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lunedì 26 giugno 2017

Una foto rarissima della prima Messa di Thomas Merton

Dom M. Louis (Thomas) Merton O.C.S.O. (1915-1968) eleva il calice durante la sua prima celebrazione della Messa solenne, il 28 maggio 1949, dopo l’ordinazione sacerdotale di qualche giorno prima presso l’Abbazia Trappista di Nostra Signora di Gethsemani, nei pressi di Bardstown, nel Kentucky (USA). 

“O la vita è totalmente spirituale, oppure non lo è affatto. Nessuno può servire due padroni. La nostra vita è plasmata dagli obiettivi per cui viviamo. Siamo fatti a immagine di ciò che desideriamo” (Dom M. Louis Merton O.C.S.O.).

[Fonte dellimmagine: Aleteia | Fotografia di H.B. Littell | AP Archives]









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mercoledì 16 novembre 2016

La liturgia tradizionale secondo Thomas Merton: un’irripetibile esperienza monastica e cristiana

Da una lettera del 1964 di Dom M. Louis (Thomas) Merton O.C.S.O. (1915-1968) a Dom Ignace Gillet O.C.S.O. (1901-1997), all’epoca Abate generale dei Trappisti, a proposito della discussione sul rinnovamento monastico e i cambiamenti in corso nella famiglia cistercense.

[…] Ecco cosa penso del latino e del canto gregoriano: si tratta di capolavori che ci offrono un’irripetibile esperienza monastica e cristiana. Hanno una forza, un’energia, una profondità senza eguali. In confronto tutti gli uffici proposti in inglese sono alquanto impoveriti; inoltre, non è per nulla impossibile rendere queste cose comprensibili e apprezzate. In genere mi riesce quasi bene nel noviziato, naturalmente con qualche eccezione, di chi non comprende bene. Ma devo aggiungere qualcosa di più serio. Come sapete, ho molti amici nel mondo che sono artisti, poeti, autori, editorialisti, ecc. Ora, costoro sono ben capaci di apprezzare il nostro canto e anche il nostro latino. D’altro canto essi sono tutti, senza eccezioni, scandalizzati e addolorati quando dico loro che probabilmente questo Ufficio, questa Messa, non esisteranno più da qui a dieci anni. E questo è il peggio. I monaci non possono comprendere questo tesoro che possiedono, e lo gettano via per cercare qualcosa d’altro, quando i secolari – che per la maggior parte non sono nemmeno cristiani – sono in grado di amare quest’arte incomparabile.

[Thomas Merton, The School of Charity: Letters on Religious Renewal and Spiritual Direction, a cura di Patrick Hart, Farrar Straus & Giroux, New York 1990, p. 236,  trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 2 maggio 2015

Madonna dell'Equilibrio - (mese di maggio con Maria)

Nell’estate del 1967 un monaco cistercense, intento alla meditazione mattutina, subisce maggiori distrazioni del solito per il continuo ritornargli alla fantasia della parola “equilibrio”. Lo stesso giorno, mentre riordina in soffitta cose fuori uso, ecco capitargli tra le mani una lastra di bronzo con il rilievo di una orante: è l’Alma Æquilibrii Mater, Santa Maria dell’Equilibrio. Riprodotta a colori su tela da fr. Armando Panniello, la venerata effige viene oggi conservata nell’Abbazia trappista Nostra Signora del Santissimo Sacramento di Frattocchie (Roma), sede centrale della sua diffusione.

Preghiera alla Madonna dell’Equilibrio

Nel tempestoso mare della vita — al fin che dritta solchi la sua prora — chi non invoca Te, chi non t’addita amica Stella, e Madre, e gran Signora, Santa Maria?

Noi ti chiediamo il dono dell’equilibrio cristiano, tanto necessario alla Chiesa e al mondo di oggi.

Liberaci dal male e dalle nostre meschinità: salvaci dai compromessi e dai conformismi; tienici lontano dai miti e dalle illusioni, dallo scoraggiamento e dall’orgoglio, dalla timidezza e dalla sufficienza, dall’ignoranza e dalla presunzione, dall’errore, dalla durezza del cuore. Donaci la tenacia nello sforzo, la calma nella sconfitta, il coraggio per ricominciare, l’umiltà nel successo.

Apri i nostri cuori alla santità.

Donaci una perfetta semplicità, un cuore puro, l’amore alla verità, all’essenziale, la forza d’impegnarci senza calcolo alcuno, la lealtà di conoscere i nostri limiti e di rispettarli. Accordaci la grazia di sapere accogliere e vivere la Parola di Dio. Accordaci il dono della preghiera.

Apri i nostri cuori a Dio.

Noi ti chiediamo l’amore alla Chiesa, così come tuo Figlio l’ha voluta, per partecipare in essa e con essa, in fraterna comunione con tutti i membri del Popolo di Dio — gerarchia e fedeli — alla salvezza degli uomini nostri fratelli. Infondici per gli uomini comprensione e rispetto, misericordia e amore.

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venerdì 5 dicembre 2014

La gioia in Rancé / ultima parte

[La prima parte qui; la seconda parte qui; la terza parte quila quarta parte qui]

La gioia nella morte

Infine questa gioia cristiana, il cui ingresso nella vita monastica – la “conversione” – ha segnato l’inizio [31], trova la sua fioritura in occasione dell’uscita da questa vita, che si apre sul cielo. Dopo avere descritto le angosce di coloro i quali l’esistenza non avrebbe giustificato affatto questa speranza e questa sicurezza, Rancé parla dello stato d’animo dei monaci come lui li concepisce:
“Per i veri solitari che sono a riguardo del mondo come se non fosse più, che non hanno alcun ruolo nelle cose passeggere, e che vivono unicamente nella fede e nell’attesa dei beni a venire, non soltanto non vedono nella fine della loro vita qualcosa che faccia loro la minima pena, ma trovano gioia e consolazione nella meditazione della morte… Ciò che affligge gli altri li consola, e questi uomini divini, sapendo che il battesimo li ha già separati dal secolo, sono felici che la morte porti a compimento di separarli per sempre” [32].
Come san Gregorio, e dopo uno sviluppo che ricorda da vicino alcune sue pagine [33], Rancé ama insistere sul contrasto fra l’attaccamento a ciò che passa e l’aspirazione verso il regno eterno, e conseguentemente fra il timore della morte, che causa angoscia, e il desiderio della morte, che dona la gioia. Il desiderio di morire, non ispirato da una morbida tristezza, ma dall’amore, impaziente “di essere con Cristo”, come diceva san Paolo, era stato spesso espresso dai rappresentanti della tradizione monastica [34]. Quando sviluppa questo medesimo tema, Rancé non è inferiore ai suoi maestri. Vedremo come anche su questo punto, l’ultima parola è data alla consolazione:
“Il pensiero della morte, fratelli, distrugge tutte queste distanze; l’autentico solitario, che lo porta vivamente nel suo spirito, ha davanti agli occhi senza fine l’Eternità di Dio. Poiché non se ne vede separato che per un istante, egli è in una continua attesa che Gesù Cristo lo chiami a sé e che gli piaccia associarlo alla compagnia dei suoi santi. Il suo Salvatore è l’oggetto unico di tutte le sue vedute e di tutti i suoi desideri: egli lo considera come la causa della felicità che è sul punto di gioire, pensa alla riconoscenza che gli deve per tutte le grazie che gli ha già fatto, e che è ancora pronto a fargli… Pensa agli angeli, a questi santi spiriti che circondano il suo trono. Aggiungiamo, fratelli miei, che egli pensa alla sua uscita da questo mondo, che secondo la speranza che Dio gli ha donato, dev’essere il momento della sua esaltazione e del suo trionfo…
“Lungi dal gettarlo nello sconforto né dal fare desistere la sua fiducia, tutti i segni che ha ricevuto della bontà di Gesù Cristo gli vengono in soccorso, lo sostengono e fortificano la sua speranza e la sua fede… E se i suoi pianti gli servono quale nutrimento i giorni e le notti, può così dire che il Signore fa – per sua misericordia – che il suo dolore e la sua amarezza divengano la sua consolazione e la sua gioia, Convertisti planctum meum in gaudium mihi [35]. Perché la sua anima, rinfrescata e purificata dall’abbondanza dei suoi pianti, non ha più che sentimenti e pensieri di pace, di riconoscenza e benedizione; piange in continuazione con trasporti violenti: Siete voi, Signore, che mi liberate dal furore e dalla rabbia dei miei nemici…
“Infine, una quinta utilità della meditazione della morte è che essa consola il religioso della lunghezza del suo esilio e dell’afflizione che provano tutti quelli che vivono con pietà in questa valle di lacrime” [36].

Conclusione. Il pericolo dei florilegi

Abbiamo letto solo degli estratti. Non bisogna affatto dissimulare che si potrebbero estrarre dal trattato De la sainteté et des devoirs de la vie monastique o da altri scritti di Rancé delle pagine che renderebbero un senso alquanto diverso. Vi è contraddizione fra tutti questi brani? Per nulla: si devono completare. Sarebbe caricare un solo lato della bilancia e fare una “caricatura”, il trattenere solo le frasi che spingono al timore di Dio e all’austerità. Sarebbe deformare una dottrina, semplificandola. Perché queste frasi non si possono comprendere che nel loro contesto, e di questo fanno parte i testi che abbiamo riprodotto. Non abbiamo il diritto di cedere all’ammirazione, davanti a queste testimonianze piene di linfa tradizionale [37]? Il proposito del presente saggio non era che di contribuire a ristabilire l’equilibrio e a preparare un giusto apprezzamento.
Sapere leggere consiste nel leggere tutto, a non essere affatto soddisfatti di “brani scelti” – scelti in vista di dimostrare una tesi, quale che sia. Sapere leggere consiste ugualmente a non perdere di vista i procedimenti propri dell’espressione di ogni tempo: un san Girolamo non può essere compreso, le sue violenze non possono essere esattamente giudicate, che alla luce della retorica del secolo V, come pure un san Bernardo in rapporto a quella del secolo XII. Rancé, senza dubbio, si sentiva segretamente affine al pensiero dell’abate di Clairvaux, di cui diceva ai suoi religiosi: “San Bernardo, che da solo deve avere presso di voi più autorità di chiunque altro…” [38]; e del quale scriveva ancora: “Quest’uomo così moderato e così giusto nei suoi sentimenti…” [39]. Se si vuole rimanere equi, non ci si può avvicinare a Rancé senza avere letto diversi suoi contemporanei, senza conoscere la tradizione, e se queste condizioni non sono realizzate, meglio sarebbe tacere che parlare.

[31] Cfr. cap. XIV, q. 2, t. I, p. 569: “Ecco cosa deve un peccatore al timore di Dio, e come le sue prime consolazioni gli provengano e siano degli effetti della vista dei suoi giudizi”.
[32] Cap. XIII, q. 1, t. I, pp. 532-533.
[33] Ibid., q. 2, p. 548.
[34] Cfr., per esempio, il testo che ho citato in L’amour des lettre set le désir de Dieu, cit., p. 65, e gli Ecrits spirituels d’Elmer de Cantorbéry che ho commentato in Analecta monastica, II, Roma (Studia Anselmiana) 1953, pp. 56-57.
[35] Sal 29, 12.
[36] Cap. XIII, q. 2, t. I, pp. 549-553.
[37] I testi sul timore e il senso di peccato appartengono alla tradizione. Si troverà in Rancé una formula così forte come quella che si legge nella Regola di san Benedetto (7, 64): “reum se omni hora de peccatis suis æstimans, iam se tremendo iudicio repræsentari æstimet”?
[38] Cap. XXIII, q. 7, t. II, p. 685.
[39] Ibid., p. 686.

[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 213-215), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 5 - fine]

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lunedì 13 ottobre 2014

La gioia in Rancé / quarta parte

[La prima parte qui; la seconda parte qui; la terza parte qui]
 
La gioia nei fratelli
 
I “solitari” di cui parla Rancé sono dei cenobiti, e ciascuno di essi è responsabile della gioia di tutti. Questo è vero anzitutto del superiore: “Che consoli gli afflitti…!”. Perché vi sono “ragioni pressanti per ricorrere a Dio per il riposo, la consolazione e la perfezione dei suoi fratelli” [24]. Il medesimo principio è però valido anche per tutti i membri della comunità. Occorre, dice a loro Rancé, “che vi rendiate gli uni gli altri i contrassegni della dolcezza, dell’affetto e della deferenza che la regolarità del monastero vi può consentire” [25]. Inoltre, la ragione per la quale costoro si devono il buon esempio, è che essi sono “impegnati negli stessi lavori, in una medesima guerra”:
“Come la timidezza e la debolezza di uno solo può causare un indebolimento e una perdita generale, e al contrario molti possono trovare la loro forza e la loro felicità nella costanza e nella fedeltà di uno solo, occorre che la loro difesa sia unica e costante. Che si aiutino gli uni gli altri; che i forti sostengano i deboli; che i più fermi sostengano quanti vacillano, affinché tutti siano uniti in un medesimo sforzo e in un eguale fervore, guadagnino un’identica vittoria, conseguano la stessa corona, e portino a termine le loro battaglie con un simile successo. Siate dunque persuasi che chi manca d’incoraggiare mediante il proprio esempio, tradisce la causa del suo Maestro, si separa dai suoi fratelli e abbandona la loro salvezza” [26].
Al dovere dell’esempio si aggiunge quello della “consolazione” reciproca. Ascoltiamo Rancé parlare di quella che si scambiano i malati con coloro che si prendono cura di loro:
“I fratelli s’illuminano e si edificano gli uni gli altri mediante l’esempio, si fortificano e si sostengono con la preghiera, e quale segno esteriore della loro carità, si legano e si rafforzano nell’unità di un medesimo corpo; senza di che una congregazione monastica non è altro che un assembramento di membri e di parti diverse, che non hanno fra loro né rapporto, né legame, né autentica intelligenza.
“Dovete quindi dare ai vostri fratelli tutte le testimonianze possibili di un affetto purissimo e cordialissimo, e non perdere una sola occasione di fare loro conoscere che li amate: Caritatem fraternitatis casto impendant amore [27]. Quanti sono applicati al servizio della comunità devono adempiere il loro ministero con tanta cura, puntualità e diligenza, che si possa considerare la bontà del loro cuore nelle loro azioni. Se sono incaricati di sollecitare gli ammalati, occorre che riconoscano Gesù Cristo nelle loro persone, che vuole sopportare ciò che non ha voluto soffrire nella propria, e che compie mediante tutti i languori, dolori e altri accidenti delle malattie con cui li visita, ciò che ancora manca alla perfezione delle proprie sofferenze…
“Ma se Gesù Cristo s’incontra nei fratelli infermi e che languono, non è meno in coloro che li consolano e che si applicano a soccorrerli” [28].
Così, nel suo insieme l’istituzione monastica è fonte di felicità: gioia favorita dall’esempio, dall’affetto, dalla preghiera dei fratelli: gioia assicurata dalle cure di cui i religiosi sono oggetto da parte della Chiesa, di cui Rancé dice, a proposito delle “mitigazioni”: “La Chiesa, come una madre caritatevole, toccata dalla sfortuna dei suoi figli e afflitta dalla loro caduta, si è abbassata per rialzarli” [29]. Gioia, infine, assicurata da Dio alla “religione”, cioè alla vita religiosa: “Essa s’impegna di servirlo secondo tutti i precetti, gli strumenti e le pratiche contenuti nella Regola di cui fa professione, e Dio promette in cambio di ricevere i suoi servizi, di renderla felice, e di essere lui stesso la sua felicità, la sua gloria e la sua ricompensa. Quest’obbligo è reciproco” [30].
 
[24] Cap. IX, q. 9, t. I, p. 284.
[25] Cap. X, q. 1, t. I, p. 315.
[26] Ibid., p. 318.
[27] Regula S. Benedicti, 72, 8-9. Rancé riunisce qui dei termini che la recente edizione critica della Regola ha dissociato come facenti parte di due diverse frasi: “caritatem fraternitatis caste impendant; amore Deum timeant”. Cfr. R. Hanslik, Benedicti Regula, CSEL 75, Vienna 1960, p. 163. Non si può tuttavia esigere da nessun autore del secolo XVII che egli anticipasse i risultati della filologia moderna, né quanto al testo della Regola che utilizza, né quanto all’interpretazione che ne dà.
[28] Cap. X, q. 4, t. I, pp. 328-329.
[29] Cap. XXIII, q. 6, t. II, pp. 659-660.
[30] Ibid., q. 2, p. 637. Alla fine dello stesso capitolo si parla ancora di “consolazione” (q. 7, p. 692) e della “gioia degli angeli” (q. 7, p. 693).
 
[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 211-213), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 4 - segue]

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mercoledì 1 ottobre 2014

Il nocciolo del monachesimo è l’adorazione

Novizi (con lo scapolare bianco) dell'abbazia cistercense di Heiligenkreuz
Con piacere, nel mio pellegrinaggio alla Magna Mater Austriae, sono venuto anche nell’Abbazia di Heiligenkreuz, che non è solo una tappa importante sulla Via Sacra verso Mariazell, ma il più antico monastero cistercense del mondo restato attivo senza interruzione. Ho voluto venire a questo luogo ricco di storia, per attirare l’attenzione alla direttiva fondamentale di san Benedetto, secondo la cui Regula vivono anche i cistercensi. Benedetto dispone concisamente di “non anteporre nulla al divino Officio” (Regula Benedicti 43,3).
Per questo in un monastero di impostazione benedettina, le lodi di Dio, che i monaci celebrano come solenne preghiera corale, hanno sempre la priorità. Certo – e grazie a Dio! –, non sono solo i monaci che pregano; anche altre persone pregano: bambini, giovani e anziani, uomini e donne, persone sposate e nubili – ogni cristiano prega, o almeno dovrebbe farlo!
Nella vita dei monaci, tuttavia, la preghiera ha una speciale importanza: è il centro del loro compito professionale. Essi, infatti, esercitano la professione dell’orante. Nell’epoca dei Padri della Chiesa, la vita monastica veniva qualificata come vita a modo degli angeli. E come caratteristica essenziale degli angeli si vedeva il loro essere adoratori. La loro vita è adorazione. Questo dovrebbe valere anche per i monaci. Essi pregano innanzitutto non per questa o quell’altra cosa, ma semplicemente perché Dio merita di essere adorato. “Confitemini Domino, quoniam bonus! – Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia!”, esortano vari Salmi (ad es. Sal 106, 1). Una tale preghiera senza scopo specifico, che vuol essere puro servizio divino viene perciò chiamata con ragione “officium”. È il “servizio” per eccellenza, il “servizio sacro” dei monaci. Esso è offerto al Dio trinitario che, al di sopra di tutto, è degno “di ricevere la gloria, l’onore e la potenza” (Ap 4,11), perché ha creato il mondo in modo meraviglioso e in modo ancora più meraviglioso l’ha rinnovato.
Allo stesso tempo, l’officium dei consacrati è anche un servizio sacro agli uomini e una testimonianza per loro. Ogni uomo porta nell’intimo del suo cuore, consapevolmente o in modo inconscio, la nostalgia di un definitivo appagamento, della massima felicità, quindi in fondo di Dio. Un monastero, in cui la comunità si raduna più volte al giorno per lodare Dio, testimonia che questo originario desiderio umano non cade nel vuoto: il Dio Creatore non ha posto noi uomini in tenebre spaventose dove, andando a tentoni, dovremmo disperatamente cercare un fondamentale ultimo senso (cfr At 17,27); Dio non ci ha abbandonati in un deserto del nulla, privo di senso, dove, in definitiva, ci aspetta soltanto la morte. No! Dio ha illuminato le nostre tenebre con la sua luce, per opera del suo Figlio Gesù Cristo. In Lui, Dio è entrato nel nostro mondo con tutta la sua “pienezza” (cfr Col 1,19), in Lui ogni verità, di cui abbiamo nostalgia, ha la sua origine ed il suo culmine (cfr Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22).
La nostra luce, la nostra verità, la nostra meta, il nostro appagamento, la nostra vita – tutto ciò non è una dottrina religiosa, ma una Persona: Gesù Cristo. Molto al di là delle nostre capacità di cercare e di desiderare Dio, siamo già prima stati cercati e desiderati, anzi, trovati e redenti da Lui! Lo sguardo degli uomini di ogni tempo e popolo, di tutte le filosofie, le religioni e le culture incontra infine gli occhi spalancati del Figlio di Dio crocifisso e risorto; il suo cuore aperto è la pienezza dell’amore. Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama. L’immagine del Crocifisso sopra l’altare, il cui originale romano si trova nel Duomo di Sarzano, mostra che questo sguardo si volge ad ogni uomo. Il Signore, infatti, guarda nel cuore di ciascuno di noi.
Il nocciolo del monachesimo è l’adorazione – il vivere alla maniera degli angeli. Essendo, tuttavia, i monaci uomini con carne e sangue su questa terra, san Benedetto all’imperativo centrale dell’“ora” ne ha aggiunto un secondo: il “labora”. Secondo il concetto di san Benedetto come anche di san Bernardo, una parte della vita monastica, insieme alla preghiera, è anche il lavoro, la coltivazione della terra in conformità alla volontà del Creatore. Così in tutti i secoli i monaci, partendo dal loro sguardo rivolto a Dio, hanno reso la terra vivibile e bella. La salvaguardia e il risanamento della creazione provenivano proprio dal loro guardare a Dio. Nel ritmo dell’ora et labora la comunità dei consacrati dà testimonianza di quel Dio che in Gesù Cristo ci guarda, e uomo e mondo, guardati da Lui, diventano buoni.
Non solo i monaci dicono l’officium, ma la Chiesa dalla tradizione monastica ha derivato per tutti i religiosi, ed anche per sacerdoti e diaconi la recita del Breviario. Vale anche qui che le religiose e i religiosi, i sacerdoti e i diaconi – e naturalmente anche i Vescovi – nella quotidiana preghiera “ufficiale” si presentano davanti a Dio con inni e salmi, con ringraziamenti e domande senza scopi specifici.
Cari confratelli nel ministero sacerdotale e diaconale, cari fratelli e sorelle nella vita consacrata! Io so che ci vuole disciplina, anzi, a volte anche superamento di sé per recitare fedelmente il Breviario; ma mediante questo officium riceviamo allo stesso tempo molte ricchezze: quante volte nel fare ciò stanchezza e abbattimento si dileguano! E là dove Dio viene lodato ed adorato con fedeltà, la sua benedizione non manca. Con ragione si dice in Austria: “Tutto dipende dalla benedizione di Dio!”
Il vostro servizio primario per questo mondo deve quindi essere la vostra preghiera e la celebrazione del divino Officio. La disposizione interiore di ogni sacerdote, di ogni persona consacrata deve essere quella di “non anteporre nulla al divino Officio”. La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (cfr 1 Cor 2, 9).In ogni forma di impegno per la liturgia criterio determinante deve essere sempre lo sguardo verso Dio. Noi stiamo davanti a Dio – Egli ci parla e noi parliamo a Lui. Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei con Dio come specifico soggetto o non è. In questo contesto io vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini!
L’anima della preghiera, infine, è lo Spirito Santo. Sempre, quando preghiamo, è in verità Lui che “viene in aiuto alla nostra debolezza, intercedendo con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (cfr Rm 8, 26). Confidando in questa parola dell’apostolo Paolo vi assicuro, cari fratelli e sorelle, che la preghiera susciterà in voi quell’effetto che una volta si esprimeva chiamando sacerdoti e persone consacrate semplicemente “Geistliche” (cioè persone spirituali). Il Vescovo Sailer di Ratisbona disse una volta che i sacerdoti dovrebbero essere prima di tutto persone spirituali. Mi piacerebbe se l’espressione “Geistliche” ritornasse nuovamente più in uso. È però soprattutto importante che si realizzi in noi quella realtà che la parola descrive: che nella sequela del Signore, in virtù della forza dello Spirito, diventiamo persone “spirituali”.
L’Austria è, come si dice in doppio senso, veramente “Klösterreich”: regno di monasteri e ricca di monasteri. Le vostre antichissime abbazie con origini e tradizioni che risalgono a secoli fa sono luoghi della “preferenza per Dio”. Cari confratelli, rendete molto evidente per gli uomini questa priorità di Dio! Come oasi spirituale un monastero indica al mondo di oggi la cosa più importante, anzi, alla fine l’unica cosa decisiva: esiste un’ultima ragione per cui vale la pena vivere, cioè Dio e il suo amore imperscrutabile.
E chiedo a voi, cari fedeli, considerate le vostre abbazie e i vostri monasteri quello che sono e sempre vogliono essere: non soltanto luoghi di cultura e di tradizione o addirittura semplici aziende economiche. Struttura, organizzazione ed economia sono necessarie anche nella Chiesa, ma non sono la cosa essenziale. Un monastero è soprattutto questo: un luogo di forza spirituale. Arrivando in uno dei vostri monasteri qui in Austria si ha la stessa impressione di quando, dopo una camminata sulle Alpi che è costata sudore, finalmente ci si può rinfrescare ad un ruscello di acqua sorgiva… Approfittate dunque di queste sorgenti della vicinanza di Dio nel vostro Paese, stimate le comunità religiose, i monasteri e le abbazie e ricorrete al servizio spirituale che i consacrati sono disposti ad offrirvi!
La mia visita, infine, è rivolta all’Accademia ormai Pontificia che si trova nel 205o anniversario della sua fondazione e che, nel suo stato nuovo, dall’Abate ha ricevuto il nome aggiuntivo dell’attuale successore di Pietro. Per quanto sia importante l’integrazione della disciplina teologica nell’universitas del sapere mediante le facoltà teologiche cattoliche nelle università statali, è tuttavia altrettanto importante che ci siano luoghi di studi così profilati come il vostro, dove è possibile un legame approfondito tra teologia scientifica e spiritualità vissuta. Dio, infatti, non è mai semplicemente l’Oggetto della teologia, è sempre allo stesso tempo anche il suo Soggetto vivente. La teologia cristiana, del resto, non è mai un discorso solamente umano su Dio, ma è sempre al contempo il Logos e la logica in cui Dio si rivela. Per questo intellettualità scientifica e devozione vissuta sono due elementi dello studio che, in una complementarietà irrinunciabile, dipendono l’una dall’altra.
Il padre dell’Ordine cistercense, san Bernardo, a suo tempo ha lottato contro il distacco di una razionalità oggettivante dalla corrente della spiritualità ecclesiale. La nostra situazione oggi, pur diversa, ha però anche notevoli somiglianze. Nell’ansia di ottenere il riconoscimento di rigorosa scientificità nel senso moderno, la teologia può perdere il respiro della fede. Ma come una liturgia che dimentica lo sguardo a Dio è, come tale, al lumicino, così anche una teologia che non respira più nello spazio della fede, cessa di essere teologia; finisce per ridursi ad una serie di discipline più o meno collegate tra di loro. Dove invece si pratica una “teologia in ginocchio”, come richiedeva Hans Urs von Balthasar (cfr Theologie und Heiligkeit, Aufsatz von 1948 in: Verbum Caro. Schriften zur Theologie I, Einsiedeln 1960, 195-224), non mancherà la fecondità per la Chiesa in Austria ed anche oltre.
Questa fecondità si mostra nel sostegno e nella formazione di persone che portano in sé una chiamata spirituale. Perché oggi una chiamata al sacerdozio o allo stato religioso possa essere sostenuta fedelmente lungo tutta la vita, occorre una formazione che integri fede e ragione, cuore e mente, vita e pensiero. Una vita al seguito di Cristo ha bisogno dell’integrazione dell’intera personalità. Dove si trascura la dimensione intellettuale, nasce troppo facilmente una forma di pia infatuazione che vive quasi esclusivamente di emozioni e di stati d’animo che non possono essere sostenuti per tutta la vita. E dove si trascura la dimensione spirituale, si crea un razionalismo rarefatto che sulla base della sua freddezza e del suo distacco non può mai sfociare in una donazione entusiasta di sé a Dio. Non si può fondare una vita al seguito di Cristo su tali unilateralità; con le mezze misure si resterebbe personalmente insoddisfatti e, di conseguenza, forse anche spiritualmente sterili. Ogni chiamata alla vita religiosa o al sacerdozio è un tesoro così prezioso che i responsabili devono fare tutto il possibile per trovare le vie di formazione adatte per promuovere insieme fides et ratio – la fede e la ragione, il cuore e la mente.
San Leopoldo d’Austria – l’abbiamo sentito poc’anzi – su consiglio del figlio, il beato Vescovo Otto di Frisinga che fu mio predecessore sulla sede vescovile di Frisinga (in Frisinga si celebra oggi la sua festa), fondò nel 1133 la vostra abbazia, dandole il nome di “Unsere Liebe Frau zum Heiligen Kreuz” - Nostra Signora della Santa Croce. Questo monastero non è dedicato alla Madonna solo tradizionalmente – come tutti i monasteri cistercensi –, ma qui arde il fuoco mariano di un san Bernardo di Chiaravalle. Bernardo che, insieme a 30 compagni entrò nel monastero, è una specie di Patrono delle chiamate spirituali. Forse aveva un ascendente così entusiasmante ed incoraggiante su molti giovani del suo tempo chiamati da Dio, perché era animato da una particolare devozione mariana. Dove c’è Maria, là c’è l’immagine primigenia della donazione totale e della sequela di Cristo. Dove c’è Maria, là c’è il soffio pentecostale dello Spirito Santo, là c’è l’avvio e un rinnovamento autentico.
Da questo luogo mariano sulla Via Sacra auguro a tutti i luoghi spirituali in Austria fecondità e capacità di irraggiamento. Qui vorrei prima della mia partenza, come già a Mariazell, chiedere alla Madre di Dio ancora una volta di intercedere per tutta l’Austria. Con le parole di san Bernardo invito ciascuno a farsi davanti a Maria fiduciosamente “bambino”, come lo ha fatto il Figlio stesso di Dio. San Bernardo dice, e noi diciamo con lui: “Guarda la stella, invoca Maria … Nei pericoli, nella angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Non s’allontani il suo nome dalla tua bocca, non si allontani dal tuo cuore … Seguendo lei non ti smarrisci, pregando lei non ti disperi, pensando a lei non sbagli. Se lei ti tiene, non cadi; se lei ti protegge, non temi; se lei ti guida, non ti stanchi, se lei ti concede il suo favore, tu arrivi al tuo fine” (Bernardo di Chiaravalle, In laudibus Virginis Matris, Homilia 2, 17).
[Benedetto XVI, Discorso all'Abbazia di Heiligenkreux durante il viaggio apostolico in Austria in occasione dell'850° anniversario della fondazione del Santuario di Mariazell, 9 settembre 2007]

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sabato 12 luglio 2014

Desiderio di solitudine

Chi mi darà ali come di colomba, e io volerò in qualche luogo lontano dal mondo, così separato da non aver più rapporto con il mondo né comunicazione con le creature. Io cerco qualche cosa che non è di questo mondo e che non si trova fra le cose create. Io ne ho concepito un'idea che me la fa amare e l'amore me ne suscita il desiderio; ma questo desiderio produce solo sospiri e mi sembra che più il mio cuore si eleva verso questo oggetto, più quest'oggetto si allontana dal mio cuore. Non è lo stesso con le creature, esse mi importunano, mi seguono ovunque, si presentano continuamente ai miei occhi e attraverso i miei occhi entrano nel mio spirito, lo dividono e vi portano l'inquietudine e la dissipazione. Chiudiamo gli occhi, anima mia, a tutte queste cose e teniamoci così lontani da esse da non vederle e non esserne visti... Signore, senza il tuo aiuto i nostri propositi sono deboli e inutili. Conferma in me ciò che compio oggi. Conducimi, Signore, nella solitudine sacra in cui Tu parli al cuore di coloro che ti amano, insegna al mio la scienza di piacerti; fai che trovi, in questo luogo recondito in cui mi sono nascosto, come uccello selvatico nelle spaccature delle rocce inaccessibili, il riposo profondo e la sicurezza perfetta che Tu non rifiuti a coloro che hanno lasciato tutto per seguirTi nel deserto...

[Dom Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé (1626-1700), preghiera nota come "Desiderio di solitudine", in Anna Maria Caneva O.C.S.O., Il riformatore della Trappa. Vita di Armand-Jean de Rancé, Città Nuova, Roma 1996, pp. 242-243]

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lunedì 19 maggio 2014

Salve Regina (modo trappista)



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martedì 6 maggio 2014

La gioia in Rancé / terza parte

La gioia in Dio
 
Le consolazioni più elevate sono quelle della preghiera, posto che essa sia concepita come si conviene. A tale proposito, Rancé enuncia degli eccellenti princìpi:
“Abbiate cura di non fare consistere questa preghiera in una speculazione arida e destituita da quello spirito che ne deve fare tutto il merito e tutta la forza, e senza il quale essa non saprebbe trovare né accoglienza né accesso presso Dio, al quale è offerta… Fate invece che la vostra preghiera sia la voce e il grido del vostro cuore, … o piuttosto che lo Spirito Santo lo formi lui stesso mediante le sue operazioni divine… Perché lo spirito di Dio è libero…, abbandonatevi al movimento che vorrà donarvi… Consegnategli tutta la disponibilità del vostro uomo interiore e seguite con una perfetta semplicità l’impulso del suo spirito” [18].
Più avanti, con termini simili a quelli di san Gregorio e di san Bernardo, ma che tradiscono inoltre un’esperienza personale o, in ogni caso, un autentico fervore, Rancé descrive il “felice momento” in cui l’anima è elevata a una preghiera pura, in presenza di Dio:
“Essa non guarda che lui, non conosce che lui; tutto gli sfugge e scompare, fuori da quella bellezza che possiede e da cui è posseduta; quella bellezza, intendo dire, che l’attira e la rapisce senza fine mediante la potenza del suo fascino infinito, che la rende incapace di arrestarsi anche solo un momento e di sospendere la propria azione, e che, impedendole di avere alcun ritorno né alcuna riflessione su sé stessa, fa che essa ignori e che non sappia ciò che accade in lei, fino ad accorgersi che il suo stato è l’effetto dell’eccellenza della sua preghiera… [19].
“È di questa orazione che parlava il Profeta, quando si è servito di queste parole: ‘Inebriabuntur ab ubertate domus tuae, et torrente voluptatis tuae potabis eos’ [20] [‘si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie’]. C’insegna che Dio si dona e si effonde nelle anime con tanta abbondanza, effusione e pienezza, che si potrebbe dire che esse abbondano delle sue grazie e dei suoi favori, e che trovandosi in una specie di obnubilamento e di sonno causati da questa santa ebbrezza, esse dimenticano ogni cosa e persino sé stesse, e non conservano più sentimento che per gustare le dolcezze delle sue ineffabili comunicazioni… [21].
“Infine, un’anima che è innalzata dall’ardore e dalla vivacità della sua preghiera, e come sprofondata nel seno di Dio, trova in questo inesauribile abisso ogni tipo di beni delle consolazioni infinite; essa si lascia trasportare dal peso del suo amore, segue la violenza e l’impeto della sua attrazione [22]; tutti i suoi desideri sono soddisfatti; essa non pensa, non vuole altro che la felicità di cui gioisce, e tutto ciò che vi è d’estraneo è al suo sguardo come se non esistesse” [23].
 
[18] Cap. XI, q. 1, t. II, p. 362 ; e cap. XI, q. 4, p. 384.
[19] Cfr. San Bernardo, Sup. Cant., 79, 1, S. Bernardi opera, II, Roma 1958, p. 272; e Cassiano, Conf., 9, 31, coll. “Sources chrétiennes”, 54, p. 66.
[20] Sal 35,9.
[21] I temi della “santa ebbrezza” e del “sonno vigilante” sono frequenti nella tradizione, come mostrano le testimonianze che ho raccolto sotto i titoli “Sobre ivresse”, in La liturgie et les paradoxes chrétiens, Parigi 1963, pp. 37-58, e “Lectulus. Variazioni su un tema biblico della tradizione monastica”, in C. Vagaggini (cur.), Bibbia e spiritualità, Roma 1967, pp. 417-436.
[22] L’idea che occorre sostituire “il peso dell’amore” al peso del peccato si trova in san Gregorio Magno; in L’amour des lettre set le désir de Dieu, Parigi 1957, pp. 34-37, e in La spiritualité du moyen âge, Parigi 1961, pp. 25-42, ho citato dei testi. Cfr. pure M. Walther, Pondus, Dispensatio, Dispositio. Worthistorische Untersuchungen zur Frömmigkeit Papst Gregors des Grossen, Lucerna 1941.
[23] Cap. XI, q. 7, pp. 405-407.
 
[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 210-211), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 - segue]

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mercoledì 9 aprile 2014

La gioia in Rancé / seconda parte

San Giovanni Climaco (575 c.-650 c.)
Le condizioni della gioia
 
Anzitutto si è avvertiti – senza sorpresa, se ci si pone dal punto di vista del Vangelo – che questa gioia si situa al di là della rinuncia: il solitario – cioè il monaco, nel vocabolario comune ai Mauristi e a Rancé, nonché conforme alla tradizione – serve a Gesù Cristo “in una perfetta disoccupazione” [1]. Il suo ideale è riassunto in formule dense e chiare, che avrebbero sottoscritto i dottori monastici di tutte le epoche: “Non si può che essere d’accordo sul fatto che la prima e principale obbligazione di un solitario sia di applicarsi a Dio nel riposo e nel silenzio del cuore, di meditare incessantemente la sua legge, di mantenersi in una perfetta disoccupazione da tutto quel che può distrarre da ciò” [2]. Sarebbe vano cercare la gioia fuori da Gesù Cristo, da cui Rancé dice, con poche mirabili parole, parlando del religioso: “Occorre che riempia tutto solo la capacità del suo cuore” [3]. A questo prezzo si gode della “solitudine dei chiostri”: “La pace vi è profonda, e Gesù Cristo, che è il Re della pace, e che si compiace di ogni dove essa s’incontra, vi stabilisce il suo regno… [4]. Gioiremo di questa pace profonda che è la compartecipazione di coloro che s’impegnano a fare la sua volontà… [5]. Per contro, colui che è infedele al suo stato trascorrerà i suoi giorni nell’amarezza e finirà una vita miserabile con una morte ancora più sfortunata” [6].
La condizione di questa gioia in Dio è quindi la carità, “questa carità consumata, che bandendo ogni timore, fa sì che gli uomini servano Dio sulla terra come gli angeli lo servono in cielo, ovvero senza alcun timore dei castighi, ma per la sola ragione della verità e della giustizia, per il solo amore che essi portano a Gesù Cristo e per la consolazione che hanno di piacergli…” [7]. Tornano frequentemente le parole “consolazione” e “consolare”, in formule come la seguente: “Ecco, così mi sembra, alquanto per consolarvi…” [8]. Tali parole rivestono tutto il loro significato alla luce di quanto è detto, nel capitolo VII, Dell’amore di Dio: “Ameremo Dio in spirito quando lo ameremo con la tenerezza e il sentimento del nostro cuore…” [9], là dove sarà denunciato l’errore “di quanti fanno consistere l’obbligo di amare Dio con una giustizia puramente legale, senza credere che sia necessario amarlo per un moto del cuore” [10].
“Quando le vostre viscere saranno sincere, non conoscerete più né dovere né precetto, se non quello di amare; tutta la vostra consolazione sarà di alleggerire il vostro cuore in sua presenza; non avrete né tempo né mezzi per dargli testimonianza della vostra riconoscenza; ed esclamerete come il Profeta, mediante continui trasporti: ‘Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici’” [11].
Proseguendo, la differenza fra la cattiva tristezza e la vera “consolazione” sarà l’oggetto di un’intera Questione [12].
“Fratelli, dovete sapere che vi sono due specie di tristezza; l’una tutta umana, è brutta, inutile, e dà la morte…
“Vi è un’altra tristezza che è secondo Dio, che è santa, è utile, e sostiene le anime anziché abbatterle… Essa è santa perché Gesù Cristo la produce in noi con il suo sguardo e mediante l’operazione dello Spirito santo; essa è utile perché ci fa spandere le lacrime che lavano le nostre anime e che allontanano le macchie causate dai peccati; non si potrà dubitare che essa non consoli e non dia la gioia, giacché un penitente non può vedere i suoi gemiti che come gli effetti sensibili della misericordia che Dio gli ha già fatto, e delle assicurazioni di quella che gli prepara. Così, cosa importa se un solitario, che passa tutta la sua vita senza avere parte alle gioie della terra, sia abbattuto sotto il peso del dolore e privato di ogni consolazione – come ce lo si figura –, poiché al contrario, egli trova che il dolore della penitenza, secondo san Giovanni Climaco, porti con sé un’allegrezza e una gioia spirituale, come la cera racchiude il miele [13]; essa è sempre unita nell’anima a un piacere dolce e bello, e Dio non manca di consolare, in maniera segreta e invisibile, coloro che hanno il cuore come affranto da un’afflizione così santa.
“È ciò che ha fatto dire al medesimo santo [14], che era perfettamente istruito sui sentieri della grazia, che ‘il dolore vivo e profondo della penitenza riceve la consolazione da Dio, come la purezza del cuore riceve l’illuminazione dal cielo… Questa consolazione è un refrigerio dell’anima afflitta, la quale, come un bambino, piange e grida in sé stessa con tenerezza e amore, e questo refrigerio è un rinnovamento dell’anima sopraffatta dal dolore, il quale, per un meraviglioso effetto, muta le lacrime amare e pungenti in altre lacrime dolci e piacevoli’” [15].

[1] Cap. II, q. 2, t. I, p. 8. Il termine “disoccupazione” appartiene al vocabolario spirituale del secolo XVII. Lo si trova per esempio nel titolo di un’opera di Padre Jean-Chrysostome de Saint-Lô O.F.M., La désoccupation des creature et l’occupation de Dieu seul, Parigi 1651. Altri autori dicono che il fatto di essere “liberi da ogni altra occupazione che non sia ‘servire Dio’” ha per fine di rendere l’anima “disimpegnata”; queste parole di Dom Philippe François sono citate alle pp. 326-327 dell’articolo in cui ho tratteggiato la sua dottrina, sotto il titolo Spiritualité vanniste et tradition monastique, in Rev. d’ascét. et de mystique, XXXVI (1960).
[2] Cap. V, q. 1, t. I, p. 62. In questo testo si nota, oltre a un nuovo impiego del termine “disoccupazione, la menzione di quel “riposo” e di quel “silenzio del cuore”, sui quali ho raccolto testimonianze tradizionali in Otia monastica. Etudes sur le vocabulaire de la contemplation au moyen âge, Studia Anselmiana, Roma 1963.
[3] Cap. V, q. 4, t. I, p. 84.
[4] Cap. V, q. 6, t. I, p. 136. L’idea che Cristo è “Re della pace” e la devozione al suo “regno” sono attestate frequentemente nella spiritualità francese del secolo XVII, come dimostrano i testi che ho raccolto con il titolo La royauté du Christ dans la spiritualità française du XVIIe siècle, nel Supplément de la Vie Spirituelle, I (1947), pp. 216-222 e pp. 291-307.
[5] Cap. VI, t. I, p. 149.
[6] Cap. V, q. 5, t. I, p. 104. Nel prosieguo (capitolo XIV, q. 2, t. I, p. 570) Rancé parla “di quel riposo e di quella gioia interiore che lo Spirito santo diffonde nelle anime che hanno cura di conservare la carità”.
[7] Cap. IV, q. 2, t. I, p. 56. Dopo la pubblicazione del libro di Dom G. Columbas, Paradis et vie angélique. Le sens eschatologique de la vocation chrétienne, Parigi 1961, occorre ancora ricordare che le allusioni agli angeli non implicano alcun “angelismo”, in Rancé non più che negli altri testimoni della spiritualità monastica? Il sottotitolo dell’opera indica sufficientemente il significato del tema.
[8] Ibid., p. 61.
[9] Cap. VII, q. 2, t. I, p. 177.
[10] Ibid., p. 182.
[11] Cap. VII, q. 1, t. I, p. 154. È citato Sal 102, 1-2.
[12] “Occorre che un religioso viva nell’abbattimento e nella tristezza senza alcuna consolazione?”. Cap. XVI, q. 4, t. II, pp. 27-29.
[13] A margine, rinvio a Gradus 7, art. 50 (P.G., 88, 812 D).
[14] A margine, rinvio a ibid., n. 56. I testi citati sono tratti dal medesimo Grado VII, P.G., 88, 813-816, che reca il titolo Del pianto che letifica l’anima.
[15] Cap. XVI, t. II, pp. 27-29.

[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 208-210), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 - segue]

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lunedì 7 aprile 2014

La gioia in Rancé / prima parte

È ancora possibile a un monaco di leggere Rancé [Dom Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé (1626-1700)] come se non avesse mai sentito parlare di lui, come se non sapesse nulla delle controversie che il suo nome evoca immediatamente? In ogni caso, dev’essere difficile, e fra quanti parlano di lui e lo giudicano, sono rari quelli che hanno letto le sue opere, con o senza passione. Immaginiamo il lettore ingenuo che legge Rancé non in quanto storico, per giudicarlo, ma da monaco, per edificarsi. Cosa troverà? Cose caduche, come in tutte le opere antiche. Ma non rimarrà nulla di valido, e cosa? Sarà molto o poco? A priori, è possibile prevedere che ciò che resta di positivo non sia poca cosa. Uno dei segni della grandezza di Rancé non è il fatto che scrittori come Chateaubriand e Bremond non abbiano disdegnato di occuparsi di lui? La sfortuna vuole che fossero vittime del loro talento. Ciò di cui oggi Rancé avrebbe bisogno sarebbe uno storico calmo e sicuro, che domini il proprio metodo. Si veda il monumento di erudizione che ha iniziato a costruire mons. Leflon a proposito di Eugène de Mazenod [1].
Così, anni di pazienti ricerche di documenti, di lettere, di testimonianze lasciate da Rancé o dai suoi contemporanei, di analisi imparziali di tutti i tasselli di questo dossier, permetterebbero certamente di “situare” l’opera e la persona di Rancé in un insieme alla luce del quale lo si potrebbe infine giudicare, e anzitutto comprendere. Un tale studio storico dovrebbe duplicarsi in uno studio d’interpretazione dottrinale e letteraria. Vi sarebbero da determinare quali siano le fonti di Rancé. Le numerose e lunghe citazioni sulle quali spesso si basa sono tratte direttamente dai testi, o sono dovute a intermediari come il Baronius? Come concepiva la storia monastica, l’evoluzione delle istituzioni? Differiva in questo dai suoi contemporanei? Quale uso faceva della Sacra Scrittura, dei Padri, di san Bernardo? La sua dottrina sulle “mitigazioni” è veramente lontana da quella di san Bernardo in quel De praecepto et dispensatione che cita così volentieri? Quale parte spetta, nello stile di Rancé, come in quello di un san Bernardo o di un san Pier Damiani, ai procedimenti d’espressione del suo tempo? Questo forse spiegherebbe alcune “esagerazioni” – nell’accezione del termine della tradizione retorica – simili a quelle che si potrebbero rilevare in molti dei suoi contemporanei, se per avventura li si leggesse ancora.
Si potrebbe allungare la lista dei problemi che sarebbero nel programma di un’inchiesta esaustiva, da cui siamo ancora così lontani. Nell’attesa s’impone un’estrema prudenza. Almeno si può già, con il senno di tre secoli dopo, invocare il “giudizio della storia”. In effetti, dov’era la vita, quella vitalità che – talora attraverso lunghi periodi di scacco apparente – garantisce l’avvenire? Già all’epoca del conflitto che nel secolo XII oppose Cluny a Cîteaux, Cluny appariva come una forma ancora assai onesta di vita monastica; ma lo slancio, la giovinezza e le promesse di crescita erano altrove. Ugualmente, si può ritenere che doveva esserci una forza intensa nel pensiero di un uomo la cui opera alimenta una tradizione che, fino a una generazione ancora assai prossima a noi, ha costituito il vigore di un’istituzione come l’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza.
Qui non sarà sviluppato che un punto particolare, e in una sola opera di Rancé – ma fondamentale –, il trattato De la sainteté et des devoirs de la vie monastique, dove egli aveva esposto un ideale che i suoi altri scritti commenteranno, difenderanno, ridurranno in “Costituzioni”, in programma di vita [2]. Quando si percorre questo libro con il pregiudizio che si trova nella descrizione dell’“oscura Trappa”, non si può che rimanere stupiti di vedervi parlare della gioia. Ci si accorge ben presto che non si tratta per nulla di allusioni rapide e rare, ma di menzioni frequenti e talora sviluppate, di quelle che rivelano una delle “costanti” di una psicologia. Raccogliamo qui, semplicemente, alcune di queste formule.
 
[1] Eugène de Mazenod, évêque de Marseille, fondateur des missionaires oblats de Marie Immaculée, 1782-1861, T. I, De la noblesse de robe au ministère des pauvres. Les étapes d'une vocation, 1782-1814, Parigi 1957; T. II, Missions de Provence. Restauration du diocèse de Marseille, 1814-1837, Parigi 1960.
[2] Le citazioni del trattato De la sainteté et des devoirs de la vie monastique sono qui fornite a partire dalla 2a ed., F. Muguet, Parigi 1683. Per comodità di lettura, l'ortografia e la punteggiatura sono state uniformate alle usanze di oggi.
 
[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 206-207), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - segue]

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