inserite in una dottrina complessiva dei rapporti dell’uomo con Dio. Su questa dottrina e sui testi che la esprimono, il monachesimo medioevale non ha cessato, a sua volta, di riflettere. Esso l’ha perciò arricchita, ma non rinnovata. Péguy diceva: «Nessuno ha superato Platone». Sembra che nell’analisi teologica dell’esperienza cristiana, non sia stato aggiunto nulla di essenziale a S. Gregorio. Ma perché le idee antiche rimangano giovani, è necessario, ad ogni generazione, pensarle e scoprirle come se fossero nuove; la tradizione benedettina non è venuta meno a questo dovere.

[Dom Jean Leclercq O.S.B., Cultura umanistica e desiderio di Dio. Studio sulla letteratura monastica del Medioevo, trad. it., Sansoni, Milano 2002, pp. 41-42]

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giovedì 5 agosto 2010

Una meditazione patristica sulla Messa

Dobbiamo dunque disprezzare con tutto il cuore il secolo presente, almeno perché lo vediamo già passato, immolare a Dio sacrifici di lacrime ogni giorno e ogni giorno immolare le vittime della sua carne e del suo sangue. Infatti questa vittima salva, in modo incomparabile, l'anima dalla morte eterna, rinnovando per noi nel mistero la morte del Figlio unico. Benché "risuscitato dai morti non muore più; e la morte non ha più potere su di lui", tuttavia, in sé stesso immortalmente e incorrutibilmente vivente, è immolato per noi di nuovo nel mistero della santa oblazione. Qui il suo corpo è consumato, la sua carne divisa per la salvezza del popolo, il suo sangue sparso non più sulle mani degli infedeli, ma nella bocca dei fedeli.
Perciò pensiamo cos'è per noi questo sacrificio che per il nostro perdono imita sempre la passione del Figlio unico. Chi dunque tra i fedeli potrebbe dubitare che all'ora precisa dell'immolazione i cieli si aprano alla voce del prete, che gli angeli siano presenti a questo mistero di Gesù Cristo, ciò che è innalzato si unisca a ciò che è basso, ciò che è celeste al terreno, e l'invisibile e il visibile si fondano?

[San Gregorio Magno (540 ca.-604), Libro IV dei Dialoghi, 60,1-3]

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martedì 3 agosto 2010

Un fiume basso, e insieme profondo

Accostiamo la presentazione di un'opera di san Gregorio Magno (540 ca.-604) e c'imbattiamo in un suo pensiero sulla Sacra Scrittura che ci lascia senza respiro: «Un fiume basso, e insieme profondo, nel quale un agnello può passeggiare e un elefante nuotare»

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mercoledì 10 febbraio 2010

S. Scholasticae V., Sororis S.P.N. Benedicti

33. Il miracolo di sua sorella Scolastica
Gregorio: Credi, Pietro, che al mondo ci sia stato uno più degno di Paolo? Eppure egli supplicò tre volte il Signore per essere liberato dallo stimolo della carne, e non riuscì ad ottenere quanto voleva.
Perciò è necessario che io ti racconti come ci fu una cosa che il venerabile Benedetto, desiderò, ma non gli fu concesso di ottenerla.
Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall'infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l'abitudine di venirgli a fare visita, una volta all'anno, e l'uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero.
Un giorno, dunque, venne e il suo venerando fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e quando cominciava a calare la sera, presero insieme un po' di cibo. Si trattennero ancora a tavola e col prolungarsi dei santi colloqui, l'ora si era protratta più del consueto.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: "Ti chiedo proprio per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo... ". Ma egli le rispose: "Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero".
La serenità del cielo era totale: non si vedeva all'orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mani a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d'acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci ch'eran con lui, poterono metter piedi fuori dell'abitazione.
La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un fiume di lagrime, per le quali l'azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare la pioggia.
L'uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po' rattristato, cominciò a lamentarsi con la sorella: "Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta; ma che hai fatto?". Rispose lei: "Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero".
Ormai era impossibile proprio uscire all'aperto e lui che di sua iniziativa non l'avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero tutti la notte vegliando e si riempirono l'anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale.
Con questo racconto ho voluto dimostrare che egli ha desiderato qualcosa, ma non riuscì ad ottenerla. Certo, se consideriamo le disposizioni del venerabile Padre, egli avrebbe voluto che il cielo rimanesse sereno come quando era disceso; ma contrariamente a quanto voleva, si trova di fronte ad un miracolo, strappato all'onnipotenza divina dal cuore di una donna.
E non c'è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché, secondo la dottrina di Giovanni: "Dio è amore"; fu quindi giustissimo che potesse di più colei che amava di più!
Pietro: confesso che mi piacciono moltissimo questi racconti.
34. L'anima di sua sorella vola al cielo
Gregorio: il giorno seguente tutti e due, fratello e sorella, fecero ritorno al proprio monastero.
Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l'anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un'anima sola in Dio.
[San Gregorio Magno (540 ca.-604), Libro II dei Dialoghi, 33-34]

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venerdì 18 dicembre 2009

San Gregorio Magno e dom Adalbert De Vogüé

Testo fondamentale, per il quale occorre una guida, la principale fonte di cui si dispone per la conoscenza della vita di san Benedetto è il II Libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno.
Un grande maestro, quale dom Adalbert de Vogüé O.S.B. – già curatore dell’edizione dei Dialoghi per la collana francese Sources Chrétiennes –, aiuta il lettore anche non specialista ad affrontare questo testo problematico: sia in quanto «fonte unica», sia per l’andamento fortemente agiografico e i conseguenti interrogativi di ordine storico che ne scaturiscono, sia per le caratteristiche interne di stile.
«Confrontare: proprio questa è la risorsa del nostro metodo esplicativo. Il testo di Gregorio, accostato a un altro passo della stessa Vita, o di qualche opera simile, s’illumina mettendolo a confronto. Allora, nella stessa Vita di Benedetto, l’episodio studiato svela il suo significato e la sua funzione propria. Per contrasto, attraverso la Vita di un altro eroe, si vede apparire la fisionomia particolare del nostro santo e la maniera originale della sua biografia» (dalla Prefazione).
De Vogüé invita poi il lettore a non preoccuparsi di discernere tra loro eventi della realtà e prodotti dell'immaginazione umana, ma a porsi di fronte al testo con la domanda giusta, che non è «è vero questo?», ma piuttosto «che cosa vuol dire?». Solo così si potrà giungere a comprenderne il vero messaggio, cioè che Benedetto è davvero conforme all'immagine di santo descritta dalla Bibbia e dall'agiografia.
Dom Adalbert De Vogüé (1924) è monaco benedettino nell’abbazia Sainte-Marie de la Pierre-qui-Vire (Francia), dove dal 1974 vive in eremitaggio. Massimo studioso della Regula Magistri e della Regula Benedicti, ha dedicato la sua ricerca agli autori, alla dottrina e alle istituzioni dei primi secoli del monachesimo cristiano. Per molti anni è stato professore di teologia monastica presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo (Roma). Tra le sue opere in italiano: La Regola di S. Benedetto. Commento dottrinale e spirituale, Abbazia di Praglia 1988; Il monachesimo prima di S. Benedetto, Abbazia S. Benedetto di Seregno 1999; S. Benedetto uomo di Dio, Cinisello Balsamo 1999; Sguardi sul monachesimo, Bologna 2006.
Gregorio Magno, Vita di san Benedetto, Commentata da Adalbert De Vogüé, EDB, Bologna 2009, 224 pp.

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