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sabato 7 aprile 2018

Dom Gérard Calvet, amante dell’assoluto di Dio


Dettaglio della pietra tombale di Dom Gérard, scolpita da
Pascal Beauvais, nella chiesa abbaziale di Le Barroux.
Dom Gérard Calvet (1927-2008) è stato nel secolo XX, in Provenza, il fondatore di un monastero la cui bella architettura attraverserà i secoli: l’abbazia Sainte-Madeleine, al Barroux, nel Vaucluse.
Considerato da un altro punto di vista, egli è stato – secondo un’espressione da lui stesso impiegata – un “resistente” di fronte alla crisi, dottrinale e liturgica, che ha iniziato ad attraversare la Chiesa prima del Concilio Vaticano II.
Ma egli è stato soprattutto, a partire dal 1950, un monaco attratto da una vita di preghiera, una vita secondo la Regola di san Benedetto e una vita comunitaria, in cui egli s’inscriveva in una tradizione e uno spirito monastico trasmessi dal Padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854), Dom Romain Banquet (1840-1929) e Madre Marie Cronier (1857-1937).
Nel 1994, circa dieci anni prima della sua rinuncia all’abbaziato, Dom Gérard concludeva il suo Testamento per il mio successore fissando “i tre pilastri” sui quali poggiano i monasteri da lui fondati:
1. La Santa Regola.
2. La Santa Liturgia.
3. La permanenza dottrinale.
Al contempo, Dom Gérard – in quanto Priore e poi Padre Abate – ha voluto mettere i suoi monaci “al largo”. L’espressione proviene da Padre Muard. Indica una certa flessibilità, “una grande calma, una grande facilità, una grande semplicità”, diceva Padre Muard. Oppure, come Dom Romain Banquet ha scritto: “È lo spirito medesimo della Regola: i princìpi intatti e gli addolcimenti dati con un’attenzione e una cura materni” [1]. Questo spirito dà la sua peculiare fisionomia all’abbazia Sainte-Madeleine, come all’abbazia femminile dell’Annunciazione e al priorato Sainte-Marie de la Garde.
Dom Gérard è stato “un contemplativo e un lottatore”, ha riassunto Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore – da parte sua – di una comunità di tradizione domenicana, la Fraternité Saint-Vincent-Ferrier.
Per lo storico, che non è monaco, tracciare l’itinerario e le battaglie di “lottatore” è più facile che mostrare il “contemplativo”. A un giornalista che, trent’anni fa, aveva cercato di raccontare la sua “avventura monastica”, Dom Gérard aveva scritto con una certa severità e disappunto:
“Il segreto dei monaci? Nessuno, capitelo bene, da venti secoli nessuno ha svelato il segreto dei monaci. La loro gioia e il loro tormento, la loro angoscia, la loro inquietudine bruciante e il lento possesso di una pace conquistata; tutto questo, mescolato finalmente alla loro azione di grazie, essi portano con sé sorridendo nella tomba” [2].
Per non limitarsi agli avvenimenti esteriori, che ridurrebbero Dom Gérard a un fondatore di monastero e a un resistente tradizionalista, è stato dunque necessario, per questa biografia, cercare di tracciare la totalità del suo itinerario: l’infanzia a Bordeaux, in una famiglia di grandi commercianti di vini; gli otto anni trascorsi alla scuola di Maslacq, dove l’influenza e la formazione ricevuti da André Charlier (1895-1971) saranno decisivi; la formazione monastica ricevuta a Madiran e a Tournay; gli anni trascorsi in Brasile, colorati e poi sempre più inquietanti; in seguito gli interrogativi, la fondazione di Bédoin nel 1970, la compagnia con mons. Lefebvre per una quindicina d’anni, poi la rottura nel 1988, per vivere pienamente il sensus Ecclesiae; la continua battaglia per la messa tradizionale, fino alla vittoria finale – se così si può dire – del 7 luglio 2007 [3].
L’itinerario sarebbe incompleto se non si aggiungesse la cultura, la scrittura, le grandi amicizie e l’instancabile carità per le anime. Il ritratto deve tenere conto dello spirito cavalleresco che animava Dom Gérard e che lo faceva coinvolgere in cause e battaglie in cui spirituale e temporale si congiungevano. E anche di un carattere impulsivo, che poteva sorprendere chi lo incontrava o l’ascoltava la prima volta.
Il biografo non potrà altresì nascondere gli errori, le insufficienze, le contraddizioni, che non erano il lato oscuro del personaggio, bensì – spesso – il rovescio delle sue qualità e i limiti inerenti a ogni destino umano. Accanto, lo storico deve inoltre tenere conto del giudizio fornito da uomini di Chiesa che lo hanno bene, e a lungo, conosciuto. Mons. Pierre Amourier, vicario generale della diocesi di Avignone quando Dom Gérard giunse a Bédoin, nel 1970, che è stato in disaccordo con alcune delle sue scelte negli anni seguenti, ne parlava come di un “appassionato di Dio” [4]. L’espressione è da prendere letteralmente. Dom Antoine Forgeot, che il 24 ottobre 1977 diventerà il Padre Abate di Fontgombault, e che lo aveva ben conosciuto sin dal 1969, ha parlato dell’“anima di fuoco di Dom Gérard, amante dell’assoluto di Dio che lo aveva afferrato e sedotto” [5].
Questa biografia cercherà dunque di mostrare le sorgenti profonde e i contrasti di una personalità.
Nondimeno, essa non è una storia completa dell’abbazia Sainte-Madeleine e dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, al Barroux. È ancora troppo presto per scrivere queste due storie, e non lo potranno mai essere completamente perché, come per tutte le comunità umane senza eccezioni, ci sono dei dolori, delle delusioni, delle inversioni, che sono troppo difficili da comprendere da un punto di vista strettamente storico.
La vita di Dom Gérard è inscritta in una famiglia secondo la carne – i Calvet –, poi in famiglie monastiche. Questo lavoro storico non sarebbe stato possibile senza la grande liberalità e la fiducia che mi hanno concesso il Reverendo Padre Dom Louis-Marie, Abate di Sainte-Madeleine, e la Reverenda Madre Placide, Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation. Mi hanno aperto gli archivi conservati nei loro monasteri, mi hanno lasciato prendere conoscenza delle Cronache delle loro abbazie – che sono come un libro di famiglia, giorno per giorno – e mi hanno lasciato interrogare liberamente i monaci e le monache che hanno conosciuto Dom Gérard.
Tale lavoro d’investigazione e interrogazione al Barroux e a La Font de Pertus è stato completato da una ricerca analoga condotta presso altri archivi e con altri testimoni, in primo luogo la famiglia di Dom Gérard Calvet. Come guida, la raccomandazione di Leone XIII agli storici:
“La prima regola della storia è non osare affermare nulla di falso, né tacere qualcosa di vero; perché nello scrivere non ci siano sospetti di partigianeria o di avversione” [6].
Alle fonti d’archivio e alle testimonianze si sono aggiunte delle visite ai luoghi: Bordeaux, Tauzia, Maslacq, Madiran, Tournay, Montmorin, Bédoin, Montfavet, Le Barroux e Saint-Pierre de Clairac.

[1] Dom Denis Martin, La Doctrine monastique de Dom Romain Banquet, Editions de l’abbaye Saint-Benoît d’En-Calcat, 1943, p. 34.
[2] Postfazione a Marc Dem, Dom Gérard et l’aventure monastique, 1988, pp. 193-194.
[3] Benedetto XVI, motu proprio Summorum pontificum, del 7 luglio 2007.
[4] Testimonianza all’autore di don Louis Picard d’Estelan (Padre Gabriel), del 21 novembre 2012.
[5] Dom Antoine Forgeot, Prefazione a Benedictus. Lettres aux oblats, Editions Sainte-Madeleine, 2011, p. 7.
[6] Leone XIII, Lettera Saepenumero considerantes sugli studi storici, del 18 agosto 1883.

[Yves Chiron, Introduzione, Dom Gérard Calvet. 1927-2008. Tourné vers le Seigneur, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2018, pp. 13-16, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 28 febbraio 2018

Lo spirito di Cristianità

[Oggi, 28 febbraio 2018, ricorre il decimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo offrendo di seguito la seconda parte (la prima parte qui) di Regard sur la Chrétienté (Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1982, qui pp. 21-29), ripresa in libretto del dialogo dell’inverno 1982 fra Bernard-Romain-Marie Antony e Dom Gérard, originalmente pubblicato nei nn. 99, 100 e 101 del quotidiano Présent. Trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Il terzo punto del vostro programma è la fedeltà a ciò che chiamate la fedeltà amicale degli antichi. Ricordo lo stupore di qualche amico allontanato dalla vita cristiana, che avevo portato da voi qualche anno fa. Ne erano rimasti impressionati, e avevano un po’ di paura. Vi consideravano dei “guru” inaccessibili; hanno scoperto l’ospitalità benedettina, impregnata di semplicità e carità amichevole. Ce lo potete spiegare?

Alcuni cattolici hanno voluto reagire contro le deformazioni di una carità svuotata della sua sostanza e ridotta a una vaga filantropia umanitaria. Così hanno rinchiuso la carità dietro barriere irte di punte, in preda a un costante sospetto, senza più alcuna libertà d’espressione. La virtù della carità si trova perciò priva di quella potenza d’irradiamento che le permetteva un tempo di penetrare la vita degli uomini, i loro patti, le loro alleanze, le loro amicizie.
Nella Regola di san Benedetto, per esempio, c’è un pensiero mirabile, sotto forma di massima, che si fonda sulla Sacra Scrittura: “Honorare omnes homines”, onorare tutti gli uomini. È il principio medesimo dell’ospitalità benedettina. Quell’onore che rendiamo a ciò che l’uomo porta in sé di sacro, è questo che ha fondato la civiltà cristiana; ciò che ha permesso agli uomini di rispettarsi, di rispettare l’immagine di Dio, quella scintilla di divino che portano in loro. Siamo tutti eredi di una certa ricchezza, di una tradizione nazionale e religiosa; e questo fonda tra gli uomini un accordo che dovrà essere al contempo penetrato e protetto dalla carità.
Non si vede perché la carità non debba venire in soccorso di tali valori per svilupparli, coltivarli e forse rivelarli loro; per porli sotto la luce di Dio, in maniera che siano salvati dai fanatismi, salvati da tutti i naufragi del peccato originale, perché possano accedere alla vita soprannaturale. Si tratta di quello che non cessa di dirci il nostro amico Gustave Thibon.

In fondo, è tutto il problema dell’articolazione dello spirituale sul temporale. Non è stata propriamente l’opera della Cristianità?

Certamente. E lo potrebbe essere anche oggi, ma a una condizione, di ritrovare quell’attitudine amorevole d’onore e di benevolenza, di fiducia generosa e di libertà. A forza di essere perseguitati dallo Stato […], i nostri sacerdoti fedeli non sono sempre disposti in quel senso, è comprensibile. Ma è necessario che vi pervengano, sotto pena d’isolamento e di fanatismo. Sarebbe desolante che il Nemico avesse ragione di loro in questo modo. Non si può ricostruire la Cristianità senza ricorrere allo spirito di Cristianità.

Cosa intendete esattamente per spirito di Cristianità?

Se la Cristianità è lo stato di una civiltà penetrata dal cristianesimo, lo spirito di Cristianità è evidentemente la Fede, l’impregnazione della Fede, lo sguardo della Fede penetrante e illuminante tutta la realtà terrestre. È altresì quella intelligenza del cuore, quella bontà intuitiva che faceva dire a Blanc de Saint-Bonnet: “La gloria della carità è d’intuire”. Ecco lo spirito di Cristianità: intuire, fra gli esseri, talora sviati, quali saranno adatti a lavorare per il Regno. Intuire, fra le manifestazioni dell’arte o della cultura, quelle che saranno adatte a esprimere il soprannaturale; a condizione, evidentemente, di raddrizzarli dolcemente, di purificarli, talora di “re-ispirarli”; sarà questo il lavoro dei santi, di quelli almeno che fra di loro sono più attenti ai gemiti dello spirito e alla nascita dolorosa della creazione.
Penso in particolare ad alcuni grandi santi del Medioevo, a un sant’Ugo di Cluny, a un san Bernardo di Clairvaux, nell’anima dei quali grazia e cultura umana non avevano divorziato: costoro furono i testimoni, se non i padri, della Cristianità. Sappiamo, per esempio, che Pietro il Venerabile, abate di Cluny, guidava una squadra di traduttori incaricati di tradurre in latino il Corano, di cui stabilì così la prima traduzione europea? Tale squadra di traduttori comprendeva un inglese, un francese, un cristiano spagnolo che aveva vissuto sotto la dominazione araba, e un musulmano.
Lo troverete spiegato in un libro sorprendente da poco pubblicato: L’Eglise au risque de l’histoire, di Jean Dumont. Lo stesso autore racconta che il re Alfonso VII di Castiglia, artefice della Reconquista spagnola nel secolo XII, aveva affidato il comando della famosa fortezza di Calatrava, dunque l’autorità sui templari, a Rabbi Juda, figlio del principe ebreo spagnolo Rabbi Josef ben Ezra. Non più per i templari che per il re, questa nomina non sembrava anomala: la Castiglia riconosceva dei principi ebrei, perché i loro figli non potevano comandare delle fortezze? In Castiglia, ugualmente, ci sono stati dei governatori di fortezze cristiane scelti fra i mori. E che belle alleanze senza confusione fra i sovrani e gli uomini di Chiesa!
È un cluniacense francese il primo vescovo di Toledo riconquistata. Dal 1050, il re Ferdinando di Castiglia si è riconosciuto suo vassallo spirituale, offrendo di pagargli un tributo annuo di mille pezzi d’oro. Ecco come agivano gli uomini che hanno fatto la Cristianità; perché non marceremo sui loro passi? Ritroveremo un giorno questo senso umano, questa libertà affettuosa, per trattare con gli uomini del nostro tempo? Non vedo perché non vi si debba pervenire; se la carità non è capace di questo, significa che non è la carità. La carità è una comunicazione, un’effusione dell’amore divino.

È la carità in atto, viva e agente, ciò che chiamate lo spirito di Cristianità?

Sì, e dirò molto semplicemente: è lo spirito cattolico. Lo spirito cattolico è il contrario dello spirito settario, dello spirito di partito. Alcuni confondono cattolicesimo e spirito di cappella; il termine cattolico significa universale. Il cattolicesimo è dunque la pienezza del Vangelo che afferra l’uomo e l’universo per fargli cantare la gloria di Dio; è una grande liturgia, l’arte di fare ascendere tutte le cose a Dio: la scienza, la filosofia, la vita sociale, l’ordine politico. È l’arte di aiutare gli uomini a scoprirsi secondo ciò che hanno di meglio, e di portare il gioiello del loro patrimonio umano e culturale a Dio. Quando diciamo “Cristianità”, si aggiunge una sfumatura alquanto concreta, molto storica: i costumi, i canti, i monumenti d’arte e della poesia che ci hanno lasciato gli antichi.
La Cristianità è la germinazione e la fioritura del Vangelo su un pezzo di terra. Diceva Charles Péguy: “Occorre che una santità salga dalla terra”. Non intendeva affatto dire che era la terra a potere produrre la santità; voleva che la santità prendesse radici, che si sposasse alla terra, e che dalla terra salisse portando il frutto. Non la voleva lasciare nei libri, nelle sacrestie o nei gruppuscoli. Occorre che essa salga, e che sollevi la terra. Evidentemente, egli pensava a questa terra di Francia che ha prodotto tanti frutti di santità, di una santità legata alla razza e alla vita degli uomini.

Lei ritiene che oggi sia ancora possibile uno spazio di Cristianità?

Il mondo moderno si è accanito nel distruggere le condizioni necessarie all’avvenimento di una Cristianità. C’è la coalizione contro la legge naturale, contro il patto iniziale dell’uomo con la creazione, contro il rispetto della terra e la dignità dei costumi contadini. Come potrebbe nascere un fiore di Cristianità nel mondo tecnologizzato, in preda al caos e alla dismisura? Eppure, la Chiesa ha bisogno di un regime di Cristianità, senza il quale ella non può che promulgare leggi: Sed quis leges sine moribus? A che servono le leggi senza i costumi? Poi, il principio essenziale della Cristianità esiste sempre: è la bontà di Dio; l’immensa bontà di Dio che ha lasciato una traccia sulla creazione. E il grido di san Bruno –  “O Bonitas” – risuona lungo la storia dei secoli come una splendida confessione, perché la Cristianità è il riflesso sociale assai imperfetto –  comunque un riflesso – della bontà di Dio. L’ordine sociale, malgrado le sue ambiguità, rimane in grado di riflettere qualcosa della santità e della bontà di Dio: “Tu visiti la terra e la disseti”, come dice il Salmo.
Il Medioevo è stato dissetato dalla presenza di Dio. Grazie all’irradiamento dei grandi santi, è il bene che finisce per trionfare sul male. Ciò risplende nella vita di un san Francesco d’Assisi. I santi sono stati dei fondatori di Cristianità, non solo in quanto intercessori per le città temporali, ma perché avevano questo ardore, questo candore di volere a ogni costo che la terra rifletta il cielo, che tutto parli della bellezza e della bontà di Dio. La vita terrestre non disponeva di alcuna zona profana che potesse essere abbandonata a Satana. Costoro volevano che tutto salga al cielo come una grande sacra liturgia; anche le cose più umili, anche quelle che all’inizio sembrano le più compromesse dalle passioni umane, come la guerra o il mestiere delle armi.
È la Cristianità che ha inventato la cavalleria, gli ordini militari, la quarantena, la tregua di Dio. Ciò limitava singolarmente l’esercizio di una guerra senza odio, che scorge nell’avversario di oggi l’alleato, se non l’amico di domani. Eccoci così informati sul grado di carità dei nostri antichi. Facciamo nostra questa osservazione di un mistico: “Non è alla maniera in cui qualcuno mi parla di Dio che vedo se ha conosciuto il fuoco dell’amore, ma alla maniera in cui mi parla delle realtà umane”.

Nella vostra lettera, Padre, avete detto che volete fondare al Barroux un monastero di Cristianità. Cosa significa?

Ebbene, del tutto semplicemente, che i monasteri sono, per vocazione, dei pezzi di cielo sulla terra, anzitutto dei luoghi d’incontro con Dio, e poi con gli uomini. L’autentico ecumenismo è quello della Tradizione. Un antico ha detto: “Più approfondisco la Tradizione, più ritrovo gli altri”. Ciò si ricollega alle nostre osservazioni, perché la nostra liturgia tradizionale attira i giovani: questa teologia in azione costituisce la migliore risposta […] all’inganno. È stato detto dell’abbazia di Cluny che essa aveva instaurato una civiltà della bontà. Ma Cluny non solo distribuiva frumento in tempo di carestia. I monaci seminavano la pace, la concordia, riconciliando i principi, consigliando i re.
Non è quindi solo una civiltà dell’elemosina, ma una civiltà dell’amicizia, che crea i legami fra gli uomini, che opera per irradiamento e osmosi. Ciò non impedisce il rigore dottrinale, ma questo carattere dello spirito diventerà un servizio d’amore.

Tali princìpi di civiltà devono essere attribuiti a qualche uomo di genio o ad altre comunità monastiche che caratterizzavano l’Europa del Medioevo?

È una domanda alla quale è difficile rispondere; la storia ci ha trasmesso i nomi di alcuni grandi santi che furono in effetti dei costruttori, e dei capi spirituali. Ma le comunità costituivano come una grande via lattea in cui si fondono gli individui, e le società cristiane presero il loro modello del tutto naturalmente sulle comunità monastiche. L’uomo del Medioevo è nato da questo. Poiché la Regola di san Benedetto propone tutta una educazione dell’uomo; e questa educazione si fonda evidentemente anzitutto sulla preghiera, ma anche sulla vita di comunità, sulle umili virtù di nascondimento di sé, di mutuo soccorso, di pazienza, di rispetto, di cortesia e di buonumore. Sono le virtù che hanno fatto le società cristiane, e mi spingerei a dire che si tratta di virtù politiche.
Ma se il nostro monastero si vuole un monastero di Cristianità è anche perché esso sarà stato costruito con le preghiere e le elemosine di centinaia di famiglie che pregano per noi ogni sera. Allora come rifiuteremo noi di essere a nostra volta un punto di riferimento, un punto fisso, un’oasi di pace, dove i nostri fratelli affaticati dalle lotte del secolo potranno fare una sosta e restaurare le loro forze? Penso specialmente ai giovani, che vengono a fare dei campeggi attorno al monastero durante l’estate, agli scout, ai seminaristi, e così via.
È soprattutto guardando il cielo e vivendo per il cielo che attireremo questo dono assai prezioso dal Creatore, cioè l’avvento di una Cristianità.
Mio caro, vorrei concludere questo dialogo su ciò che è la fonte segreta delle nostre vite: Dio. La certezza di essere amati da Dio. Infinitamente. Il desiderio di fare delle nostre vite una risposta d’amore. Per andare fino al fondo del mio pensiero, vi dirò che senza dubbio noi non vedremo con i nostri occhi il sorgere dell’aurora di una Cristianità, e questo non ha alcuna importanza. Ma reclamiamo l’onore di lavorare per essa con lo studio, con la preghiera e – meglio ancora, se il Signore si degna di darcene la grazia – con il sangue del martirio.
Anche questo fa parte della Tradizione.

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giovedì 25 gennaio 2018

La Regola di san Benedetto ha modellato l’Occidente cristiano

[Il 28 febbraio 2018 ricorrerà il decimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Iniziamo a ricordarlo offrendo di seguito la prima parte di Regard sur la Chrétienté (Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1982, qui pp. 11-17), ripresa in libretto del dialogo dell’inverno 1982 fra Bernard-Romain-Marie Antony e Dom Gérard, originalmente pubblicato nei nn. 99, 100 e 101 del quotidiano Présent. Trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Perché i monaci?

Essenzialmente per la preghiera. La preghiera non è un’attività umana fra altre. Essa è l’attitudine essenziale mediante la quale l’uomo esprime la sua adorazione, la sua dipendenza, il suo amore, la sua azione di grazie per Colui che è la bontà infinita. Mi sembra che si parli troppo poco della bontà di Dio. È tuttavia questa bontà infinita a deliziare il monaco.
Guardate san Bruno: quando ha raggiunto il deserto delle certose, si è girato verso questi orizzonti straordinari, esclamando: “O Bonitas”. Vedeva, leggeva la bontà di Dio attraverso la sua bellezza. Ma se la creazione è un vestigio della bontà di Dio, che dire allora quando si guarda il Crocifisso?

Nella vostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, parlate di tre fedeltà: “Fedeltà alla Regola, fedeltà alla liturgia, fedeltà inoltre a quella carità amichevole di cui gli antichi avevano il segreto, senza la quale è impensabile rifare una cristianità”. La vita moderna, che distrae i nostri contemporanei dalla contemplazione, ne offre loro come la nostalgia, ma ciò che non comprendono affatto, è la necessità di una regola.

Ciò nonostante la regola è presente ovunque. Non vi è che da guardarsi attorno. La bellezza dell’universo deriva dalla sottomissione alle leggi che ne regolano l’armonia. Guardate gli animali: sono sottomessi alla regola inflessibile dell’istinto; guardate il cielo stellato, che esempio sontuoso di obbedienza alla regola! Gli esseri umani che vogliono vivere in società sono pure essi ben costretti a sottomettersi a una legge.
La Regola di san Benedetto apporta un rimedio al peccato originale. Salva l’uomo dall’istinto selvaggio, lo sottrae al capriccio; è la condizione della sua libertà. È un miracolo di equilibrio, sovranamente adattato al bene dell’anima, alla vita consacrata, alla ricerca di Dio. Di una meravigliosa flessibilità, essa si adatta altrettanto bene agli occidentali e agli uomini di colore. Me ne sono accorto quando ci hanno inviato a fondare un monastero in Brasile. Scritta nel secolo VI, essa sembra scritta per i tempi moderni; permette ancora oggi all’uomo di convertirsi, cioè di volgersi a Dio, nell’ambito di una famiglia di fratelli, sotto il paterno governo dell’Abate.
Se i sacerdoti volessero ispirarsene, essa potrebbe essere il rimedio più appropriato alla crisi attuale del clero.

Al giorno d’oggi si ammette volentieri che la Regola di san Benedetto è stato un fattore importante di civilizzazione. Come ve lo spiegate?

La santa Regola è stata il codice di vita dei primi evangelizzatori dell’Europa. Ha dunque modellato il nostro Occidente cristiano, non come lo farebbe una teoria, ma in quanto metodo educativo. E come in ogni metodo educativo, quando se ne stravolgono alcuni elementi, l’educazione non è più ricevuta. Occorre dunque rispettare l’integrità della Regola. Credo che per noi questa è stata una grazia, il fatto di volerla osservare alla lettera, perché essa si rivela perfettamente adatta ai giovani d’oggi.
Da noi i giovani non hanno mai contestato la santa Regola; al contrario, ammirano a quale punto essa sia umana, dolce, familiare. Péguy diceva che le regole flessibili sono più esigenti delle regole dure. Si potrebbe dire che la Regola di san Benedetto è una regola flessibile, in quanto è temperata dalla carità ed è improntata a un carattere propriamente paterno e familiare.

Dopo la fedeltà alla Regola, c’è la vostra fedeltà alla liturgia. In quasi tutti i monasteri la liturgia è stata profondamente alterata. Da voi, dom Gérard, è rimasta intatta. Perché?

Potremmo dire che è per le stesse ragioni: la santa liturgia è la regola della preghiera, e questa regola di preghiera è ancora più venerabile della Regola benedettina, poiché s’identifica con il cuore, l’anima e la vita della Chiesa. Sono i salmi, il santo sacrificio della messa, il grande sacramentale dell’ufficio divino, da Mattutino e le Lodi fino alla Compieta. Amiamo la santa liturgia perché è una meravigliosa scuola di preghiera. Essa è, diceva dom Guéranger, “il magistero della Chiesa pervenuto al suo grado più alto di splendore e solennità”; permette di cogliere dalle labbra e dal cuore della Chiesa lo stesso pensiero del suo Dio. Mette in azione l’uomo nella sua interezza, con il suo corpo, la sua anima, il suo spirito, la sua intelligenza, la sua sensibilità.
I salmi sono delle grida d’amore, di pentimento e ammirazione; una specie di sfogo affettuoso verso Dio, anziché una meditazione discorsiva. La pietà degli antichi monaci era molto più semplice, più affettuosa, più cordiale, più vicina all’infanzia che al genere di meditazione analitica che è prevalso a partire dal secolo XVII.

Qual è la trama di fondo della pietà monastica?

Sono i salmi! Il salterio è il pane quotidiano della pietà monastica. Per meglio dire, è la manna del deserto. Perché i salmi parlano di Cristo e Cristo parla attraverso i salmi. Grazie all’ufficio della salmodia, nuotiamo nel grande fiume liturgico che ci penetra e ci trasforma un poco alla volta. E poi, i salmi sono ispirati. La salmodia è Dio che parla a Dio, dettandoci le formule, gli accenti e le cerimonie scelte da lui. È dunque la preghiera pubblica della Chiesa, sposa di Cristo; e la voce della Sposa raggiunge il cuore dello Sposo.
Infine, occorre dire che questa preghiera è fatta di uno splendido materiale, giacché una grande poesia sacra accompagna tutte le cerimonie della Chiesa.

Sembra d’altronde che la Chiesa di oggi, abbandonando la tradizione liturgica, abbia rinunciato alla bellezza del culto. Non vi è confusione fra bruttezza e povertà?

Esattamente. Siamo in piena confusione. Vi era nei moderni una certa intuizione, che all’inizio era buona: la bellezza non dipende da un’accumulazione di materiali, da una deriva di ornamenti e di sovrappesi. Bene. Ma hanno fatto una confusione ben più grave. Hanno creduto che la semplicità fosse una cosa facile.
Si tratta di un errore. Il canto gregoriano, per esempio, è un’arte di una grande semplicità di mezzi; ma è un’arte difficile. Semplicità non vuol dire indigenza, è ascesi della bellezza. Credendo di semplificare, hanno mutilato, hanno schematizzato, hanno soppresso la vita, hanno creato delle liturgie astratte, asciutte, disseccanti, senza poesia, senza lirismo e senza trascendenza, che cominciano a datare terribilmente.

Nelle riforme uscite dal Concilio, all’inizio non c’era un desiderio legittimo di volere riaccordare la liturgia alla sensibilità popolare?

Certamente. C’era tutto un lavoro da svolgere, di rieducazione e nuovo radicamento. Ma sono stati commessi due errori.
In primo luogo, si è trattata con disprezzo l’anima popolare, scadendo nel facilismo e nella volgarità; poi si è agito con empietà mettendo mano al tesoro trasmesso dalla Tradizione. Supponete che si abbia cattivo gusto, supponete che si sia confusa semplicità e indigenza; può succedere. In ogni caso, cera un’empietà flagrante nel porre mano su questi tesori che fanno parte del patrimonio dell’umanità, che gli atei riveriscono, che i protestanti rispettano. Poiché quanti hanno un po’ di senso umano sentono che ciò tocca i valori più elevati dell’anima. C’è là qualcosa d’incredibile nella storia della Chiesa.
Dunque, non fosse altro che a titolo di riparazione, siamo rimasti fedeli alla liturgia integrale. Poi ci siamo resi conto molto velocemente che eravamo i primi beneficiari di questa grande Tradizione; è grazie all’influenza dolce e regolare della liturgia che dom Innocent Lemasson ha potuto scrivere: “I nostri chiostri sono accademie di pace, di silenzio e di libertà”. Poco alla volta la liturgia trasforma la nostra anima, il nostro spirito, la nostra immaginazione, anche il nostro corpo; perché il rito liturgico educa il corpo umano, lo disciplina, lo purifica, poi mette sulle nostre labbra i cantici annunciatori della vita eterna. Adesso capite perché la liturgia fa parte “usque ad mortem” del nostro programma di fedeltà.

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martedì 23 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / quinta e ultima parte

Conclusione

Al termine di queste righe, due espressioni tornano allo spirito: azione di grazie e speranza.
Azione di grazie perché l’iniziativa di Benedetto XVI pacifica la questione liturgica nel cuore dei pastori, dei sacerdoti e dei fedeli, aprendo la via a una nuova evangelizzazione a partire dalla liturgia in tutta la sua ricchezza.
Speranza perché non sembra possibile risolversi definitivamente a uno smembramento, a una tensione dell’unico rito romano in due forme, fra l’adorazione del corpo e il sangue di Cristo realmente presente sull’altare e il servizio dell’assemblea (cfr. la già menzionata lettera del card. Ratzinger al prof. Barth).
Questa tensione non è nuova nella storia della Chiesa e richiama a un superamento.
Il Vangelo riporta la questione di un dottore che voleva mettere alla prova il Signore (Mt 22,36-40; Mc 12,28-34). “‘Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?’. Gli rispose: ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso’” (Mt 22,36-39).
Il movimento liturgico ha perseguito la partecipazione attiva di tutti al sacrificio eucaristico. Tale fine lodevole non è forse diventato, poiché lo si è mal compreso, il fine stesso della celebrazione? L’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis ricorda: “Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola [actuosa participatio] non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana” (n. 52).
Oggi, il motu proprio risponde al desiderio del cuore inquieto di numerosi sacerdoti. Se si riconoscono come servitori della parte del gregge loro affidato, sono altresì gli amici di Dio, e hanno bisogno d’incontrarlo, di nutrirsi di lui attraverso la celebrazione della liturgia.
Lavorare per ricentrare questa celebrazione sul mistero, pur conservando gli apporti della riforma, sembra dunque un sostegno alla vita spirituale dei sacerdoti, come anche l’accoglienza di un sensus fidelium al quale Papa Francesco invita così spesso a essere attenti, come una sfida per la Chiesa.
Reintrodurre ad libitum gesti come i segni di croce, le genuflessioni, le riverenze, consentire la preghiera dell’offertorio della forma extraordinaria, come pure la possibilità di recitare il canone in silenzio, sarebbero dei semplici passi da mettere in atto nella forma ordinaria.
Benedetto XVI ha aperto una via in tal senso, scrivendo nella lettera ai vescovi in occasione della pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum: “Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”.
Recentemente un missionario nei Paesi asiatici ha scritto, a proposito dei cristiani che lo hanno sollecitato a celebrare la Messa nella forma extraordinaria: “Amano celebrare Dio con un rito accurato, ed essere collegati attraverso questa forma liturgica che ha nutrito tanti santi a una Chiesa universale la cui storia è lunga e ricca, ben anteriore al suo recente arrivo nel Paese”. Non parliamo del missionario per il quale la celebrazione, anche in latino, è più agevole che nella lingua del posto.
Non dà conforto ritrovare in Asia i medesimi sentimenti che troviamo nei sacerdoti che vengono a imparare la forma extraordinaria a Fontgombault? Questo tesoro, questa storia lunga e ricca che incontrano, è l’universalità della Chiesa che, presente in una civiltà, in un tempo e in un luogo, domina le civiltà, i tempi e i luoghi.
Questa Chiesa che è, secondo l’insegnamento di Lumen Gentium, mistero e sacramento, vede questa ricchezza e al contempo questa tensione del suo essere, riflettersi nella sua liturgia in due ethos celebrativi, il misterico e il sociale (cfr. François Cassingena-Trévedy, Te Igitur, Ad Solem, Ginevra 2007, cap. 6, pp. 81-82), la forma extraordinaria e la forma ordinaria. Essa non può risolversi a lasciarli opporsi. Così il più bel frutto del motu proprio è probabilmente ancora a venire. Nascerà dal rifiuto di un “messale di prima” e un “messale di dopo”. Per nulla considerata dai Padri conciliari, l’esistenza di due forme del rito romano richiama a una convergenza, un mutuo arricchimento auspicato da Papa Benedetto XVI per il bene della Chiesa e della sua liturgia, e che risponde alle parole stesse del Figlio: “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21). Allora tutti potranno fare proprie le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI nel discorso all’Abbazia di Heiligenkreux del 9 settembre 2007: “vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini!”.

[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 5 - fine (la prima parte qui; la seconda parte qui; la terza parte qui; la quarta parte qui)]

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