lunedì 23 gennaio 2023

Della priorità di Dio e della liturgia divina

Nihil Operi Dei praeponatur
, nulla si anteponga al culto divino. Con queste parole san Benedetto, nella sua Regola (43,3), ha stabilito la priorità assoluta del Culto divino rispetto a ogni altro compito della vita monastica. Questo, anche nella vita monastica, non risultava immediatamente scontato, perché per i monaci era compito essenziale anche il lavoro nell’agricoltura e nella scienza. Sia nell’agricoltura come anche nell’artigianato e nel lavoro di formazione potevano certo esserci delle urgenze temporali che potevano apparire più importanti della liturgia. Di fronte a tutto questo Benedetto, con la priorità assegnata alla liturgia, mette inequivocabilmente in rilievo la priorità di Dio stesso nella nostra vita: «All’ora dell’Ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine» (43,1).
Nella coscienza degli uomini di oggi, le cose di Dio e con ciò la liturgia non appaiono affatto urgenti. C’è urgenza per ogni cosa possibile. La cosa di Dio non sembra mai essere urgente. Ora, si potrebbe affermare che la vita monastica è in ogni caso qualcosa di diverso dalla vita degli uomini nel mondo, e questo è senz’altro giusto. E tuttavia la priorità di Dio che abbiamo dimenticato vale per tutti. Se Dio non è più importante, si spostano i criteri per stabilire quel che è importante. L’uomo, nell’accantonare Dio, sottomette se stesso a delle costrizioni che lo rendono schiavo di forze materiali e che così sono opposte alla sua dignità.
Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò a mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio. In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia. Tutto questo mi portò a dedicarmi al tema della liturgia più ampiamente che in passato perché sapevo che il vero rinnovamento della liturgia è una condizione fondamentale per il rinnovamento della Chiesa. Sulla base di questa convinzione sono nati gli studi che sono raccolti nel presente volume XI dell’Opera Omnia. Ma al fondo, pur con tutte le differenze, l’essenza della liturgia in Oriente e Occidente è unica e la medesima. E così spero che questo libro possa aiutare anche i cristiani di Russia a comprendere in modo nuovo e meglio il grande regalo che ci è donato nella Santa Liturgia.

[Benedetto XVI (1927-2022), Prefazione all’edizione in lingua russa del vol. XI, Teologia della liturgia, dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Il testo venne portato a termine l’11 luglio 2015, festa di san Benedetto. Trascritto da Idem, Che cos'è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale, Mondadori, Milano 2023, pp. 44-45]

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giovedì 5 gennaio 2023

Storia di un’amicizia... benedettina

Quando penso a Benedetto XVI mi vengono allo spirito spontaneamente due versetti dell’epistola di san Paolo agli Efesini, quelli che evocano la capacità di “comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza”.
Benedetto XVI è stato grande nella sua carità, quindi vorrei raccontarvi la storia di amicizia tra questo grande uomo e la nostra comunità.
La prima menzione del nome di Ratzinger nelle nostre cronache fu fatta in occasione di una conferenza svolta da Jean Madiran al noviziato, il 22 settembre 1984, su un documento del cardinale sulla teologia della liberazione e le sue radici marxiste. Questo intervento è stato considerato a tal punto importante dai monaci da essere annotato. Da quella data, il nome del cardinale ricorre più e più volte nella storia della comunità.
Solo tre mesi dopo, infatti, Dom Gérard fu convocato dal cardinale Ratzinger, che lo accolse con grande benevolenza, manifestandogli il suo fermo desiderio che la situazione canonica delle comunità tradizionali fosse migliorata.
Non posso fare a meno di notare che fu lui a prendere l’iniziativa: abbiamo solo risposto alla sua chiamata. Ciò che mette il cardinale dalla parte di Dio, la cui Provvidenza ha sempre l’iniziativa.
Ed è certo che egli ha lavorato con tutte le sue forze per evitare la rottura tra Roma e il mondo tradizionalista. Ha ricevuto mons. Lefebvre in molte occasioni e ha redatto gli accordi del maggio 1988.
Quando mons. Lefebvre ritirò la firma di questo accordo, fu ancora il cardinale Ratzinger che, durante un’udienza privata con Papa Giovanni Paolo II, ottenne che la Santa Sede concedesse alle comunità che desideravano rimanere unite a Roma (compresa la nostra) l’uso, in privato e in pubblico, dei libri liturgici in vigore nel 1962, per i membri delle comunità e quanti frequentavano le loro case.
Furono inoltre ammessi la possibilità di fare appello a un vescovo per conferire gli ordini, il diritto per i fedeli di ricevere i sacramenti secondo i libri del 1962 e la possibilità di sviluppare lo slancio pastorale attraverso opere di apostolato, conservando i ministeri attualmente assunti (motu proprio Ecclesia Dei).
Con questo testo giuridico decisivo, il cardinale Ratzinger è diventato membro fondatore delle nostre comunità, una delle cui ragioni di esistenza è la celebrazione della liturgia secondo i libri antichi.
Gli atti di amicizia non si sono fermati nel 1988. Andando oltre il quadro canonico, il cardinale Ratzinger ha accettato di scrivere una lettera d’introduzione alla riedizione del messale tradizionale per i fedeli, che ha fatto digrignare alcuni denti episcopali francesi e ha scatenato una tempesta mediatica a causa della traduzione di una delle preghiere del Venerdì Santo.
Papa Benedetto XVI risolverà la difficoltà dando un tono più irenico a questa preghiera fatta per il popolo ebraico, pur mantenendo l’intenzione fraterna della sua conversione.
Fu ancora il cardinale Ratzinger a lavorare per un incontro tra Giovanni Paolo II e la comunità, che ebbe luogo nel settembre 1990 e durante il quale Dom Gérard poté fare conoscere le difficoltà di applicazione del motu proprio Ecclesia Dei.
Il cardinale Ratzinger cercherà allora, con l’aiuto delle persone riguardate, di trovare delle soluzioni pratiche attraverso statuti specifici. Già nel 1991 il cardinale propendeva per la soluzione di un possibile ricorso da parte di tutti i fedeli ai loro vescovi per ottenere la celebrazione della messa tradizionale.
Inutile ricordare che in un successivo 7 luglio 2007, vedrà la luce un documento pacificatore di Papa Benedetto XVI (Summorum Pontificum), in vista di una pace liturgica rispettosa delle diverse aspirazioni dei fedeli.
Noto una menzione affascinante, che mostra la delicata onestà del cardinale: invitò Dom Gérard a visitare i vescovi per praticare la reciproca correzione fraterna. Sottoporre le nostre rispettose osservazioni e ascoltare le loro.
Malgrado la tempesta mediatica dovuta al Messale del Barroux, il cardinale ha accettato con gioia di fornire, ancora una volta, una prefazione alla ripubblicazione di un secondo libro di monsignor Klaus Gamber: Rivolti al Signore.
Fu anch’essa l’occasione di reazioni molto forti in Francia, poiché questo libro espone con rigore scientifico i fondamenti della celebrazione della Messa rivolta verso Oriente (simbolo di Cristo, sole nascente) piuttosto che verso i fedeli.
L’amicizia tra il cardinale e la comunità culminò nella sua visita del settembre 1995. Ci teneva nonostante resistenze di ogni tipo. Qualche autorità ecclesiastica gli aveva chiesto di non venire nelle date previste a causa della vicenda di monsignor Gaillot e delle elezioni; rinviò la sua visita di qualche mese, ma venne.
Ricordo molto bene la sua visita. Giovane novizio, mi trovai faccia a faccia con lui e il suo segretario, monsignor Josef Clemens. Arrivarono da Roma in auto (il loro aereo era stato cancellato a causa di uno sciopero) e si riposavano un po’ seduti su un baule.
Ho conservato un ricordo indimenticabile della sua accoglienza ufficiale nell’abbaziale: processione, canto e preghiera, e in conclusione una benedizione pontificale. Le sue esortazioni erano tutte incentrate sulla vita interiore, così vitale per la vita della Chiesa.
Al termine della Messa, si è immerso nella folla e dopo il pranzo coronato dalle acclamazioni carolingie, ha avuto un incontro con i sacerdoti diocesani che lo hanno assalito con le loro domande. La sua parola d’ordine era, come dubitarne, soprannaturale: pazienza e preghiera. Penso che sia ancora di attualità.
Nel 1998, in occasione del decimo anniversario del motu proprio Ecclesia Dei, presiedette un convegno a Roma, non esitando a dire che le difficoltà per la sua applicazione erano dovute a un’errata comprensione dei testi del Concilio Vaticano II, ma che non si doveva perdere la pazienza e soprattutto occorreva mantenere la fiducia attingendo dalla liturgia la forza necessaria per una testimonianza di fedeltà cattolica.
In occasione della morte di Dom Gérard, inviò una lettera molto toccante in cui si è rivelata la sua amicizia. Ha ricordato che Dom Gerard aveva trascorso “la maggior parte della sua vita rivolto verso il Signore, lodando Dio e guidando i suoi fratelli nella preghiera”.
Rendeva grazie “per l’attenzione di Dom Gérard alla bellezza della liturgia latina, chiamata ad essere sempre più fonte di comunione e di unione nella Chiesa”.
Passando a ricordi più personali, ecco il resoconto di alcuni incontri.
Dopo la mia elezione, nel 2004, sono andato a presentarmi al cardinale, che mi ha ricevuto con immensa benevolenza. Nonostante la mia giovinezza, l’inesperienza e le mie domande bizzarre, non mi ha mostrato altro che rispetto e incoraggiamento.
L’ho rivisto quando era Papa, durante un’udienza generale: è stato molto simpatico, perché l’ufficiale che doveva presentarmi ha perso tempo a cercare il mio nome sulla lista e Papa Benedetto XVI lo ha preceduto chiamandomi “il padre abate del Barroux”, arrotondando la “r” in stile germanico.
Poi mi chiese notizie delle monache, della comunità, di Dom Gérard, il suo “grande amico”. La sua gioia era di una sincerità contagiosa, e in sua presenza ci si dimenticava dei fotografi.
L’ho incontrato un’ultima volta al Mater Ecclesiae. Era molto lucido. Nella conversazione, non una parola di troppo, ma un pensiero diretto espresso chiaramente. Ciò che mi ha colpito di più in quest’ultimo colloquio è stata la purezza del suo animo. Avvicinandomi a lui, mi sentivo come se stessi scaricando tutte le mie preoccupazioni ed entrando nella luce. Ricordo ancora il suo gesto di benvenuto.
Per la Chiesa, Benedetto XVI rimarrà una pietra angolare ben inserita nella Casa del Signore, la Domus Domini. Da diversi anni, mi appoggio sulle sue udienze generali per tenere conferenze spirituali il primo venerdì del mese. C’è sempre una dottrina sicura, radicata e molto attuale.
Un padre mi ha ricordato che è stato, come teologo, un grande artigiano, prima del Concilio, del rinnovamento degli studi teologici, attraverso il ritorno ai Padri della Chiesa e ai grandi scolastici. Durante il Concilio, don Joseph Ratzinger si è battuto per un rinnovamento della teologia fondamentale, specialmente sul tema della Rivelazione e del rapporto tra Scrittura e Tradizione.
Dopo il Concilio, ha adottato un atteggiamento più difensivo contro le derive legate alla rivoluzione del maggio ‘68. Con la fiducia di san Paolo VI e soprattutto di san Giovanni Paolo II, egli ha contribuito a una serie di documenti magisteriali, dando un’interpretazione chiarificatrice dei testi del Concilio Vaticano II.
La storica intervista a Vittorio Messori, Rapporto sulla fede, e il discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, hanno fatto la storia.
Infine, credo che saremo tutti unanimemente d’accordo nel salutare la sua luminosa umiltà unita a un bel coraggio: dopo la pubblicazione della Dominus Jesus, le reazioni violentissime, lungi dallo spaventarlo, lo avevano rafforzato nell’urgenza di questo tipo di richiamo.
Fu anche uno dei primi ad avviare la lotta contro gli abusi, prova della sua lucidità. Infine, concludo ricordando la profondità della sua dottrina fondata sul rapporto tra fede e ragione, sull’“‘ermeneutica della riforma’, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato”.
Ha avuto la saggezza di proporre alla Chiesa di puntare tutto sul solido fondamento delle virtù teologali con le sue tre encicliche: Deus caritas est, Spe salvi e l’ultima che ha fatto firmare dal suo successore, Papa Francesco, Lumen Fidei.
Che Dio si degni di accoglierlo nella sua pace e nella sua luce! Che egli preghi per noi e ci benedica dall’alto del cielo!

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, “Histoire d’une amitié... bénédictine”, L’Homme Nouveau, 4 gennaio 2023, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 7 dicembre 2022

L come lavoro - San Benedetto per tutti / 17

Ora et labora
... Per lavoro qui s’intende tutta quella parte della vita monastica diversa dalla preghiera (liturgica o privata) e dalla lectio divina. La visione benedettina del lavoro permette al monaco di viverlo nella gioia, una gioia anzitutto soprannaturale, beninteso. Vediamone le ragioni: conoscerle meglio potrà aiutarvi a impregnarne il vostro lavoro.
Gioia di fare la volontà di Dio e così contribuire alla sua gloria. Il lavoro è infatti parte integrante del piano di Dio per luomo, sia prima che dopo il peccato originale. Il monaco sa dunque che lavorando compie così la volontà di Dio, tanto più che non sceglie il proprio lavoro, ma lo riceve umilmente dall’abate, rappresentante di Cristo.
Gioia di un lavoro ben fatto. Perché non si può degnamente pretendere di lavorare per la gloria di Dio senza che la qualità del lavoro ne risenta. Gioia di rendere fecondi i talenti che Dio ci ha donato, di metterli al servizio degli altri e contribuire così al bene comune della comunità. Gioia di poter fare l’elemosina grazie al frutto del nostro lavoro.
Gioia di fare umilmente lavori spesso nascosti, senza prendersi sul serio, secondo questa raccomandazione dello stesso Nostro Signore: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’” (Lc 17,10).
Gioia di unire a volte il nostro dolore a quello di Cristo. Quando il nostro lavoro assume un aspetto doloroso, ricordiamoci che Nostro Signore era un falegname e non una persona che viveva di rendite! Gioia, infine, di sapere che un lavoro così compiuto ci unisce veramente a Dio, poiché è già di per sé una vera preghiera.
Buon lavoro a tutti in una rinnovata gioia!
La prossima volta, Z come zelo.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, dell’Abbazia Sainte-Marie de la Garde, n. 42, 6 dicembre 2022, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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domenica 27 novembre 2022

Ordo Divini Officii 2023

Domenica 27 novembre 2022 è iniziato il Tempo dell’Avvento ed è perciò entrato in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che può essere ascoltato in diretta – e seguire il calendario liturgico nella forma extraordinaria del Rito romano in uso presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo Divini Officii 2023.

Il Tempo dAvvento

Per noi cristiani è sempre una gioia intima, quando iniziamo un nuovo anno liturgico. La nostra madre Chiesa ci tende caritatevolmente la mano e ci vuole guidare durante un anno santo, farci vivere un anno di vita divina. Nuovamente il Cristo mistico vuole crescere nelle sue membra, fare circolare nel suo corpo, che è la Chiesa, la corrente di vita divina. Questo è il fine di tutta la liturgia.

L’anno liturgico non ci vuole parlare del passato, ma del presente. Esso non intende offrirci della storia, ma della realtà. Non ci vuole raccontare fatti trascorsi, quanto invece donarci la vita divina e svilupparla in noi.

Durante l’Avvento, sospiriamo con l’ardore dei giusti dell’Antico Testamento dopo la venuta del Salvatore; a Natale, gioiremo della sua nascita e per essa dell’acquisita redenzione; dopo l’Epifania, cercheremo di estendere il regno di Dio in noi e attorno a noi.

[Dom Pius Parsch C.R.S.A. (1884-1954), cit. da Le Guide dans l’anné liturgique, in Missel quotidien complet pour la forme extraordinaire du rite romain, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2013, p. 3, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]


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lunedì 10 ottobre 2022

Omelia in occasione del 40° anniversario di Notre-Dame de Chrétienté

[Sabato 8 maggio 2022, presso la chiesa di Saint-Roch a Parigi, alla presenza di circa 900 fedeli, si è svolta una Messa pontificale celebrata da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., padre abate dell’abbazia Sainte-Madeleine du Barroux, per commemorare i 40 anni dell’associazione Notre-Dame de Chrétienté, organizzatrice dell’annuale Pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres. Qui di seguito lomelia di Dom Louis-Marie (trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.).]

Reverendi Padri Abati,
Signor Cappellano,
Signor Presidente,
Cari Amici di Notre-Dame de Chrétienté,

La Provvidenza è stata così gentile da fare celebrare a un padre abate benedettino la santa Messa per solennizzare i quarant’anni dell’associazione Notre-Dame de Chrétienté. Permettetemi dunque di salutare – da lontano per la distanza, ma da molto vicino con il cuore – Sua Eminenza il cardinale Robert Sarah, che ha preferito rinunciare a celebrare questa Messa per ragioni diplomatiche.
È dunque un benedettino che è qui, a duplice titolo: come superiore di una comunità fondata, mezzo secolo fa, sulla celebrazione della sacra liturgia secondo gli antichi libri liturgici, e come successore di Dom Gérard, che vi saluta dal cielo. Il fondatore dell’abbazia di Sainte-Madeleine è stato sin dall’inizio un ardente sostenitore del pellegrinaggio, incoraggiando i laici che furono all’origine di quest’opera audace e – va detto – di reazione contro l’apostasia generalizzata di una società impazzita.
Dopo quarant’anni di fedeltà, di lotta, di prove, di lacrime, quarant’anni di ammirevole generosità da parte di tanti cattolici, di tanti laici e sacerdoti, dopo quarant’anni di fatica, di croci, ma anche di gioia e di speranza, quale bilancio possiamo fare?
In quanto monaco benedettino, permettetemi di trasmettervi alcune esortazioni di san Benedetto indirizzate al padre abate. Perché il padre abate?
Perché tutti voi qui presenti, che avete una certa responsabilità nel pellegrinaggio, partecipate alla grazia di Cristo capo.
Sì, lei, signor Presidente, e tutti voi, suoi collaboratori, fino ai capi dei capitoli e tutti i “decani” (cfr. Regola, cap. 21), come li chiama san Benedetto. Sì, tutti voi, ognuno al suo posto, senza clericalismo e senza alcun anticlericalismo, siete parte di questa grande opera al servizio della gloria di Dio e della salvezza delle anime.
La prima esortazione è di ricordare il nome che portate (cfr. Regola, cap. 2, 1-2).
Per san Benedetto, questo è molto importante. Perché per quest’uomo imbevuto di Sacra Scrittura, il nome è una chiara identità. Il nome è anche una missione. “Nostra Signora della Cristianità”: questo è il vostro nome. Nostra Signora, colei che è stata scelta da Dio. Un nome è una vocazione, una chiamata, un amore di preferenza. Sì! Siate certi che Dio ha puntato il suo dito su di voi, e ha detto: “Tu! Vieni e seguimi su questa strada. Vieni dietro di me in una vicinanza interiore fatta di grazia, nel dono dello Spirito Santo e d’inabitazione interiore”.
Nostra Signora della Cristianità: ecco la vostra missione. Una missione che può apparire al di là di ogni speranza umana e che in una certa misura è destinata al fallimento, a tal punto il rapporto di forze è ineguale. Ma cosa posso dirvi? Solo che è il vostro nome, la vostra missione, quindi è la vostra ragion d’essere: lavorare per stabilire il letto temporale del fiume spirituale. Non abbiate paura e soprattutto non scoraggiatevi mai. Ci sono voluti sei secoli a san Benedetto per coprire l’Europa con un manto bianco di monasteri di monaci e monache. E non era peraltro il suo progetto. Ma, cercando veramente Dio, ha “avviato un processo”, come dice Papa Francesco.
Nostra Signora della Cristianità è un nome, è una missione, è un inizio. Dopo 40 anni di esistenza, la vostra missione è appena iniziata.
La seconda esortazione che vi trasmetto di san Benedetto all’abate è di insegnare ai figli con la sana dottrina e l’esempio (cfr. Regola, cap. 2, 11-12). Più con l’esempio che con la dottrina, certo, ma mai senza di essa.
Accogliete questa esortazione con fierezza, perché per 40 anni, indipendentemente dai presidenti, dai cappellani, questa preoccupazione dottrinale è sempre stata cruciale. Con un’ovvia preoccupazione per l’adattamento, ma senza mitigazione o debolezza.
Alcuni potrebbero essersi chiesti se un pellegrinaggio fosse il luogo ideale per l’insegnamento. Don Coiffet si era posto la domanda e la risposta era venuta naturalmente: sì, e soprattutto nel nostro tempo che vede una grande crisi della fede. Ciò che è in gioco, soprattutto oggi, non è solo la conoscenza. È vero che anche i cristiani ignorano i misteri più basilari della fede: la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, la presenza reale nell’eucaristia, la natura sacrificale della santa Messa.
Ma il male non è più profondo? Santa Bernadette di Lourdes ignorava molti punti della dottrina, ma aveva la fede, aveva questa virtù soprannaturale dell’obbedienza dell’intelligenza a una rivelazione, a una verità trascendente, che viene da Dio e che è trasmessa da Dio attraverso la Chiesa. Il dramma va così lontano perché non solo le anime non sanno più dove trovare la luce, ma arrivano al punto di pensare che non ci sia luce autentica proveniente dall’alto. Il mondo moderno non è solo un’apostasia della vita interiore, è anche un rifiuto della trascendenza. Le sintesi sinodali mostrano fino a che punto anche i cristiani impegnati hanno perso non solo la fede, ma il senso della fede.
Quindi, sì, è importante e urgente dare, durante questi incontri di giovani, il gusto per la dottrina, il senso della fede. Sì, è della massima importanza dare loro la possibilità di alzare gli occhi verso la verità e – perdonatemi l’espressione – d’infilare il muso nella verità. Compelle intrare, “spingili a entrare” (Lc 14,23). A volte basta un’esperienza, uno shock sentito grazie allo splendore della verità, per aprire all’anima un cammino di conversione e d’impegno al servizio del Signore.
San Benedetto aggiunge che il buon esempio è decisivo, e vorrei salutare oggi tutti i laici che hanno dimostrato una generosità edificante nel preparare, organizzare, accompagnare, a volte adattare, il corso del pellegrinaggio. E vorrei salutare tutti i sacerdoti che camminano coraggiosamente ogni anno in mezzo al gregge per confessare, insegnare, illuminare, adattarsi a ogni situazione.  Ma soprattutto, vorrei incoraggiarvi, se necessario, a prendervi cura della sacra liturgia. Perché qual è l’esempio migliore, il segno più eloquente dello splendore della verità di una sacra liturgia? Se amiamo la liturgia celebrata secondo il messale di san Pio V, è soprattutto per il suo senso del sacro e per il rispetto dovuto a Dio.
È innegabile che molti giovani abbiano scoperto questo universo che, per loro, non è una cosa vecchia, ma una novità totale. La liturgia tradizionale non è nostalgia del passato, è l’ingresso in un mondo nuovo. Mi fermo qui perché sento che sto predicando ai convertiti.
Mi rimane una terza istruzione da trasmettervi da san Benedetto, e che rileggo due volte l’anno nel capitolo mattutino con tremore.
San Benedetto esorta l’abate a ricordare spesso che sarà responsabile di fronte al Signore nel giorno del giudizio, non solo per le proprie azioni, ma anche per quelle del suo gregge (Regola, capp. 2 e 64).
Sì, il Signore ci affida le anime. E se ognuno ha la responsabilità ultima dei propri meriti e dei propri difetti, abbiamo anche la missione di portare i fardelli gli uni degli altri (Gal 6,2). Abbiamo quindi una parte di responsabilità per la salvezza delle anime. È d’altro canto una missione generale che ogni cristiano riceve al battesimo: quella di partecipare, di prendere parte alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime.
San Benedetto parla molto spesso dei fini ultimi e dei conti che ognuno dovrà fare con il Signore per quello che ha fatto e per quello che non ha fatto. È una chiamata alla responsabilità e, per noi, a renderci conto che questo regno di Dio per il quale lavoriamo non è di questo mondo. Notre-Dame de Chrétienté, se è stata fondata per lavorare per il radicamento delle verità cristiane nella società, non deve mai dimenticare l’orizzonte eterno che è il vertice della storia.
San Benedetto specifica due punti particolari sui quali il padre abate sarà giudicato per quanto riguarda il suo ministero: la dottrina dei suoi fratelli e la loro obbedienza (Regola, cap. 2,6).
Ho già parlato della dottrina.
Ed è con le pinze che mi avvicino al tema dell’obbedienza.
Con le pinze perché i giovani cattolici in generale sono in collera. Alcuni vescovi ne sono emozionati e sorpresi. Bene, voglio dire ai giovani cattolici, a quei giovani che rimangono fedeli alla fede, alla liturgia tradizionale e alla Chiesa cattolica, che questa collera è comprensibile. Perché la collera è quella passione che Dio ha creato per aiutarci ad affrontare il male. E Dio sa quanto siete stati aggrediti.
Ma aggrappatevi alla chiamata del Signore: “Adiratevi e non peccate”, Irascimini et nolite peccare (Ef 4,26, citando Sal 4,5). Aiutiamo i giovani a mantenere la linea di cresta. Ho ancora, nell’orecchio e nel cuore, il grande grido di don Alexis Garnier: “duplice fedeltà”. Lo faccio mio oggi. È una sfida. Ma il pellegrinaggio di Notre-Dame de Chrétienté non porta forse il nome di “Pellegrinaggio di Pentecoste”, e quindi dello Spirito Santo, e quindi dei doni dello Spirito Santo che ci danno la forza di percorrere la strada giusta in condizioni estreme? Devo concludere questa omelia e lo farò suggerendovi all’orecchio un ultimo consiglio benedettino. San Benedetto dice all’abate: “Non preoccuparti troppo, mio brav’uomo, altrimenti non avrai mai riposo” (Regola, cap 64,16).
No, non ti preoccupare troppo perché sei troppo piccolo per essere responsabile di tutto.
Non ti preoccupare troppo perché il Signore è più grande di te, ed è il vero Re delle nazioni, e lo sa.
Non ti preoccupare troppo perché Maria è qui, colei che ha dato alla luce il Salvatore in una miserabile mangiatoia, colei che ha visto morire su una croce il vero Re, colei che lo ha visto risorto, colei che ha visto dei poveri uomini andare a predicare alle nazioni.
È ancora qui.
È sempre qui.
Amen.


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domenica 9 ottobre 2022

La Tradizione è la giovinezza della Chiesa

Video commemorativo per il 40mo anniversario del Pellegrinaggio Parigi-Chartres.


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domenica 31 luglio 2022

L’epopea monastica

Dom Patrice Cousin O.S.B. - Dom Philibert Schmitz O.S.B., L’épopée monastique. Précis d’histoire des moines et des moniales. Complété, corrigé et actualisé par Cyrille DevillersEditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2022, pp. 976.

Nota dell’editore

La sintesi di Dom Patrice Cousin O.S.B. (Précis d’histoire monastique, 1956) ha molti meriti. Se altri lavori gli sono succeduti, essa conserva la sua importanza e testimonia un’impressionante erudizione monastica. Al suo tempo, essa fu accolta dal mondo universitario come un’opera senza eguali, poiché molto completa e in quanto apre con la sua bibliografia ragionata ampie prospettive. Dom Patrice Cousin era d’altro canto consapevole dei limiti del suo volume:
“Amico lettore, apri questo manuale scritto per iniziarti alla storia monastica e farti seguire la curva della sua evoluzione storica. Alcuni brani e capitoli ti piaceranno; altri ti interesseranno di meno; forse addirittura vi troverai delle inesattezze e delle omissioni. Non temere di avvertire l’autore. Alla nostra epoca, le opere invecchiano rapidamente, ma precisamente rimangono vive se si può stabilire un dialogo fra l’autore e i suoi lettori”.
Sessantacinque anni dopo la pubblicazione del Précis d’histoire monastique, è a questo dialogo fruttuoso che ci siamo voluti dedicare. S’imponeva un aggiornamento complessivo del suo lavoro. Alcuni brani avevano semplicemente bisogno di essere ringiovaniti; altri (soprattutto nella storia antica) necessitavano di essere scritti nuovamente; la bibliografia necessitava di essere completata. I libri che si trovano citati non sono sempre stati utilizzati nella redazione del testo rivisto.
Sono stati adottati due metodi: sia le correzioni e i complementi sono entrati nel testo; sia il testo di Cousin è stato rispettato e vi si è aggiunto un paragrafo di correzione con altro stile tipografico.
Ciò non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di numerosi eruditi e specialisti che hanno accettato di mettere mano a quest’opera.
Ringraziamo in particolare Padre Vincent Desprez, Padre Etienne Baudry, Daniel-Odon Hurel, Eric Delaissé, Frédéric Curzawa.
La storia delle monache necessitava di essere trattata separatamente: essa è l’oggetto di una seconda parte, tratta dal tomo VII della Histoire de l’ordre de saint Benoît (1956) di Dom Philibert Schmitz O.S.B. Il testo è stato rispettato, ma è stato arricchito di appendici, da una nuova bibliografia e da commentari di Daniel-Odon Hurel.

Le Barroux, settembre 2021

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