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venerdì 5 gennaio 2018

L’Epifania più ricca del Natale?

Il tempo liturgico del Natale continua fino al 2 febbraio; occorrerebbe dunque che durante l’intero mese di gennaio noi potessimo respirarne il profumo e, con l’aiuto dei testi del messale e dell’antifonario, orientassimo lo sguardo della nostra anima verso il miracolo della nascita di Dio. Ma abbiamo quella che chiamerei la devozione ai testi?

[...]

Natale è l’esplosione di una gioia popolare interamente volta all’ammirazione e alla gratitudine. La nascita del Salvatore, dopo i secoli dell'attesa, è l’aurora della nostra speranza, il principio di un ottimismo che ricorda, ogni 25 dicembre, che gli angeli cantavano sopra la stalla di Betlemme. Ma l’Epifania commemora la manifestazione del Signore ai Magi, il suo battesimo nel Giordano e il suo primo miracolo a Cana. Perciò l’Epifania è strutturalmente più teologica del Natale. Non ci servirebbe a nulla celebrare la nascita di un salvatore se costui non si fosse rivelato a noi come oggetto di contemplazione e di conoscenza. Ora, questa manifestazione è l’essenza medesima del mistero dell’Epifania.
Ricordiamolo: Gesù Cristo si manifesta ai Magi, come Signore sovrano nell’ordine sociale delle grandezze terrestri.
Si manifesta come Re universale al livello dell’universo cosmico: una stella indica il luogo della sua nascita, egli cambia l’acqua in vino, e le pietre si creperanno al momento della sua morte.
Egli si manifesta come capo della Chiesa: “Sorgi, o Gerusalemme, sii raggiante: poiché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te” (epistola della festa).
Come iniziatore dei sacramenti, quando santifica le acque del Giordano, simboleggiando le acque del battesimo; e a Cana, egli associa sua Madre alla dispensazione della grazia.
Ancora, egli appare come Signore allorizzonte della fine dei tempi: Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero” (introito della festa).
Infine, alla teofania del Giordano, Dio Padre rivela Gesù come il Figlio eterno, oggetto della sua compiacenza: Questi è il Figlio mio, lamato: in lui ho posto il mio compiacimento”. L’Epifania è unentrata nel mistero della Trinità. Questa è linsondabile ricchezza del mistero.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Fragments autour de Noël, 12 gennaio 1992, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 74-78 (qui 74 e 76-77), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 12 ottobre 2017

Gli oblati benedettini

«Gli oblati sono dunque delle persone che vivono nel mondo, che desiderando condurre unesistenza più cristiana e darsi a Dio in una maniera più completa, si fanno ammettere come membri di un monastero benedettino di monaci o di monache, promettendo di conformare ormai la loro vita alle massime fondamentali della Regola di san Benedetto, e dimitare  nella misura del possibile  la vita dei monaci».

[Dom Germain Barbier O.S.B. (1891-1971), quarto abate del monastero Saint-Benoît dEn Calcat, in Lettre aux oblats, n. 99, 3 ottobre 2017, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]












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sabato 3 dicembre 2016

Avvento con “L’oblato” di Huysmans

È che si gela qui dentro, mormorava Durtal; che il mio uomo abbia dimenticato l’appuntamento? Un trascinare di scarpe in corridoio lo rassicurò.
«Sono in ritardo», disse il religioso, «ma abbiamo appena finito di buttar giù in refettorio, secondo la tradizione, una tazza di vin brulé per scaldare il sangue, perché staremo in piedi a cantare fino all’aurora. È pronto?».
«Sì, padre», rispose Durtal che si mise sull’inginocchiatoio e si confessò. Dopo avergli domandato l’assoluzione, con pacatezza, con calma, parlando come a una conferenza ai suoi novizi, dom Felletin trattò di quell’Avvento che era morto e di questa festa di Natale che stava per nascere.
Durtal si era seduto e lo ascoltava.
«Sono terminate queste quattro settimane», diceva, «che rappresentano i quattromila anni che sono trascorsi prima della venuta di Cristo. Il primo giorno dell’anno civile, il primo gennaio del calendario gregoriano, è per il mondo un motivo di allegria; per noi, il giorno dell’anno liturgico, che è la prima domenica d’Avvento, è stato un argomento penoso. L’Avvento, simbolo d’Israele che invocava la venuta del Messia macerandosi e digiunando sotto la cenere, è, in effetti, un tempo di penitenza e di lutto. Non si canta il Gloria, non si suona l’organo nei giorni feriali, non si dice Ita missa est, non si canta il Te Deum nell’Ufficio notturno; abbiamo adottato come segno di tristezza il violetto e, come segno ancor più energico d’inquietudine e di ansia in certe diocesi, come in quella di Beauvais, inalberavano ornamenti color cenere; anche in altre, quelle di Le Mans, di Tours, le chiese del Delfinato, rincaravano ancora sul senso dei colori smorti, vestendosi con la tinta del trapasso, di nero.
La liturgia di quest’epoca è splendida. Allo sconforto delle anime che piangono i loro peccati, si mescolano i clamori eccitati e gli urrà dei Profeti che annunciano che il perdono è vicino; le Messe delle Quattro Tempora, le grandi “antifone O”, l’inno dei Vespri, il Rorate coeli della Salvezza, il responsorio del Mattutino della prima domenica, possono essere considerati tra i più preziosi gioielli del Tesoro dell’Ufficio; solo gli scrigni della Quaresima e della Passione contengono dell’oreficeria così perfetta; eccoli ora riposti nei loro cassetti, per un anno. La gioia degli auguri esauditi succede alle ansie delle scadenze; e tuttavia non tutto è finito, perché l’Avvento si riferisce non solo alla Natività di Cristo, ma anche al suo ultimo Avvento, cioè a questa fine del mondo quando verrà, come si professa nel Credo, a giudicare i vivi e i morti. È necessario perciò non dimenticare questo punto di vista e innestare sulla gioia rassicurante del Nuovo Nato, il salutare timore del Giudice.
L’Avvento è, dunque, sia il Passato che il Futuro; ed è anche, in un certo modo, il Presente; perché questa stagione liturgica è la sola che debba sussistere immutabile in noi; le altre scompaiono con il succedersi del tempo. Lo stesso anno termina, ma senza che l’universo scompaia in un definitivo cataclisma; e di generazione in generazione, ci trasmettiamo l’angoscia; dobbiamo sempre vivere in un eterno Avvento perché, aspettando la suprema fine del mondo, avrà il suo compimento in ciascuno di noi con la morte.
La stessa natura ha il compito di simbolizzare la cura di questa stagione che abbiamo vissuto; il decrescere dei giorni era come l’emblema delle nostre impazienze e dei nostri rimpianti; ma i giorni si allungano dal momento che il Signore nasce; il Sole di Giustizia dissipa le tenebre; è il solstizio d’inverno e sembra che la terra, liberata da persistenti tenebre, gioisca.
Dobbiamo dunque, come lei, dimenticare per qualche ora l’opprimente pensiero dei castighi, pensare solo a quest’avvenimento inesprimibile di un Dio divenuto bambino per riscattarci...
Mio caro amico, ha preparato bene il suo Ufficio, vero? Ha già letto le stupende antifone del Mattutino; mi intratteneva poco fa su queste, durante la confessione, sulle sue ansie e le sue distrazioni durante il canto della salmodia; si lamenta del dolore che prova nel vedersi così tanto impregnato di atmosfera mondana; si domanda se la routine non annichilisca l’efficacia delle sue preghiere? Lei cerca allora sempre il pelo nell’uovo con sé stesso! Ma, vediamo, la conosco abbastanza bene per sapere che questa notte lei trasalirà di piacere, solo ascoltando lo stupendo Invitatorio dell’Ufficio. Ha dunque bisogno di insistere su ogni parola, di soppesare qualsiasi risposta? Non sente la presenza di Dio, in questo entusiasmo che non ha niente da spartire con la discussione e l’analisi? Ah! Non è semplice con Lui! Lei ama più di chiunque altro la prosa ispirata delle Ore e vuole convincersi di non amarli abbastanza. È folle! Finirà, con così tanti dubbi, per compromettere ogni slancio; e stia attento perché la malattia dello scrupolo, di cui ha tanto sofferto alla Trappa, ritorna!
Allora faccia il bravo con sé stesso e sia meno pignolo con Dio! Non esige che lei smonti, come gli ingranaggi di un orologio, gli argomenti delle sue preghiere e ne sminuzzi la comprensione quando comincia a formularle. Le domanda solo di recitarle. Ecco un esempio: scegliamo una santa della quale non potrà discutere l’autorità, santa Teresa; non conosceva il latino e non si augurava che le sue figlie lo imparassero; e tuttavia le carmelitane sanno salmodiare l’Ufficio in questa lingua. Secondo la minuzia delle sue congetture, pregherebbero male, allora! La verità è che sanno che, facendo così, cantano le lodi al Signore e lo implorano per quelli che non lo adorano affatto e questo è sufficiente; riempiono di questi pensieri queste parole di cui esse non conoscono in modo preciso il senso e che tuttavia rendono i loro desideri in maniera assoluta; ricordano a Gesù le sue promesse e i suoi rimproveri. Le loro preghiere Gli presentano, se posso dire, un trattato che segnò con il suo sangue e che non può lasciar inesaudito; forse non siamo infatti creditori di certe promesse dei suoi Vangeli?».
«Solo... solo...» continuò il monaco, dopo un silenzio, come parlando a sé stesso, «queste promesse dovute all’immensità del suo amore esigono, perché si realizzino, che ritorniamo a Lui una giusta misura – tuttavia calcolata col nostro metro – giacché, che misera ripercussione dell’infinito ci portiamo in noi stessi! Questo povero amore, non si ottiene che attraverso la sofferenza. Bisogna soffrire per amare e soffrire ancora quando si ama!
Ma dimentichiamo tutto questo: non veliamo la gioia di queste poche ore: ritorniamo a noi, pensiamo subito a questa incomparabile veglia, a questo Natale che ha fatto piangere di tenerezza in tutte le epoche. I Vangeli sono brevi; ci relazionano gli avvenimenti senza riflettere sui dettagli; non c’è posto all’ostello e questo è tutto. Ma che meravigliosa forma di liturgia si è creata attorno a questo nodo che sembrava così arido! L’Antico Testamento è venuto a completare il Nuovo; è il contrario di ciò che succede di solito; contrariamente a tutti i precedenti sono i testi anteriori che completano quelli che seguono; il bue, l’asino, non è a san Luca, ma a Isaia che li dobbiamo; sono da sempre acquisiti nell’O gran mistero, uno dei più bei responsori del secondo notturno di questa notte.
Ah! La radiosa bellezza della teofania! Quando Gesù è appena nato e non può ancora parlare, simbolizza in modo immediato, con un’azione materiale, gli insegnamenti che proclamerà così chiaramente più tardi. La sua prima cura è di mettere in pratica e di confermare con un esempio il canto che glorifica sua Madre, l’exaltavit humiles del Magnificat!
La sua prima riflessione è un pensiero di deferenza verso di Lei. Vuol giustificare davanti a tutti il grido di vittoria della Vergine e in effetti attesta nello stesso tempo che i piccoli sono i suoi preferiti e che devono stare davanti a Lui prima dei potenti. Certifica che i ricchi avranno più difficoltà dei poveri a essere ammessi alla sua presenza e lo fa capire imponendo un lungo viaggio a questi sovrani e a questi sapienti, i Magi, dispensando da queste fatiche e pericoli i pastori che invita per i primi ad adorarlo e rialza la gerarchia degli umili, delegando per condurli davanti a Lui, non più la luce silenziosa di una stella, ma una truppa estasiata di angeli!
E la Chiesa si conforma ai disegni del Figlio. In questa notte di Natale, i Magi si manifestano solo tra le quinte e non se ne parlerà neppure, invero avranno un Ufficio esclusivamente loro solo per la festa dell’Epifania. Oggi, tutto è per i pastori.
Aggiungiamo inoltre che Maria ha sempre confermato questa intenzione perché nelle sue più note apparizioni, Lei si è sempre indirizzata a dei guardiani di greggi, non a dei sapienti, a dei monarchi o a delle donne ricche».
«Senza dubbio, padre», disse Durtal, «tuttavia mi permetta un’osservazione. La lezione d’umiltà che mi ha ricordato appena adesso è stata un po’ persa. Il Medioevo che ha inventato tante leggende sui re Magi, non ne ha mai immaginata una sola per i poveri pastori; le reliquie dei magi, promossi al rango di santi, sono ancora venerate a Colonia e nessuno si è mai occupato di sapere ciò che era stato dei resti modesti dei pastori, né si è domandato se fossero, anche loro, dei santi!».
«È vero», disse sorridendo il monaco. «Cosa vuole, l’umanità ama alla follia il mistero; i Magi erano così enigmatici, così strani che tutto il Medioevo ha sognato di questi potenti che rappresentavano, per esso, il culmine della ricchezza e l’apogeo della potenza; e ha dimenticato i buoni che vedeva tutti i giorni. È il vecchio adagio, i primi davanti a Dio sono gli ultimi davanti agli uomini.
Vada in pace, faccia la comunione, mio caro, e preghi per me».

[Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, trad. it., D’Ettoris Editori, Crotone 2016, pp. 180-184]

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martedì 1 novembre 2016

Ancora una pagina del “romanzo liturgico” di Huysmans

Joris-Karl Huysmans (1848-1907)
[La scorsa settimana abbiamo annunciato l’uscita della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it). Nel segnalare ai lettori che il volume è in vendita anche tramite il sito Internet delleditore con lo sconto del 15% sul prezzo di copertina e senza spese di spedizione, offriamo in anteprima un secondo brano (pp. 335-338) di questo autentico “romanzo liturgico”.]

«Non è da oggi che la riforma del Breviario è ritenuta necessaria», replicò dom Felletin. «I secoli hanno tramandato la preoccupazione per queste revisioni. Legga le Istituzioni Liturgiche del nostro padre dom Guéranger e la storia del breviario romano dell’Abate Batiffol e vedrà che non c’è un’epoca nella quale i reclami del clero non si siano estesi fino a Roma.
Opera anonima, prodotto, come il canto piano dal genio e la pietà dei secoli, il Romano aveva raggiunto una reale perfezione alla fine del secolo VIII. Si conservò pressoché intatto fino alla fine del XII. Corretto nel XIII a uso dei frati minori dal loro ministro generale padre Aimone, fu di uso grazie al suo interessamento in tutte le diocesi e finì per abolire il testo originale. Ora i cambiamenti dei francescani erano semplicemente deplorevoli. Infarcivano l’Ufficio di frasi interpolate o dubbiose, l’ingombravano di racconti apocrifi o inutili, inauguravano un sistema che prevedeva il sacrificio del Temporale al Santorale. Così com’è, questo Ufficio sopravvisse fino al secolo XVI. Allora Papa Clemente VII volle rivederlo da capo a fondo. Si indirizzò a un cardinale spagnolo, appartenente anche lui all’Ordine di san Francesco, e dal lavoro di questa eminenza uscì quello che è chiamato il breviario di Quignonez, una compilazione ibrida, senza capo né coda, estranea a ogni tradizione. Lo si dovette subire, ma non per lungo tempo questa volta, perché ventidue anni dopo la sua pubblicazione, un rescritto di Papa Paolo IV proibì che lo si rieditasse.
Questo sovrano Pontefice conferì al Concilio di Trento un nuovo progetto per l’Ufficio canonico, ma morì e fu il suo successore Pio V che lo riprese. Intendeva ripristinare l’antico Ordo e sfoltirlo dai testi parassiti che lo soffocavano; propose anche come principio di non accogliere facilmente feste per nuovi santi, per paura di usurpare il posto riservato a epoche successive e, quando il lavoro fu terminato, lo decretò obbligatorio per tutti, decise che non avrebbe mai potuto essere modificato e depennò i breviari datati meno di duecento anni.
Il suo non era perfetto, ma quanto superiore a quelli che rimpiazzava! Aveva almeno ripristinato l’uso dell’antifonale e il responsorio dell’epoca di Carlo Magno e arretrato l’Ufficio dei Santi rispetto all’Ufficio del Tempo.
Trent’anni dopo, nonostante il divieto di Pio V di modificare, in tutto o in parte, la sua opera, il suo immediato successore Papa Clemente VIII, giudicandola non corretta o incompleta, a sua volta la manipolò e la corresse, e agendo in senso inverso assicurò la preponderanza del santorale a spese dei giorni festivi; ciò che si era guadagnato con Pio V, lo si perse con Clemente.
Ecco già un numero elevato di revisioni del breviario. Aggiungiamo anche Urbano VIII nel secolo XVII. Questo Papa essendo poeta latino dotò l’Ufficio di due inni di sua composizione, quello per san Martino e uno per santa Elisabetta del Portogallo, due mediocri sequenze che non lasciano alcuna eredità, ma quel che è peggio, è che ordinò di manipolare le antiche e queste sono – ahimè! – quei riaggiustamenti che il Romano canta ancora!
La storia del breviario romano si ferma qui, perché non considero le diverse innovazioni introdotte di recente nella parte della traslazione delle feste; non toccano affatto, infatti, il cuore e la vita stessa dell’Ufficio.
Quanto alla Liturgia gallicana, esaminando la sua struttura, si può crederla sorta in parte dalle chiese d’Oriente. Fu ai suoi inizi, insomma, una saporosa mistura di riti dal Levante e da Roma; fu smantellata sotto il regno di Pipino il Breve, in particolare di Carlo Magno che, spinto da Papa Adriano, diffuse la liturgia romana nelle Gallie.
Durante il Medio Evo, si accrebbe di inni meravigliosi, di deliziosi responsori; creò tutta una serie di testi simbolici, ricamò sulla trama italiana i più candidi ori. Quando fu promulgata la bolla di Pio V, la liturgia francese, che aveva quasi otto secoli di vita, era libera di non accettare il breviario riformato romano. Lo accolse per deferenza. I vescovi distrussero l’opera di artisti locali, bruciarono, per così dire, i loro Primitivi. Ne salvarono in ogni caso solo qualcuno che rinchiusero nella piccola sacrestia del Proprio diocesano. Solo la metropoli di Lione mantenne intatto il suo deposito e le siamo debitori per poter ascoltare, nell’antica basilica di San Giovanni, delle orazioni molto arcaiche e degli scritti che ispirano venerazione.
La perdita di antiche consuetudini e l’eliminazione di antiche preghiere furono, se lo consideriamo solo dal punto di vista archeologico e artistico, atti di vera barbarie, di puro vandalismo. Ogni carattere di originalità scomparve dall’Ufficio».
«Sì», interruppe Durtal, «fu qualcosa come un rullo compressore che livellò tutte le strade liturgiche in Francia!».
«Alla fin fine», riprese il monaco, «questo edificio fatto di pezzi e frammenti durò, bene o male, fino al regno di Luigi XIV. Allora, le idee gallicane e il giansenismo intervennero e la demolizione della struttura tante volte riparata si completò.
Si abbatté il breviario Romano e si riedificò su nuove basi.
Allora abbiamo avuto le opere di Harlay, de Noailles, Vintimille. Questi prelati sconvolsero dalle fondamenta il salterio, ammisero solo antifone e responsori tratti dalle Scritture: depennarono le leggende dei santi, ridussero il culto della Vergine Maria, estromisero una serie di feste, sostituirono gli antichi inni con delle poesie di Coffin e di Santeuil. Lo si ricoprì di eresie gianseniste in un latino paganeggiante. Il breviario di Parigi fu una specie di manuale protestante che i giansenisti parigini divulgarono in provincia.
Si produsse nelle diocesi, dopo poco tempo, una vera anarchia; ognuno si fabbricò un Ufficio a suo uso, ogni fantasia era ammessa. Si viveva sotto il regime del beneplacito dell’Ordinario, quando dom Guéranger riuscì a riportare l’unione nella preghiera nel nostro paese facendo adottare, una volta per tutte, i riti della chiesa di Roma.
Adesso la cristianità è perciò – salvo gli Ordini religiosi i cui breviari avevano, come il nostro, più di duecento anni, quando apparve la bolla di Pio V – soggetta all’egemonia del Romano come l’ha sistemato, guastandolo, Urbano VIII.
Lascia molto a desiderare, ma alla fin fine, così com’è, malgrado l’incoerenza che gli rimproverate, e aggiungerei io malgrado la scelta più che mediocre dei suoi capitoli e delle sue lezioni, rappresenta almeno un ampio, magnifico insieme.
Raccoglie brani di grande bellezza; pensi alle Messe penitenziali della Quaresima e dell’Avvento, a quelle delle Quattro Tempora, alla festa delle Palme; si ricordi il meraviglioso Ufficio della Settimana Santa e la Messa per i defunti; rammenti le antifone, i responsori, gli inni di Avvento, Pentecoste, Ognissanti, Natale ed Epifania; consideri i Mattutini, le Lodi, il meraviglioso Ufficio di Compieta e ne converrà che non esistono, in nessuna letteratura al mondo, pagine altrettanto splendide e luminose».
«Sono d’accordo, padre».

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lunedì 24 ottobre 2016

Un “romanzo liturgico”

[Annunciamo con vero piacere l’uscita, il 30 ottobre 2016, della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it).
Autentico “romanzo liturgico”, com’è stato autorevolmente definito, e terzo della cosiddetta “trilogia di Durtal”, L’oblato mette in scena il personaggio che costituisce il doppio letterario dell’autore, convertitosi alla fede cattolica dopo avere accostato gli abissi della magia e del satanismo, come narrati nel romanzo L’abisso. Oblato, come indica il titolo, presso l’abbazia benedettina di Val des Saints – nome di fantasia per descrivere l’abbazia di Ligugé, dove Huysmans visse egli stesso come oblato –, Durtal è l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore tesse la storia del rapporto fra il personaggio e la comunità monastica, e mediante il quale Huysmans descrive in memorabili pagine la liturgia cattolica, le sue idee sul cattolicesimo contemporaneo e soprattutto le sue riflessioni sulle questioni centrali della fede, fra cui il tema nodale della sofferenza.
Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore e critico d’arte francese. In questa duplice veste ha preso parte attiva alla vita letteraria e artistica, influenzando lo sviluppo del romanzo decadente e promuovendo l’arte impressionista e simbolista. Nell’ultima parte della sua vita, convertitosi al cattolicesimo, si lega alla tradizione della letteratura mistica, e il suo incontro con la fede si spinge fino a mutare le forme espressive dei suoi romanzi, come testimonia la trilogia di Durtal, iniziata con Per strada (1895), proseguita con La cattedrale (1898) e che si conclude con L’oblato (1903). Muore a Parigi, sua città natale, dopo essersi fatto oblato benedettino.
Offriamo in anteprima un brano del capitolo VII (qui pp. 186-188), invitando calorosamente i lettori di Romualdica a leggere e diffondere questo importante “romanzo liturgico”.]

E, di colpo, l’organo echeggiò in una marcia trionfante; l’Abate entrò nella navata, preceduto da due cerimonieri tra i quali camminava quello che portava il pastorale, in alba con le spalle coperte dalla vimpa, una sciarpa di seta bianca con delle pieghe rosso ciliegia i cui tre lunghi panni, riportati sul petto, servivano per afferrare l’impugnatura del pastorale; e l’Abate, il cui lungo strascico nero era sollevato da un novizio, passando benediceva i fedeli inginocchiati che si segnavano.
E lui stesso era andato a inginocchiarsi insieme a tutta la sua corte di cerimonieri, cappieri, religiosi in alba, e si vedeva solo una voluta dorata, dominante un’estensione come di lune morte, il pastorale al di sopra delle teste dalle larghe tonsure, rotonde e bianche.
Tutti si alzarono a un segnale del padre d’Auberoche, con un leggero tocco di mani; l’Abate raggiunse il suo trono vicino al quale si misero al loro posto i tre diaconi d’onore; e l’inginocchiatoio verde fu spostato.
Il coro era pieno; i due ranghi di stalli in alto erano occupati, su ciascun lato, dalle cocolle nere di professi e novizi, quelli in basso dalle cocolle brune dei conversi e, sopra di loro, su due banchi, spiccavano gli abiti vermigli dei bambini del coro; nello spazio lasciato vuoto era un andare e venire di cerimonieri e portapastorale; e di altri portainsegne, del portabugia e del portamitria; e questi movimenti erano regolati con così tanta perizia che, in un passaggio così stretto, tutti sfilavano e si incrociavano, senza mai intralciarsi gli uni con gli altri.
L’Abate diede inizio all’Ufficio.
Così come aveva previsto padre Felletin, l’incanto dell’Invitatorio coinvolse sin da subito Durtal. Veniva cantato come di consueto il salmo Venite exultemus che convocava i cristiani ad adorare il Signore, inframmezzato dopo ogni strofa dal ritornello sia abbreviato, “Cristo è nato per noi”, sia completo “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E Durtal ascoltava questo salmo magnifico, ricordandosi la creazione del Signore e i suoi diritti. Su di una melodia che aveva vagamente qualcosa di dolente e con un sentimento di consenso e rispetto, si elencavano le meraviglie di Dio e si rimpiangeva l’ingratitudine del suo popolo.
La voce dei cantori enumerava i suoi prodigi: “Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra. Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”.
E il coro riprendeva: “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E, dopo l’inno glorioso di sant’Ambrogio, il Christe Redemptor, l’Ufficio solenne si aprì davvero. Si divideva in tre veglie o notturni, composti di salmi, letture o lezioni, e di responsori. Questi notturni svelavano un senso speciale. Durando, l’anziano vescovo di Mende del secolo XIII, li spiega con lucida chiarezza. Il primo notturno allegorizza il tempo trascorso prima della legge data a Mosè e, nel Medioevo, l’altare era nascosto sotto un velo nero che simbolizzava le tenebre della legge mosaica e la condanna pronunciata contro l’uomo nell’Eden; il secondo significava il tempo passato dopo la legge scritta, allora l’altare era occultato sotto un tessuto bianco perché l’Antico Testamento rischiarava già con le luci furtive dei suoi Profeti l’uomo decaduto; il terzo specificava l’amore della Chiesa, la grazia del Paraclito e perciò l’altare si vestiva con una nappa color porpora, emblema dello Spirito Santo e del sangue del Salvatore.
L’Ufficio era in parte salmodiato e in parte cantato. Era un insieme splendido; ma la sua massima bellezza la riservava specialmente per il canto o il recitativo delle sue Lezioni.
Un monaco scendeva dal suo stallo, condotto da un cerimoniere, davanti al leggio posto in mezzo al coro, e là cantava o recitava – non si saprebbe quale termine impiegare – poiché non era più solo una salmodia e non era ancora canto. La frase si spiegava su di una specie di melodia grave e languida, lenta e piana e, chiudendo gli occhi, ascoltando queste arie appena fluttuanti, era uno strano dondolarsi dell’anima, uno stringersi del cuore molto dolce, un cullarsi che finiva improvvisamente come con una lacrima su di una nota triste.

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sabato 2 luglio 2016

Un dono nell’attesa della solennità di san Benedetto: l’Officium Parvum S. Benedicti

Come i nostri lettori più attenti ormai sanno,  a partire dal Natale 2014 - con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine - abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. A tutt’oggi sono disponibili i seguenti uffici monastici: la Compieta; i Vespri domenicali; l’Ora Terza settimanale; l’Ora Sesta settimanale; l’Ora Nona settimanale.
Avvicinandosi ora la solennità di san Benedetto dell11 luglio, in vista della quale inizia oggi la novena, abbiamo ritenuto di mettere a disposizione degli amici di Romualdica - in prima edizione italiana, nella presente versione - il Piccolo Ufficio di san Benedetto (Officium Parvum S. Benedictiex Clm 4927 fol. 187r), in latino con traduzione italiana a fronte, il cui originale in lingua latina è reperibile in appendice allopera di Dom Bruno Albers O.S.B. (ed.), Consuetudines Monasticae, vol. II, Consuetudines Cluniacenses Antiquiores necnon Consuetudines Sublacenses et Sacri Specus, Montecassino 1905, pp. 227-228. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.



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lunedì 19 ottobre 2015

Et semper superexaltet misericordiam iudicio

Bernardo Luca Sanz (c. 1650-c. 1710),
San Benedetto, olio su tela del 1700, presso
il Monastero San Benedetto di Bergamo
Il codice penitenziale della Regola di san Benedetto

Consentitemi di parlarvi del codice penitenziale della Regola, che rappresenta una parte alquanto lunga e apparentemente spaventosa dell’opera di san Benedetto. Ma il santo fondatore ci rassicura immediatamente. Il codice penitenziale è al cuore di una visione più grande e più luminosa. Il monastero è fondamentalmente una scuola al servizio del Signore e una strada che segue un orientamento positivo. Nello spirito di san Benedetto, Dio ha messo del bene in noi, ci invita a seguirlo nella gloria e ad aprire i nostri occhi alla luce che divinizza. San Benedetto parla inoltre della dolcezza della virtù e della carità che scaccia ogni timore. Infine, egli conclude la sua Regola sul buon zelo e su un’umile constatazione: non tutto è contenuto nei 73 capitoli della Regola. Egli lascia così dei grandi confini in prospettiva.
Ma san Benedetto sa anche che il monaco è un peccatore, che egli sia abate, priore, ufficiale, fratello anziano, adulto o novizio. Se il peccato non è al centro della sua spiritualità, esso rimane comunque là, assai presente. Ecco perché, come padre colmo di saggezza realista, egli dedica una parte non trascurabile della sua Regola a un codice penitenziale, che respira con i suoi due polmoni: la giustizia e la misericordia.

La giustizia

San Benedetto fonda anzitutto il suo codice penitenziale sulla giustizia, in tre modi.

a) Un contratto

Il monaco che fa la sua professione conosce la Regola, riferimento oggettivo per tutti. Essa dev’essere letta spesso, per escludere ogni pretesa d’ignoranza. La Regola non è un regolamento di caserma, ma una regola di vita con un regolamento conosciuto e accettato. Si sa quel che si può fare e ciò che non si deve fare. A Vicovaro, il monastero dove egli ha esercitato il suo primo ministero d’abate, san Benedetto non permise più ciò che era interdetto dalla Regola in vigore in quel luogo. Questo gli valse un tentativo di assassinarlo da parte dei suoi monaci.
Il riferimento alla Regola si oppone alla decadenza della comunità, come pure all’arbitrarietà e alle passioni dei superiori: collera, gelosia e abuso o, in altro senso, accecamento, indolenza e affetto particolare troppo indulgente. Si tratta di una medesima Regola e quindi della stessa luce per tutti: perché la giustizia è fondamentalmente oggettiva.
Infine, compete all’autorità, e non a qualunque fratello, il diritto e il dovere di correggere. Del resto, quelli che correggono gli altri senza mandato, saranno essi stessi corretti, e così la Regola vale per tutti.

b) Una giusta proporzione

Non si tratta del precetto “occhio per occhio, dente per dente” dell’antica legge – che d’altro canto frenava l’esagerazione della vendetta –, ma della giusta proporzione fra la dose del rimedio da applicare e l’ampiezza del male da sradicare.
I fatti pubblici dovranno essere riparati pubblicamente. Dom Gérard ci disse un giorno in capitolo che la legge morale era un po’ come una barriera. Rompendola, anche solo una volta, la comunità poteva immaginare di non esistere più. È quindi necessario riparare pubblicamente, rimettere in sesto questa barriera, per l’edificazione di tutti, ma anche per una più grande onta del colpevole, al fine di guarirlo. In questo modo il bene comune è rispettato.
Più la colpa è grave o più volte essa è ripetuta – il fratello mostrando in ciò una mancanza di buona volontà –, maggiormente la penitenza dovrà essere importante. Per esempio, i ritardi meritano la pena leggera di rimanere all’ultimo posto in coro. Ma la disobbedienza scandalosa merita fino all’esclusione. In sintesi, la pena sarà tanto più rigorosa quanto più la colpa è grave.
Quanto più il fratello ha delle responsabilità, maggiormente si deve applicare il codice penitenziale, perché la corruzione dei migliori è sempre la peggiore. Occorre in effetti tenere conto del cattivo esempio e le inevitabili prese di parte della comunità che possono conseguirne.
Due ragioni spiegano l’imposizione rapida della pena: da una parte perché il vizio o la cattiva abitudine contratta non ingrandiscano. D’altro canto, affinché il nesso fra la colpa e la sanzione sia sensibile. Giacché non serve a nulla rimproverare a qualcuno una colpa commessa da sei mesi!
Concretamente, devo precisare che le colpe menzionate da san Benedetto sono: il mormorare, disobbedire, la mancanza di puntualità, le colpe di canto al coro, o di cura per i più piccoli, i malati o gli anziani, l’infedeltà nella lettura, le mancanze nel silenzio e nella clausura, e infine la negligenza per le cose materiali, che devono essere trattati come i vasi sacri.

c) Fino in fondo

La pena dovrà seguire una progressione conforme al giudizio dell’abate: egli comincerà con un primo avvertimento, poi un secondo e infine – se necessario – un terzo. In seguito egli passerà alla correzione regolare, a una punizione da compiere, come una visita al santissimo sacramento o la recita del Salmo 22. Se, Dio non voglia, è necessario andare oltre, l’abate può deporre il monaco dalla sua carica. E se tutto questo risulta inefficace, l’abate dovrà spingersi fino all’espulsione del monaco dal monastero; misura estrema la cui procedura canonica assicura la difesa dell’accusato.
La giustizia dev’essere compiuta fino in fondo e non deve semplicemente coprire la colpa con un velo. San Benedetto chiede che il fratello riconosca la propria colpa e faccia penitenza fino a che il Padre Abate avrà giudicato sufficiente la soddisfazione. La giustizia di Dio è una giustificazione; essa rende giusto, trasforma il cuore in profondità, in vista di condurre una nuova vita, sotto la guida del Vangelo e al seguito di Cristo.

La misericordia

La misericordia è ben presente nella Regola e nell’applicazione della giustizia. Essa la precede, l’accompagna e la sorpassa. Si potrebbe dire che essa la compie.
a) La misericordia precede la giustizia, nel senso che la giustizia è una lotta preservante la carità, la virtù e il bene di ciascun fratello. La Regola chiede al superiore di fare un esame di coscienza prima di agire. Per esempio, nel capitolo sul priore, gli chiede di determinare se è la gelosia, la collera o il bene a ispirarlo. Il potere di rendere giustizia esige d’agire in coscienza e necessita una certa attitudine a entrare in sé stesso, al fine di fare prevalere la luce della ragione e della vera carità.
b) Essa l’accompagna, nel senso che la giustizia dev’essere applicata in maniera misericordiosa. Anzitutto, in maniera progressiva, come prima si è detto. Si previene una volta, due volte, se necessario tre volte, e se questo non basta la disciplina regolare ne consegue. Procedendo in tal modo, la giustizia piena di misericordia si richiama alla ragione e non alla brutalità.
La misericordia presta attenzione a non raschiare la ruggine, a non spegnere il lucignolo fumigante. Il Padre Abate deve ricordarsi che è egli stesso oggetto della misericordia di Dio, e che deve togliere la trave dal proprio occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio dei fratelli. Qualora si giungesse al parossismo, Dio non voglia, e i legami si rompono, il Padre Abate invierà una “senpecta” – un amico fidato – che consolerà il monaco affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza. E se tutto questo non sarà sufficiente, rimane infine la misericordia della preghiera, supplicando lo Spirito santo di riscaldare i cuori.
c) Infine, la misericordia sorpassa la giustizia. San Benedetto chiede che il Padre Abate cerchi di essere più amato che temuto. Egli deve sempre fare trionfare la misericordia sulla giustizia. Non fare scomparire la giustizia, ma credere che per convertire i cuori, la misericordia è più efficace della stretta giustizia, affinché i monaci non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Voi mi direte: ah!, ciò che chiede san Benedetto è impossibile: andare fino in fondo con la giustizia e fare sempre prevalere la misericordia. Non è impossibile, è il modo di agire della Provvidenza, che guida sempre fortiter e suaviter – con forza e dolcezza –, secondo lo stesso Spirito santo, e che san Gregorio Magno chiama “l’arte delle arti”.

[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Lettre aux oblats, n. 91, 5 ottobre 2015, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]

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mercoledì 27 maggio 2015

Per capire cosa sia un monaco

Dom Charbel Pazat de Lys O.S.B. durante l'omelia.
[Come abbiamo annunciato in precedenza, lo scorso 18 maggio 2015 i monaci benedettini dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux si sono recati in visita a Genova. Durante la visita il Padre Abate, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., ha celebrato una Messa Abbaziale, nel corso della quale si è tenuta la professione di due oblati dell'abbazia provenzale, sr. Teresa e fr. Agostino. L'omelia, che riproduciamo qui di seguito con il permesso del monaco, è stata pronunciata da Dom Charbel Pazat de Lys O.S.B.]

Siamo felicissimi, grazie all’invito di mons. Bernini e alla vostra splendida accoglienza, di trovarci qui per conoscere questa bella città e testimoniare un po’ della vita monastica! Dal cuore, vi ringraziamo tutti dell’aiuto, della vostra presenza e della vostra preghiera.
Per capire cosa sia un monaco, bisogna soprattutto avere un cuore di bambino. Un cuore di chi è tutto teso verso la realizzazione di qualcosa che, per adulti disincantati, sembra un sogno, ma che è più reale di tutto quanto abbiamo attorno. Quindi parlo specialmente ai giovani e a quanti ne abbiano lo spirito, tanto è vero che solo i cuori di bambino sanno distinguere veramente la realtà del sogno.
Nella civiltà dell’immagine in cui viviamo, probabilmente alcuni di voi hanno visto dei film dove ci sono delle porte misteriose, piene di segni “cabalistici”, portici straordinari che fanno passare verso mondi fantastici: pianeti, viaggi intergalattici, mondi magici. Tranne qualche eccezione, spesso c’è molto esoterismo, e dall’altro lato si trovano mostri orribili che stanno per mangiarci tutti, eccetto un paio di eroi.
Ma che idea di andare a cercare cose simili? Perché tutto quanto, anche quando è bello, sappiamo benissimo che sono sogni o incubi! Perché cercare nell’immaginazione quando abbiamo nella realtà cose infinitamente più vere, più belle, più fantastiche?
Cosa abbiamo? Noi, abbiamo ricevuto un’iniziazione assolutamente speciale, che ci ha fatto uscire dal mondo delle illusioni per tornare alla realtà; quell’iniziazione si chiama il battesimo! Essere battezzato, è appartenere a un altro mondo, sì, ma un mondo vero, al mondo della bellezza, al mondo di Dio. Essere battezzato, non vuol dire avere una composizione strana del sangue — sapete, come in Star Wars —, ma vuol dire essere riscattati dal sangue di Gesù, vivere del suo sangue, della sua vita. Di questo, i martiri avevano — scusate, ne hanno ancora oggi — una consapevolezza fortissima.
Ecco quindi la grande questione: se sogniamo di appartenere a mondi fantastici, è perché non sappiamo a quale mondo reale apparteniamo, e che questo mondo l’abbiamo nel più intimo di noi stessi. Eccolo lì, nei vostri cuori, adesso, che chiama, canta, tira, spinge. Chi è? Dio. Sì, ma Dio, chi sei? Amore, cioè, unione.
Cari amici, bambini o adulti, il mondo straordinario del quale tutti sogniamo e che ci abita, è Dio, che è unione, perché è inseparabilmente tre Persone in un solo Dio, Trinità. Dio ci chiama all’unione perché è stesso. Anzi, inventò l’Eucaristia proprio per questo, perché vivendo di Gesù, entriamo in quella unione.
Non è così complicato: se siamo tentati di fare qualche sciocchezza e c’è una vocina nel cuore che ci dice di no, allora non c’è unione nel cuore: da una parte la tentazione, dall’altra la coscienza. Il disagio finisce quando torniamo all’unione: i sentimenti seguono la coscienza. Altro esempio: quand’è che siamo felici, in famiglia o nel gruppo? Quando siamo uniti, come nei più bei Natali. Lì c’è la pace. In questo mondo pazzo, chi non desidera trovare l’unione, la pace?
Ebbene, questa sete di pace, di unione, di amore, che portate nel più intimo dei vostri cuori, è la prova che appartenete a un altro mondo che non è quello delle divisioni, dell’odio e dell’egoismo. Il battesimo vi ha aperto gli occhi al mondo vero, il nostro, quello di Dio Trinità. E facendone parte, siamo tutti dell’immensa famiglia di coloro che gli appartengono; una famiglia unita in Dio, una famiglia dove si trovano tutti i santi, gli eroi dell’amore.
Come fare perché questo riesca a cambiare qualcosa in noi e attorno a noi? Naturalmente ognuno farà degli sforzi per vivere nella carità. Ma siccome nelle circostanze concrete è spesso difficile, e poiché c’è gente che non sa, non può o non vuole, è anche estremamente importante che ci sia un contrappeso, dei centri, anzi delle centrali di unione, delle fabbriche di pace, dei reattori di amore, dei testimoni del cielo. Quelle centrali, quei reattori, sono i monasteri; quei testimoni sono i martiri e i monaci. Bisogna che Dio si scelga delle persone decise a prendere dei mezzi più radicali affinché niente si opponga all’unione, all’amore, a quella chiamata interiore che Dio ha messo nei cuori. Persone affascinate, abitate, afferrate dalla bellezza, dalla gioia, dalla grandezza dell’unione d’amore infinito che regna in Dio, nella Trinità. È quello che cerchiamo di essere noi monaci.
Perciò, come diceva il nostro fondatore, i monasteri sono dita silenziose tese verso il cielo, sono porte verso l’altro mondo, finestre dalle quali si vede, non a migliaia di chilometri, ma quel mondo straordinario di luce e bellezza che costeggiamo ogni momento senza accorgercene: la vita di Dio in noi, la comunione dei santi. Non si deve immaginare che i contemplativi facciano sforzi mentali di concentrazione, di riflessione, contrazioni di cervello, o che utilizzino telescopi o microscopi… No, un contemplativo è quello che ha sistemato le cose per vedere tutto con occhi di credente; il suo telescopio è la Regola, la clausura, il silenzio, la liturgia: tutto quanto raccoglie le forze per l’unione con Dio. Anzi, il contemplativo non ha niente a che vedere con lo spettatore in poltrona… In realtà, nell’avventura più meravigliosa che esista, sta dall’altra parte dello schermo, come attore nella vita stessa di Dio nello Spirito Santo.
Quando Dio mette questa sete nel cuore dell’uomo o della donna, non svanirà facilmente, come testimoniano le storie di tanti giovani che, dopo adolescenze di festa e fuga, finiscono per ricordare che, forse da piccoli, Dio li aveva chiamati, avevano provato questa sete, a un grado particolare, di diventare attori dell’unione del mondo a Dio. E Dio rispose a quella sete con un Sì enorme, caloroso, misericordioso, che invade l’anima di una pace inspiegabile, dando una libertà che niente ferma perché è resa capace di ogni sacrificio.
E così da secoli, seguendo san Benedetto, l’Europa è stata coperta di centrali di unione, di fabbriche di pace, di portici dell’altro mondo. Sono per caso i benedettini specialisti di qualcosa? No, né della liturgia, della scienza, del lavoro, del gregoriano… No, il carisma proprio dei monasteri, è di andare verso Dio in comunità, insieme, in famiglia. Ossia, vivere in questa terra come “sacramenti” della comunione dei santi. È per questo che spesso attorno a essi sono state costruite delle città, perché più che parafulmini che proteggono, i monasteri sono magneti che attirano, diventando gradualmente famiglia di famiglie, dove un po’ di cielo si diffonde, come sobborghi di Paradiso.
Vi è che in questo mondo strapieno di reti tecniche e sociali di ogni genere, c'è un’altra categoria di persone che hanno scelto di estendere quei sobborghi del Cielo con un approccio personale: come fare per vivere quanto più possibile la vita dei monaci essendo sposati, con una famiglia e molti impegni? Offrendosi a vivere secondo lo spirito della Regola di san Benedetto, tramite l’oblazione secolare. È quello che stanno per fare i nostri oblati Marrè con la loro professione.
Cari amici, non siete tutti chiamati a fare lo stesso, ma tutti potete al vostro modo offrire le vostre vite, perché tutti voi battezzati siete dall’altra parte dello schermo, e potete quindi essere a vostro modo degli attori dell’unione. A questo vorremmo che la nostra presenza oggi vi possa incoraggiare. Allora, grazie di nuovo per la vostra presenza e la vostra preghiera perché possiamo essere, sotto il manto della Madonna, una famiglia di Dio, rivolta a Lui, che attragga il mondo verso le gioie della Risurrezione.

Un momento della professione degli oblati sr. Teresa e fr. Agostino.


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