mercoledì 29 luglio 2020

P come pazienza - San Benedetto per tutti / 14

Sarebbe stato sorprendente che san Benedetto, il quale sa perfettamente cos’è una vita di famiglia, non avesse un insegnamento da proporci a proposito di questa bella virtù! Notiamo anzitutto una differenza di punto di vista fra san Benedetto e noi. Per noi, l’orizzonte della virtù di pazienza si limita essenzialmente, se non esclusivamente, a ciò che dobbiamo sopportare del nostro prossimo. Quanto a san Benedetto, quando evoca per la prima volta la pazienza nel Prologo della Regola, citando san Paolo, egli inizia per parlarci della “pazienza [di] Dio” nei nostri confronti. Che lezione! In effetti, è bene ricordare che il primo a praticare la pazienza è proprio Dio, e siamo certi che non avremo mai così tanto da sopportare nel prossimo, rispetto a quanto diamo da sopportare a Dio. A partire da ciò, san Benedetto vuole farci fare un autentico percorso spirituale, grazie alla pazienza.
Nel capitolo 72, egli ci ricorda che la pazienza è una delle grandi note della carità. Per vivere di carità nel quotidiano, non cerchiamo quindi delle cose straordinarie, ma pratichiamo questa ingiunzione della Regola: “Sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali” (RB LXII,5). Vi è qui già materia per una carità autentica, che potrà addirittura reclamare in noi, in certe circostanze, fino all’eroismo.
Infine, per san Benedetto la pratica della pazienza deve configurarci a Nostro Signore. Quando ci dice di “non fare torti a nessuno, ma sopportare pazientemente quelli che vengono fatti a noi” (RB IV,30), non c’invita a entrare nella medesima attitudine di Cristo?
Uniamo dunque i nostri piccoli atti di pazienza alla grande pazienza di Gesù. Non inganniamoci, vi è in questo un modo assai efficace onde “partecipiamo per mezzo della pazienza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno” (RB Prologo,50).
La prossima volta, S come silenzio.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 35, 11 luglio 2020, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 10 luglio 2020

Un pensiero a proposito del rito

L’abitudine moderna di spogliare le cerimonie di ogni solennità non è una prova di umiltà; piuttosto, mostra l’incapacità del trasgressore di dimenticarsi di sé nel rito, e la sua prontezza nel rovinare agli altri il giusto piacere del rituale.

[Clive Staples Lewis (1898- 1963), A Preface to Paradise Lost, Oxford University Press, Londra 1941, p. 17]












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sabato 27 giugno 2020

Appunti di storia del monachesimo


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martedì 14 aprile 2020

Omelia per la Veglia pasquale

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli,
Quest’anno la notte di Pasqua è celebrata un po’ come nelle catacombe, ciascuno nella sua catacomba. Celebriamo questa grande festa della Resurrezione come in una tomba la cui porta non è aperta. “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”, potremmo dire con le sante donne che avevano già preparato gli unguenti. Sì, chi ci sposterà questa enorme pietra tonda che sembra non volere rotolare?
Dunque, se essa non vuole rotolare, restiamo con Gesù. Restiamo ancora un po’ di tempo ai piedi della croce e ascoltiamolo mentre ci parla. Gesù ha detto sette parole in croce, sette parole che gli evangelisti ci hanno trasmesso fedelmente. Non vi potremmo trovare, in queste parole, di che aprire la tomba dei nostri cuori? Fare rotolare la pietra, iniziare a resuscitare con Gesù. Gesù sulla croce che sta per morire è la Vita e la Resurrezione. È qualcuno che deve risorgere a morire sulla croce, ed è qualcuno che deve risorgere a parlarci.
Tali parole sono come un sole, un sole che sorge e che fa già brillare i suoi raggi. In questa notte in cui il cero pasquale – figura di Cristo – brilla, noi ci ricorderemo delle prime tre parole di Gesù.
La prima: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Gesù non intende dire che non sappiamo assolutamente quello che facciamo. Ma, ammettiamolo, non ci capita spesso di non riflettere in coscienza prima di agire? Le illusioni, i miraggi, sono frequenti nella nostra sete di vivere. San Benedetto mette in guardia i monaci citando la Scrittura: “Ci sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell'inferno” (RB 7, primo grado dell’umiltà, citando Pr 16,25). Sì, noi facciamo fatica a prendere coscienza di ciò che facciamo e delle sue conseguenze. In questa notte di Pasqua, miei cari figli e miei cari fratelli, cari fedeli, prendiamo coscienza di ciò che facciamo, sappiamo ciò che facciamo, sappiamolo alla luce di Gesù risorto.
Quanto è stato fatto dai sacerdoti di Gerusalemme e dai Romani, è stato compiuto nell’ignoranza, in un’ignoranza ben precisa. Costoro hanno ignorato, più o meno volontariamente, chi è Gesù, e hanno ignorato tutto ciò che Gesù ha fatto per loro. In questi santi giorni – ciò mi ha molto colpito – abbiamo ascoltato, anzi più che ascoltato, visto che lo abbiamo cantato con la nostra bocca: “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi, rispondimi! Popolo mio, che ti ho fatto?”. Sapere quello che facciamo, sapere che tutto ciò che facciamo raggiunge Cristo. “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi!”. E ci sia noto soprattutto cos’ha fatto Dio per noi. Facciamo memoria di ciò che Dio ha fatto per noi. È ciò che facciamo insieme questa sera: tutte le letture della veglia pasquale sono delle memorie di ciò che Dio ha fatto per noi. E se sapete rispondere a questa domanda di Gesù, è perché cominciate a risorgere. Con Gesù. La pietra comincia a rotolare. E se la risposta sgorga dal vostro cuore – “Sì, il Signore mi ha salvato dal peccato e mi ha liberato dal demonio” –, allora avete già messo un piede fuori.
Passiamo alla seconda parola: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Dom Gérard disse in un’omelia che il paradiso – ebbene – è del tutto semplicemente essere con Gesù, oggi stesso, con Lui, con Lui, con Lui. Gesù non è venuto a salvarci come potrebbe fare un mercenario, che arriva con le sue armate e poi, una volta terminato, riparte. Gesù non è venuto a compiere una missione come potrebbe fare uno stagionale. Mentre, sì, Gesù è un soldato, Egli si è battuto, suo Padre Lo ha inviato, un po’ come i nostri antenati hanno inviato i loro figli a salvare la patria in guerra. Sì, è un soldato. Sì, Gesù è venuto a lavorare nella vigna. Ma Egli è venuto soprattutto come uno sposo, per ciascuno di noi, con Lui. Ecco cosa vuol dire. Lo sposo della nostra anima, fare un solo cuore con Lui, una sola anima, non farlo che con Lui, perché Lui si è donato totalmente, e solo Lui può donarsi totalmente a noi. E Lui ha sete che ci doniamo con tutta la nostra forza, con tutto il nostro spirito e tutta la nostra anima. Chi riceve Gesù, chi riceve la sua parola, la sua volontà, chi riceve il suo corpo e il suo sangue, chi – quando prega – vuole essere con Gesù, ha già fatto un secondo passo fuori della tomba, esce, vive, comincia a vivere eternamente in paradiso.
Ed ecco la terza parola di Gesù, che ci fa uscire completamente dalla tomba. La sapete. I novizi conoscono a memoria le sette parole di Gesù in croce. Non gliele faccio recitare in pubblico perché la notte è lunga e non possiamo perdere tempo. “Donna, ecco tuo figlio”, “Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26-27).
Ebbene, questa parola è una parola ecclesiale. È la Chiesa che si forma ai piedi della croce. E cosa fa Giovanni in seguito a questa parola di Gesù? Prese Maria nella sua casa. È l’anima della Chiesa, è il corpo della Chiesa, è il senso della Chiesa, che sta prendendo forma ai piedi della croce. Chi ha il senso della Chiesa vive ed esce veramente dalla tomba.
Per concludere questa omelia, mi rivolgo a voi, cari fedeli, che ci guardate, e mi rivolgo a voi a nome di tutti i monaci. Desidero dirvi quanto vi amiamo e quanto ci mancate. Questa celebrazione della notte pasquale non ha la medesima forza senza di voi. E vi portiamo nella preghiera, la preghiera liturgica di cui siamo i primi beneficiari. Sono certo che non sia venuta a nessuno l’idea che dei monaci si privassero di qualsiasi cerimonia per spirito di solidarietà egualitaria. Al contrario, è nella celebrazione dei santi misteri che vi portiamo tutti nei nostri cuori, vi prendiamo nei nostri cuori, come san Giovanni ha preso la santissima Vergine, Madre di Dio, nella sua casa.
Fate lo stesso in famiglia, prendete nella vostra preghiera domestica tutti i vostri cari, particolarmente i membri della vostra famiglia.
La vita della Chiesa, che sgorga dal cuore di Gesù, è un fiume che sgorga così nei vostri cuori. Questa notte – mentre ciascuno è a casa sua – abbiamo il senso della Chiesa, crediamo nella comunione dei santi e viviamo in essa. Allora, sì, la pietra, la pesante pietra, ebbene, essa rotolerà anche per noi, in questa santa notte di Pasqua.
Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Messa della Veglia pasquale, 12 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 7 aprile 2020

Triduo sacro in diretta video da Le Barroux

Come abbiamo già avuto occasione di annunciare, nel presente periodo di emergenza sanitaria, i monaci dell’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux hanno assunto l’iniziativa di mettere a disposizione dei fedeli impossibilitati a recarsi alla Messa, la diretta video quotidiana della Messa conventuale, che si svolge al termine dell’Ora Terza, alle ore 9:30 nei giorni feriali e alle ore 10 nei giorni festivi.

Riportiamo di seguito gli orari delle dirette video delle celebrazioni durante l’imminente Triduo sacro, cui è possibile assistere tramite questa pagina (per gli altri orari degli uffici nel periodo del Triduo sacro, si veda invece questa pagina).

Giovedì Santo: Messa vespertina in Cena Domini, ore 17 (diretta video)
Venerdì Santo: Liturgia della Passione, ore 15 (diretta video)
Sabato Santo: Veglia pasquale, ore 22 (diretta video)

Domenica di Pasqua: Santa Messa, ore 10 (diretta video)

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lunedì 6 aprile 2020

Omelia per la Domenica delle Palme

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli, che assistete a distanza alla Messa delle Palme, nell’impossibilità di essere presenti fisicamente,
Celebriamo oggi l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. A margine del brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato (Mt 21,1-9), che i monaci conoscono bene, vi è il brano in cui è detto che alcuni Greci chiesero a Filippo d’incontrare Gesù, e Gesù diede questa risposta sorprendente: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Una risposta molto profonda, che duemila anni dopo ci stupisce ancora. Benedetto XVI ne ha fornito una spiegazione, un’interpretazione che i monaci conoscono bene. Gesù non vuole un incontro superficiale, passeggero, curioso. No, egli vuole un incontro assoluto, un dono di sé fino alla morte, perché porti un frutto eterno.
Venerdì prossimo contempleremo Gesù che porta la sua croce, e partecipando a questo grande mistero, facendo noi stessi – in questa chiesa per i monaci, e per la maggior parte dei cristiani a casa loro – la Via Crucis, ci potremo soffermare più seriamente su tre incontri di Gesù. Anzitutto quello con le donne di Gerusalemme. Queste donne, queste madri, si lamentano davanti all’uomo flagellato, incoronato di spine, sfinito, che porta la sua croce per esservi inchiodato e morire. Piangono per questa enorme sofferenza, per questo grande dolore, piangono per questa ingiustizia. E Gesù dice loro: “Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. […] Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’, e alle colline: ‘Copriteci!’. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23,28-31). In occasione di questo incontro con le donne, Gesù non si vuole fermare alle sofferenze fisiche e morali. Esiste un dolore più grande: quello del legno secco, quello del cuore indurito, del cuore egoista, del cuore che non vede più lontano dell’orizzonte terrestre e dei beni sensibili, o di chi vi si sofferma troppo. Le sofferenze fisiche non hanno che un tempo. Dio le può trasformare in gloria. Ma sfortuna ai cuori ricchi, ai cuori soddisfatti, ai cuori duri, ai cuori turbati. Perché se le sofferenze e le prove di questo mondo non hanno che un tempo, il cuore – lui – è eterno. Esiste una giustizia, la giustizia, quella di Dio. Ed è solo questa, fra tutte le giustizie, a valere per l’eternità.
Vi è poi l’incontro con Simone di Cirene. Sappiamo dalla Scrittura che è stato requisito (un po’ come gli infermieri, i medici, le infermiere). Non sappiamo esattamente quali fossero in quel momento i suoi sentimenti interiori. Ma è evidente che dovette essere per lui una prova. Se i soldati non lo avessero obbligato, non lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. È stato obbligato a farlo. E fu umiliante essere associato a questo condannato a morte orribilmente ferito, e condannato a morte per blasfemia. Ed ecco che questo giogo che gli si impone, a lui – un giudeo –, ecco che questa croce gli apre il cuore. Siamo certi che Simone di Cirene, questo giudeo greco, divenne cristiano, giacché due suoi figli erano conosciuti e facevano parte della comunità cristiana primitiva. Ciò che agli occhi di tutti, e ai suoi propri, era un fardello, è diventata una grazia, che gli ha aperto gli occhi del cuore. Stendendo le braccia con Gesù sulla croce, lui malgrado, la grazia ha sciolto il suo cuore. E ciò che ai suoi occhi sembrava un’alienazione, ha liberato il suo cuore per l’eternità, perché è stato con Cristo sotto la croce.
Infine, c’è l’incontro con Veronica. Non ce lo dice la Scrittura, ma la Tradizione. Veronica – nome che gli fu certamente dato a causa del suo gesto di mettere un velo sul volto di Cristo –, asciugandogli il viso per compassione, vide imprimersi su questo panno l’icona di Cristo, la “vera icona” – Veronica –, l’autentico ritratto di Cristo. Lei che credeva di rendere un servizio si è trovata gratificata di un dono straordinario. Inversione della situazione.
Quando serviamo il Signore con fatica – talora con pena –, quando curiamo qualcuno – talora mettendo a rischio la nostra salute –, noi diamo realmente qualcosa, ma riceviamo molto di più. Cambiamo il nostro cuore, o piuttosto è Dio a cambiare il nostro cuore e a imprimere il suo volto nella nostra anima. Ed è molto di più del nobile sentimento di avere fatto il bene; è una trasformazione interiore del cuore.
Cari Fratelli, cari Fedeli, possa questa Settimana Santa essere per noi tutti una grazia, la grazia d’incontrare Gesù che ci apra sempre più il cuore, che lo dilati – come dice san Benedetto alla fine del prologo della Regola –, al di là dell’orizzonte terrestre, al di là dei pesi delle prove, e anche al di là di tutto il bene che possiamo fare.
Amen!

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Domenica delle Palme, 5 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 1 aprile 2020

Omelia per la festa di san Benedetto

26 ottobre 2019, il Padre Abate di Le Barroux celebra il 25mo di professione monastica.
Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli, che assistete a questa Messa di san Benedetto rispettando le consegne di sanità pubblica, ma che ci potete ascoltare grazie alla messa in onda (sembra che attraverso le onde il coronavirus non si trasmetta…).
Il coronavirus ci ha allontanato gli uni dagli altri. Le misure di confinamento impediscono ai cristiani di assistere fisicamente alla Messa. Tali misure hanno fatto, e fanno ancora, digrignare i denti di molti. Ma il buon zelo al quale san Benedetto invita i monaci e i cristiani, non potrebbe aprirci gli occhi su un’altra misura che Dio ha preso per curare e salvare l’unità del genere umano?
Sì, Dio – e san Benedetto – con una saggezza che vede più lontano, più in alto, hanno preso delle misure di spaziamento, che sant’Agostino chiama la distanza della carità.
Vi propongo due esempi delle misure prese da Dio, misure di spaziamento per salvaguardare l’unità.
La prima misura è l’abito dato da Dio dopo il peccato originale. Adamo ed Eva erano all’origine nudi e non ne provavano vergogna. Erano nudi, ovvero erano vicinissimi, di una prossimità perfetta, di un’unità impeccabile. Non provavano vergogna perché si rispettavano mutualmente senza mai abbassare l’altro allo stato di strumento. Il peccato originale ha fatto entrare la lussuria nel cuore dell’uomo, e Adamo ed Eva hanno sperimentato questa lussuria, dunque questo disprezzo, nei loro cuori e nello sguardo dell’altro. E Dio ha dato loro un abito, una maschera per la loro nudità, per guarire lo sguardo e il cuore. La distanza che Yahweh ha posto fra Adamo ed Eva mediante gli abiti è uno dei primi sacramentali della storia della salvezza, e di salvaguardia dell’unità del genere umano. Poiché in tal modo Adamo ed Eva hanno potuto rimanere uniti. Meno di prima, ma comunque uniti, di un’unità reale.
Secondo esempio: la torre di Babele. Conoscete bene l’episodio. Malgrado le messe in guardia di Dio, le minacce, malgrado la grazia che non manca mai, gli uomini si sono spinti sempre più nel male. Sono stati pertinaci nel loro orgoglio di volere raggiungere il cielo con le proprie industrie. Hanno iniziato a costruire qualcosa di enorme, una torre altissima. Un mostro di mattoni e di bitume che non sarebbe stato in grado – lo sospetto – di non precipitare un giorno o l’altro sotto il proprio peso, e di schiacciare i poveri operai. Dio ha quindi separato gli uomini mescolando le lingue. Dio ha posto della distanza fra gli uomini mediante la distinzione delle lingue, al fine di lottare contro l’orgoglio umano, che trasforma i deboli in schiavi. Così sono nate le nazioni. È creando le nazioni che Dio ha potuto mantenere gli uomini nell’umiltà, ma anche in una certa unità, un’unità fatta di più unità più piccole.
Per la sua conoscenza delle Sacre Scritture, della parola di Dio, per la sua esperienza monastica – l’eredità monastica e la sua propria esperienza –, san Benedetto ha seguito lo stesso percorso di Dio. San Benedetto pone della distanza fra i monaci, con il fine preciso di unirli.
Dunque, come fa?
Per il grado in comunità. Mai due fratelli sono al medesimo rango. Basta che uno sia entrato tre secondi prima di un altro, ed egli ha un grado superiore. Questo grado di comunità riguarda tutto il rispetto che si deve avere gli uni per gli altri: il rispetto per gli anziani e l’affetto per i più giovani. L’esperienza mostra che quando la familiarità conquista una comunità, l’unità ne esce indebolita. Il rispetto gli uni degli altri pone una certa distanza fra noi, ma unisce profondamente i cuori nella dignità di figli di Dio.
Ancor più, san Benedetto pone della distanza per mezzo dell’obbedienza. Ciascuno al suo posto. Come sarebbe piacevole che ogni decisione fosse presa in un consenso dialogico! Ma lo tsunami di opinioni e reazioni folli sul coronavirus, che vediamo sui social network, mostra che è il contrario ad accadere. L’obbedienza pone della distanza fra coloro che obbediscono e quanti comandano. Ma molto profondamente, l’obbedienza è un grande, uno dei maggiori fattori d’unità, con la ragione, dopo la ragione.
E per finire, il silenzio. Sì, il silenzio – non il mutismo – è un grande fattore d’unità. Anzitutto perché, nel silenzio, la coscienza si può elevare verso le verità più elevate e universali, e così verso Dio il Padre, il Creatore, il Figlio Salvatore, e verso lo Spirito Santo, unione del Padre e del Figlio. E perché dal silenzio può anche sgorgare una parola profonda, una parola di carità e quindi d’unità.
Miei cari Fratelli, cari Fedeli, consentiamo a questo distanziamento provvisorio come a un tempo di purificazione. Questo tempo di distanziamento ha certamente come fine diretto di lottare contro la propagazione del virus. Ma con il buon zelo, noi possiamo vedere questo distanziamento come un segno, come un sacramentale di purificazione.
E pensiamo agli altri, pensiamo, preghiamo soprattutto per tutti quello che sono sul fronte e che sono in prima linea per curare le povere persone ammalate. Preghiamo per quelli che soffrono, per quanti sono in ospedale – penso ai famigliari dei monaci all’ospedale, perché vicino a noi ci sono persone gravemente colpite dal coronavirus –, e preghiamo soprattutto per coloro che muoiono.
Senza rumore, nell’obbedienza e nel rispetto. Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia nella festa di san Benedetto, 21 marzo 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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