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mercoledì 11 gennaio 2017

Una solidarietà nel bene che fa da contrappeso all’unione del male

- Ah! come sono felici! 
L’abate rispose: - Troppo. 
Poi dolcemente, a voce bassa: 
- Davvero! Entriamo qui per far penitenza, per mortificarci e abbiamo appena cominciato a soffrire che già Dio ci consola! È così buono che vuol ingannarsi sui nostri meriti. Se permette che in certi momenti il demonio ci perseguiti, ci dà in cambio tanta gioia che non c’è più proporzione tra la ricompensa e la pena. Talvolta mi domando come possa sussistere ancora l’equilibrio che le monache e i monaci sono incaricati di mantenere, perché né gli uni né le altre soffrono abbastanza per neutralizzare le offese continue delle città.
L’abate si interruppe, poi riprese pensoso. 
- Il mondo non concepisce neppure che le austerità delle abbazie possano arrecargli vantaggio. La dottrina della sostituzione mistica gli sfugge completamente. Non può capire che, quando si tratta di subire una pena meritata, la sostituzione dell’innocente al colpevole è necessaria. Tanto meno si spiega che, volendo patire per gli altri, i monaci allontanino le collere celesti e stabiliscono una solidarietà nel bene che fa da contrappeso all’unione del male. Eppure Dio sa da quali cataclismi questo mondo sarebbe minacciato se, in seguito all’improvviso sparire di tutti i chiostri, l’equilibrio che lo salva venisse rotto.

[Joris-Karl Huysmans (1848-1907), Per strada, trad. it., BUR Rizzoli, Milano 1961, p. 331]

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sabato 3 dicembre 2016

Avvento con “L’oblato” di Huysmans

È che si gela qui dentro, mormorava Durtal; che il mio uomo abbia dimenticato l’appuntamento? Un trascinare di scarpe in corridoio lo rassicurò.
«Sono in ritardo», disse il religioso, «ma abbiamo appena finito di buttar giù in refettorio, secondo la tradizione, una tazza di vin brulé per scaldare il sangue, perché staremo in piedi a cantare fino all’aurora. È pronto?».
«Sì, padre», rispose Durtal che si mise sull’inginocchiatoio e si confessò. Dopo avergli domandato l’assoluzione, con pacatezza, con calma, parlando come a una conferenza ai suoi novizi, dom Felletin trattò di quell’Avvento che era morto e di questa festa di Natale che stava per nascere.
Durtal si era seduto e lo ascoltava.
«Sono terminate queste quattro settimane», diceva, «che rappresentano i quattromila anni che sono trascorsi prima della venuta di Cristo. Il primo giorno dell’anno civile, il primo gennaio del calendario gregoriano, è per il mondo un motivo di allegria; per noi, il giorno dell’anno liturgico, che è la prima domenica d’Avvento, è stato un argomento penoso. L’Avvento, simbolo d’Israele che invocava la venuta del Messia macerandosi e digiunando sotto la cenere, è, in effetti, un tempo di penitenza e di lutto. Non si canta il Gloria, non si suona l’organo nei giorni feriali, non si dice Ita missa est, non si canta il Te Deum nell’Ufficio notturno; abbiamo adottato come segno di tristezza il violetto e, come segno ancor più energico d’inquietudine e di ansia in certe diocesi, come in quella di Beauvais, inalberavano ornamenti color cenere; anche in altre, quelle di Le Mans, di Tours, le chiese del Delfinato, rincaravano ancora sul senso dei colori smorti, vestendosi con la tinta del trapasso, di nero.
La liturgia di quest’epoca è splendida. Allo sconforto delle anime che piangono i loro peccati, si mescolano i clamori eccitati e gli urrà dei Profeti che annunciano che il perdono è vicino; le Messe delle Quattro Tempora, le grandi “antifone O”, l’inno dei Vespri, il Rorate coeli della Salvezza, il responsorio del Mattutino della prima domenica, possono essere considerati tra i più preziosi gioielli del Tesoro dell’Ufficio; solo gli scrigni della Quaresima e della Passione contengono dell’oreficeria così perfetta; eccoli ora riposti nei loro cassetti, per un anno. La gioia degli auguri esauditi succede alle ansie delle scadenze; e tuttavia non tutto è finito, perché l’Avvento si riferisce non solo alla Natività di Cristo, ma anche al suo ultimo Avvento, cioè a questa fine del mondo quando verrà, come si professa nel Credo, a giudicare i vivi e i morti. È necessario perciò non dimenticare questo punto di vista e innestare sulla gioia rassicurante del Nuovo Nato, il salutare timore del Giudice.
L’Avvento è, dunque, sia il Passato che il Futuro; ed è anche, in un certo modo, il Presente; perché questa stagione liturgica è la sola che debba sussistere immutabile in noi; le altre scompaiono con il succedersi del tempo. Lo stesso anno termina, ma senza che l’universo scompaia in un definitivo cataclisma; e di generazione in generazione, ci trasmettiamo l’angoscia; dobbiamo sempre vivere in un eterno Avvento perché, aspettando la suprema fine del mondo, avrà il suo compimento in ciascuno di noi con la morte.
La stessa natura ha il compito di simbolizzare la cura di questa stagione che abbiamo vissuto; il decrescere dei giorni era come l’emblema delle nostre impazienze e dei nostri rimpianti; ma i giorni si allungano dal momento che il Signore nasce; il Sole di Giustizia dissipa le tenebre; è il solstizio d’inverno e sembra che la terra, liberata da persistenti tenebre, gioisca.
Dobbiamo dunque, come lei, dimenticare per qualche ora l’opprimente pensiero dei castighi, pensare solo a quest’avvenimento inesprimibile di un Dio divenuto bambino per riscattarci...
Mio caro amico, ha preparato bene il suo Ufficio, vero? Ha già letto le stupende antifone del Mattutino; mi intratteneva poco fa su queste, durante la confessione, sulle sue ansie e le sue distrazioni durante il canto della salmodia; si lamenta del dolore che prova nel vedersi così tanto impregnato di atmosfera mondana; si domanda se la routine non annichilisca l’efficacia delle sue preghiere? Lei cerca allora sempre il pelo nell’uovo con sé stesso! Ma, vediamo, la conosco abbastanza bene per sapere che questa notte lei trasalirà di piacere, solo ascoltando lo stupendo Invitatorio dell’Ufficio. Ha dunque bisogno di insistere su ogni parola, di soppesare qualsiasi risposta? Non sente la presenza di Dio, in questo entusiasmo che non ha niente da spartire con la discussione e l’analisi? Ah! Non è semplice con Lui! Lei ama più di chiunque altro la prosa ispirata delle Ore e vuole convincersi di non amarli abbastanza. È folle! Finirà, con così tanti dubbi, per compromettere ogni slancio; e stia attento perché la malattia dello scrupolo, di cui ha tanto sofferto alla Trappa, ritorna!
Allora faccia il bravo con sé stesso e sia meno pignolo con Dio! Non esige che lei smonti, come gli ingranaggi di un orologio, gli argomenti delle sue preghiere e ne sminuzzi la comprensione quando comincia a formularle. Le domanda solo di recitarle. Ecco un esempio: scegliamo una santa della quale non potrà discutere l’autorità, santa Teresa; non conosceva il latino e non si augurava che le sue figlie lo imparassero; e tuttavia le carmelitane sanno salmodiare l’Ufficio in questa lingua. Secondo la minuzia delle sue congetture, pregherebbero male, allora! La verità è che sanno che, facendo così, cantano le lodi al Signore e lo implorano per quelli che non lo adorano affatto e questo è sufficiente; riempiono di questi pensieri queste parole di cui esse non conoscono in modo preciso il senso e che tuttavia rendono i loro desideri in maniera assoluta; ricordano a Gesù le sue promesse e i suoi rimproveri. Le loro preghiere Gli presentano, se posso dire, un trattato che segnò con il suo sangue e che non può lasciar inesaudito; forse non siamo infatti creditori di certe promesse dei suoi Vangeli?».
«Solo... solo...» continuò il monaco, dopo un silenzio, come parlando a sé stesso, «queste promesse dovute all’immensità del suo amore esigono, perché si realizzino, che ritorniamo a Lui una giusta misura – tuttavia calcolata col nostro metro – giacché, che misera ripercussione dell’infinito ci portiamo in noi stessi! Questo povero amore, non si ottiene che attraverso la sofferenza. Bisogna soffrire per amare e soffrire ancora quando si ama!
Ma dimentichiamo tutto questo: non veliamo la gioia di queste poche ore: ritorniamo a noi, pensiamo subito a questa incomparabile veglia, a questo Natale che ha fatto piangere di tenerezza in tutte le epoche. I Vangeli sono brevi; ci relazionano gli avvenimenti senza riflettere sui dettagli; non c’è posto all’ostello e questo è tutto. Ma che meravigliosa forma di liturgia si è creata attorno a questo nodo che sembrava così arido! L’Antico Testamento è venuto a completare il Nuovo; è il contrario di ciò che succede di solito; contrariamente a tutti i precedenti sono i testi anteriori che completano quelli che seguono; il bue, l’asino, non è a san Luca, ma a Isaia che li dobbiamo; sono da sempre acquisiti nell’O gran mistero, uno dei più bei responsori del secondo notturno di questa notte.
Ah! La radiosa bellezza della teofania! Quando Gesù è appena nato e non può ancora parlare, simbolizza in modo immediato, con un’azione materiale, gli insegnamenti che proclamerà così chiaramente più tardi. La sua prima cura è di mettere in pratica e di confermare con un esempio il canto che glorifica sua Madre, l’exaltavit humiles del Magnificat!
La sua prima riflessione è un pensiero di deferenza verso di Lei. Vuol giustificare davanti a tutti il grido di vittoria della Vergine e in effetti attesta nello stesso tempo che i piccoli sono i suoi preferiti e che devono stare davanti a Lui prima dei potenti. Certifica che i ricchi avranno più difficoltà dei poveri a essere ammessi alla sua presenza e lo fa capire imponendo un lungo viaggio a questi sovrani e a questi sapienti, i Magi, dispensando da queste fatiche e pericoli i pastori che invita per i primi ad adorarlo e rialza la gerarchia degli umili, delegando per condurli davanti a Lui, non più la luce silenziosa di una stella, ma una truppa estasiata di angeli!
E la Chiesa si conforma ai disegni del Figlio. In questa notte di Natale, i Magi si manifestano solo tra le quinte e non se ne parlerà neppure, invero avranno un Ufficio esclusivamente loro solo per la festa dell’Epifania. Oggi, tutto è per i pastori.
Aggiungiamo inoltre che Maria ha sempre confermato questa intenzione perché nelle sue più note apparizioni, Lei si è sempre indirizzata a dei guardiani di greggi, non a dei sapienti, a dei monarchi o a delle donne ricche».
«Senza dubbio, padre», disse Durtal, «tuttavia mi permetta un’osservazione. La lezione d’umiltà che mi ha ricordato appena adesso è stata un po’ persa. Il Medioevo che ha inventato tante leggende sui re Magi, non ne ha mai immaginata una sola per i poveri pastori; le reliquie dei magi, promossi al rango di santi, sono ancora venerate a Colonia e nessuno si è mai occupato di sapere ciò che era stato dei resti modesti dei pastori, né si è domandato se fossero, anche loro, dei santi!».
«È vero», disse sorridendo il monaco. «Cosa vuole, l’umanità ama alla follia il mistero; i Magi erano così enigmatici, così strani che tutto il Medioevo ha sognato di questi potenti che rappresentavano, per esso, il culmine della ricchezza e l’apogeo della potenza; e ha dimenticato i buoni che vedeva tutti i giorni. È il vecchio adagio, i primi davanti a Dio sono gli ultimi davanti agli uomini.
Vada in pace, faccia la comunione, mio caro, e preghi per me».

[Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, trad. it., D’Ettoris Editori, Crotone 2016, pp. 180-184]

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martedì 1 novembre 2016

Ancora una pagina del “romanzo liturgico” di Huysmans

Joris-Karl Huysmans (1848-1907)
[La scorsa settimana abbiamo annunciato l’uscita della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it). Nel segnalare ai lettori che il volume è in vendita anche tramite il sito Internet delleditore con lo sconto del 15% sul prezzo di copertina e senza spese di spedizione, offriamo in anteprima un secondo brano (pp. 335-338) di questo autentico “romanzo liturgico”.]

«Non è da oggi che la riforma del Breviario è ritenuta necessaria», replicò dom Felletin. «I secoli hanno tramandato la preoccupazione per queste revisioni. Legga le Istituzioni Liturgiche del nostro padre dom Guéranger e la storia del breviario romano dell’Abate Batiffol e vedrà che non c’è un’epoca nella quale i reclami del clero non si siano estesi fino a Roma.
Opera anonima, prodotto, come il canto piano dal genio e la pietà dei secoli, il Romano aveva raggiunto una reale perfezione alla fine del secolo VIII. Si conservò pressoché intatto fino alla fine del XII. Corretto nel XIII a uso dei frati minori dal loro ministro generale padre Aimone, fu di uso grazie al suo interessamento in tutte le diocesi e finì per abolire il testo originale. Ora i cambiamenti dei francescani erano semplicemente deplorevoli. Infarcivano l’Ufficio di frasi interpolate o dubbiose, l’ingombravano di racconti apocrifi o inutili, inauguravano un sistema che prevedeva il sacrificio del Temporale al Santorale. Così com’è, questo Ufficio sopravvisse fino al secolo XVI. Allora Papa Clemente VII volle rivederlo da capo a fondo. Si indirizzò a un cardinale spagnolo, appartenente anche lui all’Ordine di san Francesco, e dal lavoro di questa eminenza uscì quello che è chiamato il breviario di Quignonez, una compilazione ibrida, senza capo né coda, estranea a ogni tradizione. Lo si dovette subire, ma non per lungo tempo questa volta, perché ventidue anni dopo la sua pubblicazione, un rescritto di Papa Paolo IV proibì che lo si rieditasse.
Questo sovrano Pontefice conferì al Concilio di Trento un nuovo progetto per l’Ufficio canonico, ma morì e fu il suo successore Pio V che lo riprese. Intendeva ripristinare l’antico Ordo e sfoltirlo dai testi parassiti che lo soffocavano; propose anche come principio di non accogliere facilmente feste per nuovi santi, per paura di usurpare il posto riservato a epoche successive e, quando il lavoro fu terminato, lo decretò obbligatorio per tutti, decise che non avrebbe mai potuto essere modificato e depennò i breviari datati meno di duecento anni.
Il suo non era perfetto, ma quanto superiore a quelli che rimpiazzava! Aveva almeno ripristinato l’uso dell’antifonale e il responsorio dell’epoca di Carlo Magno e arretrato l’Ufficio dei Santi rispetto all’Ufficio del Tempo.
Trent’anni dopo, nonostante il divieto di Pio V di modificare, in tutto o in parte, la sua opera, il suo immediato successore Papa Clemente VIII, giudicandola non corretta o incompleta, a sua volta la manipolò e la corresse, e agendo in senso inverso assicurò la preponderanza del santorale a spese dei giorni festivi; ciò che si era guadagnato con Pio V, lo si perse con Clemente.
Ecco già un numero elevato di revisioni del breviario. Aggiungiamo anche Urbano VIII nel secolo XVII. Questo Papa essendo poeta latino dotò l’Ufficio di due inni di sua composizione, quello per san Martino e uno per santa Elisabetta del Portogallo, due mediocri sequenze che non lasciano alcuna eredità, ma quel che è peggio, è che ordinò di manipolare le antiche e queste sono – ahimè! – quei riaggiustamenti che il Romano canta ancora!
La storia del breviario romano si ferma qui, perché non considero le diverse innovazioni introdotte di recente nella parte della traslazione delle feste; non toccano affatto, infatti, il cuore e la vita stessa dell’Ufficio.
Quanto alla Liturgia gallicana, esaminando la sua struttura, si può crederla sorta in parte dalle chiese d’Oriente. Fu ai suoi inizi, insomma, una saporosa mistura di riti dal Levante e da Roma; fu smantellata sotto il regno di Pipino il Breve, in particolare di Carlo Magno che, spinto da Papa Adriano, diffuse la liturgia romana nelle Gallie.
Durante il Medio Evo, si accrebbe di inni meravigliosi, di deliziosi responsori; creò tutta una serie di testi simbolici, ricamò sulla trama italiana i più candidi ori. Quando fu promulgata la bolla di Pio V, la liturgia francese, che aveva quasi otto secoli di vita, era libera di non accettare il breviario riformato romano. Lo accolse per deferenza. I vescovi distrussero l’opera di artisti locali, bruciarono, per così dire, i loro Primitivi. Ne salvarono in ogni caso solo qualcuno che rinchiusero nella piccola sacrestia del Proprio diocesano. Solo la metropoli di Lione mantenne intatto il suo deposito e le siamo debitori per poter ascoltare, nell’antica basilica di San Giovanni, delle orazioni molto arcaiche e degli scritti che ispirano venerazione.
La perdita di antiche consuetudini e l’eliminazione di antiche preghiere furono, se lo consideriamo solo dal punto di vista archeologico e artistico, atti di vera barbarie, di puro vandalismo. Ogni carattere di originalità scomparve dall’Ufficio».
«Sì», interruppe Durtal, «fu qualcosa come un rullo compressore che livellò tutte le strade liturgiche in Francia!».
«Alla fin fine», riprese il monaco, «questo edificio fatto di pezzi e frammenti durò, bene o male, fino al regno di Luigi XIV. Allora, le idee gallicane e il giansenismo intervennero e la demolizione della struttura tante volte riparata si completò.
Si abbatté il breviario Romano e si riedificò su nuove basi.
Allora abbiamo avuto le opere di Harlay, de Noailles, Vintimille. Questi prelati sconvolsero dalle fondamenta il salterio, ammisero solo antifone e responsori tratti dalle Scritture: depennarono le leggende dei santi, ridussero il culto della Vergine Maria, estromisero una serie di feste, sostituirono gli antichi inni con delle poesie di Coffin e di Santeuil. Lo si ricoprì di eresie gianseniste in un latino paganeggiante. Il breviario di Parigi fu una specie di manuale protestante che i giansenisti parigini divulgarono in provincia.
Si produsse nelle diocesi, dopo poco tempo, una vera anarchia; ognuno si fabbricò un Ufficio a suo uso, ogni fantasia era ammessa. Si viveva sotto il regime del beneplacito dell’Ordinario, quando dom Guéranger riuscì a riportare l’unione nella preghiera nel nostro paese facendo adottare, una volta per tutte, i riti della chiesa di Roma.
Adesso la cristianità è perciò – salvo gli Ordini religiosi i cui breviari avevano, come il nostro, più di duecento anni, quando apparve la bolla di Pio V – soggetta all’egemonia del Romano come l’ha sistemato, guastandolo, Urbano VIII.
Lascia molto a desiderare, ma alla fin fine, così com’è, malgrado l’incoerenza che gli rimproverate, e aggiungerei io malgrado la scelta più che mediocre dei suoi capitoli e delle sue lezioni, rappresenta almeno un ampio, magnifico insieme.
Raccoglie brani di grande bellezza; pensi alle Messe penitenziali della Quaresima e dell’Avvento, a quelle delle Quattro Tempora, alla festa delle Palme; si ricordi il meraviglioso Ufficio della Settimana Santa e la Messa per i defunti; rammenti le antifone, i responsori, gli inni di Avvento, Pentecoste, Ognissanti, Natale ed Epifania; consideri i Mattutini, le Lodi, il meraviglioso Ufficio di Compieta e ne converrà che non esistono, in nessuna letteratura al mondo, pagine altrettanto splendide e luminose».
«Sono d’accordo, padre».

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lunedì 24 ottobre 2016

Un “romanzo liturgico”

[Annunciamo con vero piacere l’uscita, il 30 ottobre 2016, della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it).
Autentico “romanzo liturgico”, com’è stato autorevolmente definito, e terzo della cosiddetta “trilogia di Durtal”, L’oblato mette in scena il personaggio che costituisce il doppio letterario dell’autore, convertitosi alla fede cattolica dopo avere accostato gli abissi della magia e del satanismo, come narrati nel romanzo L’abisso. Oblato, come indica il titolo, presso l’abbazia benedettina di Val des Saints – nome di fantasia per descrivere l’abbazia di Ligugé, dove Huysmans visse egli stesso come oblato –, Durtal è l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore tesse la storia del rapporto fra il personaggio e la comunità monastica, e mediante il quale Huysmans descrive in memorabili pagine la liturgia cattolica, le sue idee sul cattolicesimo contemporaneo e soprattutto le sue riflessioni sulle questioni centrali della fede, fra cui il tema nodale della sofferenza.
Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore e critico d’arte francese. In questa duplice veste ha preso parte attiva alla vita letteraria e artistica, influenzando lo sviluppo del romanzo decadente e promuovendo l’arte impressionista e simbolista. Nell’ultima parte della sua vita, convertitosi al cattolicesimo, si lega alla tradizione della letteratura mistica, e il suo incontro con la fede si spinge fino a mutare le forme espressive dei suoi romanzi, come testimonia la trilogia di Durtal, iniziata con Per strada (1895), proseguita con La cattedrale (1898) e che si conclude con L’oblato (1903). Muore a Parigi, sua città natale, dopo essersi fatto oblato benedettino.
Offriamo in anteprima un brano del capitolo VII (qui pp. 186-188), invitando calorosamente i lettori di Romualdica a leggere e diffondere questo importante “romanzo liturgico”.]

E, di colpo, l’organo echeggiò in una marcia trionfante; l’Abate entrò nella navata, preceduto da due cerimonieri tra i quali camminava quello che portava il pastorale, in alba con le spalle coperte dalla vimpa, una sciarpa di seta bianca con delle pieghe rosso ciliegia i cui tre lunghi panni, riportati sul petto, servivano per afferrare l’impugnatura del pastorale; e l’Abate, il cui lungo strascico nero era sollevato da un novizio, passando benediceva i fedeli inginocchiati che si segnavano.
E lui stesso era andato a inginocchiarsi insieme a tutta la sua corte di cerimonieri, cappieri, religiosi in alba, e si vedeva solo una voluta dorata, dominante un’estensione come di lune morte, il pastorale al di sopra delle teste dalle larghe tonsure, rotonde e bianche.
Tutti si alzarono a un segnale del padre d’Auberoche, con un leggero tocco di mani; l’Abate raggiunse il suo trono vicino al quale si misero al loro posto i tre diaconi d’onore; e l’inginocchiatoio verde fu spostato.
Il coro era pieno; i due ranghi di stalli in alto erano occupati, su ciascun lato, dalle cocolle nere di professi e novizi, quelli in basso dalle cocolle brune dei conversi e, sopra di loro, su due banchi, spiccavano gli abiti vermigli dei bambini del coro; nello spazio lasciato vuoto era un andare e venire di cerimonieri e portapastorale; e di altri portainsegne, del portabugia e del portamitria; e questi movimenti erano regolati con così tanta perizia che, in un passaggio così stretto, tutti sfilavano e si incrociavano, senza mai intralciarsi gli uni con gli altri.
L’Abate diede inizio all’Ufficio.
Così come aveva previsto padre Felletin, l’incanto dell’Invitatorio coinvolse sin da subito Durtal. Veniva cantato come di consueto il salmo Venite exultemus che convocava i cristiani ad adorare il Signore, inframmezzato dopo ogni strofa dal ritornello sia abbreviato, “Cristo è nato per noi”, sia completo “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E Durtal ascoltava questo salmo magnifico, ricordandosi la creazione del Signore e i suoi diritti. Su di una melodia che aveva vagamente qualcosa di dolente e con un sentimento di consenso e rispetto, si elencavano le meraviglie di Dio e si rimpiangeva l’ingratitudine del suo popolo.
La voce dei cantori enumerava i suoi prodigi: “Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra. Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”.
E il coro riprendeva: “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E, dopo l’inno glorioso di sant’Ambrogio, il Christe Redemptor, l’Ufficio solenne si aprì davvero. Si divideva in tre veglie o notturni, composti di salmi, letture o lezioni, e di responsori. Questi notturni svelavano un senso speciale. Durando, l’anziano vescovo di Mende del secolo XIII, li spiega con lucida chiarezza. Il primo notturno allegorizza il tempo trascorso prima della legge data a Mosè e, nel Medioevo, l’altare era nascosto sotto un velo nero che simbolizzava le tenebre della legge mosaica e la condanna pronunciata contro l’uomo nell’Eden; il secondo significava il tempo passato dopo la legge scritta, allora l’altare era occultato sotto un tessuto bianco perché l’Antico Testamento rischiarava già con le luci furtive dei suoi Profeti l’uomo decaduto; il terzo specificava l’amore della Chiesa, la grazia del Paraclito e perciò l’altare si vestiva con una nappa color porpora, emblema dello Spirito Santo e del sangue del Salvatore.
L’Ufficio era in parte salmodiato e in parte cantato. Era un insieme splendido; ma la sua massima bellezza la riservava specialmente per il canto o il recitativo delle sue Lezioni.
Un monaco scendeva dal suo stallo, condotto da un cerimoniere, davanti al leggio posto in mezzo al coro, e là cantava o recitava – non si saprebbe quale termine impiegare – poiché non era più solo una salmodia e non era ancora canto. La frase si spiegava su di una specie di melodia grave e languida, lenta e piana e, chiudendo gli occhi, ascoltando queste arie appena fluttuanti, era uno strano dondolarsi dell’anima, uno stringersi del cuore molto dolce, un cullarsi che finiva improvvisamente come con una lacrima su di una nota triste.

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