Domenica 8 dicembre 2019 inizia il Tempo dell’Avvento ed entra perciò in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta – e seguire il calendario liturgico nella forma extraordinaria del Rito romano in uso presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo Divini Officii 2020 (il cui link permanente rimane durante l’anno anche nel menu “Liturgica” del blog Romualdica).
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sabato 23 novembre 2019
venerdì 5 luglio 2019
domenica 16 giugno 2019
Il Tempo dopo la Pentecoste
La
serie di domeniche dopo la Pentecoste – da 23 a 28, a seconda della data di
Pasqua – ci ricorda la missione della Chiesa nel mondo e l’azione santificatrice
dello Spirito Santo nelle anime. Egli ci invita senza sosta alla fedeltà, alla
fiducia in Dio e all’attesa del ritorno glorioso di Cristo.
“Le
domeniche verdi sono ricche, calme, irradianti; le epistole insegnano la vita
cristiana, la grazia battesimale, la carità; i vangeli sviluppano le parabole
del Regno. Queste domeniche ci insegnano a porre tutta la nostra vita sotto il
comando di un grande Re, alla lode della gloria della sua grazia” (Dom Gérard).
[Missel quotidien complet pour la forme extraordinaire du rite romain, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2013, p. 794, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]
Il Tempo dopo la Pentecoste
sabato 1 dicembre 2018
Ordo Divini Officii 2019
Domenica 2 dicembre 2018 inizia il Tempo dell’Avvento ed entra perciò in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta – e seguire il calendario liturgico nella forma extraordinaria del Rito romano in uso presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo Divini Officii 2019 (il cui link permanente rimane durante l’anno anche nel menu “Liturgica” del blog Romualdica).
Ordo Divini Officii 2019
mercoledì 23 maggio 2018
In un mondo di fuggitivi, chi va nella direzione opposta, sembra un disertore
[Dal 19 al 21 maggio 2018 si è svolto in Francia il 36° Pellegrinaggio di Pentecoste, che ha visto la partecipazione di oltre 12.000 pellegrini, i quali si sono recati a piedi dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi alla cattedrale Notre-Dame di Chartres, e che si è concluso il Lunedì di Pentecoste con una Messa solenne nella forma extraordinaria del Rito romano, celebrata da S.E. il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Riproduciamo di seguito la traduzione dell’omelia pronunciata dal card. Sarah a Chartres, il 21 maggio 2018 (trad. it. di sr. Bertilla Obl.S.B, dedicata a C. e L.)]
Cari pellegrini di Chartres,
«La luce è venuta nel mondo», ci ha detto Gesù nel
Vangelo di oggi, «e gli uomini hanno preferito le tenebre». E voi, cari
pellegrini, avete accolto l’unica luce che non inganna, quella di Dio? Voi
avete marciato per tre giorni, avete pregato, cantato, sofferto sotto il sole e
sotto la pioggia: avete accolto la luce nel vostro cuore? Avete realmente rinunciato alle tenebre? Avete
scelto di percorrere la strada seguendo Gesù, che è la luce del mondo?
Cari amici, permettetemi di porvi questa domanda radicale, perché se Dio non è la nostra Luce, tutto il resto diventa inutile. Senza Dio, tutto è tenebre. Dio è venuto a noi, si è fatto uomo. Ci ha rivelato l’unica verità che salva, è morto per riscattarci dal peccato. E alla Pentecoste ci ha donato lo Spirito Santo, ci ha offerto la luce della fede... ma noi preferiamo le tenebre!
Cari amici, permettetemi di porvi questa domanda radicale, perché se Dio non è la nostra Luce, tutto il resto diventa inutile. Senza Dio, tutto è tenebre. Dio è venuto a noi, si è fatto uomo. Ci ha rivelato l’unica verità che salva, è morto per riscattarci dal peccato. E alla Pentecoste ci ha donato lo Spirito Santo, ci ha offerto la luce della fede... ma noi preferiamo le tenebre!
Guardiamoci attorno! La società occidentale ha deciso di organizzarsi senza Dio. Eccola adesso consegnata alle luci appariscenti e fuorvianti della società dei consumi, del profitto a tutti i costi, dell’individualismo forsennato.
Un mondo senza Dio è un mondo di tenebre, di menzogna e di egoismo!
Senza la luce di Dio, , la società occidentale è diventata come un battello ebbro nella notte! Non ha più abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli in grembo alle loro madri, proteggerli dall’aggressione della pornografia.
Privata della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare verso la morte i malati, fare posto ai più poveri e ai più deboli. È consegnata alle tenebre della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha nient’altro da offrire che il vuoto e il nulla.
Un mondo senza Dio è un mondo di tenebre, di menzogna e di egoismo!
Senza la luce di Dio, , la società occidentale è diventata come un battello ebbro nella notte! Non ha più abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli in grembo alle loro madri, proteggerli dall’aggressione della pornografia.
Privata della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare verso la morte i malati, fare posto ai più poveri e ai più deboli. È consegnata alle tenebre della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha nient’altro da offrire che il vuoto e il nulla.
Lascia proliferare le ideologie più folli. Una
società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e
morale più virulento e più distruttore del terrorismo degli islamisti.
Ricordate che Gesù ci ha detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il
corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha
il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28).
Cari amici, perdonatemi questa descrizione, ma
bisogna essere lucidi e realisti. Se vi parlo così è perché nel mio cuore di
prete e di pastore provo compassione per tante anime smarrite, perse, tristi,
inquiete e sole.
Chi le condurrà alla luce? Chi mostrerà loro il
cammino della verità, il solo vero cammino di libertà, che è quello della
Croce? Li consegneremo senza fare nulla all’errore, al nichilismo disperato,
all’islamismo aggressivo?
Dobbiamo gridare al mondo che la nostra speranza ha
un nome: Gesù Cristo, unico salvatore del mondo e dell’umanità!
Cari pellegrini di Francia, guardate questa
cattedrale! I vostri antenati l’hanno costruita per proclamare la propria fede!
Tutto, nella sua architettura, nella struttura, le sue vetrate, dichiara la
gioia di essere salvati e amati da Dio. I vostri antenati non erano perfetti, non
erano senza peccato, ma volevano lasciare che la luce della fede illuminasse le
loro tenebre.
Anche oggi, tu popolo di Francia, svegliati, scegli
la Luce, rinuncia alle tenebre!
Come fare? Ci risponde il Vangelo: «colui che agisce secondo la Verità giunge alla Luce». Lasciamo che la luce dello Spirito Santo
illumini le nostre vite concretamente, semplicemente e fino alle parti più
intime del nostro essere più profondo. Agire secondo la verità è prima di tutto
mettere Dio al centro delle nostre vite, come la Croce è il centro di questa
cattedrale.
Fratelli, scegliamo di volgerci a Lui ogni giorno!
Assumiamo in questo istante l’impegno di prendere
ogni giorno qualche minuto di silenzio per rivolgerci a Dio e dirGli: «Signore,
regna in me! Ti offro tutta la mia vita».
Cari pellegrini, senza silenzio non c’è luce. Le
tenebre si nutrono del rumore incessante di questo mondo, che ci impedisce di
rivolgerci a Dio. Prendiamo come esempio la liturgia della Messa di oggi. Essa
ci porta all’adorazione, al timore filiale e amorevole davanti alla grandezza
di Dio. Essa culmina nella consacrazione, ove tutti insieme rivolti all’altare,
gli sguardi diretti all’ostia, verso la croce, ci comunichiamo in silenzio, nel
raccoglimento e nell’adorazione.
Fratelli, amiamo quelle liturgie che
ci fanno gustare la presenza silenziosa e trascendente di Dio, e ci rivolgono
al Signore.
Cari fratelli sacerdoti, ora mi
rivolgo a voi in particolare.
Il santo sacrificio della Messa è
il luogo in cui voi troverete la luce per il vostro ministero. Il mondo che noi
viviamo ci sollecita senza pausa. Siamo costantemente in movimento. È grande il
pericolo di scambiarci per degli “operatori sociali”. Non porteremmo più al mondo
la Luce di Dio, ma la nostra luce personale, che non è quella che attendono gli
uomini. Ciò che il mondo attende dal sacerdote è Dio e la Luce della sua Parola proclamata senza ambiguità né falsificazioni.
Dobbiamo saperci volgere verso Dio,
in una celebrazione liturgica raccolta, piena di rispetto, di silenzio e impressa di
sacralità. Non inventiamo nulla nella liturgia, riceviamo tutto da Dio e dalla
Chiesa. Non cerchiamo lo spettacolo o il successo.
La liturgia ce lo insegna: essere
preti non è prima di tutto fare molto.
È essere con il Signore sulla
Croce! La liturgia è il luogo in cui l’uomo incontra Dio faccia a faccia. È il
momento più sublime in cui Dio ci insegna a «riprodurre in noi l’immagine di suo
figlio Gesù Cristo affinché egli sia il primo di una moltitudine di fratelli» (Rm 8,29). Essa non è,
non deve essere, un’occasione di lacerazione, di lotta e di disputa.
Nella forma ordinaria del rito
romano come nella forma extraordinaria, l’essenziale è di volgerci verso la
croce, verso Cristo, nostro Oriente, nostro tutto, nostro unico orizzonte. Sia
nella forma ordinaria sia in quella extraordinaria, sappiamo sempre celebrare,
come oggi, secondo quello che insegna il Concilio Vaticano II, con una nobile
semplicità, senza sovraccarico inutile, senza estetica fittizia e teatrale, ma
con il senso del sacro, la preoccupazione principale della gloria di Dio e con
un vero spirito di figli della Chiesa di oggi e di sempre!
Cari fratelli sacerdoti,
conservate sempre questa certezza: essere con Cristo sulla Croce, è proprio
questo che il celibato sacerdotale proclama al mondo!
Il progetto, riproposto da alcuni
di separare il celibato dal sacerdozio, conferendo il sacramento dell’ordine a
degli uomini sposati, i viri probati,
per – dicono – «delle ragioni o delle necessità pastorali», avrà in realtà la
grave conseguenza di rompere definitivamente con la Tradizione apostolica.
Fabbricheremmo un sacerdozio a
nostra misura umana, ma senza perpetuare, senza prolungare il sacerdozio di
Cristo, obbediente, povero e casto. Perché in realtà il sacerdote non è
solamente un «alter Christus», un altro
Cristo, ma è veramente ipse Christus,
il Cristo stesso! Ed è perciò che, come Cristo e come la Chiesa, il sacerdote
sarà sempre un segno di contraddizione!
E voi, cari cristiani, laici impegnati nella vita
civile, voglio dire con forza: «non abbiate paura! Non abbiate paura di portare
a questo mondo la Luce di Cristo». La vostra prima testimonianza dev’essere il vostro esempio: agite secondo la Verità! Nella vostra famiglia, la vostra professione, le vostre relazioni sociali, economiche, politiche, Cristo sia la vostra Luce! Non abbiate paura di testimoniare che la vostra gioia viene da Cristo!
Vi prego: non nascondete la fonte della vostra speranza! Al contrario, proclamate! Testimoniate! Evangelizzate! La Chiesa ha bisogno di voi! «Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà!» [1]. Con Cristo, liberate la libertà oggi incatenata da falsi diritti umani, tutti orientati verso l’autodistruzione dell’uomo.
Vi prego: non nascondete la fonte della vostra speranza! Al contrario, proclamate! Testimoniate! Evangelizzate! La Chiesa ha bisogno di voi! «Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà!» [1]. Con Cristo, liberate la libertà oggi incatenata da falsi diritti umani, tutti orientati verso l’autodistruzione dell’uomo.
A voi cari genitori, voglio indirizzare un
messaggio del tutto particolare. Essere padre e madre di famiglia, nel mondo di
oggi, è un’avventura difficile, piena di sofferenze, di ostacoli e di
preoccupazioni. La Chiesa vi ringrazia! Sì, grazie per il dono generoso di voi
stessi! Abbiate il coraggio di allevare i vostri figli alla Luce di Cristo.
Talvolta dovrete lottare contro il vento dominante, sopportare il disprezzo e
la derisione del mondo. Ma non siamo qui per piacere al mondo! «Noi proclamiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i pagani» (1 Cor 1,23-24).
Non abbiate paura! non rinunciate!
La Chiesa, per mezzo dei Papi, e in particolare dall’enciclica Humanae vitae, vi affida una missione
profetica: testimoniate davanti a tutti la vostra fiducia gioiosa in Dio, che
ci ha fatto custodi intelligenti dell’ordine naturale. Voi annunciate ciò che Gesù
ci ha rivelato con la sua vita: «La libertà si realizza nell’amore, cioè nel dono di sé» [2].
Cari padri e madri di famiglia, la Chiesa vi ama! Amate la Chiesa! È vostra Madre.
Cari padri e madri di famiglia, la Chiesa vi ama! Amate la Chiesa! È vostra Madre.
Mi rivolgo infine a voi, i
più giovani, che siete così numerosi!
Vi prego di ascoltare prima di
tutto un «anziano» che è più autorevole di me. Si tratta dell’evangelista san
Giovanni. Aldilà dell’esempio della sua vita, san Giovanni ha anche lasciato un
messaggio scritto ai giovani. Nella sua Prima Lettera, leggiamo queste parole
commoventi di un vecchio ai giovani delle Chiese che aveva fondato. Ascoltate la sua voce piena di vigore, di saggezza e di calore: «Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il Maligno. Non amate né il mondo, né le cose del mondo!» (1 Gv, 2, 14-15) [3].
Il mondo che non dobbiamo amare,
commenta il padre Raniero Cantalamessa nella sua omelia del Venerdì santo 2018, e al quale
non dobbiamo conformarci, non è – lo sappiamo bene – il mondo creato e amato da
Dio, non sono le persone del mondo, verso le quali, al contrario, dobbiamo
sempre tendere, soprattutto i poveri e i più deboli, per amarli e servirli
umilmente...
No! Il mondo da non amare è un altro. È il mondo
quale è divenuto sotto la dominazione di Satana e del peccato. È il mondo delle
ideologie che negano la natura umana e distruggono le famiglie... È il mondo
delle strutture dell’ONU che impongono imperativamente una nuova etica mondiale, giocano un ruolo decisivo e sono diventate ormai un potere travolgente, che si diffonde per via delle onde radio attraverso le possibilità illimitate della tecnologia. Nei Paesi occidentali oggi è un crimine rifiutare di sottomettersi a queste orribili ideologie. È ciò che chiamiamo l’adattamento allo spirito dei tempi, il conformismo. Un grande scrittore credente inglese del
secolo scorso, T.S. Eliot, ha scritto tre versi che dicevano più di interi
libri: «In un mondo di fuggitivi, chi va nella direzione opposta, sembra un
disertore».
Cari giovani, se è permesso a un
«anziano» come era san Giovanni d’indirizzarsi direttamente a voi, anch’io vi
esorto e vi dico: voi avete vinto il Maligno! Combattete tutte le leggi contro
natura che vorranno imporvi, opponetevi a tutte le leggi contro la vita e
contro la famiglia, siate tra coloro che prendono la direzione opposta! Osate
andare controcorrente! Per noi cristiani, la direzione opposta non è un luogo,
è una Persona, è Gesù Cristo, nostro Amico e Redentore.
Un compito è particolarmente
affidato a voi giovani: salvare l’amore umano dalla deriva tragica nella quale
è precipitato; l’amore che non è più il dono di sé, ma solamente il possesso
dell’altro, un possesso spesso violento e tirannico. Sulla Croce, Dio si è
fatto uomo e ci ha rivelato che Lui è «agapè», cioè l’Amore che si dona fino alla
morte [4]. Amare veramente, è morire per l’altro, come quel giovane poliziotto: il
colonnello Arnaud Beltrame.
Cari giovani. Voi provate spesso,
senza dubbio, nella vostra anima, la lotta tra le tenebre e la Luce, voi siete
talora sedotti dai piaceri facili del mondo. Dal profondo del mio cuore di
sacerdote vi dico: non esitate! Dio vi darà tutto! Seguendolo per essere santi,
non perderete nulla! Guadagnerete la sola gioia che non delude mai! Cari
giovani, se oggi Cristo vi chiama a seguirlo come sacerdoti, come religiosi o
religiose, non esitate! Ditegli «fiat», un sì
entusiasta e senza condizioni! Dio vuole avere bisogno di voi, che grazia! Che gioia!
L’Occidente è stato evangelizzato dai santi e dai
martiri. Voi, giovani di oggi, sarete i santi e i martiri che le nazioni
attendono per una nuova evangelizzazione! Le vostre patrie hanno sete di
Cristo! Non deludetele! La Chiesa ha fiducia in voi! Prego perché molti tra voi
rispondano, oggi, durante questa Messa, alla chiamata di Dio a seguirlo, a
lasciare tutto per Lui, per la sua Luce. Cari giovani, non abbiate paura, Dio è il colo amico che non vi deluderà mai!
Quando Dio chiama, è radicale. Ciò significa che va fino in fondo, fino alla radice. Cari amici, non siamo chiamati a essere cristiani mediocri! No, Dio ci chiama integralmente, fino al dono totale, fino al martirio del corpo o del cuore!
Quando Dio chiama, è radicale. Ciò significa che va fino in fondo, fino alla radice. Cari amici, non siamo chiamati a essere cristiani mediocri! No, Dio ci chiama integralmente, fino al dono totale, fino al martirio del corpo o del cuore!
Caro popolo di Francia, sono i
monasteri ad avere fatto la civilizzazione del tuo Paese! Sono le persone,
uomini e donne, che hanno accettato di seguire Gesù fino alla fine,
radicalmente, che hanno costruito l’Europa cristiana. Avendo cercato Dio solo,
hanno costruito una civilizzazione bella e pacifica, come questa cattedrale.
Popolo di Francia, popoli
occidentali, voi non troverete la pace e la gioia se non cercando Dio solo!
Ritornate alle vostre radici! Ritornate alla fonte! Ritornate ai monasteri! Sì,
tutti voi, osate andare a passare qualche giorno in un monastero! In questo
mondo di tumulto, di bruttezza, di tristezza, i monasteri sono delle oasi di
bellezza e di gioia. Lì sperimenterete che è possibile mettere concretamente
Dio al centro di tutta la propria vita, sperimenterete la sola gioia che non
passa!
Cari pellegrini, rinunciamo alle
tenebre. Scegliamo la Luce! Chiediamo alla Santissima vergine Maria di saper
dire «fiat», sì, pienamente come ha
fatto lei, di saper accogliere la luce dello Spirito Santo, come lei. In questo
giorno in cui, grazie alla sollecitudine del Santo Padre Francesco, noi
festeggiamo Maria Madre della Chiesa, chiediamo a questa madre santissima di
avere un cuore come il suo, un cuore che non nega nulla a Dio, un cuore che
brucia d’amore per la gloria di Dio, ardente nell’annunciare agli uomini la
Buona Novella, un cuore generoso, un cuore grande come il cuore di Maria, a
dimensione della Chiesa, a dimensione del cuore di Gesù. Amen!
[1] San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 85.
[2] San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 87.
[3] San Giacomo aggiunge: «Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4,4). Il mondo occidentale è un’illustrazione incontestabile di ciò che afferma san Giacomo.
[4] Omelia di padre Raniero Cantalamessa del Venerdì santo 2018, Basilica di San Pietro a Roma.
[1] San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 85.
[2] San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 87.
[3] San Giacomo aggiunge: «Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4,4). Il mondo occidentale è un’illustrazione incontestabile di ciò che afferma san Giacomo.
[4] Omelia di padre Raniero Cantalamessa del Venerdì santo 2018, Basilica di San Pietro a Roma.
In un mondo di fuggitivi, chi va nella direzione opposta, sembra un disertore
venerdì 30 marzo 2018
Un dono per la Pasqua: le Lodi domenicali dell’Ufficio monastico
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dell’estate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dell’Ufficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dell’Ora Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale; poi, in occasione della Quaresima 2016, è stata la volta dell’Ora Sesta settimanale; in seguito, durante il tempo pasquale del 2016, abbiamo pubblicato l’Ora Nona settimanale; e infine, in concomitanza con la festa di san Benedetto dell’estate 2017, è stata la volta delle Lodi domenicali (fuori del tempo pasquale).
Ancora una volta con l’intento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dell’Ufficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione il fascicolo delle Lodi domenicali (nel tempo pasquale), sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dell’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).
Un dono per la Pasqua: le Lodi domenicali dell’Ufficio monastico
mercoledì 28 febbraio 2018
Lo spirito di Cristianità
[Oggi, 28 febbraio 2018, ricorre il decimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo offrendo di seguito la seconda parte (la prima parte qui) di Regard sur la Chrétienté (Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1982, qui pp. 21-29), ripresa in libretto del dialogo dell’inverno 1982 fra Bernard-Romain-Marie Antony e Dom Gérard, originalmente pubblicato nei nn. 99, 100 e 101 del quotidiano Présent. Trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]
Il
terzo punto del vostro programma è la fedeltà a ciò che chiamate la fedeltà
amicale degli antichi. Ricordo lo stupore di qualche amico allontanato dalla
vita cristiana, che avevo portato da voi qualche anno fa. Ne erano rimasti
impressionati, e avevano un po’ di paura. Vi consideravano dei “guru”
inaccessibili; hanno scoperto l’ospitalità benedettina, impregnata di
semplicità e carità amichevole. Ce lo potete spiegare?
Alcuni
cattolici hanno voluto reagire contro le deformazioni di una carità svuotata
della sua sostanza e ridotta a una vaga filantropia umanitaria. Così hanno
rinchiuso la carità dietro barriere irte di punte, in preda a un costante
sospetto, senza più alcuna libertà d’espressione. La virtù della carità si trova
perciò priva di quella potenza d’irradiamento che le permetteva un tempo di
penetrare la vita degli uomini, i loro patti, le loro alleanze, le loro
amicizie.
Nella
Regola di san Benedetto, per esempio, c’è un pensiero mirabile, sotto forma di
massima, che si fonda sulla Sacra Scrittura: “Honorare omnes homines”, onorare
tutti gli uomini. È il principio medesimo dell’ospitalità benedettina.
Quell’onore che rendiamo a ciò che l’uomo porta in sé di sacro, è questo che ha
fondato la civiltà cristiana; ciò che ha permesso agli uomini di rispettarsi,
di rispettare l’immagine di Dio, quella scintilla di divino che portano in
loro. Siamo tutti eredi di una certa ricchezza, di una tradizione nazionale e
religiosa; e questo fonda tra gli uomini un accordo che dovrà essere al
contempo penetrato e protetto dalla carità.
Non
si vede perché la carità non debba venire in soccorso di tali valori per
svilupparli, coltivarli e forse rivelarli loro; per porli sotto la luce di Dio,
in maniera che siano salvati dai fanatismi, salvati da tutti i naufragi del
peccato originale, perché possano accedere alla vita soprannaturale. Si tratta
di quello che non cessa di dirci il nostro amico Gustave Thibon.
In
fondo, è tutto il problema dell’articolazione dello spirituale sul temporale.
Non è stata propriamente l’opera della Cristianità?
Certamente.
E lo potrebbe essere anche oggi, ma a una condizione, di ritrovare
quell’attitudine amorevole d’onore e di benevolenza, di fiducia generosa e di
libertà. A forza di essere perseguitati dallo Stato […], i nostri sacerdoti
fedeli non sono sempre disposti in quel senso, è comprensibile. Ma è necessario
che vi pervengano, sotto pena d’isolamento e di fanatismo. Sarebbe desolante
che il Nemico avesse ragione di loro in questo modo. Non si può ricostruire la
Cristianità senza ricorrere allo spirito di Cristianità.
Cosa
intendete esattamente per spirito di Cristianità?
Se
la Cristianità è lo stato di una civiltà penetrata dal cristianesimo, lo
spirito di Cristianità è evidentemente la Fede, l’impregnazione della Fede, lo
sguardo della Fede penetrante e illuminante tutta la realtà terrestre. È
altresì quella intelligenza del cuore, quella bontà intuitiva che faceva dire a
Blanc de Saint-Bonnet: “La gloria della carità è d’intuire”. Ecco lo spirito di
Cristianità: intuire, fra gli esseri, talora sviati, quali saranno adatti a
lavorare per il Regno. Intuire, fra le manifestazioni dell’arte o della
cultura, quelle che saranno adatte a esprimere il soprannaturale; a condizione,
evidentemente, di raddrizzarli dolcemente, di purificarli, talora di
“re-ispirarli”; sarà questo il lavoro dei santi, di quelli almeno che fra di
loro sono più attenti ai gemiti dello spirito e alla nascita dolorosa della
creazione.
Penso
in particolare ad alcuni grandi santi del Medioevo, a un sant’Ugo di Cluny, a
un san Bernardo di Clairvaux, nell’anima dei quali grazia e cultura umana non
avevano divorziato: costoro furono i testimoni, se non i padri, della
Cristianità. Sappiamo, per esempio, che Pietro il Venerabile, abate di Cluny,
guidava una squadra di traduttori incaricati di tradurre in latino il Corano,
di cui stabilì così la prima traduzione europea? Tale squadra di traduttori
comprendeva un inglese, un francese, un cristiano spagnolo che aveva vissuto
sotto la dominazione araba, e un musulmano.
Lo
troverete spiegato in un libro sorprendente da poco pubblicato: L’Eglise au
risque de l’histoire, di Jean Dumont. Lo stesso autore racconta che il re
Alfonso VII di Castiglia, artefice della Reconquista spagnola nel secolo XII,
aveva affidato il comando della famosa fortezza di Calatrava, dunque l’autorità
sui templari, a Rabbi Juda, figlio del principe ebreo spagnolo Rabbi Josef ben
Ezra. Non più per i templari che per il re, questa nomina non sembrava anomala:
la Castiglia riconosceva dei principi ebrei, perché i loro figli non potevano
comandare delle fortezze? In Castiglia, ugualmente, ci sono stati dei
governatori di fortezze cristiane scelti fra i mori. E che belle alleanze senza
confusione fra i sovrani e gli uomini di Chiesa!
È
un cluniacense francese il primo vescovo di Toledo riconquistata. Dal 1050, il
re Ferdinando di Castiglia si è riconosciuto suo vassallo spirituale, offrendo
di pagargli un tributo annuo di mille pezzi d’oro. Ecco come agivano gli uomini
che hanno fatto la Cristianità; perché non marceremo sui loro passi?
Ritroveremo un giorno questo senso umano, questa libertà affettuosa, per
trattare con gli uomini del nostro tempo? Non vedo perché non vi si debba
pervenire; se la carità non è capace di questo, significa che non è la carità.
La carità è una comunicazione, un’effusione dell’amore divino.
È
la carità in atto, viva e agente, ciò che chiamate lo spirito di Cristianità?
Sì,
e dirò molto semplicemente: è lo spirito cattolico. Lo spirito cattolico è il
contrario dello spirito settario, dello spirito di partito. Alcuni confondono
cattolicesimo e spirito di cappella; il termine cattolico significa universale.
Il cattolicesimo è dunque la pienezza del Vangelo che afferra l’uomo e l’universo
per fargli cantare la gloria di Dio; è una grande liturgia, l’arte di fare
ascendere tutte le cose a Dio: la scienza, la filosofia, la vita sociale,
l’ordine politico. È l’arte di aiutare gli uomini a scoprirsi secondo ciò che
hanno di meglio, e di portare il gioiello del loro patrimonio umano e culturale
a Dio. Quando diciamo “Cristianità”, si aggiunge una sfumatura alquanto
concreta, molto storica: i costumi, i canti, i monumenti d’arte e della poesia
che ci hanno lasciato gli antichi.
La
Cristianità è la germinazione e la fioritura del Vangelo su un pezzo di terra.
Diceva Charles Péguy: “Occorre che una santità salga dalla terra”. Non
intendeva affatto dire che era la terra a potere produrre la santità; voleva
che la santità prendesse radici, che si sposasse alla terra, e che dalla terra
salisse portando il frutto. Non la voleva lasciare nei libri, nelle sacrestie o
nei gruppuscoli. Occorre che essa salga, e che sollevi la terra. Evidentemente,
egli pensava a questa terra di Francia che ha prodotto tanti frutti di santità,
di una santità legata alla razza e alla vita degli uomini.
Lei
ritiene che oggi sia ancora possibile uno spazio di Cristianità?
Il
mondo moderno si è accanito nel distruggere le condizioni necessarie all’avvenimento
di una Cristianità. C’è la coalizione contro la legge naturale, contro il patto
iniziale dell’uomo con la creazione, contro il rispetto della terra e la
dignità dei costumi contadini. Come potrebbe nascere un fiore di Cristianità
nel mondo tecnologizzato, in preda al caos e alla dismisura? Eppure, la Chiesa
ha bisogno di un regime di Cristianità, senza il quale ella non può che
promulgare leggi: Sed quis leges sine moribus? A che servono le leggi senza i
costumi? Poi, il principio essenziale della Cristianità esiste sempre: è la
bontà di Dio; l’immensa bontà di Dio che ha lasciato una traccia sulla
creazione. E il grido di san Bruno – “O
Bonitas” – risuona lungo la storia dei secoli come una splendida confessione,
perché la Cristianità è il riflesso sociale assai imperfetto – comunque un riflesso – della bontà di Dio. L’ordine
sociale, malgrado le sue ambiguità, rimane in grado di riflettere qualcosa
della santità e della bontà di Dio: “Tu visiti la terra e la disseti”, come
dice il Salmo.
Il
Medioevo è stato dissetato dalla presenza di Dio. Grazie all’irradiamento dei
grandi santi, è il bene che finisce per trionfare sul male. Ciò risplende nella
vita di un san Francesco d’Assisi. I santi sono stati dei fondatori di
Cristianità, non solo in quanto intercessori per le città temporali, ma perché
avevano questo ardore, questo candore di volere a ogni costo che la terra
rifletta il cielo, che tutto parli della bellezza e della bontà di Dio. La vita
terrestre non disponeva di alcuna zona profana che potesse essere abbandonata a
Satana. Costoro volevano che tutto salga al cielo come una grande sacra
liturgia; anche le cose più umili, anche quelle che all’inizio sembrano le più
compromesse dalle passioni umane, come la guerra o il mestiere delle armi.
È
la Cristianità che ha inventato la cavalleria, gli ordini militari, la
quarantena, la tregua di Dio. Ciò limitava singolarmente l’esercizio di una
guerra senza odio, che scorge nell’avversario di oggi l’alleato, se non l’amico
di domani. Eccoci così informati sul grado di carità dei nostri antichi.
Facciamo nostra questa osservazione di un mistico: “Non è alla maniera in cui
qualcuno mi parla di Dio che vedo se ha conosciuto il fuoco dell’amore, ma alla
maniera in cui mi parla delle realtà umane”.
Nella
vostra lettera, Padre, avete detto che volete fondare al Barroux un monastero
di Cristianità. Cosa significa?
Ebbene,
del tutto semplicemente, che i monasteri sono, per vocazione, dei pezzi di
cielo sulla terra, anzitutto dei luoghi d’incontro con Dio, e poi con gli
uomini. L’autentico ecumenismo è quello della Tradizione. Un antico ha detto: “Più
approfondisco la Tradizione, più ritrovo gli altri”. Ciò si ricollega alle
nostre osservazioni, perché la nostra liturgia tradizionale attira i giovani:
questa teologia in azione costituisce la migliore risposta […] all’inganno. È stato
detto dell’abbazia di Cluny che essa aveva instaurato una civiltà della bontà.
Ma Cluny non solo distribuiva frumento in tempo di carestia. I monaci
seminavano la pace, la concordia, riconciliando i principi, consigliando i re.
Non
è quindi solo una civiltà dell’elemosina, ma una civiltà dell’amicizia, che
crea i legami fra gli uomini, che opera per irradiamento e osmosi. Ciò non
impedisce il rigore dottrinale, ma questo carattere dello spirito diventerà un
servizio d’amore.
Tali
princìpi di civiltà devono essere attribuiti a qualche uomo di genio o ad altre
comunità monastiche che caratterizzavano l’Europa del Medioevo?
È
una domanda alla quale è difficile rispondere; la storia ci ha trasmesso i nomi
di alcuni grandi santi che furono in effetti dei costruttori, e dei capi
spirituali. Ma le comunità costituivano come una grande via lattea in cui si
fondono gli individui, e le società cristiane presero il loro modello del tutto
naturalmente sulle comunità monastiche. L’uomo del Medioevo è nato da questo. Poiché
la Regola di san Benedetto propone tutta una educazione dell’uomo; e questa
educazione si fonda evidentemente anzitutto sulla preghiera, ma anche sulla
vita di comunità, sulle umili virtù di nascondimento di sé, di mutuo soccorso,
di pazienza, di rispetto, di cortesia e di buonumore. Sono le virtù che hanno
fatto le società cristiane, e mi spingerei a dire che si tratta di virtù
politiche.
Ma
se il nostro monastero si vuole un monastero di Cristianità è anche perché esso
sarà stato costruito con le preghiere e le elemosine di centinaia di famiglie
che pregano per noi ogni sera. Allora come rifiuteremo noi di essere a nostra
volta un punto di riferimento, un punto fisso, un’oasi di pace, dove i nostri
fratelli affaticati dalle lotte del secolo potranno fare una sosta e restaurare
le loro forze? Penso specialmente ai giovani, che vengono a fare dei campeggi
attorno al monastero durante l’estate, agli scout, ai seminaristi, e così via.
È
soprattutto guardando il cielo e vivendo per il cielo che attireremo questo
dono assai prezioso dal Creatore, cioè l’avvento di una Cristianità.
Mio
caro, vorrei concludere questo dialogo su ciò che è la fonte segreta delle
nostre vite: Dio. La certezza di essere amati da Dio. Infinitamente. Il
desiderio di fare delle nostre vite una risposta d’amore. Per andare fino al
fondo del mio pensiero, vi dirò che senza dubbio noi non vedremo con i nostri
occhi il sorgere dell’aurora di una Cristianità, e questo non ha alcuna
importanza. Ma reclamiamo l’onore di lavorare per essa con lo studio, con la
preghiera e – meglio ancora, se il Signore si degna di darcene la grazia – con
il sangue del martirio.
Anche questo fa parte della Tradizione.
Lo spirito di Cristianità
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giovedì 25 gennaio 2018
La Regola di san Benedetto ha modellato l’Occidente cristiano
[Il 28 febbraio 2018 ricorrerà il decimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di
Le Barroux. Iniziamo a ricordarlo offrendo di seguito la prima parte di Regard sur la Chrétienté (Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1982, qui pp. 11-17), ripresa in libretto del dialogo dell’inverno 1982 fra Bernard-Romain-Marie Antony e Dom Gérard, originalmente pubblicato nei nn. 99, 100 e 101 del quotidiano Présent. Trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]
Perché
i monaci?
Essenzialmente
per la preghiera. La preghiera non è un’attività umana fra altre. Essa è l’attitudine
essenziale mediante la quale l’uomo esprime la sua adorazione, la sua
dipendenza, il suo amore, la sua azione di grazie per Colui che è la bontà
infinita. Mi sembra che si parli troppo poco della bontà di Dio. È tuttavia
questa bontà infinita a deliziare il monaco.
Guardate
san Bruno: quando ha raggiunto il deserto delle certose, si è girato verso
questi orizzonti straordinari, esclamando: “O Bonitas”. Vedeva, leggeva la
bontà di Dio attraverso la sua bellezza. Ma se la creazione è un vestigio della
bontà di Dio, che dire allora quando si guarda il Crocifisso?
Nella
vostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, parlate di tre fedeltà: “Fedeltà
alla Regola, fedeltà alla liturgia, fedeltà inoltre a quella carità amichevole
di cui gli antichi avevano il segreto, senza la quale è impensabile rifare una cristianità”.
La vita moderna, che distrae i nostri contemporanei dalla contemplazione, ne offre
loro come la nostalgia, ma ciò che non comprendono affatto, è la necessità di
una regola.
Ciò
nonostante la regola è presente ovunque. Non vi è che da guardarsi attorno. La
bellezza dell’universo deriva dalla sottomissione alle leggi che ne regolano l’armonia.
Guardate gli animali: sono sottomessi alla regola inflessibile dell’istinto;
guardate il cielo stellato, che esempio sontuoso di obbedienza alla regola! Gli
esseri umani che vogliono vivere in società sono pure essi ben costretti a
sottomettersi a una legge.
La
Regola di san Benedetto apporta un rimedio al peccato originale. Salva l’uomo
dall’istinto selvaggio, lo sottrae al capriccio; è la condizione della sua
libertà. È un miracolo di equilibrio, sovranamente adattato al bene dell’anima,
alla vita consacrata, alla ricerca di Dio. Di una meravigliosa flessibilità,
essa si adatta altrettanto bene agli occidentali e agli uomini di colore. Me ne
sono accorto quando ci hanno inviato a fondare un monastero in Brasile. Scritta
nel secolo VI, essa sembra scritta per i tempi moderni; permette ancora oggi
all’uomo di convertirsi, cioè di volgersi a Dio, nell’ambito di una famiglia di
fratelli, sotto il paterno governo dell’Abate.
Se
i sacerdoti volessero ispirarsene, essa potrebbe essere il rimedio più
appropriato alla crisi attuale del clero.
Al
giorno d’oggi si ammette volentieri che la Regola di san Benedetto è stato un
fattore importante di civilizzazione. Come ve lo spiegate?
La
santa Regola è stata il codice di vita dei primi evangelizzatori dell’Europa. Ha
dunque modellato il nostro Occidente cristiano, non come lo farebbe una teoria,
ma in quanto metodo educativo. E come in ogni metodo educativo, quando se ne
stravolgono alcuni elementi, l’educazione non è più ricevuta. Occorre dunque
rispettare l’integrità della Regola. Credo che per noi questa è stata una
grazia, il fatto di volerla osservare alla lettera, perché essa si rivela
perfettamente adatta ai giovani d’oggi.
Da
noi i giovani non hanno mai contestato la santa Regola; al contrario, ammirano
a quale punto essa sia umana, dolce, familiare. Péguy diceva che le regole flessibili
sono più esigenti delle regole dure. Si potrebbe dire che la Regola di san
Benedetto è una regola flessibile, in quanto è temperata dalla carità ed è improntata
a un carattere propriamente paterno e familiare.
Dopo
la fedeltà alla Regola, c’è la vostra fedeltà alla liturgia. In quasi tutti i
monasteri la liturgia è stata profondamente alterata. Da voi, dom Gérard, è
rimasta intatta. Perché?
Potremmo
dire che è per le stesse ragioni: la santa liturgia è la regola della
preghiera, e questa regola di preghiera è ancora più venerabile della Regola
benedettina, poiché s’identifica con il cuore, l’anima e la vita della Chiesa.
Sono i salmi, il santo sacrificio della messa, il grande sacramentale dell’ufficio
divino, da Mattutino e le Lodi fino alla Compieta. Amiamo la santa liturgia
perché è una meravigliosa scuola di preghiera. Essa è, diceva dom Guéranger, “il
magistero della Chiesa pervenuto al suo grado più alto di splendore e solennità”;
permette di cogliere dalle labbra e dal cuore della Chiesa lo stesso pensiero
del suo Dio. Mette in azione l’uomo nella sua interezza, con il suo corpo, la
sua anima, il suo spirito, la sua intelligenza, la sua sensibilità.
I
salmi sono delle grida d’amore, di pentimento e ammirazione; una specie di
sfogo affettuoso verso Dio, anziché una meditazione discorsiva. La pietà degli
antichi monaci era molto più semplice, più affettuosa, più cordiale, più vicina
all’infanzia che al genere di meditazione analitica che è prevalso a partire
dal secolo XVII.
Qual
è la trama di fondo della pietà monastica?
Sono
i salmi! Il salterio è il pane quotidiano della pietà monastica. Per meglio
dire, è la manna del deserto. Perché i salmi parlano di Cristo e Cristo parla
attraverso i salmi. Grazie all’ufficio della salmodia, nuotiamo nel grande
fiume liturgico che ci penetra e ci trasforma un poco alla volta. E poi, i
salmi sono ispirati. La salmodia è Dio che parla a Dio, dettandoci le formule,
gli accenti e le cerimonie scelte da lui. È dunque la preghiera pubblica della
Chiesa, sposa di Cristo; e la voce della Sposa raggiunge il cuore dello Sposo.
Infine,
occorre dire che questa preghiera è fatta di uno splendido materiale, giacché
una grande poesia sacra accompagna tutte le cerimonie della Chiesa.
Sembra
d’altronde che la Chiesa di oggi, abbandonando la tradizione liturgica, abbia
rinunciato alla bellezza del culto. Non vi è confusione fra bruttezza e
povertà?
Esattamente.
Siamo in piena confusione. Vi era nei moderni una certa intuizione, che all’inizio
era buona: la bellezza non dipende da un’accumulazione di materiali, da una
deriva di ornamenti e di sovrappesi. Bene. Ma hanno fatto una confusione ben
più grave. Hanno creduto che la semplicità fosse una cosa facile.
Si
tratta di un errore. Il canto gregoriano, per esempio, è un’arte di una grande
semplicità di mezzi; ma è un’arte difficile. Semplicità non vuol dire
indigenza, è ascesi della bellezza. Credendo di semplificare, hanno mutilato,
hanno schematizzato, hanno soppresso la vita, hanno creato delle liturgie
astratte, asciutte, disseccanti, senza poesia, senza lirismo e senza
trascendenza, che cominciano a datare terribilmente.
Nelle
riforme uscite dal Concilio, all’inizio non c’era un desiderio legittimo di
volere riaccordare la liturgia alla sensibilità popolare?
Certamente.
C’era tutto un lavoro da svolgere, di rieducazione e nuovo radicamento. Ma sono
stati commessi due errori.
In
primo luogo, si è trattata con disprezzo l’anima popolare, scadendo nel
facilismo e nella volgarità; poi si è agito con empietà mettendo mano al tesoro
trasmesso dalla Tradizione. Supponete che si abbia cattivo gusto, supponete che
si sia confusa semplicità e indigenza; può succedere. In ogni caso, c’era un’empietà
flagrante nel porre mano su questi tesori che fanno parte del patrimonio dell’umanità,
che gli atei riveriscono, che i protestanti rispettano. Poiché quanti hanno un
po’ di senso umano sentono che ciò tocca i valori più elevati dell’anima. C’è là qualcosa d’incredibile nella storia della Chiesa.
Dunque,
non fosse altro che a titolo di riparazione, siamo rimasti fedeli alla liturgia
integrale. Poi ci siamo resi conto molto velocemente che eravamo i primi
beneficiari di questa grande Tradizione; è grazie all’influenza dolce e
regolare della liturgia che dom Innocent Lemasson ha potuto scrivere: “I nostri
chiostri sono accademie di pace, di silenzio e di libertà”. Poco alla volta la
liturgia trasforma la nostra anima, il nostro spirito, la nostra immaginazione,
anche il nostro corpo; perché il rito liturgico educa il corpo umano, lo
disciplina, lo purifica, poi mette sulle nostre labbra i cantici annunciatori
della vita eterna. Adesso capite perché la liturgia fa parte “usque ad mortem”
del nostro programma di fedeltà.
La Regola di san Benedetto ha modellato l’Occidente cristiano
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