martedì 14 aprile 2020

Omelia per la Veglia pasquale

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli,
Quest’anno la notte di Pasqua è celebrata un po’ come nelle catacombe, ciascuno nella sua catacomba. Celebriamo questa grande festa della Resurrezione come in una tomba la cui porta non è aperta. “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”, potremmo dire con le sante donne che avevano già preparato gli unguenti. Sì, chi ci sposterà questa enorme pietra tonda che sembra non volere rotolare?
Dunque, se essa non vuole rotolare, restiamo con Gesù. Restiamo ancora un po’ di tempo ai piedi della croce e ascoltiamolo mentre ci parla. Gesù ha detto sette parole in croce, sette parole che gli evangelisti ci hanno trasmesso fedelmente. Non vi potremmo trovare, in queste parole, di che aprire la tomba dei nostri cuori? Fare rotolare la pietra, iniziare a resuscitare con Gesù. Gesù sulla croce che sta per morire è la Vita e la Resurrezione. È qualcuno che deve risorgere a morire sulla croce, ed è qualcuno che deve risorgere a parlarci.
Tali parole sono come un sole, un sole che sorge e che fa già brillare i suoi raggi. In questa notte in cui il cero pasquale – figura di Cristo – brilla, noi ci ricorderemo delle prime tre parole di Gesù.
La prima: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Gesù non intende dire che non sappiamo assolutamente quello che facciamo. Ma, ammettiamolo, non ci capita spesso di non riflettere in coscienza prima di agire? Le illusioni, i miraggi, sono frequenti nella nostra sete di vivere. San Benedetto mette in guardia i monaci citando la Scrittura: “Ci sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell'inferno” (RB 7, primo grado dell’umiltà, citando Pr 16,25). Sì, noi facciamo fatica a prendere coscienza di ciò che facciamo e delle sue conseguenze. In questa notte di Pasqua, miei cari figli e miei cari fratelli, cari fedeli, prendiamo coscienza di ciò che facciamo, sappiamo ciò che facciamo, sappiamolo alla luce di Gesù risorto.
Quanto è stato fatto dai sacerdoti di Gerusalemme e dai Romani, è stato compiuto nell’ignoranza, in un’ignoranza ben precisa. Costoro hanno ignorato, più o meno volontariamente, chi è Gesù, e hanno ignorato tutto ciò che Gesù ha fatto per loro. In questi santi giorni – ciò mi ha molto colpito – abbiamo ascoltato, anzi più che ascoltato, visto che lo abbiamo cantato con la nostra bocca: “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi, rispondimi! Popolo mio, che ti ho fatto?”. Sapere quello che facciamo, sapere che tutto ciò che facciamo raggiunge Cristo. “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi!”. E ci sia noto soprattutto cos’ha fatto Dio per noi. Facciamo memoria di ciò che Dio ha fatto per noi. È ciò che facciamo insieme questa sera: tutte le letture della veglia pasquale sono delle memorie di ciò che Dio ha fatto per noi. E se sapete rispondere a questa domanda di Gesù, è perché cominciate a risorgere. Con Gesù. La pietra comincia a rotolare. E se la risposta sgorga dal vostro cuore – “Sì, il Signore mi ha salvato dal peccato e mi ha liberato dal demonio” –, allora avete già messo un piede fuori.
Passiamo alla seconda parola: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Dom Gérard disse in un’omelia che il paradiso – ebbene – è del tutto semplicemente essere con Gesù, oggi stesso, con Lui, con Lui, con Lui. Gesù non è venuto a salvarci come potrebbe fare un mercenario, che arriva con le sue armate e poi, una volta terminato, riparte. Gesù non è venuto a compiere una missione come potrebbe fare uno stagionale. Mentre, sì, Gesù è un soldato, Egli si è battuto, suo Padre Lo ha inviato, un po’ come i nostri antenati hanno inviato i loro figli a salvare la patria in guerra. Sì, è un soldato. Sì, Gesù è venuto a lavorare nella vigna. Ma Egli è venuto soprattutto come uno sposo, per ciascuno di noi, con Lui. Ecco cosa vuol dire. Lo sposo della nostra anima, fare un solo cuore con Lui, una sola anima, non farlo che con Lui, perché Lui si è donato totalmente, e solo Lui può donarsi totalmente a noi. E Lui ha sete che ci doniamo con tutta la nostra forza, con tutto il nostro spirito e tutta la nostra anima. Chi riceve Gesù, chi riceve la sua parola, la sua volontà, chi riceve il suo corpo e il suo sangue, chi – quando prega – vuole essere con Gesù, ha già fatto un secondo passo fuori della tomba, esce, vive, comincia a vivere eternamente in paradiso.
Ed ecco la terza parola di Gesù, che ci fa uscire completamente dalla tomba. La sapete. I novizi conoscono a memoria le sette parole di Gesù in croce. Non gliele faccio recitare in pubblico perché la notte è lunga e non possiamo perdere tempo. “Donna, ecco tuo figlio”, “Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26-27).
Ebbene, questa parola è una parola ecclesiale. È la Chiesa che si forma ai piedi della croce. E cosa fa Giovanni in seguito a questa parola di Gesù? Prese Maria nella sua casa. È l’anima della Chiesa, è il corpo della Chiesa, è il senso della Chiesa, che sta prendendo forma ai piedi della croce. Chi ha il senso della Chiesa vive ed esce veramente dalla tomba.
Per concludere questa omelia, mi rivolgo a voi, cari fedeli, che ci guardate, e mi rivolgo a voi a nome di tutti i monaci. Desidero dirvi quanto vi amiamo e quanto ci mancate. Questa celebrazione della notte pasquale non ha la medesima forza senza di voi. E vi portiamo nella preghiera, la preghiera liturgica di cui siamo i primi beneficiari. Sono certo che non sia venuta a nessuno l’idea che dei monaci si privassero di qualsiasi cerimonia per spirito di solidarietà egualitaria. Al contrario, è nella celebrazione dei santi misteri che vi portiamo tutti nei nostri cuori, vi prendiamo nei nostri cuori, come san Giovanni ha preso la santissima Vergine, Madre di Dio, nella sua casa.
Fate lo stesso in famiglia, prendete nella vostra preghiera domestica tutti i vostri cari, particolarmente i membri della vostra famiglia.
La vita della Chiesa, che sgorga dal cuore di Gesù, è un fiume che sgorga così nei vostri cuori. Questa notte – mentre ciascuno è a casa sua – abbiamo il senso della Chiesa, crediamo nella comunione dei santi e viviamo in essa. Allora, sì, la pietra, la pesante pietra, ebbene, essa rotolerà anche per noi, in questa santa notte di Pasqua.
Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Messa della Veglia pasquale, 12 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 7 aprile 2020

Triduo sacro in diretta video da Le Barroux

Come abbiamo già avuto occasione di annunciare, nel presente periodo di emergenza sanitaria, i monaci dell’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux hanno assunto l’iniziativa di mettere a disposizione dei fedeli impossibilitati a recarsi alla Messa, la diretta video quotidiana della Messa conventuale, che si svolge al termine dell’Ora Terza, alle ore 9:30 nei giorni feriali e alle ore 10 nei giorni festivi.

Riportiamo di seguito gli orari delle dirette video delle celebrazioni durante l’imminente Triduo sacro, cui è possibile assistere tramite questa pagina (per gli altri orari degli uffici nel periodo del Triduo sacro, si veda invece questa pagina).

Giovedì Santo: Messa vespertina in Cena Domini, ore 17 (diretta video)
Venerdì Santo: Liturgia della Passione, ore 15 (diretta video)
Sabato Santo: Veglia pasquale, ore 22 (diretta video)

Domenica di Pasqua: Santa Messa, ore 10 (diretta video)

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lunedì 6 aprile 2020

Omelia per la Domenica delle Palme

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli, che assistete a distanza alla Messa delle Palme, nell’impossibilità di essere presenti fisicamente,
Celebriamo oggi l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. A margine del brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato (Mt 21,1-9), che i monaci conoscono bene, vi è il brano in cui è detto che alcuni Greci chiesero a Filippo d’incontrare Gesù, e Gesù diede questa risposta sorprendente: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Una risposta molto profonda, che duemila anni dopo ci stupisce ancora. Benedetto XVI ne ha fornito una spiegazione, un’interpretazione che i monaci conoscono bene. Gesù non vuole un incontro superficiale, passeggero, curioso. No, egli vuole un incontro assoluto, un dono di sé fino alla morte, perché porti un frutto eterno.
Venerdì prossimo contempleremo Gesù che porta la sua croce, e partecipando a questo grande mistero, facendo noi stessi – in questa chiesa per i monaci, e per la maggior parte dei cristiani a casa loro – la Via Crucis, ci potremo soffermare più seriamente su tre incontri di Gesù. Anzitutto quello con le donne di Gerusalemme. Queste donne, queste madri, si lamentano davanti all’uomo flagellato, incoronato di spine, sfinito, che porta la sua croce per esservi inchiodato e morire. Piangono per questa enorme sofferenza, per questo grande dolore, piangono per questa ingiustizia. E Gesù dice loro: “Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. […] Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’, e alle colline: ‘Copriteci!’. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23,28-31). In occasione di questo incontro con le donne, Gesù non si vuole fermare alle sofferenze fisiche e morali. Esiste un dolore più grande: quello del legno secco, quello del cuore indurito, del cuore egoista, del cuore che non vede più lontano dell’orizzonte terrestre e dei beni sensibili, o di chi vi si sofferma troppo. Le sofferenze fisiche non hanno che un tempo. Dio le può trasformare in gloria. Ma sfortuna ai cuori ricchi, ai cuori soddisfatti, ai cuori duri, ai cuori turbati. Perché se le sofferenze e le prove di questo mondo non hanno che un tempo, il cuore – lui – è eterno. Esiste una giustizia, la giustizia, quella di Dio. Ed è solo questa, fra tutte le giustizie, a valere per l’eternità.
Vi è poi l’incontro con Simone di Cirene. Sappiamo dalla Scrittura che è stato requisito (un po’ come gli infermieri, i medici, le infermiere). Non sappiamo esattamente quali fossero in quel momento i suoi sentimenti interiori. Ma è evidente che dovette essere per lui una prova. Se i soldati non lo avessero obbligato, non lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. È stato obbligato a farlo. E fu umiliante essere associato a questo condannato a morte orribilmente ferito, e condannato a morte per blasfemia. Ed ecco che questo giogo che gli si impone, a lui – un giudeo –, ecco che questa croce gli apre il cuore. Siamo certi che Simone di Cirene, questo giudeo greco, divenne cristiano, giacché due suoi figli erano conosciuti e facevano parte della comunità cristiana primitiva. Ciò che agli occhi di tutti, e ai suoi propri, era un fardello, è diventata una grazia, che gli ha aperto gli occhi del cuore. Stendendo le braccia con Gesù sulla croce, lui malgrado, la grazia ha sciolto il suo cuore. E ciò che ai suoi occhi sembrava un’alienazione, ha liberato il suo cuore per l’eternità, perché è stato con Cristo sotto la croce.
Infine, c’è l’incontro con Veronica. Non ce lo dice la Scrittura, ma la Tradizione. Veronica – nome che gli fu certamente dato a causa del suo gesto di mettere un velo sul volto di Cristo –, asciugandogli il viso per compassione, vide imprimersi su questo panno l’icona di Cristo, la “vera icona” – Veronica –, l’autentico ritratto di Cristo. Lei che credeva di rendere un servizio si è trovata gratificata di un dono straordinario. Inversione della situazione.
Quando serviamo il Signore con fatica – talora con pena –, quando curiamo qualcuno – talora mettendo a rischio la nostra salute –, noi diamo realmente qualcosa, ma riceviamo molto di più. Cambiamo il nostro cuore, o piuttosto è Dio a cambiare il nostro cuore e a imprimere il suo volto nella nostra anima. Ed è molto di più del nobile sentimento di avere fatto il bene; è una trasformazione interiore del cuore.
Cari Fratelli, cari Fedeli, possa questa Settimana Santa essere per noi tutti una grazia, la grazia d’incontrare Gesù che ci apra sempre più il cuore, che lo dilati – come dice san Benedetto alla fine del prologo della Regola –, al di là dell’orizzonte terrestre, al di là dei pesi delle prove, e anche al di là di tutto il bene che possiamo fare.
Amen!

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Domenica delle Palme, 5 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 1 aprile 2020

Omelia per la festa di san Benedetto

26 ottobre 2019, il Padre Abate di Le Barroux celebra il 25mo di professione monastica.
Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli, che assistete a questa Messa di san Benedetto rispettando le consegne di sanità pubblica, ma che ci potete ascoltare grazie alla messa in onda (sembra che attraverso le onde il coronavirus non si trasmetta…).
Il coronavirus ci ha allontanato gli uni dagli altri. Le misure di confinamento impediscono ai cristiani di assistere fisicamente alla Messa. Tali misure hanno fatto, e fanno ancora, digrignare i denti di molti. Ma il buon zelo al quale san Benedetto invita i monaci e i cristiani, non potrebbe aprirci gli occhi su un’altra misura che Dio ha preso per curare e salvare l’unità del genere umano?
Sì, Dio – e san Benedetto – con una saggezza che vede più lontano, più in alto, hanno preso delle misure di spaziamento, che sant’Agostino chiama la distanza della carità.
Vi propongo due esempi delle misure prese da Dio, misure di spaziamento per salvaguardare l’unità.
La prima misura è l’abito dato da Dio dopo il peccato originale. Adamo ed Eva erano all’origine nudi e non ne provavano vergogna. Erano nudi, ovvero erano vicinissimi, di una prossimità perfetta, di un’unità impeccabile. Non provavano vergogna perché si rispettavano mutualmente senza mai abbassare l’altro allo stato di strumento. Il peccato originale ha fatto entrare la lussuria nel cuore dell’uomo, e Adamo ed Eva hanno sperimentato questa lussuria, dunque questo disprezzo, nei loro cuori e nello sguardo dell’altro. E Dio ha dato loro un abito, una maschera per la loro nudità, per guarire lo sguardo e il cuore. La distanza che Yahweh ha posto fra Adamo ed Eva mediante gli abiti è uno dei primi sacramentali della storia della salvezza, e di salvaguardia dell’unità del genere umano. Poiché in tal modo Adamo ed Eva hanno potuto rimanere uniti. Meno di prima, ma comunque uniti, di un’unità reale.
Secondo esempio: la torre di Babele. Conoscete bene l’episodio. Malgrado le messe in guardia di Dio, le minacce, malgrado la grazia che non manca mai, gli uomini si sono spinti sempre più nel male. Sono stati pertinaci nel loro orgoglio di volere raggiungere il cielo con le proprie industrie. Hanno iniziato a costruire qualcosa di enorme, una torre altissima. Un mostro di mattoni e di bitume che non sarebbe stato in grado – lo sospetto – di non precipitare un giorno o l’altro sotto il proprio peso, e di schiacciare i poveri operai. Dio ha quindi separato gli uomini mescolando le lingue. Dio ha posto della distanza fra gli uomini mediante la distinzione delle lingue, al fine di lottare contro l’orgoglio umano, che trasforma i deboli in schiavi. Così sono nate le nazioni. È creando le nazioni che Dio ha potuto mantenere gli uomini nell’umiltà, ma anche in una certa unità, un’unità fatta di più unità più piccole.
Per la sua conoscenza delle Sacre Scritture, della parola di Dio, per la sua esperienza monastica – l’eredità monastica e la sua propria esperienza –, san Benedetto ha seguito lo stesso percorso di Dio. San Benedetto pone della distanza fra i monaci, con il fine preciso di unirli.
Dunque, come fa?
Per il grado in comunità. Mai due fratelli sono al medesimo rango. Basta che uno sia entrato tre secondi prima di un altro, ed egli ha un grado superiore. Questo grado di comunità riguarda tutto il rispetto che si deve avere gli uni per gli altri: il rispetto per gli anziani e l’affetto per i più giovani. L’esperienza mostra che quando la familiarità conquista una comunità, l’unità ne esce indebolita. Il rispetto gli uni degli altri pone una certa distanza fra noi, ma unisce profondamente i cuori nella dignità di figli di Dio.
Ancor più, san Benedetto pone della distanza per mezzo dell’obbedienza. Ciascuno al suo posto. Come sarebbe piacevole che ogni decisione fosse presa in un consenso dialogico! Ma lo tsunami di opinioni e reazioni folli sul coronavirus, che vediamo sui social network, mostra che è il contrario ad accadere. L’obbedienza pone della distanza fra coloro che obbediscono e quanti comandano. Ma molto profondamente, l’obbedienza è un grande, uno dei maggiori fattori d’unità, con la ragione, dopo la ragione.
E per finire, il silenzio. Sì, il silenzio – non il mutismo – è un grande fattore d’unità. Anzitutto perché, nel silenzio, la coscienza si può elevare verso le verità più elevate e universali, e così verso Dio il Padre, il Creatore, il Figlio Salvatore, e verso lo Spirito Santo, unione del Padre e del Figlio. E perché dal silenzio può anche sgorgare una parola profonda, una parola di carità e quindi d’unità.
Miei cari Fratelli, cari Fedeli, consentiamo a questo distanziamento provvisorio come a un tempo di purificazione. Questo tempo di distanziamento ha certamente come fine diretto di lottare contro la propagazione del virus. Ma con il buon zelo, noi possiamo vedere questo distanziamento come un segno, come un sacramentale di purificazione.
E pensiamo agli altri, pensiamo, preghiamo soprattutto per tutti quello che sono sul fronte e che sono in prima linea per curare le povere persone ammalate. Preghiamo per quelli che soffrono, per quanti sono in ospedale – penso ai famigliari dei monaci all’ospedale, perché vicino a noi ci sono persone gravemente colpite dal coronavirus –, e preghiamo soprattutto per coloro che muoiono.
Senza rumore, nell’obbedienza e nel rispetto. Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia nella festa di san Benedetto, 21 marzo 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 28 marzo 2020

Il significato della Quaresima

Secondo un’antica tradizione monastica, il Mercoledì delle Ceneri, dopo l’ufficio di Nona, i monaci si recano nella sala capitolare per ascoltare ancora una volta il capitolo 49 della Regola di san Benedetto, intitolato “La Quaresima dei monaci”. Tale capitolo inizia in maniera alquanto sorprendente: “Anche se è vero che la vita del monaco deve avere sempre un carattere quaresimale, visto che questa virtù è soltanto di pochi, insistiamo particolarmente perché almeno durante la Quaresima ognuno vigili con gran fervore sulla purezza della propria vita, profittando di quei santi giorni per cancellare tutte le negligenze degli altri periodi dell’anno”.
Mentre per la grande maggioranza dei cristiani la Quaresima è sinonimo di penitenza, per san Benedetto è un tempo da vivere in piena purezza, conformemente alla vocazione di ciascuno. È dunque un periodo durante il quale ci sforziamo di vivere quali degni figli e figlie di Dio, e che ci conduce, in occasione della veglia pasquale, a rinnovare le nostre promesse battesimali.
La breve esortazione del Nostro Santo Padre Benedetto descrive la Quaresima come un allenamento alla santità, non come una parentesi nella nostra vita abituale. Perché la santa Quaresima rimane un tempo di conversione in profondità, un tempo per cambiare i nostri cuori, per perdere le cattive abitudini e acquisirne delle buone. È una battaglia della virtù, qualità dell’anima acquisita mediante atti concreti e volontari. Nelle sue Confessioni, sant’Agostino confessa che la sua battaglia più rude, nella scelta decisiva di Dio, fu quella relativa alle cattive abitudini. In effetti, una catena, una corda, un luogo fosse pure il più debole, lo tratteneva nelle braccia paludose delle cose terrestri. Ma la grazia era là, e al momento opportuno egli fece la scelta che decise della sua eternità nonché, in una certa misura, dell’avvenire della cristianità. Non lo rimpianse mai.
Nel suo libro Désir et unité – un’opera che vi raccomando vivamente – il Padre Abate di Lagrasse cita sant’Agostino:
“Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure, amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, dov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio”.
Non abbiamo nulla di enorme da perdere convertendoci a Dio; al contrario, in Lui riceviamo tutto al centuplo. La Quaresima è veramente un tempo di grazia, un tempo da vivere quali figli e figlie di Dio, un cammino di luce che ci dirige verso la gioia senza fine.
La Quaresima, dice san Benedetto, è anche un tempo di riparazione delle negligenze. Egli pensa anzitutto alle nostre negligenze personali, alle nostre colpe, che dobbiamo espiare e riparare in ragione della maestà di Dio. Ma in san Benedetto la vita cristiana è maggiormente una partecipazione alle sofferenze di Cristo, del Cristo che ha sofferto e che è morto a causa dei nostri peccati. Nostro Signore è l’autentico Agnello di Dio, che toglie i peccati e che continua a espiare per le sue membra, che noi siamo. E Dio sa che il peccato abbonda! “Penitenza!”, ha detto la Vergine Maria a Lourdes e a Fatima. “Penitenza!”, ripete san Benedetto. Perché Dio è gravemente offeso.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 173, 19 marzo 2020, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 18 marzo 2020

Rendimento di grazie per i quarant’anni di un monastero benedettino

Estate 2017: S.Em. card. Robert Sarah in visita alle monache del Barroux.
Cari amici,
Lo scorso 30 ottobre, in occasione della Messa solenne d’azione di grazie che celebrava per i quarant’anni della nostra comunità, il nostro Padre Abate Dom Louis-Marie ha pronunciato una memorabile omelia, evocando meravigliosamente i doni ricevuti nella nostra culla, nel 1979. Mi pare che il richiamo di tali misericordie divine possa costituire per ciascuno una rassicurazione, quasi una risposta all’angoscia attuale della Chiesa.
“Quarant’anni fa, proprio in questo giorno, la vostra comunità era in una piccola culla. Una piccolissima comunità appena nata: una monaca e quattro postulanti. Una comunità fragile, fragile come un bambino che non saprebbe vivere senza le cure paterne e materne. Fragile, certo, ma già forte, perché la forza di una comunità cristiana non viene anzitutto da ciò che può fare, ma da ciò che il Signore fa e dona”.
A fianco della nostra fondatrice, Madre Élisabeth, Dio ci ha dato un fondatore, Dom Gérard. “È cosa buona ricordare oggi i tre pilastri che Dom Gérard ci ha voluto trasmettere in un contesto ecclesiale rivoluzionario. Questi tre pilastri sono: una filosofia realista, tomista; le osservanze monastiche fedeli ai ‘nostri fondatori’, il Padre Muard, Dom Romain Banquet e Madre Marie Cronier; e la santa liturgia tradizionale. Mediante questa eredità, Dom Gérard cantava la gloria di Dio, che si manifesta nel mistero della realtà dell’essere, nella santità della virtù e nel carattere eminentemente sacro del rito antico”.
Questi pilastri non sono dei reperti di museo. Verità, osservanze monastiche e santa liturgia abbeverano le nostre anime come una fonte d’acqua viva. Esservi fedeli non esclude gli adattamenti, necessari per salvaguardare lo spirito di san Benedetto in un mondo che cambia. “Ma Dom Gérard usava con parsimonia questi adattamenti, per una ragione che l’ideologia libertaria ha dimenticato o rigetta con orgoglio: vero è che la natura umana non cambia, non cambierà mai. Si sente dire spesso, come un ritornello: ‘Ah, la gioventù è così, oppure è così, e non può obbedire come prima; occorre adattarsi alla gioventù’. È vero che se la barbarie ha fatto – e fa ancora – delle devastazioni nelle anime, se il peccato le ferisce, ciò non costituisce una novità. I salmi lo gridano. Ma nella loro natura, le anime non cambiano. E gli strumenti sacri per andare a Dio, per seguire Cristo nella gloria di Dio, non cambiano”.
Dom Gérard ci ha trasmesso la sua forte devozione per gli angeli custodi. Così ha proseguito Dom Louis-Marie: “Gli angeli erano là. È una Messa dei santi angeli custodi che fu celebrata quarant’anni fa, esattamente la medesima di oggi. Oggi forse con un po’ più di dispiegamento del sacro… Gli angeli erano là, inclinati sulla culla della vostra comunità e – come a Natale – cantavano la gloria di Dio e la salvezza delle anime”. Gli angeli non soltanto cantano, essi custodiscono e proteggono! “Proteggono, sì. Questa piccola comunità aveva bisogno di essere protetta, e adesso che è diventata più grande – a 40 anni si può dire di essere grandi! –, ebbene, questa comunità ne ha sempre bisogno. Nel 1986 Dom Gérard aveva pronunciato solennemente un atto di consacrazione alla Vergine, vostra santa patrona, supplicandola di proteggere i nostri monasteri: che l’eresia e lo spirito scismatico si frantumassero contro le mura della clausura. È una preghiera sempre attuale, oh quanto attuale, e noi supplichiamo gli angeli di custodirci, di proteggerci”.
Dom Louis-Marie ha evocato soprattutto la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nella culla della fondazione. “Lui che è così lontano, il più lontano mai raggiunto da qualsiasi essere creato. Lui che con il Padre e lo Spirito Santo è un solo Dio infinitamente felice, lui che non ha bisogno di nulla. Eppure, lui che è così vicino: Interior intimo meo (‘più dentro in me della mia parte più interna’: sant’Agostino, Confessioni, III, VI, 11). Lui che si è fatto uomo e che dona la sua carne e il suo sangue in cibo perché viviamo di lui. […] Egli è la testa del corpo della vostra comunità, l’autentico Sposo, più vero di qualunque altro sposo sulla terra. È l’autentico Sposo di ciascuna fra di voi e della vostra comunità nella sua bella unità. E dona la vita. Dona la vita come nessun altro la può donare”.
Così concludeva il nostro Padre Abate: “Che la Vergine Maria, che è la santa patrona di questa comunità, che è regina di questa comunità, che è madre – ancor più madre che regina –, possa accompagnarvi affinché siate veramente fedeli alla vocazione che avete ricevuto… nella vostra culla”.
Dopo le celebrazioni festive, cari amici, ecco giunto il tempo favorevole della Quaresima. Stringiamo forti le armi della preghiera e della penitenza, operiamo con gioia per la nostra Madre la santa Chiesa, cui dobbiamo tanto. Santa Quaresima!

[Madre Placide Devillers O.S.B., Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation, Le Barroux, La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 114, 26 febbraio 2020, pp. 1-3, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 17 marzo 2020

Messa conventuale in diretta dall’abbazia del Barroux

Nel presente periodo di emergenza sanitaria, i monaci dell’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux hanno assunto l’iniziativa di mettere a disposizione dei fedeli impossibilitati a recarsi alla Messa, la diretta video quotidiana della Messa conventuale, che si svolge alle ore 9:30 nei giorni feriali e alle ore 10 nei giorni festivi. La diretta video della Messa è accessibile tramite questa pagina, e ha inizio al termine dell’Ora Terza.

Ricordiamo inoltre che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dell’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).

A tale proposito ricordiamo altresì che per quanti desiderano seguire gli uffici monastici, nel corso degli anni abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. Sin qui è possibile accedere al fascicolo con il testo della Compieta monastica, dei Vespri domenicali, dell’Ora Terza settimanale, dell’Ora Sesta settimanale, dell’Ora Nona settimanale, delle Lodi domenicali (fuori del tempo pasquale) e delle Lodi domenicali (nel tempo pasquale).

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