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venerdì 21 aprile 2017

Nazarena - Una reclusa nel cuore di Roma

[Nel corso di questi anni ci siamo dedicati in varie occasioni della monaca reclusa di origini statunitensi suor Maria Nazarena O.S.B. Cam. (Julia Crotta, 1907-1990), auspicando che si diffonda la conoscenza e lamicizia spirituale con questa straordinaria figura di santità, tipo esemplare di “Madre del deserto” del secolo XX, alla quale sempre ci si accosta con un senso di vertigine umana e spirituale, e della quale invochiamo lintercessione. Ci sia permesso di ricordare i nostri precedenti interventi: nel 2010 qui, nel 2013 qui, nel 2015 qui e qui. La nostra prima lettura riguardante Nazarena fu il libro di padre Louis-Albert Lassus O.P. (1916-2002), Nazarena, Une recluse au coeur de Rome. 1907-1990, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1996. Siamo dunque oltremodo lieti di presentare ledizione italiana di questo testo (qui di seguito lintroduzione, pp. 7-11), reso amorevolmente disponibile nella collana Laboratorio della Fede per conto dell’Eremo della Beata Vergine del Soccorso di Minucciano (Lucca): Louis-Albert Lassus O.P., Suor Nazarena reclusaEdizioni Kolbe, Seriate (Bergamo) 2017. Ne caldeggiamo vivamente la lettura e la diffusione. Copie del libro possono essere ordinate scrivendo all’Eremo della Beata Vergine del Soccorso, 55034 Minucciano (Lucca), o per quantitativi maggiori scrivendo alle Edizioni Kolbe (info@centrograficostampa.it)]

Che una giovane donna americana, amante della danza e della musica, campionessa di pallavolo, diplomata nel Collegio Albertus Magnus di New Haven, traboccante di vita e di amore della vita, un bel giorno abbandona la famiglia, le conoscenze, il lavoro, le sue abitudini e la patria per andarsene come Abramo alla ricerca di quel “qualche cosa” che segretamente la attira fortemente e del quale ignora ancora il nome, fa gridare ai ragionatori allo scandalo e alla follia.
“Perché questo spreco? Si poteva...” (Mc 14, 4-5).

Giulia Crotta a trentasette anni ha finalmente intravisto la sua strada, che concretamente troverà essere una stretta cella solitaria, un reclusorio nel centro di Roma, nel quale vivrà per quarantaquattro anni, completamente nascosta, ritirata, ignorata.

Prende il nome di Maria Nazarena di Gesù, senza dubbio riferendosi al Cristo di Nazaret, che per trent’anni si è nascosto agli occhi di tutti in questa borgata della quale sorridendo si diceva: “Niente di buono può uscire di là”.

Appartiene a quegli esseri che non sono fatti per la terra, perché hanno occhi troppo grandi, un cuore ipertrofico. Nessuno spettacolo del mondo, nessuna visione, per quanto sia bella, li può attirare; nessun amore, per quanto tenero, li può catturare.

Essi sono fatti per l’Immenso, per l’Infinito, per Colui che solo “È”. Voi li chiamate nomadi di Dio, pellegrini, avventurieri del Cielo. Tuttavia sono lontani dallo stimarsi e a maggior ragione, dal disprezzare la realtà della terra, i tesori della vita, ma come lo confessa uno di loro, San Pier Damiani questi sono dei “paradisi troppo piccoli” per la capacità del loro essere: abbisognano del “Tutto” e per sempre. Se non ci lasciano, ci appaiono, sicuramente, stranieri, perché vivono altrove e se ci abbandonano, se partono sulle strade del mondo o si nascondono nel silenzio del deserto è perché vivono il loro Esodo, in cerca del Santo Graal, della perla preziosa, di Colui che è il Tutt’altro e al di là di tutto.
Nazarena un bel giorno si è sentita chiamare ad andarsene, a sparire, non soltanto entrando in un monastero “isolato”, come si dice, non soltanto vivendo da eremita nei boschi o sulla montagna, ma di ritirarsi in un reclusorio, una sorta di tomba, dalla quale non uscirà mai, dove nessuno potrà entrare, dove non saranno possibili le relazioni con il mondo se non attraverso una finestrella ricoperta di un velo spesso. Questo non vuol significare che Nazarena ricusi i suoi fratelli, aborrisca l’umanità, si ritiri dalla sua storia spesso così tragica ma, al contrario, ella si pone nel cuore del mondo.
Un giorno scriverà: “Possa io realizzare il mio sogno, vivere e morire solitaria, sconosciuta da tutti e proclamare la Buona Novella che Dio mi domanda di gridare da questa cella, “Dio solo basta!” Da questo reclusorio, mi sarà senza dubbio possibile di passare immediatamente al Paradiso. D’accordo. Vorrei andarvi conducendo con me, un giorno o l’altro, tutti quelli che potrò aver aiutato con le mie povere preghiere e la mia penitenza”.
Evidentemente non tutti comprenderanno il gesto folle di questa donna affascinata da Dio, che perdurerà quarantaquattro anni senza interruzione, se non un breve soggiorno in clinica.

La maggior parte fra noi è sorpresa per la stranezza di questa vita, per la sua grande austerità, ma anche per la gioia che invade sempre più la nostra reclusa, una figlia dell’uomo all’apparire della festa di San Romualdo di Ravenna [1].
Non è un caso patologico? Non è in flagrante contraddizione con il Vangelo di Gesù Cristo e la comunione d’amore che sarà il distintivo dei suoi discepoli? La parabola del grano che muore e porta molto frutto...
Tuttavia Nazarena non è un caso unico, assolutamente eccezionale nella storia. All’inizio dell’era monastica, incontriamo uomini e donne che si sono murati per un motivo o per un altro, “per amore, dicono, della libertà di un altro” [2] e nessuno ignora che nel Medio Evo, non è raro scoprire, vicino ad un monastero o ad una chiesa parrocchiale, un reclusorio d’amore dove vive un monaco, una monaca, un prete o un laico. Presenza silenziosa di preghiera continua, di “Vita Angelica”, parte integrante della comunità o della parrocchia, come un gioiello nel suo scrigno.
Ricordiamo, per esempio, la piccola sorella d’Aelredo di Rievaux, alla quale suo fratello dedicherà tutto un libro che è un tesoro. Ella glielo ha domandato insistentemente per condurre in porto nella verità e nella fedeltà la sua esistenza apparentemente contro natura, che va a schiudersi in una profonda e radiosa felicità [3].
Nazarena è sua sorella, dopo otto secoli, condotta da Dio attraverso i meandri, come vedremo, alla scuola d’amore di Romualdo, il folle di Dio che, a più riprese durante la sua vita solitaria, si è rinchiuso nel suo reclusorio per rispondere ad una insopportabile ferita d’amore e portare a Dio il terribile secolo di ferro quale è il suo.
Egli ha iniziato un movimento forte e magnifico di uomini e di donne che come lui si sono rinchiusi nella loro cella solitaria a Camaldoli, sul Monte Corona e altrove.

Circa cinquant’anni dopo la morte dell’eremita - profeta, il suo successore alla guida della piccola colonia di eremiti che vivono nascosti nella montagna, ci dirà, come tra i fratelli “alcuni si elevano sulle ali della contemplazione di Dio, all’amore della patria celeste, fissandovi gli occhi del loro spirito e, già quaggiù, gustarono un’ineffabile dolcezza d’amore. Essi si rinchiusero allora nella loro cella e vi rimasero fino alla morte, sostenuti dalla grazia di Dio, in un combattimento continuo contro l’Avversario... Altri soltanto per il tempo di due Quaresime, con lo scopo di passarlo in un silenzio totale e in una più grande austerità di vita.
Altri per un centinaio di giorni o ancora per un anno intero... dando una luminosa testimonianza e rivaleggiando tra loro nell’amore di Dio, nell’obbedienza e con tutte le virtù. Essi avevano sotto gli occhi gli esempi del venerabile Romualdo, osservante con fervoroso degli usi e costumi del Santo Eremitaggio” [4].
La tradizione si è mantenuta durante i secoli presso i figli e le figlie di Romualdo e ancora oggi, la Congregazione di Monte Corona, si onora in segreto di molti reclusi che si ignorano, ma che permettono al nostro mondo di non sprofondare nel nulla [5].
Nazarena si riannoda perfettamente con questi uomini e queste donne che sono stati chiamati a vivere letteralmente le parole di San Paolo indirizzate a chiunque si è rivestito di Cristo nel giorno del battesimo: “La vostra vita è nascosta con il Cristo in Dio” (Col 3, 3).
Dopo una prova infruttuosa al Carmelo, le cui radici eremitiche avrebbero potuto permetterle di realizzare la sua vocazione, Nazarena bussa alla porta del monastero di Sant’Antonio il Grande, in pieno centro di Roma, sulla collina dell’Aventino.
Grazie alla grandezza d’animo della badessa e della sua comunità, può vivervi in reclusione, subito a titolo privato, poi completamente incorporata nell’Ordine camaldolese. Non si pensi che si tratti di un’esistenza larvale. La preghiera continua, lo studio, il lavoro manuale (in certi momenti dieci ore al giorno), la celebrazione dell’ufficio divino in nome di tutta la Chiesa del mondo e di tutta la creazione, fa della cella di Nazarena un luogo di convegno pieno di gioia e di angoscia e di combattimento con l’Angelo di Jahvè e con l’Angelo delle tenebre...
Tutto questo vissuto, giorno dopo giorno, per quarantaquattro anni. Ciò sembra incredibile.
Ma il risultato è là: una gioia indicibile che invade tutto l’essere di Nazarena e che fa di lei una presenza di cielo. “Dio, scrive, mi ha dato una felicità così bella e così pura che non la cambierei per tutti i piaceri del mondo... Sento più che mai la gioia misteriosa della Presenza e di questa forza invincibile che mi attira lontano da tutto e da tutti per scalare la montagna solitaria di Dio”.
Si potrebbe pensare allora che a poco a poco vi sia la dimenticanza totale della terra, degli uomini, della loro storia così difficile con tutto quello che comporta di bello, di spaventoso. Non è così. Nazarena come Macario il Grande, come San Simeone il Nuovo Teologo, come Pier Damiani o il beato Paolo Giustiniani, suo fratello, è cosciente di essere nel cuore del Mistero di Fede che è la Pasqua del Cristo e, in Lui e per Lui, di dare la sua vita per i fratelli, dei quali nessuno è straniero.
Ha per essi, sul cuore di Dio, i diritti dell’Unico; e capisco che il papa Paolo VI e Giovanni Paolo II abbiano voluto visitarla, sedersi vicino a lei ed affidarle il popolo di Dio. Essi conoscevano bene la sua importanza eccezionale nella vita del mondo, come quella di tutti quegli “uomini nobili” dei quali parla Taulero, che si sono identificati per un motivo o per un altro (penso a Teresa di Lisieux, a Marta Robin), all’Agnello di Dio che porta e cancella i peccati del mondo. Tuttavia potremmo ancora chiederci il motivo di questo totale nascondimento, di questo totale ritiro dalle relazioni umane che sembrano fare parte integrante della nostra vita di uomini e di cristiani. Pensiamo, per esempio, che alcune suore del monastero nel quale vive la nostra reclusa non videro il suo volto se non nel giorno della sua morte... Uno dei miei grandi amici, eremita camaldolese, ci dirà, al termine del nostro piccolo libro, con l’autorità dell’esperienza, la sua visione dal di dentro.
Ma ad ogni modo, poiché ogni uomo è fondamentalmente solo e spesso anche recluso, senza volerlo, in mezzo agli altri, Nazarena ci può aiutare a sollevare il velo di un mistero che alcuni considerano come un’abominazione, mentre si tratta possibilmente d’una stupefacente avventura d’amore.

[1] Cf. L.-A. Lassus, San Romualdo eremita profeta.
[2]  Espressione cara a San Pier Damiani, che troviamo, per esempio, all’inizio dell’Opuscolo
 XI indirizzato a Don Leon, recluso per amore della libertà celeste.
[3]  Aelredo di Rievaulx, Regola della reclusa, Edizioni Cantagalli, Siena.
[4]  Beato Rodolfo, 4° priore di Camaldoli, Regola della vita eremitica, in Consuetudo camaldulensis, Firenze 2004.
 Le “due Quaresime”: molte consuetudini monastiche del X e XI secolo parlano di queste due Quaresime di monaci e di eremiti, l’una andando dalla festa di San Martino (11 novembre) fino al Natale, l’altra corrispondente alla Quaresima della Chiesa.
[5]  La congregazione degli eremiti camaldolesi di Monte Corona è nata nel 1524 dal desiderio del beato Paolo Giustiniani, allora superiore dell’eremitaggio di Camaldoli, di ritrovare la purezza e la semplicità della vita solitaria romualdiana e di donarle un nuovo slancio. La reclusione vi sarà e vi è tuttora tenuta in onore: cf. Jean Leclercq, Un umanista eremita. Il beato Paolo Giustiniani 1476-1528, Edizioni Scritti monastici, Praglia. Il beato Paolo Giustiniani, Regola della vita eremitica, Edizioni dell’eremo Monte Rua, e L’opera legislativa del beato Paolo Giustiniani concernente la santa istituzione dei reclusi camaldolesi, in Collectanea Cisterciensia, 1 (1992), in francese.

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domenica 8 febbraio 2015

Una madre del deserto nel cuore di Roma


«Vieni con me nel deserto»: è la voce che sente una giovane americana di origini italiane, Julia Crotta, musicista, sportiva – è molto alta e gioca a basket da campionessa –, studentessa modello. Julia ha ventisette anni, sta partecipando quasi per caso a un ritiro spirituale in preparazione alla Pasqua e vive quella che definirà una nox beatissima, un’esperienza che cambia il corso della sua vita, durante la quale Gesù in persona la chiama a fargli compagnia nel deserto e il cui esito finale saranno quarantacinque anni di reclusione monastica. Non capisce subito cosa le è richiesto e non sa davvero come metterlo in pratica. Valuta anche la possibilità di recarsi materialmente nel deserto della Palestina, ma ha l’equilibrio e il buon senso di ascoltare fedelmente i consigli del proprio direttore spirituale. «Non mi fido assolutamente di quanto provo, anche quando credo che venga da lui [Dio]. Mi fido invece di chi parla nel suo nome», scriverà anni dopo. Anche in seguito, nei lunghi anni di prova spirituale, quando ogni tentativo di seguire la sua particolarissima vocazione sembra destinato a fallire, Julia non farà mai nulla, non prenderà decisioni, senza il consenso del proprio direttore spirituale, che per lei rappresenta la voce della Chiesa e, in ultima istanza, la voce di Cristo in terra. Julia è tanto decisa nel perseguire il proprio dovere, quanto è docile nel cambiare i propri piani quando è certa di fare la volontà di Dio: «Le parole di Dio trapassano come un lampo potente. Senza che neppure ci si accorga, si fa quanto comandano».
Passeranno undici anni da quella prima chiamata al deserto, senza che Julia mai abbandoni il suo proposito e mai scalpiti per fare di testa sua. Riuscirà infine a trovare la sistemazione che desidera a Roma, presso il monastero di Sant’Antonio abate, come reclusa dell’ordine camaldolese. Il 21 novembre 1945 Julia viene ricevuta da papa Pio XII, il quale le dà la sua benedizione, legge il regolamento di vita che Julia ha stilato per la propria reclusione, teme che sia troppo esigente per la giovane donna, ma alla fine l’approva. Subito dopo monsignor Giulio Penitenti, che si è occupato della sua sistemazione, accompagna Julia nella cella dalla quale non uscirà più fino alla fine della sua vita. Di questo momento Julia scriverà: «Capii che egli mi offriva a Dio per tutta la Chiesa».
Per tutta la vita Julia, ormai suor Maria Nazarena, sarà una donna forte, equilibrata, allegra, così la descrivono le uniche persone con cui ha rarissimi contatti: padre Anselmo Giabbani, a lungo Procuratore generale dell’Ordine camaldolese e suo padre spirituale fino alla fine della vita, e la Madre Abbadessa del monastero presso cui risiede.
«Mai, in questi 43 anni, ho provato tristezza, noia; al contrario una gioia sempre nuova, che non perde la sua freschezza. Come quella dell’eternità», scrive suor Nazarena un paio d’anni prima di morire, nei ricordi autobiografici estesi su insistenza del padre Giabbani. Allo stesso padre sono indirizzate gran parte delle sue lettere, nelle quali suor Nazarena alterna una devozione filiale al suo direttore spirituale a numerosi consigli fraterni, che riguardano la vita dello spirito, la riforma dell’Ordine camaldolese, i rapporti di padre Giabbani con i confratelli.
L’ordine camaldolese è sin dalle sue origini, per volontà del suo fondatore san Romualdo, diviso in un ramo cenobitico e in uno eremitico e nella sua lunga storia si contano numerosi casi di veri e propri reclusi. Suor Nazarena è consapevole della straordinarietà della propria vocazione e consiglia che il responsabile dell’Ordine ottenga dai suoi monaci con la dolcezza e con la persuasione quei sacrifici e quell’austerità di vita ai quali lo spirito si ribellerebbe, se fossero imposti con la forza. Sa bene che neppure la vita eremitica può essere indistintamente allargata a tutti i monaci e soprattutto che non ci si può arrivare se non dopo un lungo percorso di preparazione spirituale. Tale preparazione era avvenuta per lei grazie al crogiolo di sofferenze attraverso cui era passata durante gli undici anni intercorsi tra la chiamata al deserto e il suo ingresso nella cella di reclusione. Aveva tentato alcune comunità religiose molto rigorose, come era allora il Carmelo, ma l’evidente distanza tra la vita che vi si conduceva e la percezione interiore della propria vocazione l’avevano portata a uno stato di consunzione tale da far temere per la sua salute. Nazarena però sa che non avrebbe potuto affrontare la solitudine, i rischi di desolazione e di esaltazione che comporta, il rischio fortissimo di illudersi circa la propria condizione spirituale, senza essere passata in precedenza da un lungo periodo di prova.
La regola di vita di suor Nazarena è molto rigorosa: vive in una cella di cinque metri per tre, dorme, senza materasso e cuscino, su una cassapanca di legno a cui è stata inchiodata una croce, lavora alcune ore al giorno intrecciando le palme che si distribuiscono nel periodo di Pasqua, ha momenti di preghiera, di studio e di lectio divina, partecipa alla Messa da una finestrella con grata, attraverso la quale riceve la comunione, ha un regime alimentare a pane e acqua quasi tutti i giorni della settimana (alcuni giorni si aggiungono un cucchiaino d’olio, un po’ di frutta o di verdura, o ancora un poco di marmellata), ulteriormente inasprito in quaresima e nei tempi penitenziali della Chiesa. Eppure sarà sempre sana, equilibrata, di buon umore. Nazarena, che da giovane aveva avuto un appetito robusto, scrive: «Soffro la fame (e ne sono contenta; altrimenti non avrei nulla da offrire), ma è sopportabile».
La chiave della vita di suor Nazarena è un’offerta totale di sé, in unione alle sofferenze di Cristo, per il bene delle anime e della Chiesa, ma nel totale nascondimento: «La supplico di non dire più nulla di me, lasci cadere tutto nel vuoto, nel silenzio. Credo che l’ora di Dio sia ancora molto lontana. Ho l’impressione che scoccherà solo dopo la mia morte».
Le sue lettere, i suoi ricordi autobiografici, riportano un’esperienza fuori dal tempo, con parole e accenti che richiamano quelli dei padri del deserto, una profonda conoscenza della Bibbia e della patristica traspare anche attraverso l’italiano talora incerto che usa.
Suor Nazarena muore a 82 anni, nella sua cella, esattamente venticinque anni fa, il 7 febbraio 1990, proprio il giorno in cui i benedettini camaldolesi fanno memoria di san Romualdo: attorno a lei sono riunite le monache sue consorelle, molte delle quali la vedono in volto per la prima volta. Dopo poche ore di malore, ricevuta la benedizione di padre Giabbani, viene portata una poltrona nella cella – per quarantacinque anni non aveva mai avuto né una sedia né un tavolo – per permetterle di respirare meglio, la comunità la raggiunge e la circonda, cantando l’inno Canta la sposa.
«Vedo che non ho altro da offrire a Dio, all’Ordine, alla Chiesa, che un grande dono di Dio che mi può essere tolto ogni momento: una speranza senza limiti nell’amore, nella potenza, nella misericordia infinita di Dio e nella Regina e Madre celeste. Speranza che mi ha dato la forza durante tutti questi anni di dire sempre “Ora comincio”».

[Articolo di Daniela Bovolenta comparso sul quotidiano La Croce del 7 febbraio 2015]

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venerdì 6 febbraio 2015

Nazarena - Nel 25° anniversario della sua salita al Cielo

Il giaciglio sul quale dormiva suor Nazarena
Il 7 febbraio 2015, nella gioiosa memoria liturgica di san Romualdo, ricorre il 25° anniversario della morte - o per meglio dire, della salita al Cielo, come la speranza cristiana c'induce a ritenere con fiduciosa certezza - della monaca reclusa di origini statunitensi suor Maria Nazarena O.S.B. Cam. (Julia Crotta, 1907-1990), avvenuta per l'appunto il 7 febbraio 1990 nel monastero camaldolese Sant'Antonio Abate di Roma, sull'Aventino, dove ella visse la sua esistenza nella reclusione, dal 1945 fino alla morte.
Già in passato abbiamo detto del senso di vertigine umana e spirituale con il quale ci si accosta alla storia di questa "Madre del deserto" del secolo XX. A maggior ragione desideriamo farlo nuovamente in questo 25° anniversario, con l'augurio che si diffonda sempre più la conoscenza e l'amicizia spirituale con questa straordinaria figura di santità, della quale invochiamo l'intercessione.
Lo facciamo riproducendo un brano del suo racconto autobiografico - scritto nel 1989, all'età di 82 anni (riprodotto nel prezioso volume a cura di Emanuela Ghini, Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa. 1945-1990, Edizioni OCD, Roma 2007, p. 25) -, nel quale suor Nazarena ricorda l'evento che segnerà per sempre la sua vita, quando all'età di 27 anni si sentì chiamata da Gesù al deserto, e ricevette la grazia di corrispondere a una vocazione di assoluta radicalità evangelica.
Altresì, con un po' di pudore desideriamo oggi condividere un inedito portfolio fotografico, che documenta gli spazi, gli arredi e gli indumenti - segni materiali, ma indubbiamente anche di una precisa geografia spirituale - entro e con i quali Nazarena visse la sua reclusione monastica e terminò i suoi giorni sulla terra, fino a consegnarsi per sempre alle braccia dello Sposo, il Signore Gesù.

Era il 1934, durante le vacanze pasquali. Una notte, che fu per me una nox beatissima, Dio mi accordò una grazia immensa, che trasformò all'istante tutta la mia vita. Per alcuni giorni fui come rapita, fuori di me. Mi sentivo in un universo nuovo. Avrei voluto fuggire lontano da questo mondo e da tutto il suo vuoto per seppellirmi per sempre nel deserto, sola con Dio solo. Da quella notte il deserto è rimasto per me una realtà misteriosa che m'incanta e mi attrae con straordinaria potenza.

La cella di Nazarena. Sul fondo, oltre la porta, il vestibolo presso il quale sostava il confessore
o la Madre, e dove veniva depositato il cibo (regime alimentare a digiuno perpetuo)

Gli occhiali di suor Nazarena e una Bibbia commentata da lei usata

Le calzature indossate da suor Nazarena

L'abito della reclusa, di tela grezza

La cella vista dal vestibolo. Sullo sfondo, la porta dalla quale suor Nazarena accedeva allo stanzino per assistere alla Messa



Esempi del lavoro manuale con le palme che suor Nazarena ha svolto durante i 45 anni di reclusione monastica

Lo stanzino dal quale suor Nazarena assisteva alla Messa

Il mobiletto dei libri e la cassapanca per i materiali di lavoro di suor Nazarena

La visuale dalla cella di suor Nazarena, sull'Aventino. Sullo sfondo, il Circo Massimo




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domenica 14 aprile 2013

Nazarena - In Paradisum

La monaca reclusa Maria Nazarena (Julia Crotta, 1907-1990)
il 24 giugno 1938, giorno della sua vestizione
nel monastero benedettino camaldolese
Il 10 febbraio, per la solennità di Santa Scolastica, sorella di San Benedetto, è consuetudine delle monache camaldolesi invitare i monaci di San Gregorio al Celio al Vespro ed a cena. Nel 1990 la data cadde di sabato e, per motivi liturgici, si decise di anticipare l'incontro fraterno tra i due monasteri. Così, mercoledì 7 febbraio, nella memoria della sepoltura di San Romualdo […] le monache, sapendo che la reclusa non avrebbe visto un altro giorno, vennero tutte alla sua cella. La trovarono sveglia: Nazarena le guardava con occhi vivi e luminosi. Volevano restare con Nazarena sino all'ultimo respiro, e intanto cantavano i Salmi. Passarono due ore. Le monache intonarono un inno […]:

Canta la sposa i doni dell'Amato,
     corre nel campo, a cercare Lui.
     Danza di gioia, nell'udire il nome.
Vede l'Assente nel giardino nuovo,
     gode all'annunzio della sua missione:
     Cristo risorto porterà ai fratelli.
Uomini stanchi, timorosi e vinti
     corrono in fretta al sepolcro vuoto,
     vedono, e crede chi l'aveva amato.
Eccolo, viene a salti per i monti,
     eccolo, viene a balzi per i colli.
     Esci, sorella, corri ad incontrarlo!
"Vedi, l'inferno è divenuto vuoto,
     alzati, amica, mia bella, vieni,
     corrimi dietro nel ritorno al Padre".
Godi al banchetto della nuova Pasqua,
     entra con Cristo nelle nozze eterne,
     vivi l'amore che ti dona il Padre!

Conclusa la dossologia con "Amen, Alleluia", Suor Nazarena emise un lieve sospiro ed in silenzio si consegnò fra le braccia dello sposo. Vide Gesù per la seconda volta, e per sempre.

[Thomas Matus, Nazarena. Una monaca reclusa nella comunità camaldolese, trad. it., Edizioni Camaldoli - Pier Giorgio Pazzini Editore, Camaldoli (Arezzo) 1998, pp. 118-120]

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mercoledì 28 luglio 2010

Nazarena


[Abbiamo letto con un senso di vertigine umana e spirituale la storia di una “Madre del deserto” del secolo XX, ovvero della monaca reclusa Maria Nazarena (Julia Crotta, 1907-1990), che dal 1945 al 1990 visse in reclusione presso la sua cella del monastero camaldolese di Roma. La prima biografia che abbiamo accostato è narrata da P. Louis-Albert Lassus O.P. nel libro Nazarena, Une recluse au coeur de Rome. 1907-1990, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1996. Il lettore italiano può tuttavia accedere alla fonte biografica e documentale più completa su questa straordinaria figura di santità, edita una prima volta nel 1993 e in seconda edizione nel 2007: Emanuela Ghini (a cura di), Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa. 1945-1990, Edizioni OCD, Roma 2007. La curatrice dell’opera, monaca carmelitana scalza del Carmelo di Savona, riproduce in questo libro la toccante autobiografia di Nazarena (scritta nel 1989, un anno prima della morte, quando Nazarena aveva 82 anni), il Regolamento della sua reclusione, un’ampia scelta di lettere della reclusa e varie appendici, che rendono il volume particolarmente completo ed esaustivo. Ne caldeggiamo vivamente la lettura, e trascriviamo di seguito la Prefazione all’edizione del 2007]




A diciassette anni dalla morte di Nazarena questa raccolta di alcune sue lettere, uscita a tre anni dalla sua scomparsa per il desiderio e l’amore di padre Anselmo Giabbani, guida spirituale per quasi mezzo secolo della monaca camaldolese reclusa, vede, per una richiesta mai venuta meno, una seconda edizione.
Per rendere più agevole la lettura e non distrarre l’attenzione dalla parola di Nazarena, che non abbisogna di alcun supporto, sono state eliminate le note alle sue lettere che mettevano in luce la consonanza spirituale dell’eremita coi Padri del deserto e con Teresa di Lisieux.
Dalla morte di Nazarena a oggi la conoscenza della sua straordinaria vicenda spirituale si è diffusa ad ampio raggio non solo in Italia. In attesa dell’edizione critica di tutte le sue lettere, è significativa questa convergenza di attenzione affascinata e commossa nei confronti di una monaca che sembra emergere dal deserto di Scete, ma è invece una nostra contemporanea, una donna colta, uscita da una delle più antiche e prestigiose università degli Stati Uniti, dalla grande sensibilità artistica e musicale, dinamica, sportiva, nostra in ogni senso.
Incendiata dalla luce dello Spirito, lungo un percorso umanamente sconcertante, questa donna ha testimoniato in modo straordinario la forza dell’Amore che, amando per primo, può trasformare una creatura umana in un dono di sé oltre ogni limite.
Seguendo una singolarissima vocazione vissuta tutta nell’ambito della Chiesa e, in essa, dell’Ordine monastico che l’ha accolta riconoscendo e rispettando la sua tensione all’eremitismo più assoluto, Nazarena, severissima con se stessa, misericordiosa con tutti, è espressione di sapienza, di equilibrio, di una pace che supera ogni intendimento.
Nel nostro mondo frantumato, ma oscuramente teso all’unità, schiavo del rumore ma desideroso di silenzio, stordito dal vaniloquio ma avido di verità, asservito al potere ma anelante alla libertà, disperso per mille strade ma in cerca di una mèta, questa nostra contemporanea, così simile a noi e così diversa, non addita il suo cammino impervio e inimitabile, non si propone ad alcuno come modello.
Detersa dal rogo purificatore nel quale è stata irresistibilmente attratta, abitatrice del silenzio, spazio di ascolto della Parola che sazia e salva, fisso lo sguardo a Colui che rende raggianti (Sal 34, 6), dice con dolce vigore parole umanissime e consolanti, concrete della vita dello Spirito, sapienti della sapienza di Cristo, adatte a ogni condizione umana.
Parole d’amore, che emergono da un deserto arido al di là di ogni immaginazione, fiorito dalla sua vita crocifissa e risorta a «glorificare il Padre per tutta l’umanità». Ma anche a guarire i cuori feriti, aprendoli all’unico Consolatore.
È l’esperienza di quanti hanno incontrato finora questa nostra sorella così lontana e così vicina e l’augurio per quanti l’incontreranno ancora.
«L’equilibrio e la serenità di Nazarena, che ha vissuto oggi un’esperienza come quella dei padri del deserto, è miracolo evidente di una presenza di Dio nella notte del mondo» (D. Barsotti).

Emanuela Ghini

Carmelo S. Teresa
Savona, 6 agosto 2007
Trasfigurazione del Signore

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