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giovedì 19 gennaio 2017

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 9

undicesima domanda

Tutto ciò è molto bello… Ma non bisogna fare i conti con il fatto che l’uomo moderno non è più tanto capace di comprendere che per pregare bisogna rivolgersi a Oriente? Per lui il sol levante non ha più la forza simbolica che aveva per l’uomo dell’antichità e che conserva ancora oggi nei Paesi mediterranei, battuti dal sole in maniera più intensa che da noi, “uomini del nord”. Per i cristiani di oggi è tuttavia la comunità della mensa eucaristica ciò che prevale.

Anche se l’uomo moderno non presta più attenzione alla direzione esatta verso cui prega –  anche se i musulmani continuano a volgersi verso La Mecca e gli ebrei verso Gerusalemme –, tuttavia non dovrebbe avere difficoltà a comprendere il significato che riveste il fatto che il sacerdote e i fedeli preghino insieme nella medesima direzione. In ogni caso, l’uso che tutti i presenti siano insieme orientati “verso il Signore” è qualcosa d’intemporale e conserva anche oggi tutto il suo significato.
A fianco dell’aspetto teologico relativo al faccia a faccia tra il sacerdote e i fedeli nel momento della celebrazione del sacrificio eucaristico, è il caso di richiamare anche i problemi di ordine sociologico, che appartengono essi stessi alla messa in risalto della “comunità della mensa eucaristica”.
Il prof. Wigand Siebel, nel suo piccolo libro intitolato Liturgie als Angebot (“La liturgia all’asta”), pensa che il sacerdote rivolto verso il popolo può essere considerato come “il simbolo più perfetto del nuovo spirito della liturgia”. Egli aggiunge: “La posizione in uso fino a ieri faceva apparire il prete come il capo e il rappresentante della comunità, che parlava a Dio in nome di quest’ultima, come Mosè sul Sinai: la comunità indirizza a Dio un messaggio – preghiera, adorazione, sacrificio –, il prete, in quanto capo, trasmette questo messaggio, e Dio lo riceve”.
Con la nuova pratica, prosegue Siebel, il sacerdote “non sembra più nemmeno il rappresentante della comunità, piuttosto un attore che – almeno nella parte centrale della messa – svolge il ruolo di Dio, un po’ come a Oberammergau o in altre rappresentazioni della Passione”. Conclude: “Ma se, in nome di questa nuova svolta, il prete diventa un attore incaricato d’interpretare il Cristo sulla scena, ecco che allora, a causa di questa riproposizione teatrale della Cena, Cristo e il prete finiscono con l’identificarsi in una maniera talora insopportabile”.
Siebel spiega anche la buona volontà con la quale i preti hanno adottato la celebrazione versus populum: “Il considerevole disorientamento e la solitudine dei preti hanno fatto sì che essi cercassero dei nuovi punti d’appoggio per il loro comportamento. Fra questi vi è il sostegno emotivo che procura al prete la comunità riunita davanti a lui. Ma ecco che nasce immediatamente una nuova dipendenza: quella dell’attore di fronte al suo pubblico”.
Anche Karl Guido Rey, nel suo libro Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche (“Manifestazioni pubertarie nella Chiesa cattolica”), dichiara: “Mentre fino a ieri il prete offriva il sacrificio in quanto intermediario anonimo, in quanto capo della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, in nome di tutti e con tutti; mentre fino a ieri pronunciava delle preghiere […] che gli erano state prescritte, oggi questo prete ci viene incontro in quanto uomo, con le sue particolarità umane, con il suo stile di vita personale, il volto rivolto a noi. Per molti preti diventa forte la tentazione di prostituire la propria persona, tentazione contro la quale non hanno la statura per lottare. Alcuni molto astutamente, e altri con minore astuzia, volgono la situazione a proprio vantaggio. Le loro attitudini, la loro mimica, i loro gesti, tutto il loro comportamento attira gli sguardi che si fissano su di loro, per le loro ripetute osservazioni, le loro direttive, le parole d’accoglienza o d’addio. […] Il successo di quanto suggeriscono costituisce perciò la misura del loro potere e, quindi, la norma della loro sicurezza” (p. 25).
Nella sua opera Liturgie als Angebot, Siebel dichiara inoltre, a proposito dell’auspicio di Klauser che abbiamo precedentemente menzionato, “di vedere più chiaramente espressa la comunità della mensa eucaristica” grazie alla celebrazione versus populum: “L’auspicata riunione dell’assemblea attorno al tavolo della Cena, non può certo contribuire a un rafforzamento della coscienza comunitaria. In effetti, solo il sacerdote rimane al tavolo, e per di più in piedi; gli altri partecipanti al pasto sono seduti più o meno lontani, nella sala del teatro”.
Ancora, secondo Siebel: “Come regola generale, il tavolo è posto lontano dai fedeli, su un palco, così che non è possibile fare rivivere gli intimi rapporti che esistevano nella sala in cui si svolse la Cena. Il prete che svolge il suo ruolo girato verso il popolo, difficilmente può evitare di dare l’impressione di rappresentare un personaggio che, pieno di gentilezza, viene a proporci qualcosa. Per limitare questa impressione si è provato a piazzare l’altare in mezzo all’assemblea. Non si è dunque più costretti a guardare solo il prete, l’occhio può spaziare anche sugli assistenti che gli stanno a fianco; ma così facendo si fa sparire il distacco esistente fra la spazio sacro e l’assemblea. L’emozione un tempo suscitata dalla presenza di Dio nella chiesa, si muta in un pallido sentimento che si distingue appena dalla quotidianità”.
Ponendosi dietro l’altare, con lo sguardo rivolto al popolo, il sacerdote diventa, dal punto di vista sociologico, sia un attore interamente dipendente dal suo pubblico, sia un venditore che ha qualcosa da proporre.
Nel libro che abbiamo già citato, Das Konzil der Buchhalter, Alfred Lorenzer richiama ancora altri punti di vista, in particolare d’ordine estetico: “Non solo il microfono rivela ogni respiro, ogni rumore occasionale, ma la scena che si svolge assomiglia molto più alla presentazione televisiva di certe ricette di cucina, che alle forme liturgiche delle Chiese riformate. Mentre in queste ultime l’azione sacra è stata emarginata – ridotta al massimo di semplicità e brevità –, nella riforma liturgica [cattolica] è questa azione a rimanere preponderante: privata dei suoi ornamenti gestuali essa conserva minuziosamente tutta la complessità del suo svolgimento, ed è ormai presentata agli occhi di tutti in una pseduo-trasparenza che confonde la percezione sensibile delle manipolazioni con la trasparenza del mito, manipolazioni che sono eseguite in maniera tale che ogni dettaglio di questo rituale alimentare finisce con l’essere esibito sempre con poca discrezione. Si vede un uomo rompere con difficoltà un’ostia che resiste, si vede come egli se la mette in bocca, si diviene testimoni di abitudini masticatorie personali, non sempre molto belle, di modi con cui ingoiare del pane secco, di tecniche usate per far girare il calice da purificare e di sistemi più o meno abili per asciugarlo” (p. 192).
Queste sono le conseguenze sociologiche della posizione del celebrante di fronte all’assemblea. Certo, le cose stanno diversamente al momento della proclamazione della Parola di Dio. Questa azione presuppone proprio il faccia a faccia tra il prete e il popolo, com’è stato sempre scontato che il predicatore si rivolgesse verso i fedeli, al pari del diacono che cantava il Vangelo. Ma, come abbiamo già detto, è cosa ben diversa la celebrazione del vero e proprio sacrificio eucaristico: in questo caso la liturgia non è una “offerta” ai fedeli, come lo è la liturgia della Parola, bensì un avvenimento sacro nel corso del quale il cielo e la terra si uniscono e il Dio della grazia s’inclina verso di noi. Solo al momento della comunione, del pasto eucaristico vero e proprio, si ritorna al faccia a faccia tra il prete e i comunicandi.
Questi cambiamenti di posizione del celebrante all’altare durante la messa hanno un preciso significato simbolico e sociologico. Quando il celebrante prega e sacrifica, egli ha – come tutti i fedeli – gli occhi rivolti a Dio, mentre quando proclama la Parola di Dio e distribuisce l’eucaristia si gira verso il popolo.
Come abbiamo visto, il rivolgersi a Est è così antico che la Chiesa ha fatto di questa attitudine un uso che non può essere modificato. “Si cerca” costantemente “con gli occhi il luogo ove è posto il Signore” (J. Kunstmann); o, come dice Origene nel suo libro sulla preghiera (cap. 32), vi è in ciò “un simbolo, quello dell’anima che guarda verso il sorgere della vera luce”, “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tt 2, 13).

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 48-52) / 9 - continua]

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giovedì 27 ottobre 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 8

Mosaico della Basilica di San Marco, Venezia:
Messa per l'invenzione delle reliquie di san Marco (XII-XIII sec.)
nona domanda

Qual era la posizione del sacerdote e dei fedeli nelle chiese con l’abside orientata, che costituivano, com’è noto, la gran parte degli antichi santuari?

Nelle basiliche a navate multiple e con l’abside orientata, i partecipanti alla messa si disponevano in piedi, anch’essi, per gran parte del tempo, lungo le navate laterali e in fondo alla navata centrale. In tal modo formavano una specie di semicerchio aperto verso Oriente, trovandosi perciò il celebrante nel punto di convergenza di questo semicerchio (al centro del cerchio virtuale).
Invece, nelle basiliche che avevano l’abside a Occidente, il sacerdote, i chierici e i cantori si venivano a trovare alla sommità di questo stesso semicerchio.
Quando, più tardi, i fedeli si misero a occupare l’intera navata centrale, disponendosi come una colonna militare, si venne a creare qualcosa di dinamico, che somigliava alla colonna del popolo di Dio in marcia nel deserto, in direzione della terra promessa: come se la posizione verso Est indicasse anche la meta della colonna: il Paradiso perduto che si cercava a Oriente (cfr. Gn 2, 8). Il celebrante e i suoi assistenti formavano la testa di questa colonna.
La disposizione iniziale, quella che consisteva in un semicerchio aperto, si presentava invece come composta secondo un principio statico: l’attesa del Signore che era asceso in cielo verso Oriente (cfr. Sal 67, 34; Zac 14, 4) e da lì sarebbe ritornato (cfr. Mt 24, 27; At 1, 11). Come quando si riceve una personalità eminente, e si arretra, a formare un semicerchio, per accogliere in mezzo l’ospite d’onore. San Giovanni Damasceno scrive: “Al momento della sua Ascensione, egli salì verso Oriente; è così che l’adorarono gli Apostoli, ed è così che ritornerà, allo stesso modo in cui lo videro salire in cielo, come ha detto il Signore stesso: ‘Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo’ (Mt 24, 27). Poiché lo attendiamo, lo adoriamo rivolti a Oriente. È una tradizione non scritta degli Apostoli” [1].
Sulla base di questa concezione, a partire circa dal secolo VI, in numerose chiese – come si vede nelle pitture dell’epoca a Bawit, in Egitto – si raffigurava l’Ascensione del Signore sotto la volta principale dell’abside: in alto il Cristo glorioso sorretto da due angeli, al di sotto Maria, che rappresentava la Chiesa, orante con le mani volte al cielo, con alla sua destra e alla sua sinistra gli Apostoli. Questa raffigurazione rappresentava sia la glorificazione di Gesù in cielo sia la sua seconda venuta, secondo le parole rivolte dai due angeli agli Apostoli al momento dell’Ascensione: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11) [2].
Più tardi, nei dipinti delle absidi occidentali, il Cristo in trono nella mandorla fu tratto da queste antiche raffigurazioni e, come Majestas Domini circondata dai simboli dei quattro evangelisti, divenne il tipico dipinto delle absidi dell’arte romanica. Nell’Oriente bizantino il Signore che ascende in cielo venne dipinto sia sotto la volta principale dell’abside, come Pantocrator, sia sotto la cupola che sovrastava l’altare insieme al complesso dell’Ascensione. In quasi tutti i casi, però, la Madre di Dio non vi figurava più perché la sua immagine era riservata alla decorazione dell’abside.
Un brano dell’Apocalisse ha svolto un ruolo importante per la posizione centrale attribuita a Maria nell’abside: “Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza [destinata a conservare l’eucaristia sull’altare] […] Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 11, 19; 12, 1).
Si noti qui la relazione fra Maria-Ecclesia e Arca dell’Alleanza, ma anche il fatto che il velo del tempio – cioè il santuario che esso copriva – non si apriva che in determinate circostanze. Il mistero, il tremendum, esige – ciò che oggi si dimentica troppo facilmente – di essere velato, da cui nasce il desiderio di vederlo svelarsi.
Scrive l’apostolo Paolo: “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13, 12). Guardare a Est non significa solo guardare al Signore trasfigurato in cielo e atteso alla fine dei tempi, ma esprime anche il desiderio della manifestazione ultima, della rivelazione della gloria futura.

decima domanda

Tuttavia, il fatto che nelle più antiche basiliche romane l’altare e l’abside si possano trovare praticamente in tutte le direzioni, è in contraddizione con la pretesa che alle origini si sia sempre pregato verso Est, e che di conseguenza le chiese fossero “orientate”. Come spiegarlo?

In questo caso si tratta di chiese edificate su materiali da costruzione risalenti all’Antichità, oppure di chiese che le condizioni locali non permettevano che venissero perfettamente orientate. Ciò non impediva che il sacerdote e i fedeli si volgessero insieme per la preghiera e il sacrificio verso Oriente, come voleva l’uso cristiano abituale.
Così, per esempio, la celebre chiesa romana di San Clemente, che è stata edificata su delle antiche fondazioni, ha l’ingresso a sud-est. Ecco perché il celebrante si dispone dietro l’altare. D’altronde, una celebrazione davanti l’altare non sarebbe assolutamente possibile, data la disposizione dei luoghi. Per guardare verso Oriente al momento del santo sacrificio, al sacerdote basta girare leggermente il corpo in quella direzione. Lo stesso si dica per i fedeli disposti nelle navate laterali (a San Clemente la navata centrale serve per la schola; in essa si trovano anche i due amboni per la lettura dell’epistola, del graduale e del Vangelo).
Nel suo libro Le rite et l’homme, Louis Bouyer scrive: “L’idea che la basilica romana sarebbe la forma ideale della chiesa cristiana, perché permetterebbe una celebrazione in cui il prete e i fedeli si disporrebbero faccia a faccia, è un completo controsenso. È l’ultima delle cose a cui gli antichi avrebbero pensato” (p. 241).
Comunque, come abbiamo già visto, il preciso orientamento delle chiese, come lo si riscontra a partire dal secolo IV-V, non avrebbe avuto senso se non fosse stato in stretta relazione con l’orientamento nella preghiera.
A sostegno dell’opinione secondo la quale l’altare propriamente detto – e la croce che lo sovrasta – sarebbe il punto di riferimento verso il quale si volgono i fedeli e che, idealmente, dovrebbero attorniare, si ama citare, come esempio, l’espressione del memento dei vivi del canone della messa: “et omnium circumstantium” (e di tutti i circostanti). Occorre precisare che, nel suo significato filologico, il termine circumstantes contenuto in questa espressione designa globalmente “le persone presenti” e non solo “quelli che si trovano in cerchio intorno a qualcosa”; tant’è che, dagli scritti dell’epoca, non si ha notizia di casi di fedeli che si sarebbero disposti in cerchio attorno all’altare durante la celebrazione della messa. D’altronde, non avrebbero potuto farlo, non fosse perché i laici, come ancora oggi in Oriente, non avevano il diritto di penetrare nel santuario.
Il rispetto si sviluppa quando è incoraggiato dai comportamenti esteriori e, se è il caso, dalle interdizioni destinate a evitare le profanazioni. Quando, per esempio, un sagrestano può poggiare sull’altare, senza il minimo scrupolo, una sedia o una scala per sistemare dietro l’altare, in alto, dei candelieri o dei fiori, la santità di questo altare ne resta rozzamente offesa. Cosa inimmaginabile in una chiesa d’Oriente!
Per contro, possiamo dire che l’espressione “et omnium circumstantium” può rimandare alla buona abitudine che dovrebbero avere i fedeli durante l’offerta del santo sacrificio: in piedi, pieni di rispetto (cfr. l’immagine di apertura). Ma, ai giorni nostri, queste “persone presenti” si trasformano facilmente in “persone sedute” (in modo confortevole) su delle sedie, ciò cui ha contribuito l’attuale presenza di queste ultime nelle chiese, che invitano a prendersi agio. Certo, cambiare il modo di vedere moderno, in quest’ambito, non è cosa facile; tuttavia non si dovrebbe mai dimenticare che la posa eretta è l’attitudine liturgica per eccellenza, che fra l’altro favorisce lo spirito comunitario.

[1] PG 94, 1136.
[2] Cfr. pure K. Gamber, Sancta sanctorum, pp. 31-34.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 43-48) / 8 - continua]

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venerdì 26 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 7

Mosaico dell'Ecclesia materBasilica paleocristiana
proveniente da pietra tombale di Tabarka, in Tunisia (sec. IV-V).
L'altare è al centro della navata.
ottava domanda

Quando il sacerdote si trovava posto “dietro” l’altare, nelle chiese che avevano l’abside a Occidente, come San Pietro a Roma, ciò non costituiva, malgrado tutto, una celebrazione rivolti al popolo?

No! In effetti, durante la preghiera eucaristica (canon missæ), non solo il celebrante, ma anche i fedeli erano rivolti verso l’Oriente. Come ha fatto osservare san Giovanni Crisostomo [1], nei tempi antichi i fedeli stendevano le mani nel corso della preghiera, al pari del sacerdote (cfr. in seguito l’illustrazione di corredo alla decima domanda). Tutti guardavano in direzione delle porte aperte della chiesa, da dove penetrava la luce del sol levante, simbolo di Cristo resuscitato che ritorna.
Al di là della particolare venerazione per il sol levante che aveva il costruttore di queste basiliche, l’imperatore Costantino, certamente ha avuto la sua influenza questo brano del profeta Ezechiele (43, 1-2): “Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente ed ecco che la gloria del Dio d’Israele giungeva dalla via orientale”. Così, con le porte della basilica aperte sull’Oriente, si attendeva che il Cristo venisse a partecipare alla celebrazione dell’eucaristia, come dopo la sua resurrezione era apparso più volte ai suoi discepoli durante il pasto (cfr. Lc 24, 36-49; Gv 21; At 1, 4).
All’origine i fedeli – donne e uomini separati – non stavano nella navata centrale, ma in quelle laterali [2], il cui numero poteva perciò arrivare fino a sei nelle grandi basiliche (quelle del Laterano e di San Pietro, a Roma, ne hanno solo quattro). In definitiva, questo modo di prendere posto nelle navate laterali corrispondeva all’abitudine di fermarsi lungo i muri laterali delle piccole chiese della cristianità primitiva. Questo è ancora oggi l’usanza nelle chiese d’Oriente: la navata o lo spazio centrale sotto la cupola rimangono liberi per le funzioni di culto. I fedeli anziani prendono posto su delle sedie (stasidien) lungo i muri della chiesa e nelle navate laterali, gli altri assistono all’ufficio in piedi. In Oriente, la posizione del corpo più conveniente per la partecipazione liturgica, è quella in piedi, e non l’inginocchiarsi, com’era da noi una volta; tale posizione esige una grande disciplina fisica, soprattutto nel corso di uffici che si prolungano.
Come si evince da alcuni scavi e dalle raffigurazioni che sono state trovate (cfr. qui l’immagine d’apertura), nelle basiliche costantiniane e nord-africane l’altare era quasi al centro della navata. Esso era attorniato da ogni lato da un recinto e, in genere, era sormontato da un baldacchino [3]. Il coro dei cantori (schola cantorum) prendeva posto davanti al celebrante. Nelle chiese di Ravenna, benché fossero tutte orientate, si conservò per lungo tempo questa disposizione dell’altare e della schola in mezzo alla navata [4]: la circostanza è attestata fino al secolo VIII.
Anche nella chiesa costantiniana di San Pietro, a Roma, l’altare non si trovava, come si potrebbe pensare, al di sopra della tomba dell’Apostolo, ma quasi al centro della navata. Là dov’era sepolto il Principe degli Apostoli, vi era una “memoria” senza altare, sormontata da un baldacchino a colonne, come si può vedere in una raffigurazione molto antica, quella dello scrigno d’avorio di Pola (cfr. l’immagine qui al termine). La supposizione spesso avanzata che un tempo vi fosse un altare maggiore mobile, là ove i pellegrini entrano ed escono per visitare la tomba dell’Apostolo, non è stata provata.
Poiché nella basiliche con l’abside a Occidente e l’altare in mezzo alla navata centrale, i fedeli si disponevano, come abbiamo visto, lungo le navate laterali – fra le cui colonne vi erano, peraltro, dei tendaggi che si aprivano durante la Messa –, di fatto non volgevano le spalle all’altare. Ciò che del resto non sarebbe potuto nemmeno essere supposto, considerato il rispetto che si portava alla santità dell’altare. Essi potevano girarsi senza difficoltà verso l’Oriente – in direzione dell’entrata – con una leggera rotazione del corpo.
Anche nel caso, inverosimile, che nel corso della preghiera eucaristica i fedeli non avessero guardato verso l’entrata, ma verso l’altare, rimane il fatto che, anche così, non si sarebbe potuto verificare il faccia a faccia tra il celebrante e l’assemblea, poiché, come abbiamo già detto, nei tempi antichi l’altare era nascosto dalle tende.
A partire dal Medioevo, l’altare di queste basiliche venne generalmente trasferito verso l’abside. Nella chiesa di San Pietro ciò avvenne, come si sa, verso il 600, durante il pontificato di san Gregorio Magno, il quale apportò allo stesso tempo importanti modifiche al coro e fece costruire una cripta circolare che permettesse ai pellegrini di recarsi liberamente alla tomba dell’Apostolo, senza dovere passare per il presbiterio (cfr. l’immagine qui al termine).
In seguito il popolo si dispose via via nella navata. A un’epoca – oggi impossibile da determinare – in cui nelle basiliche costantiniane, gli assistenti smisero di volgersi verso l’Oriente, per rimanere rivolti all’altare, si giunse a una parvenza di celebrazione “rivolti versi il popolo”.

[1] PG 62, 204. 
[2] Quest’affermazione, che rischia di sorprendere il lettore non avvertito, è tuttavia pienamente fondata. Consideriamo a titolo d’esempio lo schema della chiesa di San Clemente a Roma. Lo spazio centrale davanti all’altare è occupato dalla schola cantorum (recinto riservato ai cantori) e i fedeli prendono posto nelle navate laterali. Notiamo tuttavia una diversa ipotesi avanzata dal prof. Cyrille Vogel, che nel caso di una basilica in cui i fedeli sarebbero, di fatto, nella navata, ritiene che “a Roma, verso la metà del secolo V, la conversio ad orientem (rivolgersi a Oriente), implicando una aversio a mensa (volgere le spalle all’altare), non era o non era più in uso presso i fedeli” (“L’Orientation vers l’est du célébrant et des fidèles pendant la célébration eucharistique”, in L’Orient Syrien, vol. IX, 1964, p. 29).
[3] Sempre a titolo d’esempio, si consideri il piano della chiesa di Sabratha, in Libia. Il celebrante, rivolto a Oriente, tiene le spalle all’abside, rivolto alle porte della chiesa. I fedeli non sono posizionati davanti a lui – non ne avrebbero lo spazio –, ma nelle navate laterali. Essi non hanno alcuna difficoltà a rivolgersi verso l’Oriente, come il celebrante.
[4] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 132-136.

Abside dell'antica chiesa di San Pietro, a Roma, prima della sua ricostruzione durante il
pontificato di san Gregorio Magno (ricostruzione in base alla placca d'avorio di Pola).
Ricostruzione dell'altare di San Pietro, a Roma, durante il pontificato di
san Gregorio Magno
 (c. 600), secondo Rohault de Fleury, La messe, II, Confessions,
tav. CXXXI. 
Davanti all'altare a baldacchino, una specie d'iconostasi.
[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 37-43) / 7 - continua]

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lunedì 22 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 6

Sant'Erardo celebra la Messa
(Evangeliario dell'Abbadessa Uta, sec. XI)
settima domanda

Tuttavia ci sono degli studi, come quello rinomato del prof. Otto Nussbaum, nei quali è scientificamente dimostrato che sin dai tempi più remoti ci sono state delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche più antiche.

Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (il posto del liturgo all’altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: “Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti sia dietro l’altare” (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione verso il popolo sia stata preferita fino al VI secolo.
Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l’abside a Est e quelle a Ovest e la cui entrata era dunque a Est. Quest’ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente quelle fatte erigere dall’imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma.
Ma, dall’inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l’abside a Est [1]. In effetti, le basiliche con l’entrata a Est si trovano soprattutto a Roma e nell’Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia).
L’entrata a Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ez 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio.
Nelle basiliche cristiane con l’entrata a Est, il celebrante era obbligato a rimanere normalmente davanti al lato “posteriore” dell’altare, al fine di essere rivolto a Oriente al momento dell’offerta del Santo Sacrificio, mentre nelle chiese con l’abside a Est, egli rimaneva “davanti” all’altare (ante altare), quindi con le spalle all’assemblea.
Per il fatto che in alcune di queste ultime basiliche vi fosse posto dietro l’altare per il celebrante, si è talora dedotto che costui si sarebbe posto da questo lato e che sarebbe stato dunque rivolto verso il popolo – in particolare quando c’era inoltre, al fondo dell’abside, un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo.
Si tratta di una conclusione manifestamente erronea – adottata peraltro da Nussbaum –, come si può dimostrare in maniera irrefutabile con l’aiuto delle risultanze degli scavi archeologici [2]. Diversamente, perché si sarebbero costruite queste chiese esattamente in direzione dell’Est?

[1] Ep. 32, 13 (PL 61, 337). 
[2] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 36-37) / 6 - continua]

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venerdì 19 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 5

quinta domanda

Da tempo immemore, non celebra forse il Papa rivolto verso il popolo, e in San Pietro, a Roma, non c’è un altare isolato su di un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?

Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (non tuttavia nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto.
Chi un tempo partecipava alle messe papali, notava che il Papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, in maniera sconsiderata, che in tal modo si fosse conservata la posizione verso il popolo, che il celebrante avrebbe avuto nella Chiesa primitiva.
In realtà si tratta, come andremo a dimostrare, dell’orientamento nella preghiera, poiché la chiesa di San Pietro non ha, come la maggior parte delle chiese antiche, l’abside a Est, ma a Ovest.
Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’avvento di Paolo VI, che intraprese in seguito la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il Papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce d’altare. Non era dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Né si trattava di un privilegio del Papa, come talvolta è stato affermato. Vi sono infatti a Roma altre chiese la cui abside è posta a Occidente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare.
Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma al quale manca il suo coronamento: il baldacchino. Poiché si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di qualsivoglia orientamento – esso è circondato dalle fila di sedie dei fedeli –, è difficile trovare un posto adeguato per la croce d’altare, di cui abbiamo esposto in precedenza la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua a essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, è detto: “Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea” (n. 270).
Era questo il caso dell’“altare della croce” medievale [1], ma non lo è più quando, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.

sesta domanda

Era dunque una cosa buona che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione di un muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!

Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi.
Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: “Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra […], ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio” [2].
Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando quale formula di circostanza le seguenti parole: “Conversi ad Dominum…” (rivolti al Signore).
Possiamo qui ricordare le parole di san Paolo. Conscio che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” egli preferisce essere “in esilio dal corpo e abitare presso il Signore” (ad Dominum) (2 Cor 5, 6-8).
Perciò volgersi verso il Signore e guardare a Oriente era per la Chiesa primitiva una sola e medesima cosa.
Nella sua opera fondamentale Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo “Habemus ad Dominum” (sono rivolti al Signore) al richiamo del sacerdote “Sursum corda” (in alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256).
A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso del diacono prima della preghiera eucaristica (anafora) (p. 251). È il caso dell’anafora copta di san Basilio, che inizia così: “Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate a Oriente!”; e anche dell’anafora di san Marco, in cui lo stesso appello (“Guardate a Oriente!”) è posto nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus.
La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche – un’istruzione del IV secolo –, dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente [3]. L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente del diacono: “Tenetevi in piedi verso il Signore!” [4]. Come si vede, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare a Oriente e il volgersi verso il Signore.
L’usanza della preghiera in direzione del sol levante è immemore, come ha dimostrato anche Dölger; la si ritrova presso gli ebrei e presso i romani. È così che il romano Vitruvio scrive, nel suo studio sull’architettura: “I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che […] l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici” [5].
Anche per Tertulliano (c. 200) la preghiera verso Oriente va da sé. Nel suo piccolo libro Apologeticum, egli ricorda che i cristiani “pregano in direzione del sol levante” (cap. 16). Questo orientamento della preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 [6].

[1] Posto davanti al jubé.
[2] PL, 34, 1277. 
[3] Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165. 
[4] Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494. 
[5] I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173. 
[6] Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d’Herculanum et de Pompéi, fig. 29.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 32-35) / 5 - continua]    

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martedì 16 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 4

Incoronazione della seconda moglie dell'imperatore Ferdinando II,
davanti al jubé della cattedrale di Ratisbona (incisione su cuoio del 1630)
terza domanda

Tuttavia, non vi era già nel Medioevo un altare destinato al popolo, oltre all’altare maggiore, come al giorno d’oggi?

È esatto nella misura in cui, nelle chiese cattedrali e nei monasteri, vi era come regola generale – dopo la fine dell’epoca romanica – un altare destinato al popolo, posto davanti al pontile-tramezzo (jubé). Quest’ultimo era una specie di chiusura del coro, ma un po’ più alta di quella delle chiese primitive, con due entrate che davano sul coro dei canonici o dei monaci, i quali, in tal modo, si trovavano separati dal resto della chiesa. In virtù della croce posta al di sopra di questo altare, o più esattamente sul jubé, tale altare veniva chiamato “altare della croce”.
È su tale altare che, in queste chiese, si celebrava la messa per il “popolo” [1], come ogni altra messa destinata ad avere numerosi partecipanti, come la messa solenne per i funerali oppure, in una chiesa cattedrale, quella per l’incoronazione di un sovrano (cfr. la figura d’apertura). Per di più si predicava dall’alto del jubé. Solo le messe conventuali (solenni) venivano celebrate all’altare maggiore, nel coro.
Dunque, in primo luogo la funzione del jubé non era di elevare una barriera fra il clero e il popolo – e per questo non può essere paragonato all’iconostasi bizantina –, ma era ben diversamente destinato a creare, per i canonici o i monaci, uno spazio apposito in cui si potessero svolgere le funzioni liturgiche in coro – liturgia delle ore e messa conventuale – senza essere disturbati.
Per ragioni sia liturgiche sia architettoniche è stato del tutto irragionevole fare sparire il jubé e l’altare della croce, com’è accaduto quasi ovunque in Germania all’epoca dei Lumi, su ordine delle autorità secolari [2].
Come allora si procedette a importanti modifiche architettoniche all’interno delle chiese – onde consentire che i fedeli potessero guardare direttamente l’altare maggiore –, così oggi, in seguito al Concilio, quasi tutte le chiese antiche sono state ritoccate con dei lavori di “rinnovamento”.
Chi percorra oggi il mondo e visiti le chiese, scopre, per la sistemazione del santuario, le soluzioni più singolari. È così che, soprattutto in Italia, quando è stato possibile, gli altari barocchi sono stati privati della loro tavola d’altare, rimpiazzata dai seggi del celebrante e dei suoi assistenti. Si può pensare che sia la meno felice delle soluzioni, visto che la pala perde così la sua antica funzione di riferimento al sacrificio eucaristico per vedersi “degradata”, al punto da servire quale schienale dei preti.
Ma nella maggior parte dei casi, l’antico altare maggiore, con il suo tabernacolo, non serve più che a conservare la santa comunione. Occorre allora rassegnarsi al fatto che il sacerdote, il quale sta all’altare rivolto verso il popolo, giri costantemente la schiena al tabernacolo, al quale sin qui erano fissati gli occhi dei fedeli in preghiera. All’occasione, è la corale parrocchiale che s’installa sui gradini dell’altare maggiore, con i cantori che volgono anch’essi le spalle al tabernacolo e si servono della tavola d’altare per poggiarvi i loro diversi accessori.
Ecco perché, quando le considerazioni artistiche lo hanno permesso, l’altare maggiore è stato totalmente soppresso, per conservare l’eucaristia in un tabernacolo murale laterale. Si è dunque immediatamente posto il problema di come occupare lo spazio così liberato dell’abside. Sono state applicate varie soluzioni. Spesso vi si è installato l’organo, con la sua cassa decorativa, oppure, per la maggior parte del tempo, la corale parrocchiale. Oppure si è semplicemente appesa l’antica pala d’altare o un pendone di valore al muro dell’abside, come fossero degli ornamenti.
In definitiva, nessuna di queste soluzioni è soddisfacente, poiché, installando un nuovo altare, per di più dall’apparenza molto modesta, si è fatto sparire il centro di gravità spaziale costituito dall’altare maggiore, così come era stato concepito dall’architetto che aveva costruito la chiesa. Senza alcun dubbio, Alfred Lorenzer ha ragione allorché scrive: “Il significato dell’altare, a questo punto, fa parte integrante della chiesa (…), che lo spostamento di questo ‘centro di gravità spaziale’ dovrebbe indurre a elaborare un piano interamente nuovo” [3].
Ciò diventa di un’evidenza impressionante nelle grandi chiese, come per esempio nella cattedrale di Spira, dove lo sguardo di coloro che entrano si posa subito sull’antico altare maggiore sormontato dal suo baldacchino. Oggi, erra nel vuoto. La tavola d’altare installata nel coro, malgrado le sue dimensioni, si nota appena in questo spazio tutto volto in altezza, e l’altare verso il popolo, alcuni gradini più in basso, non costituisce affatto un “centro di gravità spaziale”.

quarta domanda

Nell’Handbuch der Liturgie für Kanzel, Schule und Haus (Manuale di liturgia per la cattedra, la scuola e la casa) di P. Alfons Neugart (1926), si legge: “Nella basilica della Chiesa primitiva, l’altare era posto in mezzo all’abside del coro e il prete celebrante si metteva dietro di esso, rivolto verso il popolo. Sull’altare non vi erano né croce né candele. I seggi del vescovo e degli ecclesiastici erano disposti tutt’intorno, lungo il muro. È solo più tardi che l’altare venne posto contro il muro, come oggi”. È esatto?

Ciò che è esatto è che nei primi secoli, i seggi dei vescovi e dei sacerdoti erano posti lungo il muro dell’abside e non ai lati dell’altare; nei territori greci essi erano spesso nettamente rialzati su diversi scalini, di modo che il vescovo, assiso sul suo trono, potesse essere visto da tutti e meglio ascoltato al momento del suo sermone, che un tempo pronunciava dal suo seggio. Il seggio centrale era sempre riservato al vescovo, come accade ancora oggi in Oriente.
È anche esatto che a quel tempo sull’altare non vi fosse né croce, né candele, né leggio per il messale, ma solo il calice e la patena con le offerte. Lo si può constatare nelle raffigurazioni medievali della messa. Se fino a un’epoca recente si usava decorare con dei fiori il pavimento della chiesa, l’altare non veniva mai decorato.
Ecco perché in genere gli altari erano piccoli, con una tavola che raramente raggiungeva un metro quadrato. Nel chiostro della cattedrale di Ratisbona vi è, per esempio, un piccolo altare massiccio in pietra, che risale a un’epoca molto antica; tuttavia, si trova anche – nell’“antica cattedrale” – un grandissimo altare (due metri e dieci per un metro e quaranta), che risale probabilmente al secolo V e rappresenta una “confessione”, vale a dire che faceva parte della tomba di un martire. Ecco spiegata la sua enorme dimensione [4]! La limitata superficie della maggior parte degli altari lasciava posto solo per le offerte del pane e del vino: questa particolarità sottolineava significativamente il carattere sacrificale della messa, come accadeva per i sacrifici dei giudei e dei pagani, nei quali solo le offerte propriamente dette trovavano posto sull’altare.
Gli altari a forma di tavola di grandi dimensioni erano rari nei tempi antichi. Eppure, al pari degli altri che abbiamo menzionato, anch’essi erano riccamente ornati di stoffe preziose che cadevano dai quattro lati fino a terra, di modo che le tavole che ricoprivano non si presentavano come tali. Più tardi, in molti luoghi, si dispose sul lato anteriore degli altari un pendone di stoffa, di legno o di metallo riccamente ornato. Così che non si può affermare che il carattere di pasto della messa sia stato sottolineato dagli altari a forma di tavola.
Parleremo in seguito più a fondo della posizione del sacerdote all’altare ai tempi della Chiesa primitiva. Ora ricordiamo solo quanto scriveva sulla rivista Der Seelsorger, nel 1967, quindi poco dopo il Concilio, il P. Josef A. Jungmann, autore della celebre opera Missarum sollemnia: “L’affermazione spesso ripetuta che l’altare della Chiesa primitiva supponesse sempre che il prete fosse rivolto verso il popolo, si rivela essere una leggenda”.
Inoltre, Jungmann mette in guardia contro il pericolo che, auspicando l’adozione dell’altare verso il popolo, “se ne faccia un’esigenza assoluta e, infine, una moda alla quale ci si sottometta senza riflettere”. Secondo lui, la ragione principale di questa raccomandazione di celebrare rivolti verso il popolo è la seguente: “Vi è qui, anzitutto, l’accento esclusivo che al giorno d’oggi si ama tanto mettere sul carattere di pasto dell’eucaristia”.
Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger ha sempre più messo in guardia, in questi ultimi anni, contro il rischio di considerare la liturgia sotto il solo aspetto di “pasto fraterno” [5].

[1] Ma “spalle al popolo”.
[2] Sul punto, cfr. l’articolo di K. Gamber, in Das Münster, 1985. 
[3] Das Konzil der Buchhalter (Il concilio dei contabili), p. 200. 
[4] Cfr. K. Gamber, Ecclesia Reginensis, pp. 49-66.
[5] Cfr. Entretiens sur la foi, Fayard, 1975, p. 158.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 27-32) / 4 - continua]

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martedì 9 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 3

Guillaume Durand, Rational des divins offices [Rationale divinorum officiorum]
seconda domanda

Come ci si può opporre agli altari moderni rivolti verso il popolo, quando essi sono stati prescritti dal Concilio e praticamente sono stati introdotti nel mondo intero?

Si cercherebbe invano una prescrizione che imponga di celebrare la santa messa rivolti verso il popolo nella Costituzione sulla sacra liturgia promulgata dal Concilio Vaticano II. Ancora nel 1947, Papa Pio XII, nell’enciclica Mediator Dei (n. 49), sottolineava come si sbagliassero coloro che volessero ridare all’altare la sua antica forma di mensa (tavola). Fino al Concilio la celebrazione verso il popolo non era autorizzata; essa era tuttavia tacitamente tollerata da numerosi vescovi, soprattutto per le messe dei giovani.
Da noi, in Germania, la nuova posizione del sacerdote fece la sua comparsa negli anni 1920 con la Jugendbewegung (movimento della gioventù), allorché si cominciò a celebrare l’eucaristia per piccoli gruppi; Romano Guardini svolse il ruolo di precursore, con le sue messe al castello di Rothenfels. Il movimento liturgico diffuse quest’uso, soprattutto Pius Parsch, che sistemò in questo senso, per la sua “parrocchia liturgica”, una piccola chiesa romanica (Santa Gertrude) a Klosterneuburg, vicino a Vienna.
Questi sforzi vennero infine approvati dall’istruzione Inter œcumenici (1964) della Congregazione dei Riti, che in seguito ha ispirato il nuovo messale. Per le nuove costruzioni vi è prescritto che: “È bene costruire l’altare maggiore separato dal muro, perché si possa facilmente girarvi attorno e vi si possa celebrare verso il popolo; esso sarà posto nell’edificio sacro in modo da essere veramente il centro verso il quale si volge spontaneamente l’attenzione dell’assemblea dei fedeli” (n. 91).
Sfortunatamente, è esatto che i nuovi altari verso il popolo siano stati installati dovunque nel mondo, almeno per quanto riguarda l’area di diffusione della Chiesa cattolica romana. Ma, a rigore, essi non sono prescritti.
Nelle Chiese ortodosse d’Oriente – nelle quali, d’altronde, vi sono alcune centinaia di milioni di cristiani – si continua a rispettare l’uso della Chiesa delle origini, secondo cui il sacerdote che celebra il santo sacrificio è girato, con i fedeli, verso l’abside. Questo vale sia per le Chiese di rito bizantino – greca, russa, bulgara, serba, ecc. – sia per le Chiese dette di rito orientale antico (armena, siriaca, copta).
Che l’altare debba essere scostato dal muro “perché si possa facilmente girarvi attorno”, è un’altra questione. Questa esigenza della Congregazione dei Riti si accorda perfettamente con la tradizione [1].
Per più di dieci secoli, come fino a oggi nelle chiese ortodosse orientali, l’altare è rimasto privo di sovrastrutture. Un cambiamento si produsse nell’epoca gotica, con l’apparizione delle pale. Queste svolgevano in parte il ruolo dei dipinti dell’abside e dei muri, raffigurando le diverse tappe della salvezza: dall’Annunciazione dell’angelo all’Ascensione del Signore.
Mentre nelle piccole chiese gli altari erano spesso addossati al muro dell’abside, nelle grandi chiese, come abbiamo visto, erano posti – fino all’epoca gotica – in mezzo al santuario. Era allora possibile girarvi intorno al momento dell’incensazione, com’è detto nel Salmo 25: “Giro attorno al tuo altare, o Signore, per far risuonare voci di lode e narrare tutte le tue meraviglie”.
Per sottolineare la santità dell’altare, questo – almeno nelle grandi chiese – era generalmente sormontato da un baldacchino in materiale prezioso, poggiante su quattro colonne. Ai quattro lati erano fissate delle cortine; certo in riferimento alla tenda del Tempio di Gerusalemme, che separava il Santo dei Santi (Sancta Sanctorum) dal santuario, come Dio aveva prescritto a Mosè: “Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto (…). Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro (…). Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo costituirà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi” (Es 26, 31-33).
Come abbiamo visto, nel rito bizantino è l’iconostasi che attua la separazione; ma secondo la concezione ortodossa, anch’essa rappresenta, insieme alle icone, l’Ecclesia cœlestis (la Chiesa del Cielo), che celebra assieme ai fedeli, tanto che essa dev’essere considerata, da quelli che partecipano alla celebrazione, non solo come una separazione, ma anche come un oggetto di contemplazione.
In altri riti orientali non bizantini, l’iconostasi manca; al suo posto vi sono, come presso gli armeni, due tende: una piccola davanti all’altare e una grande che, in alcuni momenti della liturgia della messa, nasconde tutto il coro agli occhi dei fedeli. A questo proposito così dice san Giovanni Crisostomo: “Quando vedi chiudere le tende, pensa che in quel momento il cielo si apre lassù e ne discendono gli angeli” [2].
Secondo la testimonianza di Guillaume Durand, queste tende furono anche usate in Occidente, fino alla metà del Medioevo. Egli parla di tre vela: uno che copre le offerte del sacrificio, il secondo intorno all’altare e il terzo velum sospeso davanti al coro [3].
Mentre la Chiesa delle origini dissimulava l’altare come poteva, ornandolo con tessuti preziosi e con pendoni, ecco che al giorno d’oggi questo stesso altare si trova posto, nudo, in mezzo alla chiesa, esposto a tutti gli sguardi. La sua santità, in quanto luogo delle offerte del sacrificio, si trova così meglio evidenziata? Certamente no. A meno che non si voglia prendere in considerazione – contro tutte le tradizioni – altro che la sua funzione di tavola da pasto e la si voglia rendere manifesta in tal modo.
Allora, certamente, non mi resta che inchinarmi…
Ma, in questo caso, non si tratta più di rendere presente quaggiù il mondo dell’aldilà: si tratta solo dell’uomo e del suo universo. L’universo di Dio, degli angeli e dei santi, diventa marginale: sfiora appena il nostro. Forse, malgrado tutto, ci s’interesserà ancora a un uomo chiamato Gesù e a qualche brano accuratamente selezionato del suo Vangelo!

[1] Il Pontificale romano tradizionale, nel capitolo “Della dedicazione delle chiese”, chiede espressamente che l’altare non sia addossato al muro, ma che si possa girarvi attorno da tutti i lati onde potere compiere in maniera conveniente i riti di consacrazione. Il “messale di san Pio V” (edizione del 1962) indica d’altra parte la maniera di procedere all’incensazione di questo tipo d’altare. Contrariamente a ciò che si ritiene troppo spesso, l’altare così disposto è perfettamente conforme alla tradizione, sebbene con il tardo Medioevo sia stato spesso preferito addossarlo al muro.
[2] PG 62, 29.
[3] Rational, I, 3, n. 35.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 24-27) / 3 - continua]

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