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lunedì 30 ottobre 2017

Il monaco ha diritti?

Non cercate nella Regola l’espressione “i diritti dell’uomo”; non la troverete. Dunque i monaci non hanno alcun diritto? Così formulata, nessuno. Se non, forse, che nel capitolo sulle obbedienze impossibili, è detto che il monaco ha il diritto di segnalare al superiore che l’ordine dato è superiore alle sue forze.
Ma per comprendere il pensiero di san Benedetto, la bella armonia che egli vuole fare regnare nel chiostro, facciamo qualche esempio. Il monaco ha diritto di possedere una penna, della carta e tutte le altre cose indispensabili alla sua vita contemplativa? Sembra di si, perché san Benedetto giudica questi oggetti indispensabili, ma egli non dice esplicitamente che il monaco “ha il diritto” di averli a suo uso; dice che l’abate “ha il dovere” di darglieli. Un altro esempio: l’abate ha il diritto di essere obbedito dai monaci? In nessuna parte della Regola troverete questo diritto espresso in modo così diretto. No, san Benedetto intende semplicemente che i monaci hanno il dovere di obbedire al loro superiore. I monaci hanno il diritto di mantenere il loro ruolo nella comunità e di ricevere un medesimo affetto da parte dell’abate? San Benedetto non dice così, ma che il superiore ha il dovere di non perturbare l’ordine senza ragione e soprattutto di non fare preferenze tra le persone. San Benedetto insiste quindi sui doveri reciproci e non sui diritti. 
Tutto ciò sembra del tutto uguale, poiché infine i monaci hanno le loro penne, il padre abate è obbedito e l’ordine è rispettato. Ma non è affatto uguale, perché nell’una e nell’altra formula lo spirito è del tutto diverso e finanche agli antipodi. L’una, insistendo sui doveri, favorisce la carità; l’altra, insistendo sui diritti, favorisce l’egoismo. Finalmente, è la differenza tra la città di Dio, in cui l’amore per Dio e il prossimo arriva all’odio di sé, e la città del diavolo, dove l’amore per sé arriva all’odio per Dio e il prossimo.
È questa una della ragioni per cui san Benedetto vieta ogni mormorazione in comunità. In effetti, le mormorazioni sono spesso dovute alla rivendicazione dei diritti. Già all’inizio della Regola, san Benedetto prende in giro quei sedicenti monaci che chiamano santo tutto quello che torna loro comodo. Il monaco non deve mai reclamare nulla per sé, ciò che esprime bene che l’anima del monaco si eleva a Dio pensando non ai propri diritti, bensì ai propri doveri. Lo stesso vale per le famiglie. San Paolo non richiama i mutui diritti degli sposi, ma i loro doveri, e specialmente quelli del marito, che si deve sacrificare per la moglie. Così è per le relazioni tra genitori e figli.
Ciò vale inoltre per le aziende. Nei colloqui di lavoro si presentano dei giovani candidati che portano sottobraccio un dossier contenente i loro innumerevoli diritti: la riduzione del tempo di lavoro, le ferie e altri grandi valori repubblicani. E se gli imprenditori non pensano che ai loro profitti, come meravigliarsi del circolo vizioso che porta ai conflitti?
Possiamo applicare il medesimo ragionamento alla stampa. Se la regola suprema è il “diritto di sapere”, come stupirsi di tante mancanze verso il dovere della carità e il rispetto dell’onore di ciascuno? Il peggio è che, da quando la legge consente l’aborto – ormai diventato un diritto fondamentale della donna –, lo spirito della società è passato dai diritti del bambino – che infine sono i doveri dei genitori – a un diritto al bambino. È diabolico.
Ma noi abbiamo l’esempio e la grazia di Gesù Cristo, il quale non ha reclamato il diritto di essere trattato come uguale a Dio, ma ha compiuto il suo dovere fino alla fine. Imitiamolo.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 163, 22 settembre 2017, pp. 1-2]

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venerdì 16 giugno 2017

Nulla resiste alla chiamata di Dio

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l'intervista al Padre Abate dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., condotta dal medesimo Geffroy, comparsa in La Nef, n. 293, giugno 2017]

Anzitutto, potete dirci una parola sulla situazione della vostra abbazia e della vostra fondazione a La Garde?
La nostra abbazia, fondata nel 1970 da Dom Gérard, conta attualmente 52 monaci professi e due postulanti. Sainte-Marie de la Garde, fondata nel 2002, conta 14 monaci professi e due postulanti che vestiranno il santo abito il prossimo 24 giugno prima dell’ufficio di Compieta. L’età media è di circa 50 anni. Consacriamo le nostre giornate al Signore con la preghiera liturgica sin dalla notte, con il lavoro – agricoltura, giardinaggio, frantoio, panificio e pasticceria, vita della casa e vendita per corrispondenza – e mediante un apostolato monastico che include confessioni, predicazioni, cappellania di scout e dei capitoli Sainte-Madeleine, Saint-Lazare e altri. Abbiamo inoltre la cura della direzione e della cappellania dell’Istituto Saint-Louis, un collegio di circa 80 ragazzi. Infine assicuriamo l’abituale ministero monastico nei confronti delle persone che fanno un soggiorno presso di noi. Sono davvero felice di vedere che Sainte-Marie de la Garde offre a un certo numero di sacerdoti la possibilità di riposarsi, profittando della santa liturgia.

Avete sempre e con regolarità nuove vocazioni? Il loro profilo è cambiato nel corso del tempo? E come analizzate quella che viene definita “crisi delle vocazioni”?
Sì, abbiamo regolarmente delle vocazioni. Il Signore chiama sempre delle anime alla vita consacrata, a una vita nascosta in Dio, alla ricerca solo del buon piacere nel chiostro, alla vita di preghiera nella liturgia solenne. Il profilo dei candidati cambia, sicuramente, ma non la natura umana che è fatta per Dio. I giovani hanno sete d’identità e di una certa sicurezza che non è data dal mondo attuale, in perpetuo cambiamento. Mi sembra molto importante offrire un accompagnamento personalizzato ai nostri giovani in formazione, affinché si possano radicare umanamente. La crisi delle vocazioni ha molteplici cause che si collegano a un tronco comune: lo sradicamento. Da qui una concezione diffusa di libertà, che si definisce come possibilità di cambiare, una certa immaturità dei temperamenti dovuta alle numerose e continue gratificazioni della tecnologia, una struttura mentale danneggiata dai cattivi metodi d’apprendimento, un’immagine alquanto secolarizzata e addirittura sporcata del sacerdozio. Ma tutto questo non resiste alla chiamata di Dio. Prova ne è il fatto che le comunità che mantengono il senso del sacro continuano a reclutare.

Adesso l’abbazia produce anche un vino di qualità e aiuta i produttori locali in tal senso: potete parlarcene in poche parole?
Da qualche anno, i fratelli cercavano di trarre il meglio dalla vigna e dal territorio. Le Côtes du Ventoux possono produrre un vino eccellente se i produttori s’impegnano. La zona ha una storia ricca in connessione con il papato e delle eccellenti condizioni climatiche. Il nostro fratello responsabile ha sviluppato i terrazzamenti dei vigneti, che danno un vino più elegante. L’anno scorso abbiamo dunque piantato quasi 10.000 piedi di terrazze al di sopra dell’abbazia delle monache, con le quali lavoriamo fraternamente. Lo sforzo perseverante dei nostri fratelli vignaioli, da una decina d’anni, per una produzione di qualità, è stata ricompensata, visto che qualche cuvée ha meritato delle medaglie al Salone dell’Agricoltura. Per iniziativa del fratello Odon e dei vignaioli della regione, abbiamo creato una cuvée speciale di alta qualità che abbiamo chiamato Caritas. Il suo nome è rivelatore dello spirito d’impresa che esiste fra i viticoltori e i monaci.

I vostri monaci assicurano la Messa e le confessioni alle monache dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, vicina a voi: quali sono precisamente i vostri legami e come distinguereste la vocazione delle monache rispetto a quella dei monaci?
È un aspetto tradizionale che i benedettini abbiano spesso avuto delle sorelle benedettine vicino ai propri monasteri. Con l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation abbiamo il medesimo patrimonio dottrinale, spirituale e liturgico, con un attaccamento risoluto ai nostri fondatori, Padre Muard, Dom Romain Banquet, Madre Marie Cronier, e Dom Gérard. Siamo come fratelli e sorelle, ciascuno al proprio posto. Noi portiamo loro anzitutto il servizio sacerdotale con la Messa quotidiana, le confessioni settimanali, alcune conferenze e qualche direzione spirituale. Collaboriamo particolarmente al lavoro manuale nel vigneto, ma anche nella preparazione del torrone. Le monache hanno una vocazione esclusivamente contemplativa, con la clausura papale, mentre i monaci di Sainte-Madeleine hanno una parte di ministero monastico ereditato da Padre Muard e legato al sacerdozio.

Quale sguardo portate sulla situazione della Chiesa di oggi? Come analizzate il pontificato di Papa Francesco, e in particolare la controversia sollevata dalla questione dei divorziati risposati?
Confesso di fare fatica ad analizzare l’attuale pontificato. Molti cattolici praticanti sono molto a disagio in ragione della forma e del fondo della sua pastorale e, soprattutto, delle espressioni spontanee e brusche del Santo Padre, per esempio sull’islam. Credo tuttavia che possiamo meglio comprendere la sua linea attraverso un principio che ritorna spesso nelle sue parole: il tempo è superiore allo spazio, un principio estraneo alla filosofia metafisica. Penso che il Santo Padre insista molto sul fatto che non dobbiamo bloccare le persone in categorie – lo spazio, con tutto ciò che suppone –, ma andare a cercare le persone là dove sono per condurle pazientemente verso il Vangelo senza spegnere il lucignolo fumigante. San Gregorio Magno diceva che l’arte delle arti è di tenere in una mano i princìpi e nell’altra ogni persona. Credo che Papa Francesco insista soprattutto sulle persone.
Il nostro padre Basile ha svolto uno studio approfondito di Amoris Lætitia, pubblicato sulla Revue Thomiste, nel quale mostra che la dottrina non è mutata. Ma occorre riconoscere una grande confusione, perché sono molto rari gli spiriti capaci di fare una giusta interpretazione in un ambito estremamente complesso. Mi è stato detto recentemente che una Madre Abbadessa invita ormai a comunicarsi tutti i divorziati risposati che assistono alla Messa nel suo monastero, senza discernimento e senza avere alcuna autorità in materia. Senza dubbio occorre sottolineare che la misura permessa dal Papa in alcuni casi non può che essere temporanea nel percorso dei divorziati risposati che s’impegnano a rimediare alla loro situazione, ciò potrà aiutare a mettere in opera questa esortazione con maggiore rispetto per i sacramenti del matrimonio, della penitenza e dell’eucaristia.

A luglio festeggeremo i dieci anni del motu proprio Summorum Pontificum. Cosa v’ispira questo anniversario, quale bilancio ne traete?
Mi sembra che il motu proprio sia riuscito a fare cadere una specie di “muro di Berlino” liturgico e storico. Lo statuto d’eccezione del rito antico comportava l’idea di rottura fra il prima e il dopo Concilio Vaticano II. Il fine di Benedetto XVI, mi sembra, era di diffondere la forma extraordinaria al fine di aiutare a meglio celebrare la forma ordinaria, dando nuovamente una dimensione sacra alla liturgia. Senza il motu proprio numerosi preti non avrebbero mai avuto l’idea o il coraggio di celebrare la forma extraordinaria. Ormai abbiamo regolarmente domande di sacerdoti diocesani per apprendere a celebrarla. Ma è un’azione che chiederà del tempo e un’umile perseveranza, perché il senso del sacro è ciò che vi è di più importante per ogni uomo e per la società. Come lottare contro la cultura dello scarto se non cominciando con l’adorare Colui che è adorabile?
E d’altro canto, il motu proprio ha come sgonfiato il palloncino liturgico. Focalizzandosi sulla battaglia per la Messa tradizionale, abbiamo forse dimenticato altre battaglie più interiori, a cominciare con l’umiltà, l’obbedienza, la vita spirituale personale.

In una maniera più generale, come analizzate la situazione della galassia “Ecclesia Dei” circa trent’anni dopo il motu proprio dallo stesso nome di Giovanni Paolo II? Cosa v’ispirano le informazioni di un accordo prossimamente possibile fra Roma e la Fraternità San Pio X?
La creazione della Commissione Ecclesia Dei era necessaria e buona nel 1988 per aiutare i fedeli e le comunità tradizionali a rimanere attaccate a Roma. E mi sembra che essa sia ancora utile per aiutare altre comunità ad adottare la forma extraordinaria, come hanno fatto recentemente dei benedettini irlandesi.
La commissione è molto fedele all’orientamento datole da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e noi ci sentiamo dunque in sicurezza, più che se avessimo a trattare con alcuni altri organismi romani. Ma la ragione principale della commissione è la relazione della Fraternità San Pio X con Roma, e per questo soprattutto essa è attualmente insostituibile.
Ritengo tuttavia che il suo ruolo non possa che essere temporaneo, perché sarebbe più che naturale che noi potessimo trattare direttamente con le diverse congregazioni romane per ciò che rileva del loro ambito. Attualmente, noi trattiamo solo con la Ecclesia Dei. Il che alimenta lo spirito da riserva d’indiani.
Per quanto riguarda le relazioni fra Roma e la Fraternità San Pio X, noi preghiamo affinché si possa raggiungere un accordo. Sarebbe una grazia ecclesiale per la Fraternità, che potrebbe così avere una visione più giusta della realtà della Chiesa, e anche per la Chiesa, che ha certo bisogno di operai per la messe. Da un punto di vista umano, questo sembra impossibile e comporterà certo delle difficoltà, soprattutto per i vescovi, ma occorre fare tutto il possibile e tutto sperare, affinché si realizzi la preghiera di Gesù per l’unità della sua Chiesa. E quale sollievo per le famiglie divise dal tempo delle consacrazioni!

Sebbene siate in clausura, le cose del mondo non vi sono indifferenti. Ci sono degli argomenti che vi preoccupano particolarmente in questo momento? […]
La grande angoscia del presente è l’ascesa del totalitarismo: quello del denaro così evidente, dell’ateismo, del relativismo. Le istituzioni sono via via più gigantesche e tecniche, senz’anima. Percepisco un piano studiato che mira ad abolire tutti i corpi intermedi, in particolare quello della famiglia, volontariamente schiacciata da ogni genere di misura. Durante il Concilio Vaticano II, il cardinale Karol Wojtyla disse che bisognava capire il nostro tempo sotto la visuale della solitudine. Noi stiamo passando da una società cristiana basata sulla dignità della persona e la sua dimensione essenzialmente sociale, a una società individualista ed edonista. Basta guardare la situazione della famiglia nelle grandi città; penso a Parigi, che secondo un ecclesiastico di grandi responsabilità, è diventata Sodoma e Gomorra. […]

Nel nostro mondo europeo secolarizzato e via via più materialista, l’ascesa dell’islam è un’occasione o un pericolo? E cosa pensate dei dibattiti suscitati dall’islam, percepite in particolare un rischio nell’ascesa di un “cattolicesimo identitario”?
L’ascesa dell’islam non può essere un’occasione in sé per la Francia. Dom Gérard diceva che la Provvidenza poteva servirsene, ma un po’ come una sfida, o addirittura una prova. L’islam è onnipresente e, nell’insieme, per nulla integrato, e a mio avviso non integrabile, per due ragioni di fondo. Il Corano non invita alla riflessione, piuttosto alla sottomissione: è un tessuto d’affermazioni categoriche e non una storia come nella Bibbia, che esige un’interpretazione. L’islam non conosce né la distinzione fra lo spirituale e il temporale, né la giusta libertà religiosa.
L’islam progredisce sul fondo di una dialettica di fatto fra – da una parte – i sostenitori del terrorismo e, dall’altra, i sostenitori di un islam irenico che investono lo sport, la moda, l’alimentazione e la finanza. Confesso di essere rimasto spaventato in occasione di un passaggio a Parigi, nel vedere molti giovani indossare la maglietta di una squadra di calcio con le insegne degli emirati. Mi sono detto che questi giovani erano pronti per la moschea. Certo, gli occidentali hanno una grave responsabilità nel disordine che regna in Oriente. I nostri interventi in Iraq, in Libia e altrove sono degli errori politici gravi.
Certamente, c’è il rischio di un cattolicesimo identitario, che si serve della religione come di un mezzo politico, ma il vero pericolo attuale è l’ignoranza, il relativismo e la pigrizia intellettuale di un gran numero di responsabili politici e religiosi. La vera sfortuna della cristianità è di avere perso la propria identità. Ma provvidenzialmente, secondo la grande legge di tutta la storia della salvezza, questa grave sfida può essere l’occasione di un ritorno al Signore, della conversione del cuore, della gloria del martirio, e – occorre non dimenticarlo – vi sono i buoni semi sparsi da Benedetto XVI nel suo discorso a Ratisbona, e recentemente al Cairo da Papa Francesco. Cristo è morto e risorto, non dimentichiamolo: è la nostra forza e la nostra speranza.

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venerdì 8 luglio 2016

Detestare i vizi

San Benedetto chiede al Padre Abate che “detesti i vizi” (RB LXIV, 11) e di lottare nei tempi opportuni e non opportuni contro il peccato. Come comprendere questo insegnamento alla luce della misericordia, che pure san Benedetto esige dall’abate sia fatta trionfare?
Per iniziare, occorre ammettere che i padri del deserto, e san Benedetto – loro fedele successore –, hanno fatto di questa lotta continua un elemento essenziale del loro percorso di conversione. La pazienza di Dio è presentata come un invito divino a convertirsi, e quindi a lottare contro le proprie colpe. Il codice penitenziale della Regola è molto stretto: ogni mormorazione, ritardo, negligenza, stonatura, dev’essere combattuta, corretta e riparata da una degna soddisfazione. Il modello del monaco è l’eremita, colui che è capace, con l’aiuto di Dio, di affrontare con sicurezza la lotta contro i vizi della carne e dello spirito. Nel quarto capitolo della Regola, intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, su 72 comandi, 50 sono negativi – “non dare sfogo all’ira” (RB IV, 22), “non giurare per evitare spergiuri” (RB IV, 27), ecc. –, come se la lotta contro i vizi sia più importante dei precetti positivi.
Ma come fare per detestare i vizi cristianamente, senza cadere punto nell’odio?
È chiaro che per san Benedetto l’anima di ogni conversione è la luce divina: “aprendo gli occhi a quella luce divina” (RB Prologo, 9). Nella nostra personale conversione, se è cosa buona avere paura dell’inferno, è più essenziale desiderare la vita eterna con tutto l’ardore della propria anima. Se è cosa buona vivere sotto lo sguardo di Dio al quale nulla, alcuna azione, nessun pensiero, nessun desiderio sfugge, è più fondamentale essere ben persuasi che prima che noi lo invochiamo, il Signore dice: “Io sono là”. Sì, è là per guidarci, illuminarci, aiutarci. Se è cosa buona piangere i propri peccati e confessarli a un anziano, ciò è alla condizione di non disperare mai della misericordia di Dio.
E ai superiori in cura d’anime – i vescovi, i preti, gli abati, i padri e le madri di famiglia – san Benedetto dà certamente la missione di lottare contro i vizi, le colpe dei temperamenti e le mancanze.
È una missione sacra per la quale il superiore dovrà rendere conto nel giorno del Giudizio. Egli subirà un esame non soltanto a riguardo dello stato della sua anima, ma anche delle anime a lui affidate dal Signore. Che egli corregga pensando sempre alla parabola della pagliuzza e della trave. Che la preoccupazione degli affari altrui lo renda più attento ai propri. Che egli si adatti a tutti i temperamenti. Che egli pensi a correggere progressivamente. Prima di reprimere, che non dimentichi d’istruire. La scelta di un superiore dovrà sempre farsi sull’esame della sua dottrina e del merito della sua vita. Quanti poveri fedeli sono nell’ignoranza a causa dell’assenza d’insegnamento, o peggio ancora, del peccato d’eresia da parte del clero! È un grave peso, un vero lavoro, quello di trovare le giuste parole. Parafrasando l’espressione di san Paolo, è un “partorire di nuovo” (cfr. Gal 4, 19).
Infine, se è cosa buona che il superiore cerchi di farsi temere, egli deve prima di tutto cercare di farsi amare, in ragione del nome stesso che egli porta: “Padre”. Lo avete sicuramente compreso, se è cosa buona detestare i vizi, ciò è unicamente per il fine superiore di amare i propri fratelli.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 158, 21 giugno 2016, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 12 aprile 2016

La vita interiore alla scuola di André Charlier

Il Venerdì Santo, alle ore 15 in punto, il celebrante, rivestito di una semplice alba, con la stola nera a sottolineare la sua dignità sacerdotale, entra nella chiesa abbaziale riempita di una folla silenziosa. Giunto ai piedi dell’altare, egli si prostra interamente a terra con un magnifico gesto di umile adorazione. La liturgia ci fa entrare nella vita interiore dell’unico sommo sacerdote, Gesù Cristo, il Signore.
Nel Getsemani Gesù ha pregato il Padre nel più misterioso combattimento spirituale. Più di Giacobbe contro l’angelo di Yahweh, più che Mosè sul Sinai, più di Giobbe. Gesù ha affrontato la volontà del Padre per noi. Egli ci ha mostrato percorrendola la strada stretta della vita interiore, che André Charlier definiva «il rapporto intimo della nostra anima con Dio». Nella «lettera ai capitani» dell’11 marzo 1943, durante l’occupazione, André Charlier tratteggiava un percorso chiaro e molto pratico di vita interiore.
La prima tappa consiste nel riconoscere umilmente e virilmente la grande debolezza delle anime a entrare nell’interiorità da sé stesse nella vita quotidiana. «Ora, io che vi vedo vivere, e che vi osservo, spesso senza che ve ne rendiate conto, trovo in voi una scarsa capacità di rientrare in voi stessi, il vostro spirito è sempre orientato all’esterno». E da pastore avvertito che conosce bene le sue pecore perché le ama, egli vede bene che il poco d’interiorità di cui i suoi allievi davano prova era contaminato dall’esterno: «Quando pensate a voi stessi, siete soprattutto preoccupati dell’impressione che potete dare agli altri». Ma certo, André Charlier, in maniera molto umana, molto incarnata, riconosce bene le circostanze attenuanti: la giovane età, il lavoro scolastico che richiede attenzione, la vita domestica con tutti i suoi obblighi e gli avvenimenti dell’epoca che attraversavano la Francia, così ossessivi. Come si dice, non ce la si fa più!
André Charlier spinge allora i suoi capitani a immergersi un po’ di più nella vita interiore, mettendo in luce un’inquietudine spesso muta, ma presente in tutte le anime. Lo fa dando l’esempio notevolmente adattato da Lyautey: «Soffro di avere l’anima così elevata da potere comprendere ciò che dovrei essere e di non avere il carattere così fermo e indurito per realizzare la concezione della vita che devo condurre». Questa constatazione, Lyautey la faceva su un segno molto chiaro, visibile, oggettivo: il pettegolezzo, che riconduce tutto a sé.
Ed ecco la tappa decisiva, quella che permette d’entrare veramente nella vita interiore, in questo rapporto intimo dell’anima con Dio, la tappa della grande verità: «Voi siete delle creature di Dio, il quale creando ciascuno di voi ha avuto un pensiero particolare: è tempo che impariate a conoscere questo pensiero divino su di voi, senza il quale la vita andrà presto a rapirvi e a impedirvi di gustare questo rapporto unico con l’Eterno. Tutto potrebbe diventare per voi così chiaro da subito, se lo volete, e la vostra vita si troverebbe per sempre trasformata».
André Charlier sa bene che questa tappa ha essa stessa il suo rischio, cioè di essere senza domani. Per evitare ciò, occorre oltrepassare un’altra tappa, quella d’entrare abitualmente, ogni giorno, nel silenzio; silenzio materiale indispensabile, certo, ma più ancora nel silenzio interiore. «Occorre fare tacere anche il tumulto dei pensieri, e che tutta l’agitazione della giornata venga a morire al fondo di questo raccoglimento».
In maniera ammirevole André Charlier dà allora il cuore della vita interiore, la sua natura profonda: «Là, mantenete la vostra anima un momento sotto lo sguardo di Dio, e con uno slancio molto semplice, fate offerta di voi stessi a quel Dio che attende da voi qualcosa di preciso». Chi non vedrà qui, dipinta, la preghiera di Gesù nel Getsemani?: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». E alla risurrezione: «Io sono risorto, e sono nuovamente con te. Tu hai posto la tua mano su di me».
Non mi rimane che invitarvi a profittare della biografia di André Charlier recentemente pubblicata, e soprattutto a celebrare le sante feste pasquali con un’anima interiore.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 157, 19 marzo 2016, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 1 dicembre 2015

L'abbazia del Barroux e l'Anno della Vita Consacrata

Nel corso degli anni ci siamo occupati a più riprese della bella iniziativa del Pellegrinaggio di Pentecoste, durante il quale migliaia di persone, soprattutto giovani, si recano a piedi dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi alla cattedrale Notre-Dame di Chartres, per un totale di circa cento chilometri: segnatamente, nel 2009 ce ne siamo occupati qui, nel 2010 qui, nel 2011 qui, nel 2012 qui, nel 2015 quiqui e quiCom'è noto, a organizzare questo imponente pellegrinaggio è l’associazione Notre-Dame de Chrétienté, secondo una carta fondativa che vuole questa iniziativa – d'impronta mariana e liturgicamente vincolata alla forma extraordinaria del Rito romano – posta sotto l'egida del motto Tradizione Cristianità - Missione.
In occasione dell'Anno della Vita Consacrata, indetto dal Santo Padre Francesco con Lettera Apostolica del 21 novembre 2014, e che ha avuto inizio il 30 novembre 2014 e terminerà il 2 febbraio 2016, l’associazione Notre-Dame de Chrétienté ha prodotto una serie di video di approfondimento, intervistando in video alcuni superiori di istituti di vita consacrata legati alla forma extraordinaria del Rito romano: fra questi, Padre Alain Hocquemiller, dell'Institut de la Sainte Croix de Riaumont, Padre Emmanuel-Marie, dell'Abbazia Notre-Dame de Lagrasse, e Padre Dominique-Marie de Saint Laumer, della Fraternité Saint Vincent Ferrier.
Da ultimo, è stata appena pubblicata l'intervista in video a Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., Padre Abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, che riproduciamo qui di seguito e invitiamo a guardare e ascoltare. 


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lunedì 19 ottobre 2015

Et semper superexaltet misericordiam iudicio

Bernardo Luca Sanz (c. 1650-c. 1710),
San Benedetto, olio su tela del 1700, presso
il Monastero San Benedetto di Bergamo
Il codice penitenziale della Regola di san Benedetto

Consentitemi di parlarvi del codice penitenziale della Regola, che rappresenta una parte alquanto lunga e apparentemente spaventosa dell’opera di san Benedetto. Ma il santo fondatore ci rassicura immediatamente. Il codice penitenziale è al cuore di una visione più grande e più luminosa. Il monastero è fondamentalmente una scuola al servizio del Signore e una strada che segue un orientamento positivo. Nello spirito di san Benedetto, Dio ha messo del bene in noi, ci invita a seguirlo nella gloria e ad aprire i nostri occhi alla luce che divinizza. San Benedetto parla inoltre della dolcezza della virtù e della carità che scaccia ogni timore. Infine, egli conclude la sua Regola sul buon zelo e su un’umile constatazione: non tutto è contenuto nei 73 capitoli della Regola. Egli lascia così dei grandi confini in prospettiva.
Ma san Benedetto sa anche che il monaco è un peccatore, che egli sia abate, priore, ufficiale, fratello anziano, adulto o novizio. Se il peccato non è al centro della sua spiritualità, esso rimane comunque là, assai presente. Ecco perché, come padre colmo di saggezza realista, egli dedica una parte non trascurabile della sua Regola a un codice penitenziale, che respira con i suoi due polmoni: la giustizia e la misericordia.

La giustizia

San Benedetto fonda anzitutto il suo codice penitenziale sulla giustizia, in tre modi.

a) Un contratto

Il monaco che fa la sua professione conosce la Regola, riferimento oggettivo per tutti. Essa dev’essere letta spesso, per escludere ogni pretesa d’ignoranza. La Regola non è un regolamento di caserma, ma una regola di vita con un regolamento conosciuto e accettato. Si sa quel che si può fare e ciò che non si deve fare. A Vicovaro, il monastero dove egli ha esercitato il suo primo ministero d’abate, san Benedetto non permise più ciò che era interdetto dalla Regola in vigore in quel luogo. Questo gli valse un tentativo di assassinarlo da parte dei suoi monaci.
Il riferimento alla Regola si oppone alla decadenza della comunità, come pure all’arbitrarietà e alle passioni dei superiori: collera, gelosia e abuso o, in altro senso, accecamento, indolenza e affetto particolare troppo indulgente. Si tratta di una medesima Regola e quindi della stessa luce per tutti: perché la giustizia è fondamentalmente oggettiva.
Infine, compete all’autorità, e non a qualunque fratello, il diritto e il dovere di correggere. Del resto, quelli che correggono gli altri senza mandato, saranno essi stessi corretti, e così la Regola vale per tutti.

b) Una giusta proporzione

Non si tratta del precetto “occhio per occhio, dente per dente” dell’antica legge – che d’altro canto frenava l’esagerazione della vendetta –, ma della giusta proporzione fra la dose del rimedio da applicare e l’ampiezza del male da sradicare.
I fatti pubblici dovranno essere riparati pubblicamente. Dom Gérard ci disse un giorno in capitolo che la legge morale era un po’ come una barriera. Rompendola, anche solo una volta, la comunità poteva immaginare di non esistere più. È quindi necessario riparare pubblicamente, rimettere in sesto questa barriera, per l’edificazione di tutti, ma anche per una più grande onta del colpevole, al fine di guarirlo. In questo modo il bene comune è rispettato.
Più la colpa è grave o più volte essa è ripetuta – il fratello mostrando in ciò una mancanza di buona volontà –, maggiormente la penitenza dovrà essere importante. Per esempio, i ritardi meritano la pena leggera di rimanere all’ultimo posto in coro. Ma la disobbedienza scandalosa merita fino all’esclusione. In sintesi, la pena sarà tanto più rigorosa quanto più la colpa è grave.
Quanto più il fratello ha delle responsabilità, maggiormente si deve applicare il codice penitenziale, perché la corruzione dei migliori è sempre la peggiore. Occorre in effetti tenere conto del cattivo esempio e le inevitabili prese di parte della comunità che possono conseguirne.
Due ragioni spiegano l’imposizione rapida della pena: da una parte perché il vizio o la cattiva abitudine contratta non ingrandiscano. D’altro canto, affinché il nesso fra la colpa e la sanzione sia sensibile. Giacché non serve a nulla rimproverare a qualcuno una colpa commessa da sei mesi!
Concretamente, devo precisare che le colpe menzionate da san Benedetto sono: il mormorare, disobbedire, la mancanza di puntualità, le colpe di canto al coro, o di cura per i più piccoli, i malati o gli anziani, l’infedeltà nella lettura, le mancanze nel silenzio e nella clausura, e infine la negligenza per le cose materiali, che devono essere trattati come i vasi sacri.

c) Fino in fondo

La pena dovrà seguire una progressione conforme al giudizio dell’abate: egli comincerà con un primo avvertimento, poi un secondo e infine – se necessario – un terzo. In seguito egli passerà alla correzione regolare, a una punizione da compiere, come una visita al santissimo sacramento o la recita del Salmo 22. Se, Dio non voglia, è necessario andare oltre, l’abate può deporre il monaco dalla sua carica. E se tutto questo risulta inefficace, l’abate dovrà spingersi fino all’espulsione del monaco dal monastero; misura estrema la cui procedura canonica assicura la difesa dell’accusato.
La giustizia dev’essere compiuta fino in fondo e non deve semplicemente coprire la colpa con un velo. San Benedetto chiede che il fratello riconosca la propria colpa e faccia penitenza fino a che il Padre Abate avrà giudicato sufficiente la soddisfazione. La giustizia di Dio è una giustificazione; essa rende giusto, trasforma il cuore in profondità, in vista di condurre una nuova vita, sotto la guida del Vangelo e al seguito di Cristo.

La misericordia

La misericordia è ben presente nella Regola e nell’applicazione della giustizia. Essa la precede, l’accompagna e la sorpassa. Si potrebbe dire che essa la compie.
a) La misericordia precede la giustizia, nel senso che la giustizia è una lotta preservante la carità, la virtù e il bene di ciascun fratello. La Regola chiede al superiore di fare un esame di coscienza prima di agire. Per esempio, nel capitolo sul priore, gli chiede di determinare se è la gelosia, la collera o il bene a ispirarlo. Il potere di rendere giustizia esige d’agire in coscienza e necessita una certa attitudine a entrare in sé stesso, al fine di fare prevalere la luce della ragione e della vera carità.
b) Essa l’accompagna, nel senso che la giustizia dev’essere applicata in maniera misericordiosa. Anzitutto, in maniera progressiva, come prima si è detto. Si previene una volta, due volte, se necessario tre volte, e se questo non basta la disciplina regolare ne consegue. Procedendo in tal modo, la giustizia piena di misericordia si richiama alla ragione e non alla brutalità.
La misericordia presta attenzione a non raschiare la ruggine, a non spegnere il lucignolo fumigante. Il Padre Abate deve ricordarsi che è egli stesso oggetto della misericordia di Dio, e che deve togliere la trave dal proprio occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio dei fratelli. Qualora si giungesse al parossismo, Dio non voglia, e i legami si rompono, il Padre Abate invierà una “senpecta” – un amico fidato – che consolerà il monaco affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza. E se tutto questo non sarà sufficiente, rimane infine la misericordia della preghiera, supplicando lo Spirito santo di riscaldare i cuori.
c) Infine, la misericordia sorpassa la giustizia. San Benedetto chiede che il Padre Abate cerchi di essere più amato che temuto. Egli deve sempre fare trionfare la misericordia sulla giustizia. Non fare scomparire la giustizia, ma credere che per convertire i cuori, la misericordia è più efficace della stretta giustizia, affinché i monaci non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Voi mi direte: ah!, ciò che chiede san Benedetto è impossibile: andare fino in fondo con la giustizia e fare sempre prevalere la misericordia. Non è impossibile, è il modo di agire della Provvidenza, che guida sempre fortiter e suaviter – con forza e dolcezza –, secondo lo stesso Spirito santo, e che san Gregorio Magno chiama “l’arte delle arti”.

[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Lettre aux oblats, n. 91, 5 ottobre 2015, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]

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giovedì 1 ottobre 2015

L'autorità del capofamiglia

La scelta della scuola è motivo d’angoscia per alcuni genitori pronti a fare dei grandi sacrifici per poter dare una buona formazione ai loro figli. Ma attenzione! La scuola non si occupa di tutto. Al contrario, i genitori sono i primi educatori delle anime che Dio ha loro affidate in modo così esclusivo. La maggior parte dell’educazione si compie in casa. Permettetemi allora di darvi qualche consiglio pedagogico di base, tratto dalla Regola di san Benedetto, dal capitolo dedicato all’Abate; alcuni consigli di buon senso sull’autorità dei genitori. L’autorità dei genitori, del padre e della madre, è assolutamente necessaria per la riuscita di una buona educazione.
Il padre e la madre ricordino il nome che portano [1] e concretizzino con i loro atti il titolo di “capo famiglia”. Ciò vuol dire che prendano coscienza della loro partecipazione all’autorità di Dio sui figli; di fatto hanno una vera autorità sui loro figli quanto alle verità da conoscere e al comportamento cui attenersi. Devono dare ordini e istruzioni che siano come lievito per le anime [2]. Il padre e la madre si ricordino che dovranno dare il giusto rendiconto al giudizio di Dio [3]: sia dei loro insegnamenti sia dell’obbedienza dei loro figli [4]. Avranno insegnato le verità, e avranno fatto ciò che bisogna per i figli perché vi obbediscano? Perché non è sufficiente spiegare, ma bisogna anche fare applicare.
Molti genitori non credono più alla loro autorità o si esonerano da essa, perché è una responsabilità difficile e laboriosa condurre le anime. Difficile, perché l’educatore deve adattarsi a ciascun temperamento [5]: a uno saranno sufficienti i consigli, altri dovranno essere ripresi più spesso, altri ancora dovranno essere corretti più duramente. Difficile, perché non devono chiudere gli occhi sulle stupidaggini, ma al contrario devono stroncare gli sbagli e i peccati fino alla radice, e il più presto possibile, al fine d’inculcare ai figli le buone abitudini. Nello stesso tempo, la correzione dev’essere giusta e non deve raschiare troppo la ruggine né spezzare la canna incrinata [6].
Un punto molto importante: l’unione tra il padre e la madre. Il raddoppiamento dell’autorità è voluto da Dio perché la rafforza e nello stesso tempo l’addolcisce, grazie alla diversità delle sensibilità. Ma questa doppia autorità non è senza pericolo. Se i figli sentono un’opposizione tra i due, non avranno la tranquillità di spirito per ricevere in profondità i buoni insegnamenti. Rischiano anzi di prendere parte per l’uno o per l’altro o d’insinuarsi nella frattura per seguire i propri piaceri, o ancora di prendere pretesto da questo scompiglio per rigettare tutto. Secondo san Benedetto, il disaccordo tra le autorità è la peggiore cosa che possa capitare a una comunità [7]. Per contro, l’autorità dei genitori sarà più favorevolmente accettata se i genitori avvaloreranno l’esempio con le loro azioni. Devono inculcare ciò che è buono e sano più con i fatti che con le parole [8]. E il primo e fondamentale comportamento è l’unione.
Un ultimo appunto: san Benedetto mette in guardia i “capi famiglia” dall’ignorare l’educazione delle anime, curando più le cose passeggere, terrestri e caduche [9]. I genitori non si preoccupino eccessivamente delle modiche risorse, lasciando spesso i figli soli a casa. Un bambino dovrebbe trovare sempre qualcuno a casa quando rientra dalla scuola. Qualcuno e non qualcosa.

[1] Cfr. RB 2,30.
[2] “Il comando e l’insegnamento suo penetrino dolcemente nell’animo dei discepoli come fermento di divina giustizia” (RB 2,5).
[3] “[L’abate] sappia bene che chi prende anime a governare, deve prepararsi a darne rendiconto; e ritenga per certo che quanti fratelli egli sa d’avere sotto la sua cura, di altrettante anime dovrà nel giorno del giudizio render ragione al Signore” (RB 2,37).
[4] “Ricordi sempre l’abate che della sua dottrina come dell’obbedienza dei discepoli, dell’una e dell’altra certo, si farà rigoroso esame nel tremendo giudizio di Dio” (RB 2,6).
[5] “Sappia quanto difficile ed ardua sia l’impresa che assume di governare anime e di prestarsi alla diversa indole di molti, trattando uno con la dolcezza, un altro invece con i rimproveri, un altro con la persuasione: secondo il carattere e l’intelligenza di ciascuno, egli a tutti si conformi e si adatti, in modo che non solo non debba lamentare perdite nell’ovile affidatogli, ma anzi possa rallegrarsi dell’incremento del gregge buono” (RB 2,31).
[6] “Anche nel punire agisca con prudenza e sia attento a non eccedere, perché non avvenga che mentre vuol troppo raschiare la ruggine, si rompa il vaso: consideri sempre con diffidenza la sua fragilità e ricordi che la canna percossa non bisogna spezzarla. Con ciò non intendiamo dire che permetta il fomentarsi dei vizi ma che deve stroncarli con prudenza e carità, secondo che gli parrà più conveniente per ciascuno, come già dicemmo; e si sforzi d’essere amato piuttosto che temuto” (RB 64,12-15).
[7] “Sicché, mentre l’abate e il priore discordano l’uno dall’altro, le loro stesse anime necessariamente vengono a tale scissione a trovarsi in pericolo, e i loro sudditi, parteggiando per l’uno o per l’altro, vanno in perdizione. Situazione disastrosa” (RB 65,8).
[8] “Quand’uno dunque prende il nome di abate, deve governare i suoi discepoli con duplice insegnamento, deve cioè tutto quello ch’è buono e santo, mostrarlo con i fatti più che con le parole” (RB 2,11-12).
[9] “Anzitutto non trascuri o tenga in poca stima la salvezza delle anime a lui commesse per preoccuparsi di più delle cose transitorie, terrene e caduche” (RB 2,33).

[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 155, 15 settembre 2015, pp. 1-2, trad. it. a cura delle monache del monastero San Benedetto di Bergamo, con l’aggiunta delle note che rimandano al testo della Regola, versione di Dom Anselmo Lentini O.S.B. (1901-1989), 4° edizione, Montecassino 1979)]

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lunedì 25 maggio 2015

Ai pellegrini di Parigi-Chartres

Qui di seguito il video del "mandato" con il quale sabato 23 maggio, al termine della Messa solenne nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B. – Padre Abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux – ha dato l'avvio al 33mo Pellegrinaggio di Pentecoste, durante il quale le migliaia di pellegrini raggiungono a piedi la cattedrale Notre-Dame di Chartres.




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domenica 24 maggio 2015

Dal Pellegrinaggio Parigi-Chartres

Con una Messa solenne nella cattedrale Notre-Dame di Parigi celebrata da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Padre Abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, sabato 23 maggio è iniziato il 33mo Pellegrinaggio di Pentecoste, durante il quale migliaia di pellegrini – dei quali moltissimi i giovani – raggiungono a piedi il lunedì di Pentecoste la cattedrale Notre-Dame di Chartres. Qui di seguito alcune immagini della Messa d'apertura di Dom Louis-Marie, e in chiusura un'istantanea dei partecipanti alla Messa di Pentecoste, celebrata durante il tragitto del pellegrinaggio, domenica 24 maggio, presso l'ippodromo di Rambouillet, da S.E. mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Astana, nel Kazakhstan.









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mercoledì 13 maggio 2015

Messa Abbaziale a Genova (lunedì 18 maggio)

In occasione di una visita a Genova dei monaci benedettini dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, lunedì 18 maggio 2015, presso la storica chiesa di Nostra Signora del Carmine e di Sant'Agnese (situata nel quartiere detto del Carmine, in via Brignole De Ferrari 3, a poca distanza dalla centrale via Balbi), alle ore 18:30, sarà celebrata una Messa Abbaziale nella forma extraordinaria del Rito romano, in canto gregoriano e con polifonie offerte dal Movimento Liturgico Giovanile (MLG) di Genova.
Celebrerà solennemente il M.R.P. Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Abate di Le Barroux, accompagnato da una nutrita schiera di monaci dell'abbazia, che canteranno il proprio della Messa votiva del Cuore Immacolato.
Precederà la celebrazione eucaristica l'Ufficio dei Vespri, alle ore 17:45.
La partecipazione dei fedeli è gradita, come pure la diffusione della notizia.




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sabato 4 aprile 2015

L'arte di esprimersi

Un Padre Abate benedettino un giorno mi disse che non si era mai dispiaciuto di un solo capitolo conventuale. Il solo rammarico che poteva avere a questo proposito era quello di non avere consultato la sua comunità su una questione importante. Il capitolo conventuale occupa un posto importante nella Regola benedettina, il secondo dopo l’Abate. Il terzo capitolo ne definisce lo svolgimento: dopo avere convocato tutti i fratelli, anche i più giovani, l’Abate espone la questione e ascolta il parere di tutti. Poi egli delibera e sceglie ciò che reputa più opportuno. Per san Benedetto è evidente che i fratelli devono potere godere di una grande libertà d’espressione, libertà di cui si è parlato a torto e a ragione dopo gli attentati islamisti dello scorso gennaio. Se per san Benedetto la libertà d’espressione di tutti è importante, vi è che spesso Dio rivela ciò che è migliore ai più giovani. La libertà d’espressione non è dunque una libertà assoluta di dire non importa cosa. Essa è determinata dalla nobile capacità umana di essere la voce di Dio e non deve mai diventare un’occasione offerta al diavolo di seminare la stupidità e l’odio.
La libertà d’espressione benedettina è paragonabile a un seme che san Benedetto semina in una buona terra, ricca di elementi capaci di fare fruttificare in maniera divina.
Il primo di questi elementi è l’ascolto. Prima di parlare, il monaco deve imparare ad ascoltare. D’altro canto, è il primo monito della Regola: “Ausculta, o fili”. Ascolta, figlio mio, i precetti del Maestro e non le tue passioni, le tue opinioni, i tuoi sentimenti passeggeri. Ascolta la Sapienza con l’orecchio del tuo cuore e della tua coscienza. Impara a tacere, apprendi a fare silenzio prima di parlare, perché la parola è preziosa, essa ha per vocazione di essere un’eco del Verbo che è presso Dio, che è orientato a Dio. La lectio divina, la meditazione con il cuore della Scrittura, dei salmi, della preghiera della Chiesa e della Regola – in una parola la verità insegnata – è la scuola migliore al servizio della libertà d’espressione. Perché l’uomo non è una divinità, non è che l’immagine di Dio.
Il secondo elemento è il modo d’esprimersi. I fratelli sono chiamati a dare il loro parere con totale umiltà e sottomissione, senza presunzione né sfrontatezza. Ciò che viene da Dio non tollera infatti la buffoneria, le parole oziose o beffarde e la sistematica contraddizione. A tal proposito, Dom Gérard diceva in maniera elegante: “Per lottare contro lo spirito di contraddizione, entrare nel pensiero degli altri per riconciliarlo con il proprio”. San Benedetto è molto severo con il cattivo spirito: “Chi si permette un simile contegno, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola”. Punizioni esercitate però dall’autorità competente, e non da chiunque, e senza kalashnikov. In maniera più positiva, i monaci hanno la grazia immensa di essere alla scuola del canto gregoriano, che esprime delle verità autentiche, belle e talora terribili, ma con una dolcezza che dà alle passioni la loro giusta misura. Sembra addirittura che il canto gregoriano, più ancora della musica classica, renda intelligenti. Anche educati, mentre il cinismo, per quanto brillante, rende stupidi e malvagi.
Il terzo elemento è il giudizio finale. San Benedetto ricorda spesso nella Regola che il Padre Abate dovrà rendere conto di tutte le sue decisioni. Ciò è vero inoltre per ciascuno dei fratelli per ogni parola. Come il segretario del capitolo annota tutti gli interventi nel corso dei capitoli, così gli angeli trascrivono ogni parola nel grande libro del giudizio finale, con tutte le conseguenze prevedibili. Perché le parole sono come dei fiammiferi, che mediante una piccola fiamma, possono fare esplodere un incendio d’amore o di scandalo.
Che le nostre comunità e le nostre famiglie cristiane possano diventare, per la grazia dello Spirito Santo, delle oasi di vera libertà d’espressione!

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 153, 21 marzo 2015, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 1 gennaio 2015

Sotto la protezione della santa Famiglia

Lorenzo Monaco (1370 ca.-1425 ca.), Natività,
predella del polittico Incoronazione della Vergine, 1414. 
Dopo il Sinodo, è bene tornare a contemplare la santa Famiglia a Betlemme. Fu la grazia dei pastori, che al richiamo di tutte le milizie celesti, si affrettarono ad andare a vedere ciò che era stato detto loro. Essi andarono alla grotta con premura, e videro Maria, Giuseppe e il Bambino adagiato in una mangiatoia. La santa Chiesa è chiamata anche oggi, e sempre, a contemplare questo mistero, autentico dono di Dio, famiglia in verità secondo la sapienza e la bontà di Dio. San Giovanni Paolo II, in Redemptoris Custos, afferma che è «nella santa Famiglia, in questa originaria “Chiesa domestica” che tutte le famiglie cristiane debbono rispecchiarsi. (…) Essa, dunque, è il prototipo e l’esempio di tutte le famiglie cristiane». Se questa santa Famiglia è il prototipo e l’esempio di tutte le famiglie cristiane è perché essa è una vera famiglia, come Giovanni Paolo II dimostra nella medesima esortazione apostolica, appoggiandosi su san Tommaso d’Aquino [1] e su sant’Agostino [2]. Ne deriva, ancora una volta, il primato della contemplazione, l’urgenza sempre attuale di aprire gli occhi alla luce che divinizza, secondo l’espressione di san Benedetto. Quest’urgenza è sottolineata dalla grazia che viene dalla santa Famiglia. La famiglia umana è attaccata, ha ribadito Papa Francesco. Essa ha dei nemici all’esterno e all’interno, ed è perché essa ha bisogno della forza che viene dall’alto. Il beato Paolo VI non ha esitato a dire che «mentre [la coppia] di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra» [3]. Quindi non si deve mai disperare della misericordia di Dio, malgrado i turbamenti che invadono i nostri cuori, perché il Signore ama la famiglia e «ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita» [4].
Gli spiriti sono turbati dopo questo Sinodo sulla famiglia. Penso che sia giusto inquietarsi, ma non troppo. Diffidiamo del Sinodo dei media. Sulla stampa si possono leggere molteplici processi alle intenzioni fatti al Santo Padre, per la maggior parte sfavorevoli. Vi è di che perdere la fiducia ed essere in collera. Vi è anche di che perdere la carità verso Papa Francesco. Ed è là che noi dobbiamo reagire dall’alto. Sursum corda, c’insegna la liturgia. Il discorso del Santo Padre al termine del Sinodo è buono, malgrado le etichette date ai «tentati». Vi sono stati eccellenti interventi di pastori; penso a quello di mons. Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles, che osserva la dottrina e la compassione. Dopo di che, tutto il resto, che è oggettivamente angosciante, ci deve invitare alla preghiera. I teologi hanno lavorato, dei vescovi hanno parlato, dei cardinali hanno resistito. Cosa volete fare di più? Pregare e raddoppiare la carità verso il Santo Padre, semplicemente pregando per lui. Fare come la Chiesa primitiva che pregava d’un solo cuore per Pietro in prigione, ed egli fu liberato da un angelo. Vi è il Sinodo dei mass media, vi è il Sinodo della comunione dei santi. Preghiamo dunque con fervore e generosità per il Santo Padre, che ha specialmente bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo.

[1] San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIIa, q. 29, a. 2.
[2] Sant’Agostino, Contra Faustum, XXIII, sqq.
[3] Beato Paolo VI, Allocutio ad Motum “Equipes Notre-Dame”, 4 maggio 1970.
[4] Ibid.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 152, 13 dicembre 2014, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 3 ottobre 2014

Deo gratias

Lo scorso 27 giugno, nella festa del Sacro Cuore, abbiamo avuto la gioia di celebrare il venticinquesimo anniversario di erezione del nostro monastero in abbazia con il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, e in presenza del nostro arcivescovo, mons. Jean-Pierre Cattenoz, e di mons. Guillaume, vescovo emerito di Saint-Dié. Il prossimo 13 ottobre festeggeremo il venticinquesimo anniversario della dedicazione della chiesa abbaziale, celebrata all’epoca dal cardinale Gagnon. Profitto di questa lettera per ringraziare il Signore di tutte le grazie ricevute e trasmesse dalla nostra fondazione. Sentiamo spesso parlare di rivalità fra cristiani di diversa tendenza o sensibilità. Ma esiste anche una reale reciprocità.
Per iniziare la litania delle gratitudini, ci volgiamo a Dom Gérard, certamente, al quale dobbiamo la nostra esistenza. Assieme a lui, ringraziamo tutti i fratelli che hanno strutturato la comunità, alcuni dei quali, sfortunatamente, ci hanno lasciato, in particolare padre Jehan, padre Joseph, padre Anselme.
Mi riferisco ora alle comunità benedettine per il loro prezioso aiuto. Grazie alle abbazie di Tournay, di En-Calcat, di Monts-des-Cats, di Hauterive, di Saint-Wandrille, della Pierre-qui-Vire e di Fontgombault, per averci trasmesso in vario modo la vita monastica, i princìpi dello scolasticato e della liturgia. Devo una menzione speciale alle abbazie di Saint-Benoît-sur-Loire e di Randol, che ci hanno aiutato a redigere le nostre Dichiarazioni, le quali precisano l’applicazione della Regola di san Benedetto. Dom de Lesquen, all’epoca abate di Randol, fu a questo titolo per qualche tempo il subdelegato della Santa Sede presso la nostra comunità.
La nostra gratitudine va inoltre a tutti i professori che ci hanno aiutato ad aprire gli occhi alla luce che divinizza: il cardinale Charles Journet, il padre Guérard des Lauriers – rinomato domenicano che, malgrado un ultimo tentativo di Dom Gérard, è finito nello scisma –, i sacerdoti Contat, Lucien e il reverendo padre Ignace de la Potterie. Non li posso nominare tutti.
Come non menzionare tutti i vescovi, che hanno profondamente contribuito a costruire la comunità con le ordinazioni? Mons. Marcel Lefebvre ha ordinato tutti i sacerdoti della comunità prima del 1988. Ma la scelta che fece Dom Gérard assieme alla comunità di non seguirlo nel suo atto scismatico fu quella giusta, perché come diceva il cardinale Joseph Ratzinger, “mons. Lefebvre aveva delle ragioni, ma non aveva ragione”. Dal 1984 l’abbazia è stata aiutata dai cardinali Mayer, Stickler e Siri. Poi, più tardi, il cardinale Medina, che ha conferito le benedizioni abbaziali a Madre Placide e al vostro servitore, e tutti i vescovi che sono venuti a fare le ordinazioni: i cardinali Barbarin, Panafieu, Rodé, i vescovi Aillet, Aumonier, Brincard, Cattenoz, Centène, Defois, Descubes, Fort, Gaidon, Guillaume, Haas, Herbreteau, Lagrange, Madec, N’Koué, Rey, Ricard, Rifan, Sardou e Séguy. Non è possibile citare tutti i prelati che parteciparono alla dedicazione della nostra chiesa, ma occorre ricordare mons. Bouchex, allora arcivescovo di Avignone.
Ora devo ringraziare tre persone che hanno esercitato un’autentica paternità nei confronti della comunità: Dom Hervé Courau, abate di Triors, che da molti anni è il nostro abate visitatore, pieno di carità e di prudenza. Mons. Camille Perl, segretario e poi vice-presidente della Commissione Ecclesia Dei, per la sua instancabile dedizione nei nostri confronti. E infine, Benedetto XVI. Lo scorso 27 giugno gli ho scritto una lettera menzionando tutto quello che aveva fatto per noi. Sono state necessarie due pagine intere.
Per finire, ci tengo a ringraziare le comunità Ecclesia Dei: particolarmente la Fraternità San Vincenzo Ferrer, la Fraternità San Pietro e l’Istituto Cristo Re, per il loro aiuto dottrinale, fraterno e diplomatico, l’Associazione Santa Croce di Riaumont, i canonici dell’abbazia di Lagrasse… E le nostre care monache!
 
[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 151, 14 settembre 2014, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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