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martedì 20 agosto 2013

L'arte di essere discepolo

Dom Jean-Baptiste Chautard O.C.S.O. (1858-1935), mio Padre secondo l’istituzione e il diritto, lo fu anche di fatto, per avermi ammesso ai voti solenni di religione nella sua abbazia di Sept-Fons, e per avermi dato qualche piccola cosa in più. Dom Chautard si poneva come un maestro assai deciso quanto all’essenziale della vocazione monastica: l’orazione. “Figlio mio, fate orazione?”, questo era l’invariabile ingresso in materia quando riceveva uno dei suoi monaci. Con una tale insistenza, che rispondeva alla sua convinzione profonda, imprimeva un marchio nei nostri spiriti; ci dava un impulso per il resto della vita. Appartiene in effetti al padre di fissare per sempre le priorità. Dom Chautard amava la santa Scrittura, soprattutto i Vangeli e le Lettere di san Paolo. Aveva sofferto la penuria di dottrina spirituale che si viveva alla fine del secolo XIX e all’inizio del XX. Don Bremond non aveva ancora attirato l’attenzione sull’interesse degli scritti degli spirituali. Nondimeno, Dom Chautard era riuscito a scovare alcuni scrittori accettabili: Mons. Gay., Mons. De Ségur, Dom Vital Lehodey, più tardi Dom Marmion. Apprezzava il piccolo libro dal titolo Lo spirito di santa Teresa del Bambino Gesù. Fra gli scrittori anteriori, aveva saputo scegliere i gesuiti Grou e Lallemant; di Bossuet, il piccolo trattato Maniera breve e facile per fare l’orazione nella fede. Li citava spesso. Di san Francesco di Sales, gli Incontri spirituali; qualche lettera di santa Jeanne de Chantal sull’orazione. Risalendo ancora più indietro, amava gli scritti di santa Teresa d’Avila. Le Conferenze IX e X di Cassiano, e naturalmente la Regola del nostro santo Padre Benedetto, da cui traeva in ogni circostanza dei princìpi di vita spirituale. Non gli sarebbe mai venuta l’idea di fare legittimare questi princìpi dai voti della sua comunità, né di discutere della loro attualità nei crocicchi. L’uomo che sente il bisogno di seguire la folla per farsi ascoltare non è un maestro.
Dom Chautard coltivava il gusto spirituale, accoglieva ogni domanda pertinente, comprendeva i problemi di ciascuno. Ma quando insegnava, bisognava ascoltarlo! Non sospendeva la sua dottrina all’acquiescenza dei suoi ascoltatori. Non me lo immagino proprio dichiarare al proprio uditorio, dopo ogni istruzione – come oggi fanno taluni –, giudicando ciò di un effetto eccellente: “Vi ho detto quel che penso; ma non v’impedisco di pensarla diversamente, se avete avuto una diversa esperienza”. Attitudine completamente non intelligente! Perché proporre un insegnamento e lasciare nello stesso tempo ciascuno libero di sottrarsene? Perché gettare in un solo colpo nella palude quanto si sta costruendo? Da parte sua, Dom Chautard sapeva mostrarsi perentorio: “Per questa strada, figlio mio, non perverrete mai all’unione con Dio”. Una volta detto, bisognava trarne le conseguenze.
Poiché non si è mai troppo fermi quando s’insegna; soprattutto quando s’insegnano delle verità o dei comportamenti che svolgeranno un ruolo nelle scelte importanti e nei destini. Fare delle scelte, e insegnare al discepolo a fare le medesime scelte: è sempre da lì che occorre partire. Un indicatore stradale non decide nulla, e il suo compito è svolto per il solo fatto che reca uno dei segnali del codice. Il ruolo di un maestro non si può limitare a questo. La sua mansione non consiste nell’indicare indifferentemente tutte le strade possibili, ma egli deve decidere quale occorre intraprendere. Giacché voi gli avete conferito il diritto di escludere e di affermare, il diritto di dirigere le vostre preferenze. Diversamente, la vostra ricerca non sarebbe seria. Da parte mia, ho subito i metodi di più di un pedagogo; varie influenze si sono esercitate su di me. Ora, oggi, non mi ricordo che di tre o quattro maestri i quali furono fermi nella loro lezione ed esigenti. Provo gratitudine e ammirazione per questi pochi che sapevano imporsi per la loro autorità magistrale. Non mi ricordo degli altri. Brave persone senza potenza persuasiva, costoro non mi sono stati utili. Sono solo esistiti? E adesso, verso costoro, presi in blocco, provo qualche amarezza che abbiano accettato, a mio riguardo, la loro propria inconsistenza.
Dom Chautard ebbe dei discepoli; li ha meritati. Ma direte: “Altri tempi, altri costumi”. Sì e no. In ogni caso, per quanto qui ci occupa, la storia della spiritualità dimostra che i costumi delle anime, come quelli di Dio, non cambiano con i tempi. Se la Chiesa, a seconda delle epoche e precisamente durante la nostra, ha molto cambiato nella sua maniera di fare, per contro, in ciò che riguarda la vita delle anime che cercano Dio, non potrà mai dire “a partire da quest’anno, Dio ha completamente modificato il suo modo di fare”. In questo ambito, occorre dunque sempre tornare alle medesime leggi.
Ricordo la prima testimonianza che ho inteso a proposito del monastero di Sept-Fons. Credo si debba situare verso il mese di novembre del 1928, a Friburgo. Ricevemmo alla tavola di famiglia due monaci di Maredsous che passavano per andare al nuovo priorato di Corbières. Durante la cena, si parlò del mio probabile ingresso in un monastero cistercense. Quando uno dei commensali precisò che forse si sarebbe trattato di Sept-Fons, uno degli onorevoli benedettini dichiarò: “A Sept-Fons, secondo il Reverendissimo Abate di Maredsous, si trovano ancora dei giganti della preghiera”. Questo apprezzamento avrebbe fatto piacere a Dom Chautard, non per l’espressione un po’ magniloquente, ma perché significava l’essenziale di ciò che egli desiderava. Giacché allora io ignoravo tutto della vita di preghiera, non compresi se non vagamente cosa potesse significare questa specie particolare di gigantismo. Nondimeno mi sentii lusingato che si dicesse questo della mia futura comunità; m’immaginavo già di parteciparvi! Vent’anni dopo, Dom Godefroid Belorgey O.C.S.O. (1880-1964) mi diede la consegna seguente: “Per voi, continuate il tempo di presenza, le ore di presenza davanti al tabernacolo”. Voleva perpetuare la razza di giganti? Non ci pensava, senza dubbio. Sapeva che nella professione monastica, non si tratta né di statura elevata né soprattutto di prestigio.
Lui che conosceva queste cose dall’interno, non avrebbe detto “giganti della preghiera”, piuttosto: fedeli alla preghiera. All’epoca, d’altronde, non avrei compreso il termine “fedele” meglio di “gigante”. Com’è possibile che il termine “fedele”, il più bel complimento che si possa fare a un innamorato, convenga anche a un monaco? Lo comprendo meglio ora, precisamente grazie a quelle ore davanti al tabernacolo. Fedele? Colui che l’usura non può mai vincere; né quella del soggetto, né quella – apparente – dell’Oggetto!
 
[Père Jérôme (Kiefer, O.C.S.O., 1907-1985), Saint Benoît de nouveau suivi, Ad Solem, Parigi 2013, pp. 10-14, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 16 novembre 2012

L’anima di ogni apostolato

«Una casa senza biblioteca è come una fortezza senza armeria»
(da un antico detto monastico)
 
Dom Jean-Baptiste Chautard O.C.S.O. (1858-1935), L’anima di ogni apostolato, reprint dell’8a edizione (Paoline 1958), pp. 311
 
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Dopo il Trattato della vera devozione alla Ss.ma Vergine, scritto da san Luigi Grignion di Monfort, un altro libro che diede un inestimabile beneficio alla mia vita spirituale e alla mia vocazione contro-rivoluzionaria fu L’anima di ogni apostolato, scritto dal celebre abate trappista dom Chautard.
Nato in un paesello di una regione montagnosa della Francia, questo insigne uomo di Dio sentì risuonare precocemente nel suo intimo il richiamo della Trappa. Avendo abbracciato la vita religiosa, divenne non soltanto un monaco esemplare, ma anche un ardito e vittorioso combattente per la causa cattolica, perseguitata dall’anticlericalismo francese all’inizio del nostro secolo.
Dom Chautard visse durante il pontificato di San Pio X, quando il progresso tecnico e industriale del mondo contemporaneo cominciava a dare grandi prove di sé. Ai suoi fautori, tale progresso appariva come antitetico alla Chiesa tradizionale, la quale sembrava lenta, impolverata dal passato, radicata nei suoi dogmi e nei suoi immutabili princìpi morali: una Chiesa, quindi, che pian piano veniva trascurata da tutte le persone che s’inebriavano di modernità.
Questa ebbrezza recava, di conseguenza, un grave rilassamento spirituale, provocando non poche apostasie. Per affrontare questa decadenza religiosa, molti sacerdoti zelanti incominciarono a fondare quelle che si chiamarono “opere pie”, cioè cattoliche. Erano luoghi in cui i giovani potevano riunirsi senza mettere a rischio la loro vita spirituale; in cui, a fianco di sani svaghi, ricevevano lezioni di catechismo ed erano formati nella conoscenza della dottrina cattolica.
Queste opere evitarono che innumerevoli giovani cadessero sotto le grinfie del male. Fu senza dubbio un frutto abbastanza prezioso... ma insufficiente. Occorreva conquistare nuove anime alla Chiesa, il che non avveniva. Rappresentava, dunque, uno sforzo colossale che però produceva un risultato esiguo.
“O cerco di santificarmi, o non sarò che un pagliaccio”.
Profondo osservatore delle cose, dom Chautard mise allora il suo vigoroso dito nella piaga e scrisse il libro L’anima di ogni apostolato. Il titolo rivela già una grande verità: esiste dunque un apostolato senz’anima, poiché se esiste un’anima di ogni apostolato vuol dire che quest’ultimo può essere fatto con essa o senza di essa. Dom Chautard dimostrerà, appunto, che l’apostolato delle “opere pie” non otteneva migliori frutti proprio perché non aveva anima.
Qual è, dunque, quest’anima di ogni apostolato? La risposta a questa domanda m’interessava moltissimo. Infatti, desiderando realizzare la Contro-Rivoluzione, un’opera eminentemente apostolica, volevo invitare ed attirare a questo ideale i giovani del mio tempo. Notavo però la relativa inutilità degli sforzi che, a questo fine, si facevano intorno a me. Donde il mio immenso interesse nel prender conoscenza della dottrina esposta dall’abate trappista.
Secondo dom Chautard, la sostanza dell’apostolato sta nel fatto che l’apostolo sviluppi nella sua anima, in grado superlativo, la grazia di Dio e la trasmetta agli altri. Quando qualcuno possiede in sé, in modo intenso ed abbondante, la vita della grazia, l’azione di Dio si fa sentire – persino involontariamente – attraverso questa persona, su coloro ch’essa vuole conquistare. Nelle loro anime, tale azione produce quindi frutti spirituali analoghi a quelli che ha prodotto nell’anima dell’apostolo. Così, l’apostolato sarà fecondo quando il suo strumento umano godrà di una elevata partecipazione alla grazia divina; sarà invece sterile quando questa partecipazione sarà insufficiente.
Dom Chautard insiste però nel dire che, per il pieno successo, non basta che l’apostolo viva nel semplice stato di grazia; occorre ch’egli lo abbia con sovrabbondanza, affinché i doni celesti trabocchino dalla sua anima a quelle dei suoi discepoli.
Questa dottrina, dom Chautard la dimostra con una ricchezza di argomenti inoppugnabili, illustrandoli con diversi esempi che egli colse dalle sue polemiche apostoliche.
Dinanzi a questo luminoso insegnamento, io mi posi il problema: “Quel che dice è perfetto e tutti questi argomenti valgono pure per il mio apostolato. Quindi, o io cerco di santificarmi, o non sarò che un pagliaccio. Trascorrere una vita spensierata, piacevole, senza sofferenze, illudendomi di realizzare nel mondo le trasformazioni che desidero, è pura fantasticheria! Non otterrò nulla, perché non avrò il grado di fervore necessario. Dunque, per concretizzare le mie aspirazioni, bisogna che io miri... alla santità!”.
“Senza il libro di Dom Chautard, io avrei perduto la mia anima”.
Esponendo la sua dottrina, dom Chautard indica come grandi indizi della santità specialmente la purezza e un’altra virtù, verso la quale avevo una certa incomprensione: l’umiltà. Benché io sapessi che si trattava di una caratteristica cristiana, e sebbene avessi letto nei Vangeli che Nostro Signore fosse stato infinitamente umile nella sua vita terrena, le persone che mi erano indicate come modelli di umiltà mi sembravano caricature di questa virtù. Provavo quindi difficoltà nel capirla.
Questo problema si risolse con la lettura dell’opera di dom Chautard, la quale mi fece capire che l’umiltà è, fondamentalmente, la virtù per cui non cerchiamo di attribuire a noi stessi quel che appartiene a Dio. Quindi, se nel fare apostolato convertiamo qualcuno, dobbiamo ammettere che non siamo stati noi ad averlo fatto, bensì Nostro Signore Gesù Cristo, servendosi di noi. Un uomo può quindi essere un ottimo predicatore, un esimio oratore, un eccellente catechista, eccetera; ma egli non convertirebbe nessuno, se Dio non gli concedesse la sua grazia al riguardo.
Da un’altra prospettiva, dom Chautard mette in rilievo che ogni uomo dev’essere umile nei confronti della persona che ha il diritto di comandargli; ha quindi l’obbligo di compiacersi nell’ubbidire al suo superiore, con rispetto, amore e sottomissione. Tutte queste disposizioni d’animo conducono alla santità, la quale costituisce il cuore del completo successo di ogni apostolato.
Nella lotta quotidiana in cerca di questa perfezione, il libro di dom Chautard fu per me un preziosissimo aiuto. Senza di esso, io avrei semplicemente perduto la mia anima, per esempio quando fui eletto deputato federale. Infatti, a 24 anni, essere il parlamentare più giovane e più votato del Brasile, sul quale in quel momento erano puntati tutti gli occhi di tutti gli ambienti cattolici del Paese, poteva indurmi facilmente all’autocelebrazione, a pensieri di vanità: “Che gigante sono! Essere già riuscito, così giovane, ad impormi a tante migliaia di elettori! Che intelletto straordinario il mio!”, eccetera.
Il risultato sarebbe stato inebriarmi di me stesso; e quando mi fossi trovato di fronte all’alternativa – o apostatare o rinunciare alla rielezione – avrei scelto l’apostasia. Allora, fu grazie agli insegnamenti di dom Chautard che potei mantenermi fedele in quella delicata fase della mia vocazione.
“Mai consentire a un moto di ebbrezza di sé, per quanto piccolo sia”.
A questo proposito, mi ricordo di un episodio molto significativo che mi capitò in un giorno solenne all’Assemblea Costituente, insediata in quei tempi a Rio de Janeiro, nel Palazzo Tiradentes. Le automobili che portavano i deputati dovevano passare davanti a una fila di soldati schierata lungo la via che conduceva all’entrata dell’edificio. Quando l’automobile in cui mi trovavo – da solo, in frac e cilindro – apparve all’inizio della via, un ufficiale diede ordine di presentare le armi. Lentamente, la mia vettura passò in mezzo a quei soldati con le armi alzate. In quel momento, provai una tendenza a inebriarmi di quell’omaggio, perché sono sempre stato un grande ammiratore degli onori militari, ritenendoli i più adatti a celebrare la grandezza di un uomo. Mi sentii inclinato a compiacermi di essere fatto oggetto di quegli onori... Nello stesso momento, però, la grazia risvegliò nella mia anima questo pensiero: “E dom Chautard?...”.
Allora riflettei: “Devo reprimere immediatamente questo moto d’animo, non guardare il plotone che mi sta presentando le armi e chiedere aiuto alla Madonna”. Immediatamente deviai lo sguardo verso il lato opposto, facendo il proposito di ignorare qualsiasi onorificenza, purché non andasse a danno alla causa cattolica.
Ritengo che molti giovani, trovandosi in situazioni analoghe, se non avranno letto L’anima di ogni apostolato, si troveranno in grave rischio di perdersi, cedendo alla vanità. In questa materia è necessario essere meticolosi e non consentire mai a un moto di ebbrezza di sé, per quanto piccolo sia. Così, quando ci elogiano, ci applaudono o riconoscono in noi qualche qualità, dobbiamo sforzarci di non badare a queste lodi. Cerchiamo di essere umili con naturalezza, senza falsa modestia e senza arroganza. Però con un timore maggiore di diventare orgogliosi che artificiosamente umili: questi infatti godono di attenuanti e potrebbero quindi arrivare in Cielo; ma i vanitosi troverebbero chiuse le soglie della beatitudine eterna... Ecco alcune preziose lezioni che ho tratto dalla lettura dell’ammirevole opera di dom Chautard.
 
Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995)
 
[estratto di una conferenza tenuta dinanzi a giovani cooperatori della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà, di cui Plinio Corrêa de Oliveira è stato il fondatore e presidente]

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