giovedì 27 ottobre 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 8

Mosaico della Basilica di San Marco, Venezia:
Messa per l'invenzione delle reliquie di san Marco (XII-XIII sec.)
nona domanda

Qual era la posizione del sacerdote e dei fedeli nelle chiese con l’abside orientata, che costituivano, com’è noto, la gran parte degli antichi santuari?

Nelle basiliche a navate multiple e con l’abside orientata, i partecipanti alla messa si disponevano in piedi, anch’essi, per gran parte del tempo, lungo le navate laterali e in fondo alla navata centrale. In tal modo formavano una specie di semicerchio aperto verso Oriente, trovandosi perciò il celebrante nel punto di convergenza di questo semicerchio (al centro del cerchio virtuale).
Invece, nelle basiliche che avevano l’abside a Occidente, il sacerdote, i chierici e i cantori si venivano a trovare alla sommità di questo stesso semicerchio.
Quando, più tardi, i fedeli si misero a occupare l’intera navata centrale, disponendosi come una colonna militare, si venne a creare qualcosa di dinamico, che somigliava alla colonna del popolo di Dio in marcia nel deserto, in direzione della terra promessa: come se la posizione verso Est indicasse anche la meta della colonna: il Paradiso perduto che si cercava a Oriente (cfr. Gn 2, 8). Il celebrante e i suoi assistenti formavano la testa di questa colonna.
La disposizione iniziale, quella che consisteva in un semicerchio aperto, si presentava invece come composta secondo un principio statico: l’attesa del Signore che era asceso in cielo verso Oriente (cfr. Sal 67, 34; Zac 14, 4) e da lì sarebbe ritornato (cfr. Mt 24, 27; At 1, 11). Come quando si riceve una personalità eminente, e si arretra, a formare un semicerchio, per accogliere in mezzo l’ospite d’onore. San Giovanni Damasceno scrive: “Al momento della sua Ascensione, egli salì verso Oriente; è così che l’adorarono gli Apostoli, ed è così che ritornerà, allo stesso modo in cui lo videro salire in cielo, come ha detto il Signore stesso: ‘Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo’ (Mt 24, 27). Poiché lo attendiamo, lo adoriamo rivolti a Oriente. È una tradizione non scritta degli Apostoli” [1].
Sulla base di questa concezione, a partire circa dal secolo VI, in numerose chiese – come si vede nelle pitture dell’epoca a Bawit, in Egitto – si raffigurava l’Ascensione del Signore sotto la volta principale dell’abside: in alto il Cristo glorioso sorretto da due angeli, al di sotto Maria, che rappresentava la Chiesa, orante con le mani volte al cielo, con alla sua destra e alla sua sinistra gli Apostoli. Questa raffigurazione rappresentava sia la glorificazione di Gesù in cielo sia la sua seconda venuta, secondo le parole rivolte dai due angeli agli Apostoli al momento dell’Ascensione: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11) [2].
Più tardi, nei dipinti delle absidi occidentali, il Cristo in trono nella mandorla fu tratto da queste antiche raffigurazioni e, come Majestas Domini circondata dai simboli dei quattro evangelisti, divenne il tipico dipinto delle absidi dell’arte romanica. Nell’Oriente bizantino il Signore che ascende in cielo venne dipinto sia sotto la volta principale dell’abside, come Pantocrator, sia sotto la cupola che sovrastava l’altare insieme al complesso dell’Ascensione. In quasi tutti i casi, però, la Madre di Dio non vi figurava più perché la sua immagine era riservata alla decorazione dell’abside.
Un brano dell’Apocalisse ha svolto un ruolo importante per la posizione centrale attribuita a Maria nell’abside: “Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza [destinata a conservare l’eucaristia sull’altare] […] Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 11, 19; 12, 1).
Si noti qui la relazione fra Maria-Ecclesia e Arca dell’Alleanza, ma anche il fatto che il velo del tempio – cioè il santuario che esso copriva – non si apriva che in determinate circostanze. Il mistero, il tremendum, esige – ciò che oggi si dimentica troppo facilmente – di essere velato, da cui nasce il desiderio di vederlo svelarsi.
Scrive l’apostolo Paolo: “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13, 12). Guardare a Est non significa solo guardare al Signore trasfigurato in cielo e atteso alla fine dei tempi, ma esprime anche il desiderio della manifestazione ultima, della rivelazione della gloria futura.

decima domanda

Tuttavia, il fatto che nelle più antiche basiliche romane l’altare e l’abside si possano trovare praticamente in tutte le direzioni, è in contraddizione con la pretesa che alle origini si sia sempre pregato verso Est, e che di conseguenza le chiese fossero “orientate”. Come spiegarlo?

In questo caso si tratta di chiese edificate su materiali da costruzione risalenti all’Antichità, oppure di chiese che le condizioni locali non permettevano che venissero perfettamente orientate. Ciò non impediva che il sacerdote e i fedeli si volgessero insieme per la preghiera e il sacrificio verso Oriente, come voleva l’uso cristiano abituale.
Così, per esempio, la celebre chiesa romana di San Clemente, che è stata edificata su delle antiche fondazioni, ha l’ingresso a sud-est. Ecco perché il celebrante si dispone dietro l’altare. D’altronde, una celebrazione davanti l’altare non sarebbe assolutamente possibile, data la disposizione dei luoghi. Per guardare verso Oriente al momento del santo sacrificio, al sacerdote basta girare leggermente il corpo in quella direzione. Lo stesso si dica per i fedeli disposti nelle navate laterali (a San Clemente la navata centrale serve per la schola; in essa si trovano anche i due amboni per la lettura dell’epistola, del graduale e del Vangelo).
Nel suo libro Le rite et l’homme, Louis Bouyer scrive: “L’idea che la basilica romana sarebbe la forma ideale della chiesa cristiana, perché permetterebbe una celebrazione in cui il prete e i fedeli si disporrebbero faccia a faccia, è un completo controsenso. È l’ultima delle cose a cui gli antichi avrebbero pensato” (p. 241).
Comunque, come abbiamo già visto, il preciso orientamento delle chiese, come lo si riscontra a partire dal secolo IV-V, non avrebbe avuto senso se non fosse stato in stretta relazione con l’orientamento nella preghiera.
A sostegno dell’opinione secondo la quale l’altare propriamente detto – e la croce che lo sovrasta – sarebbe il punto di riferimento verso il quale si volgono i fedeli e che, idealmente, dovrebbero attorniare, si ama citare, come esempio, l’espressione del memento dei vivi del canone della messa: “et omnium circumstantium” (e di tutti i circostanti). Occorre precisare che, nel suo significato filologico, il termine circumstantes contenuto in questa espressione designa globalmente “le persone presenti” e non solo “quelli che si trovano in cerchio intorno a qualcosa”; tant’è che, dagli scritti dell’epoca, non si ha notizia di casi di fedeli che si sarebbero disposti in cerchio attorno all’altare durante la celebrazione della messa. D’altronde, non avrebbero potuto farlo, non fosse perché i laici, come ancora oggi in Oriente, non avevano il diritto di penetrare nel santuario.
Il rispetto si sviluppa quando è incoraggiato dai comportamenti esteriori e, se è il caso, dalle interdizioni destinate a evitare le profanazioni. Quando, per esempio, un sagrestano può poggiare sull’altare, senza il minimo scrupolo, una sedia o una scala per sistemare dietro l’altare, in alto, dei candelieri o dei fiori, la santità di questo altare ne resta rozzamente offesa. Cosa inimmaginabile in una chiesa d’Oriente!
Per contro, possiamo dire che l’espressione “et omnium circumstantium” può rimandare alla buona abitudine che dovrebbero avere i fedeli durante l’offerta del santo sacrificio: in piedi, pieni di rispetto (cfr. l’immagine di apertura). Ma, ai giorni nostri, queste “persone presenti” si trasformano facilmente in “persone sedute” (in modo confortevole) su delle sedie, ciò cui ha contribuito l’attuale presenza di queste ultime nelle chiese, che invitano a prendersi agio. Certo, cambiare il modo di vedere moderno, in quest’ambito, non è cosa facile; tuttavia non si dovrebbe mai dimenticare che la posa eretta è l’attitudine liturgica per eccellenza, che fra l’altro favorisce lo spirito comunitario.

[1] PG 94, 1136.
[2] Cfr. pure K. Gamber, Sancta sanctorum, pp. 31-34.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 43-48) / 8 - continua]

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lunedì 24 ottobre 2016

Un “romanzo liturgico”

[Annunciamo con vero piacere l’uscita, il 30 ottobre 2016, della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it).
Autentico “romanzo liturgico”, com’è stato autorevolmente definito, e terzo della cosiddetta “trilogia di Durtal”, L’oblato mette in scena il personaggio che costituisce il doppio letterario dell’autore, convertitosi alla fede cattolica dopo avere accostato gli abissi della magia e del satanismo, come narrati nel romanzo L’abisso. Oblato, come indica il titolo, presso l’abbazia benedettina di Val des Saints – nome di fantasia per descrivere l’abbazia di Ligugé, dove Huysmans visse egli stesso come oblato –, Durtal è l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore tesse la storia del rapporto fra il personaggio e la comunità monastica, e mediante il quale Huysmans descrive in memorabili pagine la liturgia cattolica, le sue idee sul cattolicesimo contemporaneo e soprattutto le sue riflessioni sulle questioni centrali della fede, fra cui il tema nodale della sofferenza.
Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore e critico d’arte francese. In questa duplice veste ha preso parte attiva alla vita letteraria e artistica, influenzando lo sviluppo del romanzo decadente e promuovendo l’arte impressionista e simbolista. Nell’ultima parte della sua vita, convertitosi al cattolicesimo, si lega alla tradizione della letteratura mistica, e il suo incontro con la fede si spinge fino a mutare le forme espressive dei suoi romanzi, come testimonia la trilogia di Durtal, iniziata con Per strada (1895), proseguita con La cattedrale (1898) e che si conclude con L’oblato (1903). Muore a Parigi, sua città natale, dopo essersi fatto oblato benedettino.
Offriamo in anteprima un brano del capitolo VII (qui pp. 186-188), invitando calorosamente i lettori di Romualdica a leggere e diffondere questo importante “romanzo liturgico”.]

E, di colpo, l’organo echeggiò in una marcia trionfante; l’Abate entrò nella navata, preceduto da due cerimonieri tra i quali camminava quello che portava il pastorale, in alba con le spalle coperte dalla vimpa, una sciarpa di seta bianca con delle pieghe rosso ciliegia i cui tre lunghi panni, riportati sul petto, servivano per afferrare l’impugnatura del pastorale; e l’Abate, il cui lungo strascico nero era sollevato da un novizio, passando benediceva i fedeli inginocchiati che si segnavano.
E lui stesso era andato a inginocchiarsi insieme a tutta la sua corte di cerimonieri, cappieri, religiosi in alba, e si vedeva solo una voluta dorata, dominante un’estensione come di lune morte, il pastorale al di sopra delle teste dalle larghe tonsure, rotonde e bianche.
Tutti si alzarono a un segnale del padre d’Auberoche, con un leggero tocco di mani; l’Abate raggiunse il suo trono vicino al quale si misero al loro posto i tre diaconi d’onore; e l’inginocchiatoio verde fu spostato.
Il coro era pieno; i due ranghi di stalli in alto erano occupati, su ciascun lato, dalle cocolle nere di professi e novizi, quelli in basso dalle cocolle brune dei conversi e, sopra di loro, su due banchi, spiccavano gli abiti vermigli dei bambini del coro; nello spazio lasciato vuoto era un andare e venire di cerimonieri e portapastorale; e di altri portainsegne, del portabugia e del portamitria; e questi movimenti erano regolati con così tanta perizia che, in un passaggio così stretto, tutti sfilavano e si incrociavano, senza mai intralciarsi gli uni con gli altri.
L’Abate diede inizio all’Ufficio.
Così come aveva previsto padre Felletin, l’incanto dell’Invitatorio coinvolse sin da subito Durtal. Veniva cantato come di consueto il salmo Venite exultemus che convocava i cristiani ad adorare il Signore, inframmezzato dopo ogni strofa dal ritornello sia abbreviato, “Cristo è nato per noi”, sia completo “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E Durtal ascoltava questo salmo magnifico, ricordandosi la creazione del Signore e i suoi diritti. Su di una melodia che aveva vagamente qualcosa di dolente e con un sentimento di consenso e rispetto, si elencavano le meraviglie di Dio e si rimpiangeva l’ingratitudine del suo popolo.
La voce dei cantori enumerava i suoi prodigi: “Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra. Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”.
E il coro riprendeva: “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E, dopo l’inno glorioso di sant’Ambrogio, il Christe Redemptor, l’Ufficio solenne si aprì davvero. Si divideva in tre veglie o notturni, composti di salmi, letture o lezioni, e di responsori. Questi notturni svelavano un senso speciale. Durando, l’anziano vescovo di Mende del secolo XIII, li spiega con lucida chiarezza. Il primo notturno allegorizza il tempo trascorso prima della legge data a Mosè e, nel Medioevo, l’altare era nascosto sotto un velo nero che simbolizzava le tenebre della legge mosaica e la condanna pronunciata contro l’uomo nell’Eden; il secondo significava il tempo passato dopo la legge scritta, allora l’altare era occultato sotto un tessuto bianco perché l’Antico Testamento rischiarava già con le luci furtive dei suoi Profeti l’uomo decaduto; il terzo specificava l’amore della Chiesa, la grazia del Paraclito e perciò l’altare si vestiva con una nappa color porpora, emblema dello Spirito Santo e del sangue del Salvatore.
L’Ufficio era in parte salmodiato e in parte cantato. Era un insieme splendido; ma la sua massima bellezza la riservava specialmente per il canto o il recitativo delle sue Lezioni.
Un monaco scendeva dal suo stallo, condotto da un cerimoniere, davanti al leggio posto in mezzo al coro, e là cantava o recitava – non si saprebbe quale termine impiegare – poiché non era più solo una salmodia e non era ancora canto. La frase si spiegava su di una specie di melodia grave e languida, lenta e piana e, chiudendo gli occhi, ascoltando queste arie appena fluttuanti, era uno strano dondolarsi dell’anima, uno stringersi del cuore molto dolce, un cullarsi che finiva improvvisamente come con una lacrima su di una nota triste.

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giovedì 15 settembre 2016

Per un aiuto al Monastero San Benedetto di Norcia


[Il terremoto di magnitudo 6.2 del 24 agosto 2016 che ha colpito il centro Italia, ha causato seri danni strutturali anche alla Basilica e al Monastero San Benedetto di Norcia. Invitiamo tutti i lettori a prendere in considerazione un aiuto allo sforzo di ricostruzione che i monaci hanno immediatamente intrapreso. Lo potete fare subito attraverso questo linkTramite il sito Internet del monastero benedettino della città che ha dato i natali a san Benedetto e santa Scolastica, è possibile seguire un diario dei monaci in questi giorni drammatici del post-terremoto. Fra le cronache sin qui riportate, ci piace condividere la seguente, redatta dal Vicepriore del Monastero San Benedetto, Padre Benedetto O.S.B.]

Dopo tre settimane di paziente attesa della cessazione delle scosse e l’assicurazione da parte dei tecnici della sua agibilità, i monaci hanno ripreso a celebrare la Messa conventuale domenicale nella zona degli scavi, con una messa solenne commemorativa. La Messa è stata detta davanti a un altare portatile posto di fronte a un affresco di Nostra Signora, san Giovanni e san Sebastiano proveniente da una vecchia chiesa nel vicino paese di Biselli, dopo che, purtroppo, l’ultimo terremoto del 1997 aveva distrutto il resto della chiesa. Gli scavi, o vecchie rovine romaniche, che ospitano l’affresco erano colmi di amici fedeli e sostenitori, compresa la calorosa presenza di tre abati francesi venuti in pellegrinaggio dal monastero di Le Barroux, Triors e Fontgombault per portare il loro sostegno ai monaci di Norcia dopo il terremoto. Finita la Messa siamo andati a visitare la parte dell’edificio in rovina, e gli abati hanno potuto conoscere un abitante del monastero, Tertulliano, la tartaruga che vive in giardino. [...]



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martedì 30 agosto 2016

Padre Muard e san Benedetto

Fra tutte le regole antiche, per noi la Regola di san Benedetto racchiude tutte le condizioni desiderabili. Essa si presenta come la figlia più perfetta delle prime regole orientali, come la madre di tutte le altre in Occidente, come il codice sacro che regge da quattordici secoli il mondo monastico, come la più venerabile di tutte per la profonda saggezza e l'eminente santità che brilla in tutte le sue pagine, per la perfezione della vita religiosa che essa stabilisce, per il suo insieme divinamente ordinato, per i suoi mirabili dettagli, come la più illustre per il numero infinito di santi di cui essa ha arricchito il Cielo, per i servizi immensi che essa ha reso alla Chiesa e al mondo, soprattutto nei secoli d'ignoranza e di barbarie durante i quali essa ha salvato dalla completa rovina le sante tradizioni del passato, le preziose opere dei santi Padri, i tesori letterari dell'antichità, offrendo loro asilo nei suoi chiostri, per i benefici che essa ha diffuso sulla società coltivando le arti, le scienze e finanche l'agricoltura, insegnandole ai popoli e impiegando i prodotti che essa ne traeva per nutrire un numero infinito di poveri, nel fondare e sostenere un gran numero di utili istituti, e particolarmente di scuole, di modo che si può dire che durante molti secoli l'Ordine di san Benedetto è stato la provvidenza della società.
Aggiungete a questo che la Regola di san Benedetto è la fonte da cui sono venuti ad attingere tutti i fondatori di Ordini sin dai tempi di questo grande santo, e che quasi tutte le società religiose che sono fiorite nelle epoche successive e quelle che ai giorni nostri fanno l'edificazione del mondo e l'ornamento della Chiesa cattolica, si gloriano di avere san Benedetto per padre, in maniera tale che si può dire che quasi tutto il bene operato dagli Ordini religiosi nella Chiesa di Dio - che è immenso - sgorga dalla Regola di san Benedetto come dal suo principio.
Inoltre questa Regola, secondo la credenza dei benedettini, è divina: essa è stata dettata al loro santo fondatore da un angelo. Essa è stata lodata e approvata da uno dei più illustri e più santi pontefici che abbiano occupato la cattedra di san Pietro, san Gregorio Magno. Essa ricevette la conferma di privilegi assai estesi da un gran numero di sovrani pontefici. (E lo stesso Dio, secondo la testimonianza del medesimo san Gregorio, ha ben voluto accordare a san Benedetto, tramite il ministero di un angelo, dallo stesso luogo in cui scriviamo queste righe, dei privilegi per il suo Ordine infinitamente preziosi).

[Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B. (1809-1854), cit. in Un moine bénédictin, La pensée monastique du Père MuardÉditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2016, pp. 55-56, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 26 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 7

Mosaico dell'Ecclesia materBasilica paleocristiana
proveniente da pietra tombale di Tabarka, in Tunisia (sec. IV-V).
L'altare è al centro della navata.
ottava domanda

Quando il sacerdote si trovava posto “dietro” l’altare, nelle chiese che avevano l’abside a Occidente, come San Pietro a Roma, ciò non costituiva, malgrado tutto, una celebrazione rivolti al popolo?

No! In effetti, durante la preghiera eucaristica (canon missæ), non solo il celebrante, ma anche i fedeli erano rivolti verso l’Oriente. Come ha fatto osservare san Giovanni Crisostomo [1], nei tempi antichi i fedeli stendevano le mani nel corso della preghiera, al pari del sacerdote (cfr. in seguito l’illustrazione di corredo alla decima domanda). Tutti guardavano in direzione delle porte aperte della chiesa, da dove penetrava la luce del sol levante, simbolo di Cristo resuscitato che ritorna.
Al di là della particolare venerazione per il sol levante che aveva il costruttore di queste basiliche, l’imperatore Costantino, certamente ha avuto la sua influenza questo brano del profeta Ezechiele (43, 1-2): “Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente ed ecco che la gloria del Dio d’Israele giungeva dalla via orientale”. Così, con le porte della basilica aperte sull’Oriente, si attendeva che il Cristo venisse a partecipare alla celebrazione dell’eucaristia, come dopo la sua resurrezione era apparso più volte ai suoi discepoli durante il pasto (cfr. Lc 24, 36-49; Gv 21; At 1, 4).
All’origine i fedeli – donne e uomini separati – non stavano nella navata centrale, ma in quelle laterali [2], il cui numero poteva perciò arrivare fino a sei nelle grandi basiliche (quelle del Laterano e di San Pietro, a Roma, ne hanno solo quattro). In definitiva, questo modo di prendere posto nelle navate laterali corrispondeva all’abitudine di fermarsi lungo i muri laterali delle piccole chiese della cristianità primitiva. Questo è ancora oggi l’usanza nelle chiese d’Oriente: la navata o lo spazio centrale sotto la cupola rimangono liberi per le funzioni di culto. I fedeli anziani prendono posto su delle sedie (stasidien) lungo i muri della chiesa e nelle navate laterali, gli altri assistono all’ufficio in piedi. In Oriente, la posizione del corpo più conveniente per la partecipazione liturgica, è quella in piedi, e non l’inginocchiarsi, com’era da noi una volta; tale posizione esige una grande disciplina fisica, soprattutto nel corso di uffici che si prolungano.
Come si evince da alcuni scavi e dalle raffigurazioni che sono state trovate (cfr. qui l’immagine d’apertura), nelle basiliche costantiniane e nord-africane l’altare era quasi al centro della navata. Esso era attorniato da ogni lato da un recinto e, in genere, era sormontato da un baldacchino [3]. Il coro dei cantori (schola cantorum) prendeva posto davanti al celebrante. Nelle chiese di Ravenna, benché fossero tutte orientate, si conservò per lungo tempo questa disposizione dell’altare e della schola in mezzo alla navata [4]: la circostanza è attestata fino al secolo VIII.
Anche nella chiesa costantiniana di San Pietro, a Roma, l’altare non si trovava, come si potrebbe pensare, al di sopra della tomba dell’Apostolo, ma quasi al centro della navata. Là dov’era sepolto il Principe degli Apostoli, vi era una “memoria” senza altare, sormontata da un baldacchino a colonne, come si può vedere in una raffigurazione molto antica, quella dello scrigno d’avorio di Pola (cfr. l’immagine qui al termine). La supposizione spesso avanzata che un tempo vi fosse un altare maggiore mobile, là ove i pellegrini entrano ed escono per visitare la tomba dell’Apostolo, non è stata provata.
Poiché nella basiliche con l’abside a Occidente e l’altare in mezzo alla navata centrale, i fedeli si disponevano, come abbiamo visto, lungo le navate laterali – fra le cui colonne vi erano, peraltro, dei tendaggi che si aprivano durante la Messa –, di fatto non volgevano le spalle all’altare. Ciò che del resto non sarebbe potuto nemmeno essere supposto, considerato il rispetto che si portava alla santità dell’altare. Essi potevano girarsi senza difficoltà verso l’Oriente – in direzione dell’entrata – con una leggera rotazione del corpo.
Anche nel caso, inverosimile, che nel corso della preghiera eucaristica i fedeli non avessero guardato verso l’entrata, ma verso l’altare, rimane il fatto che, anche così, non si sarebbe potuto verificare il faccia a faccia tra il celebrante e l’assemblea, poiché, come abbiamo già detto, nei tempi antichi l’altare era nascosto dalle tende.
A partire dal Medioevo, l’altare di queste basiliche venne generalmente trasferito verso l’abside. Nella chiesa di San Pietro ciò avvenne, come si sa, verso il 600, durante il pontificato di san Gregorio Magno, il quale apportò allo stesso tempo importanti modifiche al coro e fece costruire una cripta circolare che permettesse ai pellegrini di recarsi liberamente alla tomba dell’Apostolo, senza dovere passare per il presbiterio (cfr. l’immagine qui al termine).
In seguito il popolo si dispose via via nella navata. A un’epoca – oggi impossibile da determinare – in cui nelle basiliche costantiniane, gli assistenti smisero di volgersi verso l’Oriente, per rimanere rivolti all’altare, si giunse a una parvenza di celebrazione “rivolti versi il popolo”.

[1] PG 62, 204. 
[2] Quest’affermazione, che rischia di sorprendere il lettore non avvertito, è tuttavia pienamente fondata. Consideriamo a titolo d’esempio lo schema della chiesa di San Clemente a Roma. Lo spazio centrale davanti all’altare è occupato dalla schola cantorum (recinto riservato ai cantori) e i fedeli prendono posto nelle navate laterali. Notiamo tuttavia una diversa ipotesi avanzata dal prof. Cyrille Vogel, che nel caso di una basilica in cui i fedeli sarebbero, di fatto, nella navata, ritiene che “a Roma, verso la metà del secolo V, la conversio ad orientem (rivolgersi a Oriente), implicando una aversio a mensa (volgere le spalle all’altare), non era o non era più in uso presso i fedeli” (“L’Orientation vers l’est du célébrant et des fidèles pendant la célébration eucharistique”, in L’Orient Syrien, vol. IX, 1964, p. 29).
[3] Sempre a titolo d’esempio, si consideri il piano della chiesa di Sabratha, in Libia. Il celebrante, rivolto a Oriente, tiene le spalle all’abside, rivolto alle porte della chiesa. I fedeli non sono posizionati davanti a lui – non ne avrebbero lo spazio –, ma nelle navate laterali. Essi non hanno alcuna difficoltà a rivolgersi verso l’Oriente, come il celebrante.
[4] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 132-136.

Abside dell'antica chiesa di San Pietro, a Roma, prima della sua ricostruzione durante il
pontificato di san Gregorio Magno (ricostruzione in base alla placca d'avorio di Pola).
Ricostruzione dell'altare di San Pietro, a Roma, durante il pontificato di
san Gregorio Magno
 (c. 600), secondo Rohault de Fleury, La messe, II, Confessions,
tav. CXXXI. 
Davanti all'altare a baldacchino, una specie d'iconostasi.
[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 37-43) / 7 - continua]

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lunedì 22 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 6

Sant'Erardo celebra la Messa
(Evangeliario dell'Abbadessa Uta, sec. XI)
settima domanda

Tuttavia ci sono degli studi, come quello rinomato del prof. Otto Nussbaum, nei quali è scientificamente dimostrato che sin dai tempi più remoti ci sono state delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche più antiche.

Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (il posto del liturgo all’altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: “Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti sia dietro l’altare” (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione verso il popolo sia stata preferita fino al VI secolo.
Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l’abside a Est e quelle a Ovest e la cui entrata era dunque a Est. Quest’ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente quelle fatte erigere dall’imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma.
Ma, dall’inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l’abside a Est [1]. In effetti, le basiliche con l’entrata a Est si trovano soprattutto a Roma e nell’Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia).
L’entrata a Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ez 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio.
Nelle basiliche cristiane con l’entrata a Est, il celebrante era obbligato a rimanere normalmente davanti al lato “posteriore” dell’altare, al fine di essere rivolto a Oriente al momento dell’offerta del Santo Sacrificio, mentre nelle chiese con l’abside a Est, egli rimaneva “davanti” all’altare (ante altare), quindi con le spalle all’assemblea.
Per il fatto che in alcune di queste ultime basiliche vi fosse posto dietro l’altare per il celebrante, si è talora dedotto che costui si sarebbe posto da questo lato e che sarebbe stato dunque rivolto verso il popolo – in particolare quando c’era inoltre, al fondo dell’abside, un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo.
Si tratta di una conclusione manifestamente erronea – adottata peraltro da Nussbaum –, come si può dimostrare in maniera irrefutabile con l’aiuto delle risultanze degli scavi archeologici [2]. Diversamente, perché si sarebbero costruite queste chiese esattamente in direzione dell’Est?

[1] Ep. 32, 13 (PL 61, 337). 
[2] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 36-37) / 6 - continua]

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venerdì 19 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 5

quinta domanda

Da tempo immemore, non celebra forse il Papa rivolto verso il popolo, e in San Pietro, a Roma, non c’è un altare isolato su di un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?

Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (non tuttavia nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto.
Chi un tempo partecipava alle messe papali, notava che il Papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, in maniera sconsiderata, che in tal modo si fosse conservata la posizione verso il popolo, che il celebrante avrebbe avuto nella Chiesa primitiva.
In realtà si tratta, come andremo a dimostrare, dell’orientamento nella preghiera, poiché la chiesa di San Pietro non ha, come la maggior parte delle chiese antiche, l’abside a Est, ma a Ovest.
Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’avvento di Paolo VI, che intraprese in seguito la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il Papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce d’altare. Non era dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Né si trattava di un privilegio del Papa, come talvolta è stato affermato. Vi sono infatti a Roma altre chiese la cui abside è posta a Occidente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare.
Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma al quale manca il suo coronamento: il baldacchino. Poiché si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di qualsivoglia orientamento – esso è circondato dalle fila di sedie dei fedeli –, è difficile trovare un posto adeguato per la croce d’altare, di cui abbiamo esposto in precedenza la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua a essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, è detto: “Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea” (n. 270).
Era questo il caso dell’“altare della croce” medievale [1], ma non lo è più quando, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.

sesta domanda

Era dunque una cosa buona che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione di un muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!

Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi.
Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: “Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra […], ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio” [2].
Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando quale formula di circostanza le seguenti parole: “Conversi ad Dominum…” (rivolti al Signore).
Possiamo qui ricordare le parole di san Paolo. Conscio che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” egli preferisce essere “in esilio dal corpo e abitare presso il Signore” (ad Dominum) (2 Cor 5, 6-8).
Perciò volgersi verso il Signore e guardare a Oriente era per la Chiesa primitiva una sola e medesima cosa.
Nella sua opera fondamentale Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo “Habemus ad Dominum” (sono rivolti al Signore) al richiamo del sacerdote “Sursum corda” (in alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256).
A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso del diacono prima della preghiera eucaristica (anafora) (p. 251). È il caso dell’anafora copta di san Basilio, che inizia così: “Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate a Oriente!”; e anche dell’anafora di san Marco, in cui lo stesso appello (“Guardate a Oriente!”) è posto nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus.
La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche – un’istruzione del IV secolo –, dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente [3]. L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente del diacono: “Tenetevi in piedi verso il Signore!” [4]. Come si vede, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare a Oriente e il volgersi verso il Signore.
L’usanza della preghiera in direzione del sol levante è immemore, come ha dimostrato anche Dölger; la si ritrova presso gli ebrei e presso i romani. È così che il romano Vitruvio scrive, nel suo studio sull’architettura: “I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che […] l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici” [5].
Anche per Tertulliano (c. 200) la preghiera verso Oriente va da sé. Nel suo piccolo libro Apologeticum, egli ricorda che i cristiani “pregano in direzione del sol levante” (cap. 16). Questo orientamento della preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 [6].

[1] Posto davanti al jubé.
[2] PL, 34, 1277. 
[3] Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165. 
[4] Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494. 
[5] I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173. 
[6] Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d’Herculanum et de Pompéi, fig. 29.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 32-35) / 5 - continua]    

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