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lunedì 25 novembre 2019

P come pace - San Benedetto per tutti / 12


Pax in lumine: questa è la divisa dell’abbazia del Barroux. La pace proviene dunque da una luce. Ma qual è questa luce capace di produrre un tale frutto? È l’umiltà, cuore della Regola di san Benedetto. L’umiltà è quindi una luce che pacifica, poiché ponendoci al nostro posto giusto sotto lo sguardo di Dio, essa rimette tutto in ordine nella nostra vita e ci stabilisce così nella verità.
Trovare la pace dipenderà perciò dall’umiltà con la quale vivremo la nostra relazione:
1. Con Dio. Siamo al nostro posto giusto quando Dio è il primo! “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria” (Sal 113,1). Osserviamo se nelle grandi come nelle piccole cose della nostra quotidianità Dio è realmente servito per primo.
2. Con noi stessi. “Attribuire a Lui e non a sé quanto di buono scopriamo in noi, ma essere consapevoli che il male viene da noi e accettarne la responsabilità” (RB IV,42-43). Questo sguardo autentico verso sé stessi è pacificatore, perché ci incita a riporre la nostra speranza solo in Dio. Sappiamo inoltre che l’apertura umile e sincera a un padre spirituale è un mezzo efficace per trovare la pace dell’anima (RB VII, quinto grado dell’umiltà).
3. Con gli altri. La vera umiltà verso il prossimo è di cercare sempre di servirlo: “Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri” (RB LXXII,7).
4. Con le cose. Siamo certi che l’ordine, la pulizia e il rispetto per le cose materiali contribuisce grandemente nella quotidianità a un clima di pace. Ciò dipende da tutto! San Benedetto ci tiene molto, lui che chiede di trattare “gli oggetti e i beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri dell'altare” (RB XXXI,10), e dichiara che “se poi qualcuno trattasse con poca pulizia o negligenza le cose del monastero, venga debitamente rimproverato” (RB XXXII,4).
Vogliamo trovare la vera pace? Impariamo a vivere nell’umiltà. Ben sapendo che quaggiù la pace è un’assenza di problemi, ma non di battaglia!
La prossima volta, P come perdono.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 33, 22 novembre 2019, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 13 luglio 2019

P come preghiera - San Benedetto per tutti / 11


La fedeltà alla preghiera è la riuscita assicurata della nostra vita spirituale. Per aiutarci, ecco sette pietre miliari tratte dalla sapienza della Regola.
1 – Non si prega “quando si ha tempo”, ma ci si prende il tempo di potere pregare!
2 – La preghiera è essenzialmente una questione di fede e di fede viva. Solo la fede viva ci dà una coscienza chiara della grandezza di Dio e dei suoi diritti, e ci ricorda tutto ciò che Dio ha fatto per noi, i suoi desideri d’unione con noi, le sue promesse d’intimità.
3 – Così, quando vogliamo pregare, attiviamo la nostra fede in questa presenza infinitamente amante di Dio: essa ci precede sempre e non chiede altro che di essere raggiunta semplicemente nella fede.
4 – San Benedetto non esige mai che la preghiera privata sia lunga, ma esorta che sia “frequente” (RB IV) e “pura” (RB XX), cioè che sia fatta “con le lacrime e il fervore del cuore” (RB LII), ben sapendo “che non ci faranno esaudire le molte parole, ma la purezza del cuore e la compunzione del pianto” (RB XX).
5 – Per giungere a questa purezza occorre sapere che c’è un legame essenziale fra “le sante letture” – soprattutto la Sacra Scrittura – e “la preghiera” (RB IV). Le prime, in effetti, vivificando la nostra fede e scaldando il nostro cuore, ci dispongono alla seconda.
6 – Terminata la preghiera, san Benedetto raccomanda “gran silenzio e rispetto di Dio” (RB LII). Detto altrimenti, il tempo trascorso con Dio non ha quale fine di farci smettere, bensì di estendere all’intera nostra giornata la sua presenza e la sua benevola influenza.
7 – Infine, un luogo adatto alla preghiera, dove “non vi si faccia o riponga nulla di estraneo” (RB LII), ne facilita grandemente l’esercizio. Dall’angolo di preghiera domestico alla chiesa più vicina, tutte le soluzioni sono buone.
Auguro a tutti voi una fedeltà rinnovata alla vostra vita di preghiera!
La prossima volta, P come pace.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 32, 11 luglio 2019, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 16 marzo 2019

O come ozio - San Benedetto per tutti / 10

“L’ozio è nemico dell’anima”, afferma san Benedetto nel capitolo 48 della Regola. Allora noi, che abbiamo la grazia di amare la nostra anima, vediamo come sfuggire a questo nemico della vita spirituale.
Occorre anzitutto ricordare che il tempo che ci è dato da Dio ha un prezzo e un valore immensi. È quindi troppo prezioso per essere sprecato, e al contrario in ogni tempo “bisogna dunque servirsi delle grazie che [Dio] ci concede” (Prologo della Regola). Certo, bisogna anche sapersi riposare, ricreare. Ma un sano rilassamento differisce radicalmente dalla sterile inoperosità.
È perciò cosa buona sapere che se nella vita spirituale l’ozio è frequente, può essere legato all’accidia, ovvero a un certo disgusto delle cose di Dio. Lo stesso san Benedetto opera questa analogia quando evoca la figura di quel “monaco indolente che, invece di dedicarsi allo studio, perda tempo oziando o chiacchierando” (capitolo 48).
Concretamente, san Benedetto ci propone due grandi aiuti contro l’ozio. Il primo, più pratico, consiste nel pianificare la nostra giornata, per essere certi che l’essenziale sia veramente prioritario. A tal proposito, notate che nella clausura le attività del monaco (preghiera, lavoro, lettura, pasto, sonno) non sono mai lasciati alla spontaneità di alcuno, ma sono debitamente regolate. Lezione preziosa da custodire! Il secondo consiste nel coltivare fedelmente la nostra unione con Dio. Giacché più la nostra presenza a Dio s’intensificherà, più saremo desiderosi di fare fruttificare secondo il suo cuore il tempo che ci concede.
Infine, diffidiamo di un ozio di nuovo genere: quelle ore passate su internet, senza un fine preciso, a lasciarsi trascinare di collegamento in collegamento, di articolo in articolo, di notizia in notizia… Per cosa, alla fine? Una perdita di tempo e di energie considerevoli a discapito dell’essenziale, la vita di coppia, della famiglia, della preghiera. Siete voi stessi a dircelo!
La prossima volta, P come preghiera.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 31, 6 marzo 2019, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 29 dicembre 2018

M come mormorazione - San Benedetto per tutti / 9


Chi di noi non si è già messo a mormorare? Contro chi o cosa? Davvero, ci sono molte risposte possibili, quindi a ciascuno di fare il proprio esame di coscienza! Tuttavia, forse sarete sorpresi di conoscere l’importanza che san Benedetto accorda alla questione del mormorare. In effetti, non c’è nella Regola altro vizio contro il quale egli mette così spesso il monaco in guardia. Avendogli insegnato la sua esperienza che tale cattivo gusto può insinuarsi ovunque e a proposito di tutto, così scrive: “è questo soprattutto che mi preme di raccomandare, che si guardino dalla mormorazione” (RB XL,9).
Perché una tale insistenza? Perché in verità ne va dell’atmosfera dell’anima e quindi dell’unione a Dio. Un’anima che mormora non è più in pace. La mormorazione la turba e quindi impedisce la sua unione al Signore. Ecco qual è tale gran pericolo, per san Benedetto.
Per evitare questo vizio così nocivo, ricorderemo che la mormorazione è in fondo il facile rifugio delle anime deboli che mancano dell’autentico spirito soprannaturale. Giacché, a guardare da più vicino, quali sono in effetti più spesso le cause delle nostre mormorazioni? La nostra mancanza di pazienza, di mortificazione, di sguardo soprannaturale nei confronti dell’autorità, di fede nella divina provvidenza, e finalmente il nostro amor proprio ferito e il nostro spirito troppo critico. Così semplicemente, ammettiamolo! In fondo, la mormorazione deriva dal cattivo spirito. Altrettante cause che troveranno quindi il loro migliore antidoto in quello che san Benedetto chiama “il buon zelo” (RB LXII). Un’anima riempita di buon zelo, cioè di buono spirito, non si dà più alla mormorazione. Ella ha tanta fede per comprendere che tutto ciò per cui deve vivere entra nella provvidenza di Dio, e può dunque essere vissuta con lui e sotto il suo sguardo, nonché per accettare il reale così come esso è. Ella non si rivolta più nella mormorazione, ma nella fede e nella carità, accetta il reale. Ecco un antidoto da implorare con fervore allo Spirito Santo!
La prossima volta, O come ozio.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 30, novembre 2018, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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