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giovedì 19 luglio 2012

Benedettini e canto gregoriano: uno straordinario documento d'epoca


Segnalato dal portale d’informazione Riposte catholique, presentiamo con piacere uno storico documento audio risalente all’inizio del secolo XX, e precisamente al 1904. Il coro di monaci benedettini del Collegio Sant’Anselmo in Roma (oggi Pontificio Ateneo Sant’Anselmo) interpreta l’Introito della solennità dell’Assunzione della B.V. Maria, Gaudeamus omnes in Domino. La direzione del coro è affidata al celebre musicologo francese Dom Joseph Pothier O.S.B. (1835-1923), colto storiografo del canto gregoriano che si colloca sulla scia dell’opera iniziata da Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875). Monaco dell’abbazia di Solesmes, Dom Pothier ne sarà anche vice-priore, e in seguito priore dell’abbazia Saint-Martin di Ligugé, prima di diventare abate dell’abbazia di Saint-Wandrille di Fontenelle. Nel 1890 ha pubblicato il libro Les Mélodies Grégoriennes, che per molti decenni è rimasto una pietra miliare nella specifica materia. A Solesmes sotto la sua guida ebbe inizio nel 1889 la pubblicazione dei manoscritti musicali riguardanti il periodo storico che va dal secolo IX al secolo XVI, un’iniziativa che sarà denominata Paléographie Musicale. Nell’anno 1904 ottenne da Papa san Pio X (1903-1914) la nomina alla presidenza della commissione dedita alla stampa della sezione musicale della liturgia cattolica.



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mercoledì 25 agosto 2010

Un itinerario tra storiche abbazie. Da Solesmes a Fontgombault

Solesmes è un grazioso villaggio bretone, adagiato sulle rive della Sarthe, che s'incontra appena fuori la cittadina di Sablé nella direzione di Joigny. Costeggiando il fiume si vedono d'improvviso spuntare, dalla rigogliosa vegetazione di pioppi e salici, i pinnacoli e gli arditi spioventi d'imponenti edifici che evocano la grandiosità del palazzo dei Papi ad Avignone. Rifatta in stile gotico, ormai da quasi due secoli, la millenaria abbazia benedettina di Saint-Pierre — ricorre proprio quest'anno il millennio della sua fondazione — specchia la propria facciata nord nelle placide acque della Sarthe e cela tra torri e contrafforti la radice ben più antica, del monastero. Nell'abbaziale si distinguono la navata dell’XI secolo e il transetto del XV con i celeberrimi gruppi scultorei dei santi di Solesmes. Ma l'abbazia oggi è famosa ai più per l'operazione culturale di «restauro» del canto gregoriano. Allorquando nell'agosto del 1986, con un gruppo di amici, intrapresi un viaggio a Solesmes nulla sapevo di quale magnifico posto fosse per natura e per paesaggio, nessuna fotografia mi era nota degli edifici abbaziali; anzi fu per caso che, la vigilia della partenza, scoprimmo che il Solesmes verso il quale ci saremmo dovuti dirigere non era nei pressi di Cambrai. La mia conoscenza si limitava a un nome posto in calce a un librone dalla copertina nera con le pagine rosse donatomi, il giorno del mio ingresso in seminario, da un sacerdote cieco, a conoscenza della mia passione per la musica. Quel Liber usualis aveva un fascino del tutto particolare vergato com'era a matita dal sacerdote che da seminarista, prima della cecità, evidentemente l'usava. Non avevo ancora appreso dagli studi di liturgia che l'abbazia era famosa per quel dom Prosper Guéranger che l'aveva rifondata e che si era strenuamente opposto alla diffusione del rito neogallicano radicatosi in Francia all'indomani del concilio di Trento. Non sapevo che Guéranger era, di fatto, l'iniziatore di quel movimento liturgico che attraversò tutto il XX secolo giungendo fino al Vaticano II, e quindi fino a noi, seppure in modo diverso da come lui aveva pensato. Non sapevo che scopo della sua vita fu il recupero per tutta la Chiesa latina della liturgia romana nel suo uso più puro. Mi spinse a partire solo la consapevolezza che se un'abbazia cura e stampa libri come l’Usualis, in quell'abbazia la liturgia doveva manifestarsi come il punto di convergenza della vita di fede di un cristiano. La sorpresa fu grande. Scoprii una comunità numerosa come non avevo mai visto. Scoprii che il canto gregoriano era la forma normale della liturgia monastica delle ore e della messa in latino celebrata solennemente tutti i giorni con il messale di Paolo VI. Mi colpirono i monaci nel loro dir messa, silenziosamente, la mattina presto nelle cappelle. Il posto mi piacque: vi tornai molte volte anche per l'amicizia che i monaci mi dimostravano. Una volta notai in coro due giovani monaci con una rasatura di capelli diversa dagli altri — componeva una specie di corona intorno al capo — che li faceva manifestamente appartenenti a un altro monastero. Mi si disse che portavano la tonsura dei monaci dell'abbazia Sainte-Madeleine di le Barroux, un luogo dove si celebrava con il messale antico, e che erano lì ad apprendere il canto gregoriano. Udii per la prima volta, che nella Chiesa cattolica, in qualche parte del mondo, il messale di san Pio V era vivo. In quegli anni di studio della teologia sentivo, sì, parlare del rito antico e del suo messale, ma come qualcosa di superato e morto, in termini pressoché negativi. Fu una vera sorpresa trovarmi innanzi due monaci «vivi», appartenenti a un monastero «vivo», che non celebravano qualcosa di morto e nella Chiesa cattolica. L'amico monaco vide il mio stupore e un po' a malincuore aggiunse che pure un'abbazia dipendente da Solesmes aveva ripreso l'usus antiquior del messale: Notre-Dame di Fontgombault. Pensai che prima o poi sarei andato anche là: se un semplice Liber usualis mi aveva portato a Solesmes, due monaci in carne e ossa, testimoni di un mondo dato per morto, non erano da trascurare. A Fontgombault ci andai per la settimana santa del 2002. Arrivai sul far della sera quando in chiesa la comunità dei monaci, numerosa più di Solesmes, cantava il vespro. Il canto dei monaci elevava un mirabile inno alla bellezza dell'Onnipotente perfettamente aderente alla costruzione in pietra dell'abbaziale. Nell'intatta abside romanica del XII secolo innestata nel transetto, con il coro a deambulatorio su colonne sormontate da un'elegante tribuna si aprivano le cappelle radiali — dai giardini dell'abbazia il giro delle absidi trasmette un'emozione straordinaria. La solenne austerità delle tre navate, sebbene frutto dell'imponente restauro ottocentesco seguito alla rovina in cui versò l'abbazia dopo la rivoluzione, s'accordava perfettamente alle parti più antiche. La monumentale luminosità di quell'architettura mi comunicava la stessa trasparenza e forza che governano il pensiero della Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino o la poesia della Commedia di Dante Alighieri. L'apprensione carica d'interrogativi circa il rito antico che m'aveva accompagnato fin lì s'attenuò già in quel primo vespro in cui non vidi nulla di strano rispetto a Solesmes. La tensione si sciolse la mattina seguente allorquando vidi la lunga fila dei sacerdoti celebrare, come a Solesmes e a San Pietro in Vaticano, la messa privata sugli innumerevoli altari della chiesa. Ogni perplessità si dileguò alla messa conventuale. La celebrazione del divin sacrificio, salvo che per l'orientamento della preghiera del sacerdote all'altare, il canone in silenzio e qualche altra piccola variazione, m'apparve non molto differente dalle messe di Solesmes. Scomparso ogni timore sentivo anche irrazionale l'ostracismo riservato all'usus antiquior del messale. Al mio ritorno da Fontgombault un sacerdote non più giovane, che aveva dimostrato preoccupazione per quel mio soggiorno, rimase perplesso nell'udire che avevo trovato un comunità intensa e giovane che pregava con fede, un monastero del tutto normale e a proprio agio con un rito che m'appariva in nulla eccentrico e sorpassato. Quando posso a Solesmes, a Fontgombault e a Le Barroux ci torno sempre volentieri.

[Mons. Marco Agostini (cerimoniere pontificio, officiale della seconda sezione della Segreteria di Stato), L'Osservatore Romano, 14 agosto 2010]

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lunedì 23 agosto 2010

Voices - Chant from Avignon

In passato ci siamo già occupati di presentare brevemente l’abbazia benedettina femminile Notre-Dame de l’Annonciation, sorta nel 1979 sulle orme di dom Gérard Calvet (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux.
Nelle ultime settimane ha avuto una certa risonanza sui mezzi di comunicazione internazionali l’uscita – prevista per il mese di novembre 2010 – di un disco di canto gregoriano realizzato da questo monastero femminile, che sarà prodotto dall’importante etichetta discografica Decca Records, e il cui titolo sarà Voices - Chant from Avignon (al CD in uscita è dedicato sin d’ora un sito Internet).
La comunità di religiose di Le Barroux è stata scelta dopo una selezione fra settanta monasteri di tutto il mondo per il suo modo eccellente d’interpretare il canto gregoriano. Così ha commentato l’abbadessa, Madre Placide Devillers O.S.B.: “Non abbiamo mai cercato una cosa di questo tipo, sono venuti in cerca di noi. All’inizio eravamo preoccupate dell’ipotesi che potesse intaccare la nostra vita di clausura, così abbiamo chiesto il parere a san Giuseppe nella preghiera. Le nostre preghiere sono state ascoltate, e abbiamo pensato che questo album potrà essere positivo se arriverà alle persone e le aiuterà a trovare la pace”.
Riproduciamo qui di seguito il primo video di presentazione del CD Voices - Chant from Avignon.



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venerdì 9 aprile 2010

Ai monaci e alle monache dell'Ordine di San Benedetto / ultima parte


Mi accorgo che questo vi disturba. Anche nella Chiesa, si sentono pronunciare delle proposte così sbalorditive sull'arte sacra che temete di trovarvi sorpassati. Vi percepite come un'antica vestigia medievale nel mezzo di una Chiesa che si concede a un distratto aggiornamento, che corre verso forme di preghiera, liturgia e arte alle quali è chiesto anzitutto di essere inedite, senza tenere conto delle prescrizioni conciliari e malgrado le sagge resistenze della gerarchia. In un mondo in perpetuo divenire, si vorrebbe che la Chiesa lo sposasse e facesse cambiare tali forme in funzione dell'evoluzione del mondo. Ma non è questo che le anime si attendono. Esse non hanno a che fare con l'evoluzione del mondo: ne soffrono, piuttosto che gioirne. Ciò di cui hanno sete è una "sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14). Se da una parte la Chiesa non disconosce i bisogni del tempo, essa è tuttavia anzitutto la sposa dell'Eterno: ci strappa al Tempo per consegnarci all'Eternità. Così ci allontaneremo finalmente da quanti non sanno inserirsi che nel tempo, di cui diventano prigionieri, e ci dirigeremo sempre più verso voi la cui vita è un linguaggio che parla di Eternità. Fareste dunque un calcolo sbagliato riguardo il vostro posto nella Chiesa, abbandonando quello che occupate così nobilmente e nel quale nessuno vi può sostituire. Non abbiate paura di rimanere immobili o di avere l'aria di restare tali in un mondo divorato dalla velocità: voi avete scelto un Amore che è senza cambiamento, seppure veloce come un fulmine.
Noi proveremo, noi laici, a salvare la musica gregoriana ovunque lo potremo fare. I monaci e le monache possono salvarla ancor più di noi, perché si tratta del loro cibo quotidiano, e voglio credere che non ne sono sazi: è il loro respiro. Si potrà sempre ammirare il timpano e i capitelli di Vézelay; continueranno a ispirare santi pensieri agli uomini fino alla fine dei tempi, perché è sufficiente guardarli con animo aperto (trascuro il caso in cui la rabbia degli iconoclasti li riducesse in polvere). La musica, essa, dev'essere eseguita e ascoltata, senza di che è votata alla morte pura e semplice o alla morte delle biblioteche. Vi appartiene quindi di mantenere in vita il canto gregoriano: è un obbligo che dovete assolvere com'è, d'altro canto, un obbligo plurisecolare del vostro Ordine quello di salvare tutto ciò che costituisce una ricchezza per la cultura degli uomini. Se la Regola di san Benedetto non ne fa menzione, la storia lo riconosce come uno dei gioielli più belli della vostra corona. Che dirà la posterità se si accorgesse che voi - in passato, salvatori di così tante opere, anche pagane, che non avete lasciato perire perché costituivano un peso indubbio nella bilancia delle cose dello spirito - vi siete mostrati incapaci di salvare il vostro proprio tesoro?

[André Charlier (1895-1971), Aux moines et aux moniales de l'Ordre de saint Benoît, articolo-appello del 1967 comparso nel volume Le chant grégorien edito da Dominique Martin Morin (Bouère), di cui una prima versione risale al marzo 1965 (Itinéraires, n. 91), poi in Itinéraires, n. 246, settembre-ottobre 1980, pp. 78-84 (qui pp. 83-84), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 4 / fine]

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giovedì 25 marzo 2010

Santa Maddalena - CD dei monaci di Le Barroux

Ripercorrendo l’Ufficio proprio di santa Maddalena che la Santa Sede ha concesso in uso all’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, i monaci cantano con felicità e gratitudine la loro santa patrona, in onore della quale hanno messo a punto i testi della celebrazione liturgica che viene cantata ogni anno, nella festa del 22 luglio. Al seguito di santa Maddalena, prima testimone della Resurrezione, i monaci hanno scelto la parte migliore e desiderano farla gustare agli ascoltatori. Un’ora e un quarto di bellezza, pace e contemplazione, un’anticipazione della felicità del Cielo. Edito dalla casa discografica Jade e registrato dall’ingegnere del suono Igor Kirkwood, il CD è disponibile in vendita tramite la “boutique en ligne” dell’abbazia. Di seguito l'Introito Gaudeamus, uno dei 36 brani che compongono questa novità discografica.



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