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martedì 14 novembre 2017

«Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?»

[...] Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è luomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?» (Regola, Prologo, 15; cfr. Sal 33,13). Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica.
San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.
[...] È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» (Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964), mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo.

[Estratto del discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza (Re)Thinking Europe. Un contributo cristiano al futuro del progetto europeo, promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) in collaborazione con la Segreteria di Stato, del 28 ottobre 2017]

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lunedì 30 ottobre 2017

Il monaco ha diritti?

Non cercate nella Regola l’espressione “i diritti dell’uomo”; non la troverete. Dunque i monaci non hanno alcun diritto? Così formulata, nessuno. Se non, forse, che nel capitolo sulle obbedienze impossibili, è detto che il monaco ha il diritto di segnalare al superiore che l’ordine dato è superiore alle sue forze.
Ma per comprendere il pensiero di san Benedetto, la bella armonia che egli vuole fare regnare nel chiostro, facciamo qualche esempio. Il monaco ha diritto di possedere una penna, della carta e tutte le altre cose indispensabili alla sua vita contemplativa? Sembra di si, perché san Benedetto giudica questi oggetti indispensabili, ma egli non dice esplicitamente che il monaco “ha il diritto” di averli a suo uso; dice che l’abate “ha il dovere” di darglieli. Un altro esempio: l’abate ha il diritto di essere obbedito dai monaci? In nessuna parte della Regola troverete questo diritto espresso in modo così diretto. No, san Benedetto intende semplicemente che i monaci hanno il dovere di obbedire al loro superiore. I monaci hanno il diritto di mantenere il loro ruolo nella comunità e di ricevere un medesimo affetto da parte dell’abate? San Benedetto non dice così, ma che il superiore ha il dovere di non perturbare l’ordine senza ragione e soprattutto di non fare preferenze tra le persone. San Benedetto insiste quindi sui doveri reciproci e non sui diritti. 
Tutto ciò sembra del tutto uguale, poiché infine i monaci hanno le loro penne, il padre abate è obbedito e l’ordine è rispettato. Ma non è affatto uguale, perché nell’una e nell’altra formula lo spirito è del tutto diverso e finanche agli antipodi. L’una, insistendo sui doveri, favorisce la carità; l’altra, insistendo sui diritti, favorisce l’egoismo. Finalmente, è la differenza tra la città di Dio, in cui l’amore per Dio e il prossimo arriva all’odio di sé, e la città del diavolo, dove l’amore per sé arriva all’odio per Dio e il prossimo.
È questa una della ragioni per cui san Benedetto vieta ogni mormorazione in comunità. In effetti, le mormorazioni sono spesso dovute alla rivendicazione dei diritti. Già all’inizio della Regola, san Benedetto prende in giro quei sedicenti monaci che chiamano santo tutto quello che torna loro comodo. Il monaco non deve mai reclamare nulla per sé, ciò che esprime bene che l’anima del monaco si eleva a Dio pensando non ai propri diritti, bensì ai propri doveri. Lo stesso vale per le famiglie. San Paolo non richiama i mutui diritti degli sposi, ma i loro doveri, e specialmente quelli del marito, che si deve sacrificare per la moglie. Così è per le relazioni tra genitori e figli.
Ciò vale inoltre per le aziende. Nei colloqui di lavoro si presentano dei giovani candidati che portano sottobraccio un dossier contenente i loro innumerevoli diritti: la riduzione del tempo di lavoro, le ferie e altri grandi valori repubblicani. E se gli imprenditori non pensano che ai loro profitti, come meravigliarsi del circolo vizioso che porta ai conflitti?
Possiamo applicare il medesimo ragionamento alla stampa. Se la regola suprema è il “diritto di sapere”, come stupirsi di tante mancanze verso il dovere della carità e il rispetto dell’onore di ciascuno? Il peggio è che, da quando la legge consente l’aborto – ormai diventato un diritto fondamentale della donna –, lo spirito della società è passato dai diritti del bambino – che infine sono i doveri dei genitori – a un diritto al bambino. È diabolico.
Ma noi abbiamo l’esempio e la grazia di Gesù Cristo, il quale non ha reclamato il diritto di essere trattato come uguale a Dio, ma ha compiuto il suo dovere fino alla fine. Imitiamolo.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 163, 22 settembre 2017, pp. 1-2]

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martedì 30 agosto 2016

Padre Muard e san Benedetto

Fra tutte le regole antiche, per noi la Regola di san Benedetto racchiude tutte le condizioni desiderabili. Essa si presenta come la figlia più perfetta delle prime regole orientali, come la madre di tutte le altre in Occidente, come il codice sacro che regge da quattordici secoli il mondo monastico, come la più venerabile di tutte per la profonda saggezza e l'eminente santità che brilla in tutte le sue pagine, per la perfezione della vita religiosa che essa stabilisce, per il suo insieme divinamente ordinato, per i suoi mirabili dettagli, come la più illustre per il numero infinito di santi di cui essa ha arricchito il Cielo, per i servizi immensi che essa ha reso alla Chiesa e al mondo, soprattutto nei secoli d'ignoranza e di barbarie durante i quali essa ha salvato dalla completa rovina le sante tradizioni del passato, le preziose opere dei santi Padri, i tesori letterari dell'antichità, offrendo loro asilo nei suoi chiostri, per i benefici che essa ha diffuso sulla società coltivando le arti, le scienze e finanche l'agricoltura, insegnandole ai popoli e impiegando i prodotti che essa ne traeva per nutrire un numero infinito di poveri, nel fondare e sostenere un gran numero di utili istituti, e particolarmente di scuole, di modo che si può dire che durante molti secoli l'Ordine di san Benedetto è stato la provvidenza della società.
Aggiungete a questo che la Regola di san Benedetto è la fonte da cui sono venuti ad attingere tutti i fondatori di Ordini sin dai tempi di questo grande santo, e che quasi tutte le società religiose che sono fiorite nelle epoche successive e quelle che ai giorni nostri fanno l'edificazione del mondo e l'ornamento della Chiesa cattolica, si gloriano di avere san Benedetto per padre, in maniera tale che si può dire che quasi tutto il bene operato dagli Ordini religiosi nella Chiesa di Dio - che è immenso - sgorga dalla Regola di san Benedetto come dal suo principio.
Inoltre questa Regola, secondo la credenza dei benedettini, è divina: essa è stata dettata al loro santo fondatore da un angelo. Essa è stata lodata e approvata da uno dei più illustri e più santi pontefici che abbiano occupato la cattedra di san Pietro, san Gregorio Magno. Essa ricevette la conferma di privilegi assai estesi da un gran numero di sovrani pontefici. (E lo stesso Dio, secondo la testimonianza del medesimo san Gregorio, ha ben voluto accordare a san Benedetto, tramite il ministero di un angelo, dallo stesso luogo in cui scriviamo queste righe, dei privilegi per il suo Ordine infinitamente preziosi).

[Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B. (1809-1854), cit. in Un moine bénédictin, La pensée monastique du Père MuardÉditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2016, pp. 55-56, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 8 luglio 2016

Detestare i vizi

San Benedetto chiede al Padre Abate che “detesti i vizi” (RB LXIV, 11) e di lottare nei tempi opportuni e non opportuni contro il peccato. Come comprendere questo insegnamento alla luce della misericordia, che pure san Benedetto esige dall’abate sia fatta trionfare?
Per iniziare, occorre ammettere che i padri del deserto, e san Benedetto – loro fedele successore –, hanno fatto di questa lotta continua un elemento essenziale del loro percorso di conversione. La pazienza di Dio è presentata come un invito divino a convertirsi, e quindi a lottare contro le proprie colpe. Il codice penitenziale della Regola è molto stretto: ogni mormorazione, ritardo, negligenza, stonatura, dev’essere combattuta, corretta e riparata da una degna soddisfazione. Il modello del monaco è l’eremita, colui che è capace, con l’aiuto di Dio, di affrontare con sicurezza la lotta contro i vizi della carne e dello spirito. Nel quarto capitolo della Regola, intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, su 72 comandi, 50 sono negativi – “non dare sfogo all’ira” (RB IV, 22), “non giurare per evitare spergiuri” (RB IV, 27), ecc. –, come se la lotta contro i vizi sia più importante dei precetti positivi.
Ma come fare per detestare i vizi cristianamente, senza cadere punto nell’odio?
È chiaro che per san Benedetto l’anima di ogni conversione è la luce divina: “aprendo gli occhi a quella luce divina” (RB Prologo, 9). Nella nostra personale conversione, se è cosa buona avere paura dell’inferno, è più essenziale desiderare la vita eterna con tutto l’ardore della propria anima. Se è cosa buona vivere sotto lo sguardo di Dio al quale nulla, alcuna azione, nessun pensiero, nessun desiderio sfugge, è più fondamentale essere ben persuasi che prima che noi lo invochiamo, il Signore dice: “Io sono là”. Sì, è là per guidarci, illuminarci, aiutarci. Se è cosa buona piangere i propri peccati e confessarli a un anziano, ciò è alla condizione di non disperare mai della misericordia di Dio.
E ai superiori in cura d’anime – i vescovi, i preti, gli abati, i padri e le madri di famiglia – san Benedetto dà certamente la missione di lottare contro i vizi, le colpe dei temperamenti e le mancanze.
È una missione sacra per la quale il superiore dovrà rendere conto nel giorno del Giudizio. Egli subirà un esame non soltanto a riguardo dello stato della sua anima, ma anche delle anime a lui affidate dal Signore. Che egli corregga pensando sempre alla parabola della pagliuzza e della trave. Che la preoccupazione degli affari altrui lo renda più attento ai propri. Che egli si adatti a tutti i temperamenti. Che egli pensi a correggere progressivamente. Prima di reprimere, che non dimentichi d’istruire. La scelta di un superiore dovrà sempre farsi sull’esame della sua dottrina e del merito della sua vita. Quanti poveri fedeli sono nell’ignoranza a causa dell’assenza d’insegnamento, o peggio ancora, del peccato d’eresia da parte del clero! È un grave peso, un vero lavoro, quello di trovare le giuste parole. Parafrasando l’espressione di san Paolo, è un “partorire di nuovo” (cfr. Gal 4, 19).
Infine, se è cosa buona che il superiore cerchi di farsi temere, egli deve prima di tutto cercare di farsi amare, in ragione del nome stesso che egli porta: “Padre”. Lo avete sicuramente compreso, se è cosa buona detestare i vizi, ciò è unicamente per il fine superiore di amare i propri fratelli.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 158, 21 giugno 2016, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 2 luglio 2016

Un dono nell’attesa della solennità di san Benedetto: l’Officium Parvum S. Benedicti

Come i nostri lettori più attenti ormai sanno,  a partire dal Natale 2014 - con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine - abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. A tutt’oggi sono disponibili i seguenti uffici monastici: la Compieta; i Vespri domenicali; l’Ora Terza settimanale; l’Ora Sesta settimanale; l’Ora Nona settimanale.
Avvicinandosi ora la solennità di san Benedetto dell11 luglio, in vista della quale inizia oggi la novena, abbiamo ritenuto di mettere a disposizione degli amici di Romualdica - in prima edizione italiana, nella presente versione - il Piccolo Ufficio di san Benedetto (Officium Parvum S. Benedictiex Clm 4927 fol. 187r), in latino con traduzione italiana a fronte, il cui originale in lingua latina è reperibile in appendice allopera di Dom Bruno Albers O.S.B. (ed.), Consuetudines Monasticae, vol. II, Consuetudines Cluniacenses Antiquiores necnon Consuetudines Sublacenses et Sacri Specus, Montecassino 1905, pp. 227-228. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.



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venerdì 18 settembre 2015

Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze

Al di fuori di Dio e della fede, i monaci sono incomprensibili. Non bisogna aver paura di dire che non servono a niente. Eppure, il monaco sa che la sua vocazione è misteriosamente utile, perché misteriosamente efficace per gli uomini; riconosce che la sua povera esistenza è una partecipazione imperfetta alla vita, alla passione e alla morte dolorosa di Gesù Cristo. Ma la sua anima non vuole perdere di vista le ferite di Nostro Signore. [...]
In una lettera a Jacques e Raïssa Maritain, Léon Bloy scriveva: "Quali che siano le circostanze, mettete sempre l'invisibile davanti al visibile, il Soprannaturale avanti al naturale; se applicate questa regola a tutti i vostri atti, siamo certi che sarete rivestiti di forza e immersi in una profonda gioia". Pur senza volerlo, l'autore ha riassunto l'essenza dell'ambizione del monaco.
I monaci sono stelle brillanti che conducono silenziosamente l'umanità verso i cammini della vita interiore. La loro intera vita, fin nei suoi minimi dettagli, è centrata in Dio. Non bisogna meravigliarsi che questo dono assoluto possa produrre effetti che superano la semplice razionalità. Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze.
San Benedetto aveva l'assillo di piacere veramente a Dio. Nelle biografie che sono dedicate a lui, sono sempre stato colpito dalla sua gioia di vivere sotto lo sguardo di Dio. Concepiva la solitudine come una prova d'amore. Ci ha donato delle regole che permettono di disporre delle armi adeguate per condurre il difficile combattimento della vita interiore. La sua ambizione era di dare ai monaci i mezzi per abitare sotto lo sguardo di Dio. Con la foga dei timidi, questo grande santo era divorato dal desiderio di essere in Dio. L'ordine che ha fondato ha acquisito un posto fondamentale nella storia della Chiesa e, ancora di recente, non credo di tradire un segreto nell'affermare che l'esempio dei benedettini è stato determinante per Joseph Ratzinger. La sua sete esclusiva di Dio assomiglia in tutto a quella dei monaci. [...]
Ormai, quando ritorno in Guinea, non manco di dedicare almeno due giorni ai benedettini e alle benedettine. Amo i monasteri poiché sono le cittadelle di Dio, le piazzeforti in cui possiamo trovarlo con maggiore facilità, le muraglie dove il cuore di Gesù veglia con dolcezza.

[Robert Sarah, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat, trad. it., Cantagalli, Siena 2015, pp. 344-345, pp. 348-349 e p. 350]

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venerdì 11 luglio 2014

Die 11 iulii - In solemnitate S. P. N. Benedicti

 
Deus, qui beatissimum Confessorem tuum Benedictum omnium iustorum spiritu replere dignatus es: concede nobis famulis tuis, eius Solemnitate celebrantibus; ut, eiusdem spiritu repleti, quod te donante promisimus, fideliter adimpleamus. Per Dominum...

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giovedì 10 luglio 2014

Domani, solennità di san Benedetto

L’11 luglio si avvicina: la solennità di san Benedetto ci porterà senza dubbio tutte le grazie che il nostro Santo Padre Benedetto ci vuole ottenere, se almeno sappiamo disporci a riceverle.
In una civiltà cristiana degna di questo nome, tutto, assolutamente tutto, deve salire verso Dio; occorre sottomettere alla regalità di Gesù Cristo le anime, le istituzioni e i costumi. L’Europa è stata fatta per questo, affinché le nazioni, che sono delle grandi famiglie, possano camminare verso Dio nella santità: "di servirlo senza timore in santità e giustizia, al suo cospetto per tutti i nostri giorni" (cantico del Benedictus).
È questo il progetto benedettino; ciò che cerchiamo modestamente di fare sulla collina del Barroux, nella grigia uniformità dei lavori e dei giorni, che la preghiera liturgica annoda come una collana d’oro per l’onore di Dio.
Siate davvero persuasi che conduciamo, voi e noi, veramente in maniera molto simile, la medesima vita della grazia, che è una preparazione del Cielo, e che il più piccolo dei nostri doveri di stato è come una santa liturgia!
 
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), [sans numéro], 2 luglio 1984, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, p. 15, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]
 
 
 
 
 
 

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venerdì 21 marzo 2014

Die 21 martii - S. P. N. Benedicti Abbatis

 
Fuit vir vitæ venerabilis, gratia Benedictus et nomine,
qui ab ipso pueritiæ suæ tempore cor gerens senile,
ætatem morbus transiens,
nulli animum voluptati dedit.

V.Ora pro nobis sancte Pater Benedicte.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
 
 
San Benedetto abate, olio su tela, sec. XVIII, Scuola toscana
 

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giovedì 11 luglio 2013

Die 11 iulii - In solemnitate S. P. N. Benedicti

Deus, qui beatissimum Confessorem tuum Benedictum omnium iustorum spiritu replere dignatus es: concede nobis famulis tuis, eius Solemnitate celebrantibus; ut, eiusdem spiritu repleti, quod te donante promisimus, fideliter adimpleamus. Per Dominum...

Roma, Catacombe di Sant'Ermete, absidiola del piccolo oratorio, affresco (fine VIII-inizi IX sec.)
nel quale è conservata la più antica immagine a noi nota di san Benedetto.
 

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giovedì 21 marzo 2013

Die 21 martii - S. P. N. Benedictis Abbatis

Sanctissime Confessor Domini, monachorum Pater et dux,
Benedicte, intercede pro nostra omniumque salute.

V. Domine Deus virtutum converte nos.
R. Et ostende faciem tuam et salvi erimus.

Oremus.

Excita, Domine, in Ecclesia tua Spiritum cui beatus Pater noster Benedictus Abbas servivit:
ut eodem nos repleti, studeamus amare quod amavit, et opere exercere quod docuit.

Da nobis, quaesumus, Domine, perseverantem in tua voluntate famulatum: ut in
Diebus nostris et merito et numero populus tibi serviens augeatur. Per Christum Dominum
Nostrum. Amen.







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mercoledì 11 luglio 2012

San Benedetto e la città armoniosa / terza e ultima parte

Il padre

Pensiamo che questa gioia purissima, fatta di carità e di tenerezza, abbia per principio un disegno particolarissimo di Dio sull’Ordine di san Benedetto, visibile soprattutto attraverso il carattere paterno di un’autorità la cui dolcezza tempera il rigore del combattimento spirituale. Il dispiegamento di questa grazia è stato possibile perché essa ha attraversato, per giungere sino a noi, il cuore di un padre. È questo il nostro terzo punto. Senza soffermarci sull’assai verosimile influenza romana del paterfamilias sull’istituzione benedettina – influenza così spesso e giustamente invocata –, come non percepire il carattere di potenza paterna dell’autorità, al contempo biblica e romana, così come l’ha concepita il nostro santo legislatore? Le prime parole del prologo della Regola non sono forse “Ascolta, figlio mio, […] accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno”? La chiave di volta della famiglia monastica come essa appare nelle Regola, è l’autorità paterna dell’abate. Ci si trova davanti a una specie di sacramento della bontà di Dio. Per designare il soggetto dell’autorità monastica, la regola ha mantenuto la parola ebraica abba, che vuol dire padre, un termine che ritroviamo ripetutamente sulle labbra di Gesù, un titolo dato agli anziani presso i monaci del deserto, un titolo infine che è confluito nel vocabolario religioso ed ecclesiale per designare semplicemente i sacerdoti, come se ogni autorità non potesse che essere paterna. La parola “autorità”, d’altro canto, che ha la medesima radice del verbo latino augere, auctum (aumentare), suggerisce l’idea di crescita, di elevazione, di sviluppo. Non vediamo con ciò nobilitata la nozione d’autorità? L’autorità essendo non quello che opprime, ma che libera, ciò che fa essere di più. L’autorità paterna sprigiona le forze della crescita che l’infanzia contiene.
Due eccessi si oppongono all’educazione dell’uomo: da una parte la volontà di potenza di un’autorità abusiva che annichila le forze in crescita del piccolo essere umano; e dall’altra l’eccesso inverso, l’assenso lassista davanti alle spinte anarchiche dello sviluppo infantile. La Regola di san Benedetto e lo spirito del grande patriarca soggiacente a quattordici secoli di tradizione monastica, evitano questi due scogli mediante la congiunzione di due forze vitali: quella della bontà paterna e quella della pietà filiale, l’una davanti all’altra, come il dito di Dio raggiunge l’indice del primo uomo svegliandolo alla vita, come appare nel grande affresco della Cappella Sistina.
Poiché noi siamo qui per ricordarci delle gentilezze che, avendo attraversato il cuore di un padre, sono giunte fino a noi, ci pare che non possiamo fare di meglio per rendere grazie, che essere – nell’accezione piena del termine – riconoscenti: si tratta di ri-conoscere, di conoscere meglio, di procedere oltre nell’atto di conoscenza che è la condizione della gratitudine.
Signore Dio, Padre di Nostro Signore Gesù Cristo, siate benedetto, voi che ci avete donato in san Benedetto un’immagine della vostra sapienza e della vostra bontà, voi che gli avete ispirato di cercare “di essere più amato che temuto”; di fare “trionfare la misericordia sulla giustizia”; di “detestare i vizi, ma amare i suoi fratelli” e di mostraci il cammino della “carità, che quando è perfetta, scaccia il timore”; voi che, per mezzo di lui, ci avete esortati a “correre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall’indicibile sovranità dell’amore”; voi che avete ispirato a tutti i discepoli del patriarca dei monaci una tenera sollecitudine per i piccoli e gli anziani, per gli ospiti e i pellegrini e soprattutto per i più poveri – perché in essi principalmente noi vediamo un’immagine del vostro figlio Gesù Cristo –, siate benedetto per sempre.
Cari amici e fratelli oblati, benediciamo insieme il Signore di avere suscitato Benedetto come il virgulto della primavera della Chiesa, nel momento in cui le ondate barbariche si abbattevano sull’Impero e sui miasmi di una civiltà decadente. In maniera tale che l’Ordine benedettino, fedele alle sue origini, possa continuare la sua missione, ovvero di richiamare senza sosta al mondo che invecchia che, per la fioritura gioiosa delle virtù del Vangelo e per la dolcezza della sua liturgia – malgrado il crollo di un mondo di cui Satana accelera la rotta –, il Regno di Dio è fra noi. Quel Regno che Gesù ci dipinge come delle nozze, come un banchetto e come una famiglia in festa; quel Regno di cui Gesù ci ha aperto le porte mediante il sangue della Croce; quel Regno nel quale lo stesso Signore asciugherà tutte le lacrime dagli occhi, in cui l’armonia rimpiazzerà il caos; quel Regno interamente di pace, di luce e di amore è già instaurato, è già presente nelle anime pure. Non resta che a noi, se la nostra fede è ancora viva, se il nostro cuore è ancorato nella santa speranza, di fare della nostra vita un’anticipazione dell’eternità; non rimane che a noi, giorno dopo giorno, nella freschezza dell’amore che perdona, non resta che a noi, ogni mattino, di risvegliarci nel Paradiso.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La cité harmonieuse, 25 luglio 1987, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 31-42 (qui pp. 39-42), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 - fine]

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martedì 10 luglio 2012

San Benedetto e la città armoniosa / seconda parte

Il mistico

I Dialoghi ci riportano la sua visione del mondo in un raggio della luce di Dio, la sua penetrazione delle anime le più nascoste e il suo dono di profezia; la vita angelica che ha condotto in un’incessante contemplazione, solo con Dio soltanto, nel deserto di Subiaco. Ma quel che ci fa riconoscere in san Benedetto le più alte grazie dell’unione mistica non è soltanto il privilegio di una visione, bensì che tutte le occupazioni del monaco come le ha descritte sono miracolosamente collegate da un filo invisibile e come sospese a Dio che è l’origine di tutto. Si può dire senza timore d’imbrogliarsi che l’intero monastero, con la sua organizzazione, il suo regolamento, le sue consuetudini, il suo ufficio liturgico, la sua gerarchia, addirittura la sua architettura, non è altro che un immenso apparecchio respiratorio della vita divina, un culto, un’ininterrotta liturgia in presenza di Dio. E questo senza abilità, senza prestazioni, senza nulla da cui traspaia la forza o l’ostentazione, ma per la semplicità di un’antica tradizione trasmessa dai monaci dell’Oriente cristiano, di cui san Benedetto è l’erede e il continuatore: grazie all’ordinamento tutto romano di una vita calma, regolare, sedentaria, diremmo contadina, tutto sale a Dio giorno e notte come l’odore soave dell’incenso.
Sottolineiamolo con cura: se san Benedetto può essere considerato uno dei più grandi mistici di tutti i tempi, ciò non accade per la testimonianza di libri, di profezie o di rivelazioni di cui sarebbe l’autore, ma perché, avendo sposato il pensiero di Dio sulla natura e la santità della vocazione battesimale, egli vi ha dato un’iscrizione storica di carattere universale, capace di toccare le anime nella loro profondità attraverso tutti i secoli e in ogni parte del globo. Fino alla fine dei tempi, anime cristiane rinate al fonte battesimale – uomini e donne tormentate da una sete d’assoluto – troveranno nella corrente della grazia benedettina la realizzazione del disegno primordiale che presiede alla salvezza dell’umanità. Ossia: fare di tutta la propria esistenza, attraverso le nebbie dell’esilio, un’instancabile ricerca del volto di Dio, un’anticipazione della vita eterna, “un umile e nobile servizio della maestà divina nel recinto del monastero”, diventato nel dolce pensiero del patriarca dei monaci il paradiso claustrale; la famiglia di Dio, riunita in Cristo, si esercita mediante la carità e la lode a imitare i costumi degli abitanti del Cielo. Programma sublime che non è stato possibile se non perché san Benedetto fu non soltanto un mistico, ma un osservatore realista, un incomparabile conoscitore degli uomini.

Il conoscitore degli uomini

Dopo tre anni di eremitismo durante i quali il santo visse solitario in presenza di Dio alla maniera degli angeli, egli fu raggiunto nella sua grotta da un gruppo di monaci venuti da Vicovaro, che gli chiesero di diventare il loro abate. Sappiamo come, poco tempo dopo, giacché erano impauriti dall’esigenza del santo, cercarono di avvelenarlo. Se riportiamo questo episodio ben noto è perché esso illumina di una luce cruda la terra ingrata in cui san Benedetto ebbe la missione di coltivare e raccogliere i frutti delle anime per conto del Padre celeste.
L’umanità con la quale san Benedetto ebbe a che fare, quella che nel corso dei secoli verrà a bussare alla porta dei monasteri, non proviene da uno scenario diverso rispetto al nostro; è un’umanità peccatrice, sono poveri peccatori in via di conversione che il patriarca dei monaci inizia a guidare verso la perfezione. Giacché ecco la sfida, ecco il paradosso: il fine assegnato dalla Regola è l’amore perfetto che vince il timore, caritas perfecta quae foras mittit timorem (“mittere foras”: espellere, cacciare fuori). Una tale carità perfetta, che è esattamente il regime del Cielo, è proposta a uomini grossolani, ai quali san Benedetto ricorda delle prescrizioni assai elementari, enumerate al capitolo IV della Regola: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non essere superbo, non essere dedito al vino, non essere dormiglione né pigro
Nel capitolo LXV è questione del priore, al quale è raccomandato di non fomentare le risse, le divisioni, di non occasionare scandali, di non entrare in rivalità con il suo abate. E se non intenderà starsene quieto e sottomesso in comunità, che sia addirittura espulso dal monastero: “Quod si et postea in congregatione quietus et oboediens non fuerit, etiam de monasterio pellatur”.
Tutta l’arte di san Benedetto, profondo psicologo, conoscitore avvertito delle miserie e dei recessi nascosti del cuore umano, ma anche delle profonde risorse, fu di organizzare la vita in comunità, autentica sfida lanciata a una natura ferita dal peccato originale, in maniera tale che – da una parte – le tracce delle nostre cadute siano combattute e neutralizzate dalla direzione ferma, vigilante, talvolta rigorosa dell’autorità, e – dall’altra – che i talenti, le ricchezze latenti di ciascuno siano osservate con una paterna benevolenza in vista di un dispiegamento dell’anima. Da qui quei contrasti che riempiono i capitoli della Regola, contrasti che colpiscono e che sono quasi continuamente il libero sfogo di un sentimento filiale – come appare nel capitolo LXXII, “Il buon zelo dei monaci” – e le severe prescrizioni del codice penitenziale, la sorveglianza esercitata dagli anziani sui giovani, la disciplina regolare, la battitura con la verga.
Può darsi che non abbiamo ancora sottolineato ciò che ha fatto l’essenziale di questa organizzazione della comunità e di questa educazione dell’anima. Un aspetto mi sembra capitale e merita di essere posto in evidenza: questo modo di educazione spirituale non si basa tanto su delle industrie umane, bensì sulle energie divine, che hanno la loro fonte in Dio. San Benedetto fonda il meglio della sua azione sull’irradiamento trasfiguratore della luce divina nelle anime, che invoca due volte all’inizio del prologo e che chiama “quella luce divina”: “Apertis oculis nostris ad deificum lumen”, il monaco deve progredire “aprendo gli occhi a quella luce divina”.
Un altro esempio è rivelatore: il posto della bontà e della misericordia nell’esercizio del governo abbaziale. Non vi è qui come una prova tangibile dell’origine celeste di un’istituzione che sembra, in diversi aspetti pratici, appartenere al tempo, ma le cui radici profonde affondano nell’eternità? Riteniamo di potere applicare alla vita benedettina ciò che Padre Humbert Clérissac O.P. dice di tutto quello che partecipa un po’ profondamente alla vita della Chiesa. Così dice: “Vi si sente il sigillo di una grazia d’unzione, di tenerezza e di gioia, e come un accento paradisiaco”.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La cité harmonieuse, 25 luglio 1987, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 31-42 (qui pp. 35-39), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 -continua]

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lunedì 9 luglio 2012

San Benedetto e la città armoniosa / prima parte


Mikalojus Konstantinas Čiurlionis (1875-1911), Rex, 1909
Ogni anno celebriamo due volte la festa del nostro glorioso patriarca. Il 21 marzo, giorno della sua preziosa morte, ci piace evocare qualche tratto della sua fisionomia conservato dal suo primo biografo, san Gregorio Magno, Papa benedettino del secolo VI. La seconda festa, che chiamiamo “San Benedetto d’estate”, cade l’11 luglio. In tale ricorrenza abbiamo a cuore non solo d’esaltare le virtù dell’eremita di Subiaco e del patriarca dei monaci, ma anche di mettere in luce il genio di colui che la Chiesa considera come il Padre dell’Europa e l’ispiratore della civiltà occidentale, al quale Cassiodoro ha conferito il titolo di “fundator placidae quietis”, fondatore del tranquillo riposo, maestro della pace interiore. Ecco quel che è stato san Benedetto al dire dei suoi contemporanei. Dobbiamo collocare questa espressione nel contesto della società antica, così fortemente marcato da un carattere sociale, familiare e comunitario, a tal punto che essa potrebbe essere felicemente tradotta con “fondatore della città armoniosa”.
Il sogno di una città armoniosa non ha mai cessato di fecondare l’immaginazione degli antichi. Reminiscenza di ciò che fu o intuizione di quel che sarà? Un’età dell’oro appare profeticamente in quasi tutti i racconti mitologici. In Virgilio troviamo una misteriosa profezia:
Già la novella prole discende dall’alto del cielo […] il bambino nascituro con cui cesserà l’età del ferro e in tutto il mondo sorgerà quella dell’oro […] se resta traccia dei nostri delitti […] e reggerà il mondo pacato dalle virtù del padre”.
Nell’opera di Platone, presso il quale l’idea fiorente in immagine dà nascita al mito, esiste una mirabile descrizione della città armoniosa. La si trova nel Crizia ed è l’evocazione di Atlantide, quella favolosa città inghiottita nel fondo del mare, simbolo della felicità umana scomparsa per una misteriosa fatalità. Dando libero corso alla sua ispirazione, il filosofo descrive, in una specie di Paradiso perduto, i costumi politici di una società ideale. Ognuno dei dieci re che presiede al destino delle proprie città esercita fra di essi mutuamente la funzione di giudice, ciascuno giudicando l’altro in uno sforzo estremo di giustizia.
Quando scendevano le tenebre e il fuoco dei sacrifici si era consumato, indossavano tutti una veste azzurra, bella quant’altre mai, sedendo in terra, accanto alle ceneri dei sacrifici per il giuramento. Di notte, quando ormai il fuoco intorno al tempio era completamente spento, venivano giudicati e giudicavano se uno di loro avesse accusato un altro di violare qualche legge; dopo aver formulato il giudizio, all’apparire del giorno, incidevano la sentenza su una tavola d’oro che dedicavano in ricordo insieme alle vesti”.
Può essere che il torto di Platone sia di avere concepito il fondamento e le leggi della sua Repubblica per uomini perfetti, o almeno in procinto di diventarlo; la società civile, così alta sia l’idea che se ne può avere, non è assimilabile a un monastero, e le sue leggi non possono impunemente mutare in regole monastiche. La città terrestre, al contrario, reclama più spesso leggi e punizioni rigorose per proteggere i cittadini e per impedire ai disonesti di prevalere.
In compenso, può essere che appartenga alla sapiente istituzione benedettina, per quanto essa sia interamente orientata al Cielo, di concedere alla terra il segreto della sua armonia e di rilanciare l’intuizione profetica del filosofo greco, di cui il poeta Charles Péguy ha sottolineato il ruolo provvidenziale:
I sogni di Platone si erano fatti strada per Lui.
Per Lui solo canta il gigantesco Eschilo.
I canti si sono però taciuti e i sogni si sono estinti. La fiaccola della civiltà passò allora rapidamente in mani latine. Coincidenza significativa: nel 529 l’imperatore Giustiniano chiude la scuola d’Atene e nello stesso anno san Benedetto fonda a Montecassino il primo monastero d’Occidente. La scuola d’Atene era stata fondata dagli iniziatori dell’ellenismo, da uomini interamente kaloskagathòs, un programma – lo sapete – in cui si congiunge la bontà dell’essere all’eleganza del suo dispiegamento.
Il monastero benedettino, definito da san Benedetto una scuola del servizio del Signore e da san Bernardo come una scuola d’amore (schola amoris), completamente indirizzato verso un sapere più alto mediante la preghiera, la carità, la bellezza del culto e un’ardente ricerca di Dio, senza cessare di essere un arco teso verso il Cielo, rileverà da una retorica morente per diventare – come ha detto un antico – un’accademia della pace, di silenzio e di libertà. Come? Essenzialmente per il rispetto delle anime, la carità fraterna, l’assopimento delle passioni; la casta tinta di una preghiera sacramentale che si accorda alla bellezza del giorno; insegnando ai barbari quant’è dolce il Signore e com’è dolce vivere tra fratelli nell’amicizia di Dio.
Un fedele abituato a soggiornare nei nostri chiostri, rileggendo la Regola di san Benedetto, vi ha scoperto per i moderni una carta, un’arte di vivere assieme, un’arte di stabilire l’uomo nella pace. Così dice: “Lo spirito benedettino è apparentato a quello di Virgilio, è la misura dei Greci, l’atarassia degli stoici; è la fede di Abramo e di Mosè penetrata di senso umano; è l’affettuosa intimità; è soprattutto la bellezza di tutte le ore del giorno, come se ciascuna fosse una piccola eternità” (Jean Guitton).
A cosa dobbiamo attribuire il successo di questa invasione pacifica che ha colonizzato l’Europa del Medioevo e ha modellato lo spirito civilizzatore medievale? Non cadiamo nell’errore tipicamente moderno di cercare il segreto di una riuscita soprannaturale nella congiunzione di avvenimenti di ordine psicologico o sociale. Il segreto dei benedettini è tutto intero nella Regola e il segreto della Regola è nell’anima del nostro santo patriarca; è la che occorre cercare. Vi è che l’anima del Nostro Santo Padre Benedetto era quella di un mistico, di un conoscitore d’uomini e di un padre.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La cité harmonieuse, 25 luglio 1987, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 31-42 (qui pp. 31-35), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]

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sabato 7 luglio 2012

La solennità di san Benedetto si avvicina

L'11 luglio si avvicina: la solennità di san Benedetto ci porterà senza dubbio tutte le grazie che il nostro Santo Padre Benedetto ci vuole ottenere, se almeno sappiamo disporci a riceverle.
In una civiltà cristiana degna di questo nome, tutto, assolutamente tutto, deve salire verso Dio; occorre sottomettere alla regalità di Gesù Cristo le anime, le istituzioni e i costumi. L'Europa è stata fatta per questo, affinché le nazioni, che sono delle grandi famiglie, possano camminare verso Dio nella santità: "di servirlo senza timore in santità e giustizia, al suo cospetto per tutti i nostri giorni" (cantico del Benedictus).
È questo il progetto benedettino; ciò che cerchiamo modestamente di fare sulla collina del Barroux, nella grigia uniformità dei lavori e dei giorni, che la preghiera liturgica annoda come una collana d'oro per l'onore di Dio.
Siate davvero persuasi che conduciamo, voi e noi, veramente in maniera molto simile, la medesima vita della grazia, che è una preparazione del Cielo, e che il più piccolo dei nostri doveri di stato è come una santa liturgia!

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), [sans numéro], 2 luglio 1984, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, p. 15, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 21 marzo 2012

Die 21 martii - S. P. N. Benedicti Abbatis

Fuit vir vitæ venerabilis, gratia Benedictus et nomine,
qui ab ipso pueritiæ suæ tempore cor gerens senile,
ætatem morbus transiens,
nulli animum voluptati dedit.

V. Ora pro nobis sancte Pater Benedicte.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.


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martedì 13 marzo 2012

Un romanzo su san Benedetto

Louis de Wohl, La città di Dio. Storia di san Benedetto, trad. it., Rizzoli, Milano 2012, pp. 382.

La storia di san Benedetto e del suo tempo. Un’ottima lettura per comprendere la drammatica situazione di quel tempo, la straordinaria risposta di san Benedetto e le analogie tra quel mondo devastato, il nostro mondo devastato e la risposta che ci è chiesta.

Louis de Wohl (1903-1961), tedesco di padre ungherese e madre austriaca, dopo essere fuggito dalla Germania nazista nel 1935 prestò servizio come capitano nell’esercito britannico durante la Seconda guerra mondiale. Instancabile viaggiatore e astronomo, fu uno degli scrittori più letti negli Stati Uniti. I suoi romanzi sono stati tradotti in dodici lingue; sedici dei suoi libri sono stati oggetto di trasposizioni cinematografiche. Tra le sue opere, le biografie romanzate di san Tommaso d’Aquino (La liberazione del gigante), di Elena madre dell’imperatore Costantino (L’albero della vita), di santa Caterina da Siena (La mia natura è il fuoco).

Le strade dell'antica Roma sono in tumulto per la visita ufficiale di Teodorico, re degli Ostrogoti e nuovo re d’Italia. Tra la folla si nasconde un ragazzino determinato ad assassinare il conquistatore barbaro, ma il tentativo viene stroncato sul nascere dalle guardie reali. Il giovane attentatore si chiama Pietro ed è il figlio adottivo del nobile filosofo romano Boezio. A portarlo in salvo è Benedetto, giovane studente, che diventerà suo tutore. Inizia così la storia di Benedetto da Norcia: in una Roma in rovina, lasciva e immorale, dominata dalle forze barbariche. Un deserto spirituale dal quale Benedetto saprà allontanarsi, trascorrendo lunghi anni in solitudine per poi dare vita a comunità religiose destinate a diventare fulgidi esempi della sua Regola, fino alla fondazione del celebre monastero di Montecassino, la cittadella di Dio: dentro e fuori le sue mura san Benedetto saprà lasciare un'impronta indelebile.

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lunedì 26 settembre 2011

Cortesia e civiltà

Quest’estate, durante un campo scout, una piccola chiesa delle Alpi ha ripreso vita. Messa, adorazione eucaristica, rosario: la sperduta parrocchia di montagna non aveva più visto qualcosa di simile da molto tempo. Ciò che è parso più stupefacente, agli occhi dei residenti, è stato il morale d’acciaio dei ragazzi, i quali cantavano e sorridevano nonostante una pioggia incessante. Soprattutto – lo credereste? – la brava gente del posto non ricordava più d’incontrare dei giovani che sanno ancora dire buongiorno.
In effetti, la cortesia sembra essere completamente scomparsa dal nostro mondo, a profitto di una scortesia amorfa e indifferente. Quando riaffiorano un po’ le buone maniere, sembra un’aurora piena di promesse e la speranza di un domani migliore.
Certamente, la cortesia non è innata. San Benedetto lo sapeva bene. L’esperienza gli aveva fatto perdere ogni illusione sulla natura umana decaduta dopo il peccato originale. Così, «l’uomo di Dio» aveva compreso che la cortesia è un’arte di vivere che si trasmette, e che va mantenuta, poiché tutto va ricominciato a ogni generazione.
Egli aveva perciò piena coscienza che la cortesia ha bisogno di un ambito indispensabile per svilupparsi. Essa è come un granello che esige una terra accogliente per dare frutti di civiltà. Per esempio, la buona terra della vita monastica. Dom Gérard lo ha notato: la cortesia ha posto radici nei chiostri e di là si è diffusa in tutta la cristianità. Attraverso un complesso di piccoli codici di vita comune, la Regola di san Benedetto ha levigato un po’ alla volta i caratteri grezzi dei monaci e di quanti venivano in contatto con loro.
Un esempio lungimirante di queste buone maniere è fornito nel capitolo dedicato all’accoglienza degli ospiti. Il rituale è definito con cura: «Quindi, appena viene annunciato l'arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore; per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace. […] Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza […] con il capo chino o il corpo prostrato a terra» (RB, LIII,3-7).
La cortesia benedettina non riguarda solo gli estranei: essa feconda tutta la vita comunitaria, l’intera quotidianità. Perché, ammettiamolo, è più facile essere cortesi con uno sconosciuto durante il tempo di un breve incontro, piuttosto che con i propri fratelli durante la vita intera. San Benedetto vi si applica tramite minuziose indicazioni. Quando due fratelli s’incontrano, si salutano con un’inclinazione del capo; «quando passa un monaco anziano, il più giovane si alzi e gli ceda il posto, guardandosi bene dal rimettersi a sedere prima che l'anziano glielo permetta» (RB, LXIII,16); «quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all’altro con il solo nome, ma gli anziani diano ai giovani l'appellativo di “fratello” e i giovani usino per gli anziani quello di “padre” [“nonni”; il termine nonnus, d’origine egizia, è stato abbandonato dai benedettini nel corso dei secoli, ma è rimasto in uso presso alcuni cistercensi]» (RB, LXIII,11-12). Le consuetudini hanno inoltre precisato che i fratelli non debbano interrompersi mentre dialogano e parlare a qualcuno a parte in presenza di terzi; a tavola sono invitati a offrire al proprio vicino la parte migliore; e così via.
Ciò nonostante, agli occhi di san Benedetto, la cosa più importante rimane lo spirito soprannaturale con il quale si compiono tali prescrizioni. Il nostro legislatore svela questo spirito nel capitolo dedicato all’accoglienza degli ospiti: «Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto”» (RB, LIII,1). San Benedetto voleva che i suoi monaci vedessero Cristo presente in ogni uomo, e soprattutto nei sacerdoti, i religiosi e i poveri. Affinché un tale atto di fede s’incarni davvero nella vita di tutti i giorni, egli l’ha inscritto in un insieme di costumi concreti. La cortesia vissuta in spirito di fede diventa così quel fiore di carità capace di spalancare le porte alla presenza di Dio. In tal modo, essa trasfigura i cuori e il mondo.
Vedete come un semplice sorriso può salvare un’anima o, almeno, ricordarle la sua dignità di figlio di Dio! Notate ancora come il gesto di rispetto accordato a un sacerdote o a un superiore richiama chi siamo e i doveri che ne derivano! Quando un Padre Abate in ritardo vede tutta la comunità alzarsi per accoglierlo, egli si ricorda che rappresenta Cristo. Questa luce di fede rinforza il suo coraggio d’essere fedele alla propria missione.
Il Signore Gesù si dona a noi con profusione. Noi lo sappiamo presente nel tabernacolo, nella Sacra Scrittura o in taluni avvenimenti della nostra vita. Che arricchisca perciò ognuna delle nostre relazioni di una cortesia ispirata alla fede e alla carità! Lui solo conosce il benefico irradiamento che potremo perciò esercitare.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Politesse et civilisation, editoriale di Les amis du monastère, n. 139, 15 settembre 2011, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 10 agosto 2011

Tendere l’orecchio del cuore

[Con il gentile assenso di S.E. mons. Carlo Mazza, vescovo di Fidenza, riproduciamo di seguito l’omelia che il presule ha pronunciato presso la chiesa del Monastero San Benedetto di Bergamo – di cui a fianco pubblichiamo la bella fotografia di un particolare di un capitello del chiostro isabelliano, risalente al XVI secolo – lo scorso 11 luglio 2011, nella solennità di san Benedetto.]

1. Vorrei proporre le mie brevi riflessioni con un incipit colto dalla Regola di San Benedetto e che giustamente rivela la grandezza della sua spiritualità. Scrive: “Nulla assolutamente anteponiamo a Cristo e così egli, in compenso, ci condurrà tutti alla vita eterna” (Regola, Prol. 72, 12).
Così Benedetto segna in modo indelebile la sua esistenza per Cristo. Gesù è scelto come assoluto rispetto al quale nulla vi è di paragonabile. La conseguenza è che, in compenso, si può guardare con sicurezza il raggiungimento della “vita eterna”. Il fine della vita infatti è amare Dio e conseguire come dono la pienezza della vita nell’eternità beata.
Benedetto per primo attuò il principio dell’assolutezza di Gesù e divenne santo. Egli, uomo romano, visse tra il V e il VI secolo testimoniando l’amore verso Dio e verso i poveri. Unanimemente è ritenuto un gigante della fede. In un tempo di crisi inesorabile che stava abbattendosi sul mondo classico, ormai in irreversibile decadenza e in disfacimento, Benedetto credette “contro ogni speranza” umana. Il mondo mentre sembrava finire sotto la violenta irruzione di popoli “barbari”, egli fu un faro di luce e un maestro di spiritualità, un sicuro riferimento.
In realtà, pure in mezzo alla disperazione sociale, culturale e istituzionale, Benedetto si erge come la stella della speranza che, brillando sull’intera Europa, fonda il futuro con la forma di quello che si denomina “monachesimo occidentale”, capace di arginare la rovina con una nuova “civiltà” cristiana, caratterizzata dalla preghiera e dal lavoro (Ora et labora!), variamente coniugati nella vita monastica e nel popolo di Dio.

2. A partire da questa premessa è bello riascoltare il Prologo della sua celebre Regola.
Ascolta, o figlio, i precetti del Maestro, e tendi l’orecchio del tuo cuore, accogliendo lietamente il consiglio del dolce Padre per ritornare per mezzo dell’obbedienza a colui dal quale ti eri allontanato con la disobbedienza”.
La Regola inizia con un verbo decisivo: “Ascolta”! Più che un comando, esprime una forte e paterna esortazione secondo lo stile biblico. Si tratta di un ascolto attivo, proteso verso Dio. Nell’ascolto – che si manifesta come un “tendere l’orecchio del cuore” – si entra in relazione con Dio e si accolgono i santi “precetti”.
Di conseguenza l’ascolto del “consiglio del dolce Padre” conduce al ravvedimento, cioè al “ritorno” a Dio, mediante l’obbedienza, come intima conversione. Ciò avviene in un movimento interiore che tocca la profondità del cuore del monaco in un itinerario di perfezione.
In tal modo la Regola dispone uno stile, o meglio, un metodo di vita attivo-contemplativa, tesa alla purificazione dell’anima in un atteggiamento pratico, di carattere obbedienziale e positivo, capace di rimettere ordine là dove la caduta nella disobbedienza aveva creato disordine. Così il monaco benedettino, con la luce della Parola, guarda dentro il mistero di Dio e contemporaneamente libera l’anima dagli ostacoli “terreni” e peccaminosi.

3. Val bene osservare che il movimento della conversione non accade per la sola iniziativa umana, ma è causato dal porre al centro dell’universo interiore Gesù Cristo. Per questo la Colletta, introducendoci al mistero che celebriamo, invita a pregare Dio perché, sull’esempio luminoso di San Benedetto, “conceda di non anteporre nulla all’amore del Cristo e di correre con cuore libero e ardente nella via dei suoi precetti.
Siamo indirizzati alla sequela radicale e senza remore di Gesù, mediante la libertà del cuore e l’ardore della carità. Ad esse si accompagna la decisione di una volontà sicura che si esprime nel “correre” sulla “via dei precetti” evangelici. È bello questo correre che rivela il desiderio di sequela lieta e liberante.
In tal senso Benedetto fu un’autentica primizia nel panorama della spiritualità del tempo perché lui stesso è stato un’incarnazione del vangelo della libertà e della carità, seguendo “la via dei precetti” del Signore, purificando sé stesso dalle “tentazioni del deserto”.
Oggi queste “tentazioni” paiono essere diventate, perché considerate “naturali”, non più espressione dell’attività del maligno e dunque da contrastare con un combattimento spirituale, ma quasi da seguire senza ribellione etica. Ciò comporta un decadimento morale e religioso del tutto rovinoso per la salvezza dell’uomo.
Di fatto osserviamo come nelle culture della modernità è avvenuto un collasso etico per la negazione dei valori trascendenti e per l’assuefazione al puro arbitrio soggettivo in merito alle scelte morali. Benedetto ci invita a considerare la realtà del peccato e del male purtroppo operanti nella nostra vita. Appunto per liberarcene con la grazia del Redentore.

4. La prima lettura è tratta dai Proverbi [2, 1-9]. È un testo di intensa esortazione per acquisire la vera sapienza, sintesi tra il “timore” del Signore e la “conoscenza” di Dio. Il tenore del testo è molto simile al Prologo della Regola di Benedetto. La formulazione letteraria è al condizionale ma guarda il futuro dell’uditore che ha deciso di tendere verso il ritrovamento della “sapienza”, cioè della via che porta all’“equità”, alla “giustizia” e alla “rettitudine”.
Ciò avviene mediante l’accoglienza della “parola” e dei “precetti” di Dio, sostenuti dalla volontà di “custodirli” nel cuore. Come avviene della beatitudine del vero discepolo; egli è “beato” in quanto “ascolta la parola e la custodisce nel cuore” (cfr. Lc 11, 28).
Per questo San Benedetto è il vero modello di discepolo del Signore: la sua vita si è fatta parola operosa e sapiente, si è spesa per “invocare l’intelligenza” di Dio e lui gli ha donato “scienza e prudenza” di cui era piena la sua bocca. Perciò, come scrive San Gregorio Magno nei Dialoghi: “Il santo uomo meglio non poté insegnare che con l’esempio della sua vita”.

5. Nella lettera ai Colossesi [3, 12-17] l’apostolo Paolo riassume, in un elenco dettagliato, le virtù che i cristiani “scelti da Dio, santi e amati” devono rivestire per essere degni di Cristo e testimoni della novità cristiana. Il riferimento motivazionale del cambiamento etico si fonda sull’esemplarità di Cristo.
Queste virtù si compendiano nella “carità”, che le unisce in modo perfetto, e che fa risplendere sui credenti la vera luce di Cristo. Qui la carità non solo si rivela come virtù, apice di tutte le altre, ma come punto di armonia di tutta la vita cristiana, espressione dunque di vera perfezione.
Così l’essere del credente in Cristo vive e si nutre della “parola di Cristo” come criterio di verità e di abbondanza spirituale che ancor più si manifesta nella preghiera “con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori”. Vi è espressa la “laus Deo” nella forma del rendimento di grazie a Dio Padre, tipica della spiritualità di San Benedetto.

6. Il vangelo di Giovanni [15, 1-8] – tratto dai Discorsi di addio – si ispira alla tradizione biblica circa l’immagine della vigna come espressione del popolo di Israele. Gesù la riprende e la interpreta per quello che lui stesso intende rivelare. Di fatto la parola: “Io sono la vita vera”, è un’autorivelazione di Gesù e si comprende nella sua relazione con il Padre-agricoltore. La vite “evoca una figura collettiva” (cfr. X. L. Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, III, pp. 202-ss., 1988-1996) nella quale concrescono i “tralci”, cioè i discepoli del vangelo.
Gesù unisce in sé i “suoi” che l’hanno accolto. Senza privarsi della sua individualità, lui ci rappresenta. Gesù e i credenti si identificano, a patto che questi siano uniti a lui. Nella sua persona conviviamo tutti in “uno”, costituendo la comunità della “nuova ed eterna alleanza”.
Tra la vite e l’agricoltore si stabilisce un rapporto di subordinazione, così com’è tra il Figlio e il Padre: se ci si inserisce nel Figlio anche noi siamo legati al Padre e diventiamo una cosa sola. In tal modo i tralci possono sussistere se permangono nella vite: sono “interdipendenti e inseparabili” (ivi). Sui tralci si manifesta l’attività dell’agricoltore che agisce a seconda della condizione di passività o di reattività dei tralci stessi: se portano frutto o se restano aridi e secchi.
Dal v. 4 al v. 8 il verbo “rimanere” si ritrova 7 volte. Certamente è un verbo decisivo e intensivo. Il suo senso rimanda all’“aderire fedelmente” (ivi p. 210) e si riferisce ad una “mutua immanenza” tra Gesù e i discepoli che riproduce la mutua relazione tra Figlio e Padre.
Così il discepolo “viene trasfigurato dall’interno: il suo nuovo essere è quello del Figlio” (ivi, p. 213). Di qui viene evidente la necessità di una distinzione non di una fusione tra Gesù e il discepolo: a quest’ultimo viene richiesto l’esercizio della libertà personale. D’altra parte è chiaro che la parola forte di Gesù “Senza di me non potete far nulla”, distoglie da ogni equivoco: senza di Lui siamo nessuno e niente.
La sentenza di Gesù esprime esattamente la nostra condizione di impotenza di fronte alla salvezza. Perciò lui suscita, mediante lo Spirito, la volontà di adesione e di fedeltà, il continuo desiderio di “rimanere in lui” e la gioia di vivere la sua stessa vita. Occorre sperimentare la gioia del rimanere nell’intima amicizia con Gesù.
Di qui si comprende come la fedeltà dei discepoli corrisponde ad una scelta vocazionale e ad un radicamento in Gesù che li consegna al Padre. Da soli i discepoli sono nulla, ma tutto possono ottenere se rimangono uniti a Gesù, in una comunione di vita.
Allora val bene chiedere qualsiasi cosa al Padre mediante Gesù. La strabiliante conseguenza è che si produce “molto frutto”, cioè la glorificazione del Padre, secondo il sacrificio pasquale di Gesù, e la nostra santificazione.
Per essere degni di questa condiscendenza del Padre, resa manifesta nel Figlio suo, preghiamo:
“Padre buono, ti prego: dammi un’intelligenza che ti comprenda, un animo che ti gusti, una pensosità che ti cerchi, una sapienza che ti trovi, uno spirito che ti conosca, un cuore che ti ami, un pensiero che sia rivolto a te, degli occhi che ti guardino, una parola che ti piaccia, una pazienza che ti segua, una perseveranza che ti aspetti” (Preghiera di San Benedetto da Norcia).

Carlo, Vescovo

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