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sabato 5 marzo 2011

Nihil Operi Dei praeponatur

La liturgia sarà sempre al primo posto delle opere per mezzo delle quali i figli di san Benedetto si sforzano di stabilire nelle anime il regno di Cristo. Non mi riferisco, in questo caso, al suo influsso spirituale né al suo ruolo in quanto preghiera indirizzata a Dio in nome del popolo cristiano.
La sua celebrazione solenne è di per sé stessa un potente mezzo d’azione sugli uomini. Quando essa è eseguita in maniera irreprensibile, quando tutte le arti di cui è la sintesi meravigliosa le prestano il loro soccorso, e quando i canti e i riti sacri aggiungono alle magnificenze della chiesa monastica l’anima che la fa vivere, essa produce un effetto grandioso al quale nessuno saprebbe sottrarsi. Le bellezze di cui ella riveste il pensiero religioso la manifestano con una luminosità e una grandiosità che l’aiutano in maniera singolare a illuminare i cuori e a fortificare le loro convinzioni cattoliche. La sua misteriosa eloquenza ha la semplicità del Vangelo; essa è alla portata dell’uomo del popolo e allo spirito più coltivato.
In tal guisa la liturgia diventa lo spettacolo religioso per eccellenza, di cui una nazione che vuole rimanere cristiana non saprebbe mai fare a meno. Le predicazioni le più eloquenti, la musica la più elevata, le riunioni preparate con il maggior zelo e intelligenza, non potranno sostituirla impunemente. Perciò si potrà giudicare il vigore del sentimento cristiano in un paese mediante lo spazio che viene dato alle solennità liturgiche. Da dove proviene la superiorità religiosa del Medioevo, il quale, malgrado i suoi limiti incontestabili, ha visto l’apogeo dello sviluppo sociale della vita cristiana? Come ha rivelato principalmente la sua linfa esuberante se non per mezzo della liturgia? Le prose, le sequenze, gli inni, i canti, le feste che ci ha tramandato, le sue magnifiche chiese ancora visibili e i resti della sua oreficeria conservati nei nostri musei, lo dicono in maniera eloquente. Testimoni innumerevoli narrano ancora nei loro scritti la felicità e la fedeltà con le quali i principi e i popoli seguivano gli uffici divini; e la storia attesta che la diminuzione e la diserzione della lode al Signore precede e accompagna sempre l’abbassamento pubblico del senso cristiano.

[Dom Jean-Martial Besse O.S.B. (1861-1920), Le moine bénédictin, Librairie de l'Art catholique, Parigi 1921, pp. 182-183, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 5 luglio 2010

Gli oblati benedettini / ultima parte

La vita in famiglia

San Benedetto definisce il monastero un esercito di fratelli – acies fraterna [cfr. RB I,5] –, ovvero una famiglia i cui membri conducono assieme le battaglie della vita spirituale. In effetti, la Regola organizza il monastero come una famiglia: il capo è un padre, abbas, e quanti vi abitano sono dei fratelli. Tale carattere familiare domina l’intera Regola, come pure la storia dell’Ordine benedettino.
Penetrati da questi sentimenti, gli oblati vedono nella famiglia un’istituzione sacra; vi si collegano come al quadro naturale della loro esistenza, ne amano e ne conservano lo spirito, anche quando le circostanze li obbligano a separarsene.
Gli oblati compiono con delicatezza e generosità i doveri spirituali e materiali che una tale fedeltà impone loro. È da ciò che deve sempre cominciare l’esercizio della carità.
Gli oblati reagiscono, con tutte le loro forze, contro le idee, le istituzioni e i vizi contrari al vigore fisico o morale e alla prosperità della famiglia, come pure incoraggiano personalmente ogni azione finalizzata a fortificarla.
Nell’azione religiosa che esercitano, non perdono mai di vista la famiglia, ed è questo il modo migliore per evitare gli scogli dell’individualismo. Non separano in nulla i loro interessi materiali dalla pratica delle virtù che li possono sostenere.
Per quanto li riguarda, quando hanno l’onore di essere dei capi di famiglia, fanno il giusto spazio a Dio, compiendo insieme i principali doveri religiosi: l’accostamento all’eucaristia, l’assistenza agli Uffici in parrocchia, le preghiere della sera. Onorano con un culto speciale i santi patroni; consacrano, con la preghiera, la Messa e la comunione, l’anniversario dei defunti, dei battesimi e dei matrimoni. S’ingegnano a temperare, con pensieri di fede, tutte le gioie e tristezze del focolaio domestico, e a rendere per quanto possibile dolce e gioiosa questa vita religiosa in comune.
La vocazione sacerdotale o religiosa di un figlio è ai loro occhi il più grande onore che Dio possa fare a una famiglia, e i genitori non temono di sollecitarla. Se Dio accorda loro una corona di numerosi figli, essi sanno felicitarsene e benedire; è crescendoli che essi sono assai più utili alla Chiesa e al loro Paese.
Le famiglie non sono isolate le une dalle altre; si aggregano in società e, al suo vertice, si trova la nazione, che le ingloba e fornisce loro un quadro. Come la famiglia, la nazione è voluta da Dio, il quale ci prescrive dei doveri a suo proposito, ricollegabili a due: la sottomissione alle leggi e il patriottismo. Gli oblati ne rendono soprannaturale la pratica mediante un sentimento di fede e tramite la preghiera.
Il loro patriottismo dev’essere intelligente e vivificato dagl’insegnamenti della Chiesa e il rispetto dei suoi diritti.
Opporsi alle leggi ingiuste, alle idee che le motivano e agli uomini che le fanno e le applicano, è servire il proprio Paese. Parimenti si dica nei casi in cui la trasmissione di una legge è un dovere. I cristiani, allora, si liberano da ogni passione per non obbedire che alla propria coscienza, illuminata dalla dottrina della Chiesa.
Gli oblati cercano di conoscere esattamente la natura e l’estensione dei propri doveri nella società, cioè verso la patria, il comune o la parrocchia, la regione, la condizione o la professione. I legami che li uniscono a tali ambiti provvidenziali non sono mai privi di obbligazioni. Occorre esserne coscienti e renderli soprannaturali, penetrandoli di carità cristiana.
Per entrare in questo spirito, gli oblati servono quanto meglio riesce loro gli uomini con i quali vivono, lavorano e si santificano. La loro efficace devozione al Paese, alla città o al villaggio che abitano, alla professione che esercitano, alla condizione cui appartengono, li porta a dispensare un’attività generosa, anziché lasciarla al caso, non importa come, in favore di oziosi di passaggio, e perciò fuori controllo e privi di responsabilità. Si risparmiano così uno spreco peccaminoso delle loro risorse e del loro tempo.
Gli oblati costituiscono una famiglia attorno al monastero; sono dei fratelli. Si riuniscono almeno una volta al mese, e in particolare nelle grandi feste dell’Ordine, per trascorrere assieme una giornata monastica, impiegata nel canto della Messa e dei Vespri, ricevendo gl’insegnamenti del direttore e occupandosi in altri esercizi pii. L’organizzazione di queste riunioni non può essere la medesima per tutti i monasteri. Spetta all’abate o al maestro degli oblati di prepararla e metterla in opera.

Le tradizioni

Le famiglie e le società conservano un insieme di pensieri, di sentimenti, di costumi che i loro membri si trasmettono. Sono le tradizioni, che assicurano la forza e la vita delle società, conservando il presente sotto l’influsso del passato. Nelle nazioni che sono state a lungo cattoliche, queste tradizioni conservano in sé lo spirito cristiano, in una forma e in condizioni che ne facilitano la diffusione.
Le abbazie benedettine sono considerate, a ragione, delle scuole in cui il rispetto delle tradizioni è accuratamente conservato: è un effetto della loro lunga storia.
Gli oblati devono seguire il loro esempio. Costoro si guardano quindi bene contro l’amore eccessivo delle novità, che precipitano le società nell’anarchia e nella rivoluzione, e che rendono gl’individui incapaci di mettere a profitto le esperienze acquisite. I princìpi immutabili che devono reggere le società e disciplinare gl’individui gli bastano, e il modo migliore di non allontanarsene mai è ancora una volta la fedeltà alle tradizioni. Anch’esse non sono che un’applicazione della sapienza alla vita degli uomini in società.
Queste riflessioni non devono sembrare oziose: sono ispirate dalla condizione che la Provvidenza ha dato agli uomini e nella quale si devono santificare, ricercando, al di sopra di tutto, la perfezione cristiana.

[Dom Jean-Martial Besse (1861-1920), Les Oblats de saint Benoît, opuscolo del 1918, poi in Itinéraires, n. 320, febbraio 1988, pp. 73-90 (qui pp. 87-90), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 6 / fine]

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venerdì 2 luglio 2010

Gli oblati benedettini / quinta parte


Penitenza e mortificazione

I digiuni e le astinenze ordinati dalla Chiesa sono le prime e migliori mortificazioni.
Ogni cristiano riceve dalla Provvidenza una somma più o meno grande di pene o di dolori: esse provengono dalla salute, dal carattere, dalle intemperie, dalle durezze della natura, dalle contrarietà dell’esistenza, dalle contraddizioni del mondo circostante, dalle difficoltà inerenti a una situazione, dalla povertà, dal lavoro, e così via. Sono le croci, che puniscono, mortificano, purificano. Gli oblati le accettano con pietà e rassegnazione, lasciandole compiere nella loro anima le salutari purificazioni.
Coloro che ne sentono attrazione fanno bene a imporsi delle penitenze a loro scelta, dopo avere chiesto il parere del proprio confessore. Tutti devono coltivare quello spirito di mortificazione e penitenza che san Benedetto inculca così frequentemente nella Regola e più particolarmente nel capitolo sull’umiltà.
Per ottenere l’umiltà, gli oblati recitano spesso e meditano il Salmo 50 – Miserere mei Deus –, ricorrono con cuore contrito e umiliato all’uso dell’acqua benedetta, e soprattutto si dispongono nel modo migliore a ricevere il sacramento della penitenza.

Il lavoro

San Benedetto vuole che il suo discepolo sia sempre occupato. Docili ai suoi insegnamenti, gli oblati considerano l’ozio come un pericoloso nemico dell’anima, e il lavoro come la condizione dell’uomo durante la vita terrena. Accettano con intera sottomissione alla volontà di Dio e in espiazione dei propri peccati tutto quanto questa legge offre di penoso nella pratica.
Il primo lavoro è sempre quello che incombe all’uomo in ragione della sua situazione di vita e degl’impegni che gli derivano dal suo dovere di stato. Gli occorre lavorare per vivere e per fare vivere i suoi familiari. Gli oblati s’impegnano in ciò con l’impegno e la cura di cui sono capaci; ogni seria negligenza appare loro come un’infrazione alla legge divina.
Ogni uomo ha un’occupazione lavorativa. Quanti non hanno bisogno d’esercitare una professione per guadagnarsi di che vivere sono sottomessi agli obblighi che accompagnano la fortuna: anche questo è un lavoro; assumono dunque delle mansioni utili al bene comune, per le quali gli altri non hanno né il tempo libero né i mezzi per assecondarle.
Compiuti tali doveri, gli oblati si dedicano alla lettura, alle arti o alle opere manuali conformi ai loro gusti e alle loro attitudini, in ciò determinati, tenendo conto delle risorse di cui dispongono. Danno la preferenza alle occupazioni che elevano ulteriormente il loro spirito a Dio e che sono di profitto per la loro famiglia, per i poveri o la società.
Quale che sia il lavoro manuale o intellettuale al quale si dedicano, lo santificano con la preghiera. San Benedetto raccomanda prima del lavoro la recita del versetto “Deus in adiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina” (“O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, vieni presto in mio aiuto” [RB XXXV,17]), seguito dal Gloria Patri. Terminato il lavoro, si ringrazia il Signore con quest’altro versetto: “Benedictus es, Domine Deus, qui adiuvasti me et consolatus es mei” (“Sii benedetto, Signore Dio, che mi hai aiutato e mi hai consolato” [RB XXXV,16]).
Prima della lettura e dello studio il “Deus in adiutorium” può essere sostituito dall’antifona allo Spirito Santo “Veni Sancte Spiritus, reple tuorum corda fidelium, et tui amoris in eis ignem accende” [“Vieni, o Spirito Santo, riempi il cuore dei tuoi fedeli, e accendi in essi il fuoco del tuo amore”], con versetto e orazione [V. Emitte Spiritum tuum et creabuntur. R. Et renovabis faciem terrae. Oremus: Deus, qui corda fidelium Sancti Spiritus illustratione docuisti: da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen. (V. “Manda il tuo Spirito, o Signore, per una nuova creazione”. R. “E rinnoverai la faccia della terra”. Preghiamo. “O Dio che hai illuminato la mente dei tuoi fedeli con la grazia dello Spirito Santo, concedi a noi di godere sempre la luce della sua verità e di essere consolati dai frutti della sua gioiosa presenza. Per Cristo nostro Signore. Amen.”)].

[Dom Jean-Martial Besse (1861-1920), Les Oblats de saint Benoît, opuscolo del 1918, poi in Itinéraires, n. 320, febbraio 1988, pp. 73-90 (qui pp. 85-87), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 5 / continua]

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venerdì 25 giugno 2010

Gli oblati benedettini / quarta parte

L'obbedienza

San Benedetto prescrive ai suoi religiosi di emettere il voto di obbedienza nelle mani dell'abate, conformemente alla Regola interpretata dalle sue costituzioni.
L'oblato non è ammesso a emettere questo voto. Egli si limita a praticare tale virtù, che si estende a tutti i suoi doveri di stato, nei quali egli ricerca l'espressione della volontà divina. L'oblato obbedisce - come ai rappresentanti del Signore - in famiglia, nella società, nelle sue mansioni, ai detentori di un'autorità legittima: "Qui vos audit, me audit", "chi ascolta voi ascolta me" [Lc 10,16], dice il Signore.
L'oblato si costituisce quale difensore del principio d'autorità, mantenendosi in guardia contro le teorie e i sistemi che lo sminuiscono. Egli cerca di conoscere le ragioni e i fatti che ne dimostrano la necessità e i benefici, allo stesso tempo in cui ne deduce le condizioni del suo legittimo esercizio. Fra tutte le autorità, l'oblato accorda una stima e una fiducia intera a quella che si esercita nell'ambito della Chiesa da parte del Sommo Pontefice e i membri della gerarchia ecclesiastica.
Per quanto riguarda la fede e l'organizzazione della vita cristiana degli individui o delle società, l'oblato si sforza di pensare quel che pensa la Chiesa, di volere ciò che ella vuole, di riprovare ciò che condanna; la Chiesa - l'oblato lo sa - si trova dov'è il Papa.

[Dom Jean-Martial Besse (1861-1920), Les Oblats de saint Benoît, opuscolo del 1918, poi in Itinéraires, n. 320, febbraio 1988, pp. 73-90 (qui pp. 84-85), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 4 / continua]

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mercoledì 16 giugno 2010

Gli oblati benedettini / terza parte

La liturgia

La celebrazione del culto divino o il servizio liturgico occupano un ruolo importante nell’organizzazione del monastero e nella giornata del monaco. San Benedetto chiede che non vi si anteponga nulla [cfr. RB XLIII, 3]. Egli chiama la liturgia l’Opera di Dio, altresì detto l’Ufficio divino.
I monasteri non possono esercitare una funzione più importante a gloria di Dio, al servizio delle società e al bene degli individui. La liturgia è come la loro ragion d’essere o il loro fine speciale, per la loro fedeltà a questa tradizione e per la negligenza di cui altrove è diventata troppo spesso l’oggetto.
I benedettini, in ogni tempo e soprattutto in Francia, hanno dato alla lode divina il più grande splendore, rivaleggiando in ciò con i canonici delle cattedrali e delle collegiate. Lo proclamano ad alta voce le belle e venerande chiese con le quali hanno coperto il suolo dei nostri Paesi; sotto le loro volte tutte le arti concorrevano al servizio divino.
L’onore di Dio chiedeva che così fosse; inoltre, era il modo migliore di proclamare solennemente i propri diritti sugli uomini e sui popoli.
Il culto divino comprende il canto quotidiano della Messa e la salmodia in comune, alle ore canoniche. I monaci realizzano in tal modo la parola del salmo: “Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode”, Benedicam Dominum in omni tempore, semper laus ejus in ore meo [Sal 33,2].
La Messa, cantata verso le nove, è il fulcro di questa liturgia, inquadrata fra due “piccole Ore”: Terza – che ricorda la discesa dello Spirito Santo – e Sesta, la preghiera del mezzogiorno, momento nel quale il Salvatore compì la sua Ascensione.
Durante il pomeriggio, Nona evoca il ricordo della sua crocifissione e morte; i Vespri sono la preghiera della sera – vespertina oratio – presentata a Dio con il Magnificat e, le domeniche e le feste, l’oblazione dell’incenso. Compieta è la preghiera con la quale si conclude il lavoro e si offre il riposo a Dio. Il Mattutino è la preghiera notturna, che si prolunga nel silenzio e nella tenebra. Al mattino è la volta delle Lodi, laudes matutinae, che si concludono con il canto del Benedictus. L’Ora di Prima è l’offerta al Signore delle occupazioni della giornata.
Così facendo il monaco si prende cura della moltitudine degli uomini che dimenticano o rifiutano di pregare, supplendo alla loro negligenza o cattiva volontà. La liturgia non è solo una preghiera vocale, bensì la preghiera vocale e mentale più perfetta. Le sue formule sono quasi tutte tratte dai Santi Libri. La Chiesa, che ne ha composto altre e ne ha organizzato l’insieme, ha fatto ciò con l’assistenza dello Spirito Santo.
Mentre il cristiano pronuncia o ascolta le parole di Dio e della Chiesa, la sua anima – penetrata dalle idee e dai sentimenti che esse contengono – le presenta al Signore. La salmodia diventa spirituale; la preghiera vocale si espande in preghiera mentale; lo spirito e la voce sono concordi, come chiede la Santa Regola: “ut mens nostra concordet voci nostrae” [“in modo tale che l’intima disposizione dell’animo si armonizzi con la nostra voce”, RB XIX, 7].
La formazione spirituale data nei monasteri tende a rendere familiare alle anime quest’usanza della preghiera mentale, esercitandole così a vivere della liturgia.
Questa parte attribuita alla liturgia nella vita spirituale è una pura tradizione ecclesiale; i monasteri l’hanno conservata, con loro grande merito. In ragione di ciò, i sacerdoti e i fedeli possono imitare un tale esempio. Gli oblati contraggono un obbligo in tal senso; si tratta persino del loro obiettivo principale. La direzione che viene loro data, le letture che svolgono, i loro sforzi personali, li aiutano in questo; gli esercizi comuni che sono loro proposti, quando si realizza possibile, mettono questo esempio alla loro portata.
Si tratta di cosa facile per un sacerdote oblato di san Benedetto, il quale tutti i giorni celebra la Messa e recita il Breviario, per non dire delle cerimonie liturgiche parrocchiali che presiede e dei sacramenti che amministra. Gli occorre anzitutto osservare puntualmente le prescrizioni delle rubriche o del cerimoniale e pronunciare con intelligenza e pietà tutte le formule. Per giungere a tal punto è necessario familiarizzarsi, con la lettura assidua e la meditazione, con i testi dei libri liturgici, di conoscerne la storia e penetrarne lo spirito.
La teologia, l’agiografia, l’archeologia, tutte le scienze sacre servono a questo studio della liturgia. Vi è modo, in seguito, d’iniziarsi alle diverse arti che la Chiesa mette a profitto nel culto divino: ella riesce, per tale mezzo, ad abbellire la Casa del Signore e a fare della liturgia un’autentica arte.
Rimane infine da mettere, nell’esecuzione di quest’arte, la cura delicata e coltivata che, da sola, può darle la sua perfezione. Allora la liturgia rende a Dio tutta la gloria che Egli ne attende; santifica colui che la celebra; ed è più feconda degli apostolati.
Non è tutto; il sacerdote oblato cerca di familiarizzare i fedeli con la medesima liturgia. Per darne loro il gusto e l’intelligenza egli ne dà spazio nell’insegnamento del catechismo e durante la predicazione.
Si applica a fare discernere le regole e i sentimenti che sostengono e accordano fra loro le arti sacre attorno all’altare. Favorisce la diffusione del canto gregoriano; cerca i mezzi più appropriati a facilitare la partecipazione dei fedeli al canto della Messa e dei Vespri; utilizza a tal fine le opere della gioventù: scuole, patronati o circoli di studio e – anzitutto – la direzione spirituale.
In tale spirito, gli oblati e le oblate assistono alla santa Messa, ove ciò sia possibile tutti i giorni; le domeniche e le festività prestano attenzione a non mancare alla Messa principale, scegliendo di preferenza la loro parrocchia. Si associano, nella misura in cui la discrezione lo consente, al canto, rispondendo al sacerdote, e mescolano la loro voce a quella dei cantori. Sarà la loro devozione preferita.
Quanti ne hanno il tempo e il gusto recitano, interamente o in parte, sia l’Ufficio completo – come lo si trova nel Breviario – sia l’Ufficio del giorno contenuto nel Diurnale. A loro è permesso l’uso del Breviario monastico. Altri si limiteranno alla recita della Compieta, prima di addormentarsi; e al mattino, all’Ufficio di Prima.
La recita del Benedicite e delle grazie, prima e dopo i pasti, è loro ugualmente raccomandata.
Con i misteri che celebra e i santi che onora, con i Vangeli e le Epistole delle domeniche e delle ferie, la Chiesa offre loro degli inesauribili soggetti di meditazione. Imitando i loro padri, costoro amano recitare i Salmi, leggere i Vangeli e le vite dei santi.
Hanno una devozione speciale per il santo patrono della loro parrocchia. Onorano le sante reliquie, l’immagine della Croce e quelle dei santi, i luoghi e gli oggetti consacrati al culto divino, l’uso di oggetti benedetti.
Compiono con piacere la lettura di libri suscettibili di accrescere in loro la stima e l’intelligenza della liturgia. Cercano di apprendere il latino, la lingua della Chiesa, per meglio seguire gli Uffici.
Contribuiscono, con il loro lavoro personale e con i mezzi di cui dispongono, alla costruzione e ornamentazione delle chiese, alla preparazione degli arredi liturgici, all’insegnamento del canto gregoriano. In questo danno la loro preferenza agli uomini e alle opere collegate allo sviluppo delle arti sacre e alla restaurazione delle sante tradizioni cadute in desuetudine.
Nei giorni dei loro incontri mensili, gli oblati e le oblate si fanno un dovere di cantare anch’essi la Messa e i Vespri, a meno che non siano ammessi a cantare con i monaci o le monache, quando una tale riunione avvenga in una chiesa monastica.
Nelle parrocchie ove siano in grado di formare un coro, si mettono a disposizione del sacerdote per prendere parte al canto degli Uffici e per coinvolgere i parrocchiani a fare altrettanto; tuttavia, in questo come in tutto il resto, evitano di assumere le iniziative che non gli appartengono. Memores sint conditionis suae: si ricordino della loro condizione.

[Dom Jean-Martial Besse (1861-1920), Les Oblats de saint Benoît, opuscolo del 1918, poi in Itinéraires, n. 320, febbraio 1988, pp. 73-90 (qui pp. 79-84), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 3 / continua]

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martedì 1 giugno 2010

Gli oblati benedettini / seconda parte


Separazione dal mondo

Per un religioso, la separazione dal mondo si effettua mediante l’abito monastico, la clausura e il genere di vita che conduce. Tutto ciò ne fa un uomo a parte.
L’oblato non può spingere le cose così lontano. Ciò nonostante le virtù alle quali tali pratiche sono collegate non hanno nulla che ripugni a una seria esistenza; sono di ogni tempo, e il nostro ha un urgente bisogno di vedersele richiamate.
Gli oblati hanno quale abito monastico un piccolo scapolare nero, che indossano sotto i loro indumenti ordinari; è il segno del legame che li unisce all’Ordine. Lo ricevono ufficialmente quando iniziano il loro noviziato e lo cambiano da sé ogni volta che lo reputano non più indossabile. Questa parte minuscola di vestiario religioso li impegna a fuggire ogni ricerca sconveniente nella stoffa, la forma e il colore dei loro abiti nonché ogni lusso nelle loro abitazioni e arredi. Senza cadere in una negligenza che sarebbe disordine, avvenga che costoro non si allontanino mai dalla degna gravità e dal buon gusto di cui un cristiano non dovrebbe mai essere sprovvisto.
La Croce detta di san Benedetto, più nota con il nome di medaglia di san Benedetto, dev’essere indossata e posta in evidenza; gli oblati ottengono così numerose indulgenze e si assicurano la protezione di un così augusto segno contro le insidie di Satana e gli accidenti della vita. Le lettere che vi sono inscritte sono le iniziali delle parole di cui è composta una pia invocazione alla Croce. Essi impareranno questa preghiera a memoria e servirà loro da orazione giaculatoria.
Gli oblati si faranno un dovere di pietà filiale nel distribuire questa medaglia.
Essi sostituiscono la clausura monastica con la dignità e la gravità del carattere e del portamento, con l’amore della vita interiore, l’orrore del vagabondaggio e degli affanni inutili, la fuga dalle relazioni oziose e degli spettacoli vani o leggeri. La curiosità intellettuale o artistica non servirà loro quale pretesto per allontanarsi da questa linea di condotta, al di fuori della quale non può esserci né raccoglimento né impiego salutare delle proprie giornate.

[Dom Jean-Martial Besse (1861-1920), Les Oblats de saint Benoît, opuscolo del 1918, poi in Itinéraires, n. 320, febbraio 1988, pp. 73-90 (qui pp. 77-79), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 2 / continua]

[nota redazionale: avendo qui accennato alla Croce di San Benedetto, a commento della raffigurazione scelta in apertura, riproduciamo di seguito l'esplicazione estesa delle iniziali, della trascrizione latina e del corrispettivo in italiano]
C. S. P. B.
Crux Sancti Patris Benedicti
Croce del Santo Padre Benedetto
C. S. S. M. L.
Crux Sancta Sit Mihi Lux
La Santa Croce sia la mia luce
N. D. S. M. D.
Non Draco Sit Mihi Dux
Non sia il demonio mio condottiero
V. R. S.
Vade Retro Satana
Fatti indietro, Satana
N. S. M. V.
Numquam Suade Mihi Vana
Non mi attirare alle vanità
S. M. Q. L.
Sunt Mala Quae Libas
Sono mali le tue bevande
I. V. B.
Ipse Venena Bibas
Bevi tu stesso il tuo veleno

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venerdì 7 maggio 2010

Gli oblati benedettini / prima parte

[Dom Jean-Martial Besse (1861-1920), benedettino della Congregazione di Solesmes, all’origine della famosa abbazia di Saint-Wandrille, fu uno storico erudito nonché il direttore spirituale dello scrittore Joris-Karl Huysmans (1848-1907)]

Gli ordini religiosi vedono raggrupparsi attorno alle loro comunità dei sacerdoti e dei fedeli che s’ispirano alle loro dottrine spirituali e alle loro regole per condurre, nel mondo, una vita seriamente cristiana. Quanti domandano questo servizio ai monasteri benedettini hanno ricevuto, già da molto tempo, il titolo di oblati di San Benedetto. Sono ammessi, dopo un anno di noviziato, a compiere un’oblazione, un’offerta della loro persona al monastero, nelle mani del Padre Abate o di un religioso delegato a tal fine. In caso di necessità questa delega può essere conferita a un sacerdote secolare. Il monastero accorda ai suoi oblati l’affiliazione spirituale, cioè la partecipazione alle preghiere e alle buone opere dei suoi membri. Il noviziato ha inizio con la presa d’abito, o vestizione; gli oblati ricevono in tale occasione uno scapolare nero, insegna della famiglia benedettina.
Il monastero benedettino conduce i monaci, che costituiscono la sua famiglia interna, alla ricerca della perfezione cristiana, mediante la pratica dei voti religiosi, conformemente alla Santa Regola e alle Costituzioni particolari di ciascuna congregazione monastica.
Gli oblati, che costituiscono la famiglia esterna del monastero, imitano la vita dei monaci, nella misura in cui le loro condizioni glielo consentono, conformando la loro vita alle massime fondamentali della Regola di san Benedetto e osservandone alcune pratiche claustrali compatibili con il genere di vita che devono condurre. Più che a seguire le osservanze della Regola benedettina, devono appropriarsi dello spirito di essa. Ciò nonostante, costoro non perdono di vista l’esistenza di servitori di Dio nel loro chiostro.
Per ottenere dal Signore la grazia d’imitarlo, anche da lontano, recitano la seguente orazione:
Excita, Domine, in Ecclesia tua spiritum cui beatus Pater noster Benedictus Abbas servivit, ut eodem nos repleti, studeamus amare quod amavit et opere exercere quod docuit. Per Christum Dominum Nostrum. Amen.
(“Alimenta, Signore, nella tua Chiesa lo spirito che animava il nostro beato Padre Benedetto Abate, affinché, una volta noi stessi colmati di esso, ci applichiamo ad amare ciò che amava e a realizzare nelle nostre opere la sua dottrina. Per Cristo Nostro Signore. Amen”.)

La conversione dei costumi

Donandosi a Dio, alla beata Vergine Maria e al santo Padre Benedetto, l’oblato promette la conversione dei costumi secondo lo spirito di san Benedetto [cfr. RB LVIII, 17] e gli statuti dell’oblatura. San Benedetto comprende in questa conversione dei costumi – conversio morum – l’insieme delle obbligazioni che impone la professione monastica. Del resto, al suo tempo i termini conversione dei costumi e professione monastica erano dei sinonimi.
Si tratta di una conversione dal male al bene e dal meno bene al meglio, che dura per la vita intera. La Santa Regola, le Costituzioni del monastero e l’autorità dell’Abate ne organizzano la pratica per il monaco e la monaca.
Una tale conversione equivale alla ricerca della perfezione cristiana; essa è dunque alla portata degli oblati e delle oblate che vivono nel mondo. Costoro la esercitano mediante la pratica delle virtù cristiane e la portano a compimento tramite i loro doveri di stato, con tutta la cura di cui sono capaci. L’opera di conversione dei costumi si effettua anzitutto nel fondo del cuore. Quando l’anima ha, su tale soggetto, delle convinzioni e delle risoluzioni fortemente radicate, le diventa agevole di esprimerle mediante gli atti.
Per ottenere tale grazia, è buona cosa recitare frequentemente il versetto dell’oblatura:
Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et ne confundas me ab exspectatione mea.
(“Accoglimi, Signore, secondo la tua parola, e vivrò: e non mi lasciar deluso nelle mie speranze” [Sal 118,116; RB LVIII,21].)

Lo spirito benedettino

Lo spirito benedettino, che deve informare la vita degli oblati, si manifesta ed è mantenuto dai caratteri distintivi dell’Ordine di san Benedetto. Eccone i principali: la separazione dal mondo, l’intelligenza e l’amore della liturgia, l’obbedienza, la mortificazione, il lavoro, la vita in famiglia, la devozione al prossimo e la fedeltà alle tradizioni.
Un monastero benedettino si riconosce fra mille da questi segni, che permettono ugualmente di discernere una vocazione benedettina.
Gli esercizi del noviziato e gli studi che si compiono in seguito hanno quale fine di coltivarne presso i nuovi arrivati il gusto e di trasmetterne l’intelligenza e l’amore. Le osservanze monastiche non fanno che metterli in opera.
I medesimi segni servono a riconoscere, presso un fedele, le attitudini richieste per diventare oblato. Non si può ammettere un oblato alla prima vestizione, e ancora meno alla professione, se nulla – nel suo linguaggio o nelle sue opere – lo rivela. Meglio sarebbe per un monastero non avere alcun oblato, piuttosto che reclutarne al di fuori di tali condizioni.
La meditazione personale e la lettura d’opere appropriate a conculcarne il significato e la portata, sviluppano nello spirito degli oblati questi caratteri; la direzione che è loro data li stimola e li guida; la loro santificazione personale ha questo prezzo.
Al di fuori di ciò gli oblati non potrebbero esercitare attorno a sé un influsso salutare. Perché tale influsso dev’essere esercitato: è l’irradiamento indispensabile della vita del monastero sulle società che lo circondano.

[Dom Jean-Martial Besse O.S.B. (1861-1920), Les Oblats de saint Benoît, opuscolo del 1918, poi in Itinéraires, n. 320, febbraio 1988, pp. 73-90 (qui pp. 73-77), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 1 / continua]

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