giovedì 29 ottobre 2009

Assuefatto a sopportare e a perdonare

Catechesi di Benedetto XVI di mercoledì 14 ottobre 2009, quando il Papa si è soffermato sulla figura di Pietro il Venerabile.

Cari fratelli e sorelle,
la figura di Pietro il Venerabile, che vorrei presentare nell’odierna catechesi, ci riconduce alla celebre abbazia di Cluny, al suo «decoro» (decor) e al suo «nitore» (nitor) – per usare termini ricorrenti nei testi cluniacensi – decoro e splendore, che si ammirano soprattutto nella bellezza della liturgia, via privilegiata per giungere a Dio. Più ancora che questi aspetti, però, la personalità di Pietro richiama la santità dei grandi abati cluniacensi: a Cluny “non ci fu un solo abate che non sia stato un santo”, affermava nel 1080 il Papa Gregorio VII. Tra questi si colloca Pietro il Venerabile, il quale raccoglie in sé un po’ tutte le virtù dei suoi predecessori, sebbene già con lui Cluny, di fronte agli Ordini nuovi come quello di Cîteaux, inizi a risentire qualche sintomo di crisi. Pietro è un esempio mirabile di asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri. Nato attorno al 1094 nella regione francese dell’Alvernia, entrò bambino nel monastero di Sauxillanges, ove divenne monaco professo e poi priore. Nel 1122 fu eletto Abate di Cluny, e in tale carica rimase fino alla morte, avvenuta nel giorno di Natale del 1156, come egli aveva desiderato. “Amante della pace – scrive il suo biografo Rodolfo – ottenne la pace nella gloria di Dio il giorno della pace” (Vita, I,17: PL 189,28).
Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine a mediare. “È nella mia stessa natura – scriveva - di essere alquanto portato all’indulgenza; a ciò mi incita la mia abitudine a perdonare. Sono assuefatto a sopportare e a perdonare” (Ep. 192, in: The Letters of Peter the Venerable, Harvard University Press, 1967, p. 446). Diceva ancora: “Con quelli che odiano la pace vorremmo, possibilmente, sempre essere pacifici” (Ep. 100, l.c., p. 261). E scriveva di sé: “Non sono di quelli che non sono contenti della loro sorte, … il cui spirito è sempre nell’ansia o nel dubbio, e che si lamentano perché tutti gli altri si riposano e loro sono i soli a lavorare” (Ep. 182, p. 425). Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi. Secondo la testimonianza del biografo, “non disprezzava e non respingeva nessuno” (Vita, I,3: PL 189,19); “appariva a tutti amabile; nella sua bontà innata era aperto a tutti” (ibid., I,1: PL 189,17).
Potremmo dire che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione. Così in effetti agiva Pietro il Venerabile, che si trovò a guidare il monastero di Cluny in anni non molto tranquilli per varie ragioni esterne e interne all’Abbazia, riuscendo ad essere al tempo stesso severo e dotato di profonda umanità. Soleva dire: “Da un uomo si potrà ottenere di più tollerandolo, che non irritandolo con le lamentele” (Ep. 172, l.c., p. 409). In ragione del suo ufficio dovette affrontare frequenti viaggi in Italia, in Inghilterra, in Germania, in Spagna. L’abbandono forzato della quiete contemplativa gli pesava. Confessava: “Vado da un luogo all’altro, mi affanno, mi inquieto, mi tormento, trascinato qua e là; ho la mente rivolta ora agli affari miei ora a quelli degli altri, non senza grande agitazione del mio animo” (Ep. 91, l.c., p. 233). Pur dovendosi destreggiare tra poteri e signorie che circondavano Cluny, riuscì comunque, grazie al suo senso della misura, alla sua magnanimità e al suo realismo, a conservare un’abituale tranquillità. Tra le personalità con cui entrò in relazione ci fu Bernardo di Clairvaux con il quale intrattenne un rapporto di crescente amicizia, pur nella diversità del temperamento e delle prospettive. Bernardo lo definiva: “uomo importante, occupato in faccende importanti” e aveva grande stima di lui (Ep. 147, ed. Scriptorium Claravallense, Milano 1986, VI/1, pp. 658-660), mentre Pietro il Venerabile definiva Bernardo “lucerna della Chiesa” (Ep. 164, p. 396), “forte e splendida colonna dell’ordine monastico e di tutta la Chiesa” (Ep. 175, p. 418).
Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’“intimo del cuore” da quanti si annoverano “tra i membri del corpo di Cristo” (Ep. 164, l.c., p. 397). E aggiungeva: “Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo”, ovunque esse si producano (ibid.). Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: “In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi –, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana” (J. Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, 1991, p. 189). Altri aspetti della vita cristiana a lui cari erano l’amore per l’Eucaristia e la devozione verso la Vergine Maria. Sul Santissimo Sacramento ci ha lasciato pagine che costituiscono “uno dei capolavori della letteratura eucaristica di tutti i tempi” (ibid., p. 267), e sulla Madre di Dio ha scritto riflessioni illuminanti, contemplandola sempre in stretta relazione con Gesù Redentore e con la sua opera di salvezza. Basti riportare questa sua ispirata elevazione: “Salve, Vergine benedetta, che hai messo in fuga la maledizione. Salve, madre dell’Altissimo, sposa dell’Agnello mitissimo. Tu hai vinto il serpente, gli hai schiacciato il capo, quando il Dio da te generato lo ha annientato… Stella fulgente dell’oriente, che metti in fuga le ombre dell’occidente. Aurora che precede il sole, giorno che ignora la notte… Prega il Dio che da te è nato, perché sciolga il nostro peccato e, dopo il perdono, ci conceda la grazia e la gloria” (Carmina, PL 189, 1018-1019).
Pietro il Venerabile nutriva anche una predilezione per l’attività letteraria e ne possedeva il talento. Annotava le sue riflessioni, persuaso dell’importanza di usare la penna quasi come un aratro per “spargere nella carta il seme del Verbo” (Ep. 20, p. 38). Anche se non fu un teologo sistematico, fu un grande indagatore del mistero di Dio. La sua teologia affonda le radici nella preghiera, specie in quella liturgica e tra i misteri di Cristo, egli prediligeva quello della Trasfigurazione, nel quale già si prefigura la Risurrezione. Fu proprio lui ad introdurre a Cluny tale festa, componendone uno speciale ufficio, in cui si riflette la caratteristica pietà teologica di Pietro e dell’Ordine cluniacense, tesa tutta alla contemplazione del volto glorioso (gloriosa facies) di Cristo, trovandovi le ragioni di quell’ardente gioia che contrassegnava il suo spirito e si irradiava nella liturgia del monastero.
Cari fratelli e sorelle, questo santo monaco è certamente un grande esempio di santità monastica, alimentata alle sorgenti della tradizione benedettina. Per lui l’ideale del monaco consiste nell’“aderire tenacemente a Cristo” (Ep. 53, l.c., p. 161), in una vita claustrale contraddistinta dalla “umiltà monastica” (ibid.) e dalla laboriosità (Ep. 77, l.c., p. 211), come pure da un clima di silenziosa contemplazione e di costante lode a Dio. La prima e più importante occupazione del monaco, secondo Pietro di Cluny, è la celebrazione solenne dell’ufficio divino – “opera celeste e di tutte la più utile” (Statuta, PL 189, I, 1026) – da accompagnare con la lettura, la meditazione, l’orazione personale e la penitenza osservata con discrezione (cfr Ep. 20, l.c., p. 40). In questo modo tutta la vita risulta pervasa di amore profondo per Dio e di amore per gli altri, un amore che si esprime nella sincera apertura al prossimo, nel perdono e nella ricerca della pace. Potremmo dire, concludendo, che se questo stile di vita unito al lavoro quotidiano, costituisce, per san Benedetto, l’ideale del monaco, esso concerne anche tutti noi, può essere, in grande misura, lo stile di vita del cristiano che vuole diventare autentico discepolo di Cristo, caratterizzato proprio dall’adesione tenace a Lui, dall’umiltà, dalla laboriosità e dalla capacità di perdono e di pace.

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martedì 27 ottobre 2009

La stabilità benedettina

Non fu san Benedetto a inventare il cenobitismo. Ben prima di lui, al tempo di sant’Antonio, esisteva il costume di riunirsi fra discepoli attorno a un maestro al fine di cercare il cammino della perfezione nella vita comune. E negli Atti degli Apostoli percepiamo un affresco di tale cenobitismo primitivo: «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,44-47).
Non fu san Benedetto il primo a scrivere una regola per i monaci; prima di lui san Pacomio e san Basilio avevano già legiferato per alcune comunità religiose. Ma fu certamente san Benedetto a confermare il cenobitismo nei suoi fondamenti, così come esso si mantiene ancora al giorno d’oggi. Il commento alla Regola di san Benedetto mostra le tre caratteristiche di questa riforma.
Essa è anzitutto un’opera di precisione, perché la Regola è chiara e netta. Il postulante, sin dai primi giorni, apprende la legge sotto la quale va a militare: «Ecce lex sub qua militare vis» (RB LVIII,9). E così conosce le esigenze alle quali va a fare professione.
Il secondo elemento è la discrezione. San Benedetto non esige alcuna austerità straordinaria. Prevede gli alimenti, il sonno, e divide egli stesso l’orario della preghiera, del lavoro, della lettura. La Santa Regola non è concepita per degli eroi o campioni dell’austerità e della penitenza come accade in san Colombano, né per un’élite intellettuale come accade in Cassiodoro. Insomma, questa Regola non vuole prescrivere nulla di duro o penoso; l’abate deve avere coscienza della fragilità terrestre, disponendo le cose con moderazione e discernimento, in maniera tale che le anime si salvino, che i forti desiderino fare di più, e che i deboli non si scoraggino.
Ma ecco il terzo elemento segnalato nella Regola: la stabilità. Essa contraddistingue in maniera decisiva l’opera propria di san Benedetto. Sin dal primo capitolo della Regola, egli analizza le quattro categorie di monaci e fa l’elogio di quella fortissima e valorosa dei cenobiti, «che vivono in un monastero, militando sotto una regola e un abate» (RB I,2). In questa definizione sono già insiti gli elementi che costituiscono l’oggetto dei tre voti: la stabilità nel monastero, la conversione dei costumi, l’obbedienza. Si può tuttavia ritenere che il voto di stabilità sia la chiave del monachesimo occidentale.

[Gustave Corção (1896-1978), La stabilité bénédictine, in Itinéraires, n. 246, settembre-ottobre 1980, pp. 39-50 (qui pp. 44-45), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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domenica 25 ottobre 2009

La regalità di Gesù Cristo

(...) Parimenti si dica della regalità di Cristo. Non si tratta di un concetto umano destinato all'abbellimento del culto dovuto al messia. Si tratta si una realtà che s'identifica con il mistero dell'Uomo-Dio. Non si parla della regalità del Signore Gesù Cristo che per sottolineare il carattere divino e trascendente collegato alla sua persona e al mistero del suo governo, del quale nessuna signoria terrestre ci darà mai l'idea. Non si dovrebbe pronunciare il nome della regalità che con tremore. Un tremore d'amore, perché questa regalità non ha altro significato che di estendere sino a noi gli effetti di una carità infinita; un tremore di timore reverenziale, perché tutte le cose sono sospese al suo volere.

Bisogna anzitutto ammettere che la regalità dell'Uomo-Dio si estende sull'opera immensa dell'universo cosmico. Il mondo non è stato fatto che per parlarci di Lui. Egli è il Verbo che ha organizzato il caos primordiale, il Redentore che restaura tutte le cose nel mistero di una più elevata armonia. Che il Cristo, re universale, sia un re vittorioso - Rex triumphator -, giudice dei vivi e dei morti, unico capace di sciogliere i sigilli del libro impenetrabile dal quale, alla fine dei tempi, l'umanità riunita in un universo trasfigurato ascolterà con stupore la lettura della propria storia, dovrebbe trasportarci con allegria. Vi è in ciò una verità evidente, una verità rivelata dalla Sacra Scrittura, una verità innalzata davanti agli occhi dei martiri della Chiesa primitiva come un'icona annunciatrice della gloria, e celebrata per la nostra consolazione nel corso dell'anno liturgico.

Ciò nonostante Gesù cerca in primo luogo di regnare nel segreto dell'anima. Il Kyrios pantocrator, miracolo incomprensibile, Lui la cui mano sostiene l'universo, si avvicina alla sua creatura e gli sussurra: "Figlio mio, dammi il tuo cuore".

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Demain la Chrétienté, 2a ed., Dismas, Dion-Valmont 1988, pp. 94-95, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 22 ottobre 2009

Il segreto dei monaci

Il segreto dei monaci? Nessuno, capitelo bene, da venti secoli nessuno ha svelato il segreto dei monaci. La loro gioia e il loro tormento, la loro angoscia, la loro inquietudine bruciante e il lento possesso di una pace conquistata; tutto questo, mescolato finalmente alla loro azione di grazie, essi portano con sé sorridendo nella tomba. Che pretesa sarebbe la nostra se volessimo parlare di ciò che, per definizione, sfugge al discorso! Dio non si racconta. L'apostolo parla, il contemplativo tace.
Conoscete il ruolo che svolge la mania nel teatro greco. Gl'insensati vi sono trattati come i messaggeri degli dei, poiché ciò che dicono è impenetrabile e non può venire che da un altro mondo. Ma ciò che impressionava tanto i Greci, oggi non interessa più a nessuno. Chi si preoccupa di un altro mondo? Gli uomini hanno paura dell'ignoto e lo allontanano dalla propria visuale. Quest'altro mondo, che dovrebbe essere l'atmosfera dell'anima battezzata, il suo centro vitale, il suo respiro felice, quest'altro mondo è così inaccessibile all'uomo moderno come lo era la Realtà ai prigionieri della caverna, condannati a guardare sui muri le ombre che gesticolavano. Per parlare agli uomini della Realtà bisognerebbe essere un visionario o un profeta. Taluni di noi hanno scritto quello che hanno visto, ma ciò non ha che valore di simbolo, come la geometria astratta. Cercheremo piuttosto di convincere i nostri fratelli del secolo a spezzare i lacci, a voltarsi, a cambiare posizione, a rischio di rompersi le ossa. Questo voltarsi doloroso implica nel contempo un cambiamento di posizione e d'illuminazione. Si tratta della conversione, parola essenziale che presso gli antichi designava lo stato monastico. Mi direte: ma, sin qui ci era stato detto che i monaci avevano fondato una civiltà, che avevano trasmesso la cultura antica, ricopiato i manoscritti, prosciugato le paludi. Le abbazie ci vengono presentate come accademie della scienza - come direbbe Jean Guitton, delle centrali nucleari dello spirito -, l'Europa medievale ricoperta da un bianco mantello di monasteri: è una stampa di Epinal? No, ma è la verità della storia.
La storia ha contato a Saint-Benoit-sur-Loire più di 5.000 studenti; nel X secolo l'abbazia Saint-Germain d'Auxerre riceve 2.000 allievi e 600 religiosi. Gerbert, pastorello dell'Auvergne che diventerà il più grande sapiente del suo tempo, lascia il suo monastero per andare a studiare la matematica a Barcellona, dirige le scuole di Reims e favorisce l'elezione di Ugo Capeto, poi diventa precettore dell'imperatore di Germania, e termina al soglio di Pietro con il nome di Silvestro II. Ecco dunque dei monaci sapienti, uomini di cultura e civiltà, monasteri elevarsi come moli di pace e stabilità. Cluny diventa, ci dice Edmond Pognon, la capitale del più vasto impero monastico che la cristianità abbia mai conosciuto; lo storico ce ne dà una descrizione ammirevole: "Cluny è la forza nuova, pura e impietosa, che deve sbriciolare i quadri impolverati della società cristiana e fare regnare ovunque la virtù e il timore di Dio". Nel secolo XIV, più di 1.400 case dipendevano dalla celebre abbazia. Tutto questo è vero, è la storia, sono le cifre, è quanto può essere raccontato. E ancora bisognerebbe aggiungere, per correttezza, l'irradiamento umano e soprannaturale dei grandi abati di Cluny, provvidenza dei poveri, consiglieri dei Papi, riconciliatori dei principi. Ecco qualcosa non privo di grandezza: nessuno fra noi che non valuti la sproporzione flagrante fra le nostre pallide realizzazioni e i vertici raggiunti dagli antichi monaci.
Eppure noi siamo più prossimi a loro di quanto non appaia, ma per un'altra ragione. Per quale mistero un gran signore o un vescovo venivano a nascondere la propria identità per vivere a Cluny nell'anonimato, come dei semplici guardiani di porcile? Ve ne darò la ragione, ma è una ragione che affonda essa stessa nel mistero delle anime: è la sete. La sete di non essere niente affinché Dio sia tutto, l'abbandono di ciò che non è eterno, il desiderio di un faccia a faccia silenzioso nella fede con il Cristo restauratore dell'universo, che trasformerà il nostro corpo di miseria per configurarlo al suo corpo di gloria.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Le secret des moines, postfazione a Marc Dem, Dom Gérard et l'aventure monastique, Plon, Parigi 1988, pp. 193-198, ripreso in La vocation monastique, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1990, pp. 39-47, e infine in Les amis du monastère, n. 126, giugno 2008, pp. 5-7 (qui p. 5), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 1 / segue]

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Mel in ore, in aure melos, in corde iubilum

Catechesi di Benedetto XVI di mercoledì 21 ottobre 2009, quando il Papa, continuando il ciclo sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Bernardo di Chiaravalle.


Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.

In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo ha lottato è stata l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: “Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato”, scrive il santo Abate “ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca” (XIV, 32: PL 182, 808), all’essere in cammino verso Dio.

Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!

In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio” (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …” (Paradiso 33, vv. 1ss.).

Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio “con la preghiera che con la discussione”. Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.

Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta...” (Hom. II super «Missus est», 17: PL 183, 70-71).

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domenica 18 ottobre 2009

Tradizione e obbedienza

A pochi giorni dall'inizio dei colloqui dottrinali fra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, ricordiamo a titolo di pro-memoria - e di monito spirituale e teologico - quanto ebbe a dire dom Gérard Calvet O.S.B., allora priore del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, nelle immediate e dolorose settimane successive al gesto scismatico dell'estate 1988.

«(...) Tradizione e Obbedienza. Che felicità se potessimo dare ai nostri fratelli ancora diffidenti la prova che la Tradizione della Chiesa trasmessa da secoli può, ancora ai nostri giorni, vivere e irradiarsi senza alterazione all'interno dei suoi limiti visibili! Più che un auspicio, si tratta, con tutta la forza della sua evidenza, di una certezza che vorremmo condividere; non che essa sia per noi l'oggetto di una scelta personale, ma al contrario, poiché essa s'impone, oggettiva, inscritta nel duro marmo della natura delle cose: chi potrebbe dubitare un solo istante che Gesù, Re e Sacerdote, Legislatore supremo, non possa mantenere intatto, nel seno stesso della sua Chiesa, l'organo essenziale della trasmissione delle grazie che chiamiamo la Tradizione?» (Les Amis du Monastère, n. 44, 17 ottobre 1988, p. 2).

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sabato 17 ottobre 2009

Salmodiare con saggezza

La Regola di san Benedetto consiglia ai monaci di salmodiare con saggezza, cioè con gusto (psallite sapienter). Ma di che gusto si tratta?

Ci sia consentito porre in primo luogo ciò che viene per primo. Quanto è richiesto per gustare i salmi non è anzitutto la scienza esegetica, per quanto necessaria essa sia d’altronde, né la filosofia, né la sensibilità letteraria; è la fede. La fede nell’atto liturgico della recitazione. Non solo sapere che i salmi sono stati ispirati più di duemila anni fa al santo re David, ma ancora ravvivare senza fine la fede nell’atto stesso mediante il quale prestiamo i nostri cuori e le nostre labbra alla Sposa affinché colei che è la nuova Eva, associata a Cristo – socia Christi –, possa cantare Dio con i pensieri e le parole di Dio, in un certo ordine stabilito , il solo abilitato a esprimere la preghiera pubblica della Chiesa. Quest’incontro solenne dello Sposo e della Sposa non può patire l’improvvisazione. Esige un sacro protocollo al quale ogni deroga toglie qualcosa della sua misteriosa efficacia.

Ho inteso qualche tempo fa una folla, riunita attorno a dei giovani sacerdoti animati dalle migliori intenzioni, che cantava alle nove del mattino un ufficio detto “Laudi” nel quale si distingueva un insieme di salmi più o meno bene organizzati, su un ritmo sincopato, accompagnati dal battito di mani. Era la preghiera della Chiesa? Una preghiera comunitaria non diventa liturgica con la forza del fervore. La liturgia della Chiesa non s’inventa, non si evolve, non si costruisce, non si perfeziona. Essa non cerca di adattarsi a una sensibilità temporanea, ma s’impone dall’alto. La preghiera liturgica è un dato.

Dalla morte di Pio XII, si è stati testimoni di una specie di vacatio legis, che se volete potete tradurre come “legge in vacanza”. Si è stati testimoni di una serie di adattamenti e creatività che hanno distrutto nel popolo e in un gran numero di sacerdoti il senso della trascendenza della preghiera della Chiesa, che oltrepasserà sempre infinitamente, per la sua stessa natura, i cantici religiosi di un’epoca, quali che essi siano.


[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Psalmodier avec sagesse, in Idem, Le chant des Psaumes, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2004, pp. 11-13, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]


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