lunedì 7 febbraio 2011

Die 7 februarii - S. Romualdi Abbatis

Intercessio nos, quæsumus, Domine, beati Romualdi Abbatis commendet: ut, quod nostris meritis non valemus, eius patrocinio assequamur. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Romualdo, poi, abitando per tre anni entro il territorio della città di Parenzo, nel primo anno costruì il monastero e negli altri due vi rimase recluso. Lì la compassione divina lo spinse al culmine di una grande perfezione al punto che, ispirato dallo Spirito santo, poteva sia prevedere alcune cose future, sia penetrare con i raggi della propria intelligenza molte cose nascoste dell’Antico e del Nuovo Testamento. […] Spesso, infatti, lo rapiva una tale contemplazione della divinità che, come sciogliendosi interamente in lacrime, bruciando dell’ardore di un inenarrabile amore divino gridava: «Gesù amato, o amato, mio dolce miele, desiderio ineffabile, dolcezza dei santi, soavità degli angeli», e altre espressioni simili. E noi, con la nostra capacità umana, non siamo in grado di esprimere le parole che, dettategli dallo Spirito santo, egli pronunciava nel giubilo. […] E allora Romualdo non voleva mai celebrare la Messa davanti a più persone, poiché non poteva trattenersi dall’essere inondato da lacrime. […] E, dovunque il santo decidesse di abitare, dentro la sua cella costruiva anzitutto un oratorio con un altare, poi vi si rinchiudeva e ne serrava l’accesso. […]
E così, dopo aver abitato in tutti quei luoghi, vedendo ormai imminente la propria fine, ritornò, da ultimo, al monastero che aveva costruito in Val di Castro e lì, attendendo senza alcun dubbio la morte che si avvicinava, comandò che gli venisse edificata una cella con un oratorio nella quale potesse rinchiudersi e custodire il silenzio fino alla morte. […] E così, edificato il reclusorio, mentre nel suo animo già pensava che vi si sarebbe rinchiuso presto, il suo corpo cominciò a essere sempre più appesantito da vari fastidi e a declinare verso il peggio, e ciò non tanto per malattia quanto per la longevità di una vecchiaia assai avanzata. […] Un giorno, dunque, cominciò poco a poco a essere abbandonato dalle forze fisiche e a essere pesantemente fiaccato da un fastidio che lo assalì. E così, mentre ormai il sole volgeva al tramonto, comandò a due fratelli che erano presenti di uscire, di chiudere dietro di sé la porta della cella e di ritornare da lui all’alba per celebrare con lui gli inni mattutini. Essi, turbati per la sua fine, uscirono controvoglia, ma non si recarono subito a riposare, bensì, in ansia temendo che il maestro morisse, nascondendosi vicino alla cella custodivano il talento di un tesoro così prezioso. Dopo un po’ di tempo che rimanevano lì, siccome ascoltando ben attentamente con orecchi aperti non sentivano nessun movimento del corpo né alcun suono di voce, immaginando ormai senza ingannarsi ciò che era accaduto, spingendo la porta si precipitarono velocemente a entrare, accesero la lampada e trovarono il santo cadavere che giaceva supino, mentre la beata anima era stata rapita in cielo. Giaceva, così, come gemma abbandonata, da riporsi con onore nel tesoro del sommo Re. Colui, infatti, che se n’era andato come aveva predetto, migrò là dove aveva sperato.
Quest’uomo beatissimo visse centoventi anni, di cui ne trascorse venti nel mondo, tre li visse in monastero e novantasette li passò nella forma di vita eremitica. Ora, perciò, brilla di luce ineffabile tra le pietre vive della Gerusalemme celeste, esulta con le schiere infuocate degli spiriti beati, è rivestito della candidissima veste dell’immortalità ed è incoronato dallo stesso Re dei re con un diadema che brilla in eterno.

[San Pier Damiani (1007-1072), Vita beati Romualdi, trad. it. in I Padri camaldolesi, Privilegio d'amore. Fonti camaldolesi. Testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie, Edizioni Qiqajon, Magnano (Biella) 2007, pp. 65-155 (pp. 111-112 e pp. 151-153)]

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venerdì 4 febbraio 2011

San Benedetto e la nostalgia del monachesimo antico

La cultura monastica del medio evo è fondata sulla Bibbia latina. Ma la Bibbia è inseparabile da quelli che l’hanno commentata cioè dai Padri, spesso designati semplicemente come gli expositores perché, anche in quegli scritti che noi non chiameremmo commenti, hanno prevalentemente spiegato la Sacra Scrittura. Inoltre il monachesimo è orientato verso la patristica per una ragione particolarissima: per il suo testo fondamentale e per la sua origine. Infatti da una parte la Regola di S. Benedetto è essa stessa un documento patristico: suppone ed evoca tutta la spiritualità antica; d’altra parte S. Benedetto prescrive la lettura nell’Ufficio divino delle expositiones fatte dai Padri, come egli li chiama; nel suo ultimo capitolo, invita nuovamente i monaci a leggere i Padri: questo termine ritorna quattro volte in questo capitolo e indica più particolarmente i Padri del monachesimo. Ora essi sono orientali e da questo fatto deriva una conseguenza nuova: il monachesimo benedettino non è solo attratto verso le fonti patristiche in generale, ma particolarmente verso le fonti orientali.
Questo deve essere sottolineato con insistenza, perché S. Benedetto non ha certo voluto rompere il legame con la tradizione monastica antica in gran parte orientale. Al contrario nella vita di S. Benedetto scritta da S. Gregorio, nello spirito della Regola, nelle letture che egli raccomanda e nelle osservanze che prescrive, tutto rivela una preoccupazione di continuità e di fedeltà al monachesimo antico. Tuttavia S. Benedetto non è «un orientale capitato per caso in Occidente»: è un latino, ma rispetta questa tradizione orientale «che costituisce per il monachesimo ciò che la tradizione apostolica rappresenta per la fede della Chiesa». Ancor più, e lo si indovina attraverso alcune allusioni della sua Regola, egli ha, in certo modo, la nostalgia del monachesimo antico.

[Dom Jean Leclercq O.S.B., Cultura umanistica e desiderio di Dio. Studio sulla letteratura monastica del Medioevo, trad. it., Sansoni, Milano 2002, pp. 115-116]

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giovedì 3 febbraio 2011

Il poema della liturgia

Il senso della maestà del Signore fu una delle caratteristiche dominanti della riflessione religiosa dei monaci. Ora essa si è manifestata, più ancora che nei loro scritti teologici, nella loro produzione liturgica. Questa merita di essere considerata e di esserlo per ultima, perché è legata a tutto il resto della vita monastica: alla sua pratica, perché è ordinata ad una delle sue osservanze principali che è l’esercizio del culto; alla sua cultura, di cui fu, a un tempo, lo stimolo e il risultato. Indubbiamente la liturgia costituisce una delle fonti di questa cultura: è in parte per mezzo di essa, in essa, che i monaci entravano in contatto con la Scrittura e i Padri, si compenetravano dei grandi temi religiosi tradizionali. Ma fu egualmente nella liturgia che la loro cultura trovò uno dei suoi terreni privilegiati di espressione: proprio per essa composero i testi più numerosi. Sono, oggi, i più dimenticati, ad eccezione di qualche capolavoro la cui origine monastica non è quasi più conosciuta, perché sono entrati nel tesoro comune della liturgia occidentale. Ma queste composizioni scelte sono parte di un insieme vastissimo: non si avrebbe, senza di esso, un’idea completa della letteratura monastica.
Il termine liturgia è preso qui in quel senso largo in cui può designare tutte le forme della preghiera. Nel medio evo esse trovano la loro perfetta espressione e la loro sintesi nella celebrazione pubblica dell’ufficio divino. Non era stato così in tutti i tempi: i monaci delle prime generazioni avevano, da soli o insieme, recitato Salmi, e talvolta in gran numero; ma quasi non avevano fatto posto, nella loro vita ritirata dal mondo, al culto pubblico della Chiesa. S. Benedetto era ritornato, su questo punto, come su altri, a una giusta misura: dodici salmi per notte, e il salterio intero ogni settimana. Aveva arricchito l’ufficio monastico di testi non biblici in uso nel culto di alcune chiese, come quegli inni che aveva chiamato «ambrosiani»; aveva insistito sull’alto valore di questa preghiera comune, di cui aveva fissato quasi tutti i dettagli. Ma nella sua Regola, l’ufficio divino non è una delle occupazioni che richiedano la maggior parte del tempo. Ben presto, per influenza di circostanze che egli non aveva potuto prevedere, la parte fatta alla liturgia nella vita monastica si accrebbe sempre più. […]
I monaci hanno scritto poco sulla liturgia: era evidente che essa era importante e, per uomini che vivevano costantemente nella sua luce, non esigeva commenti; piuttosto essa stessa costituiva il commento normale e ordinario della Sacra Scrittura e dei Padri. Questo è vero specialmente per Cluny, dove la liturgia occupava un posto così grande: S. Odone nelle sue Conferenze e nel suo poema su l’Occupazione, S. Odilone nei suoi sermoni, Pietro il Venerabile nei suoi diversi scritti non spiegano per nulla la liturgia e ne parlano raramente. Si scrivevano senza dubbio testi destinati ad esservi letti: leggende agiografiche, sermoni solenni come quelli di Pietro il Venerabile su S. Marcello o sulle reliquie di un santo, o quelli di S. Bernardo su S. Vittore; si componevano trattati di computo in cui tutte le risorse dell’aritmetica e dell’astronomia servivano a calcolare il ciclo delle feste; si domandavano alla liturgia i temi della predicazione, anche quando questa consisteva nell’interpretare la Scrittura: così i sermoni di S. Bernardo sul Salmo Qui habitat abbondano di allusioni alla Quaresima durante la quale si cantano spesso versetti di questo Salmo. Sono dunque pochi gli scritti monastici che noi possediamo sulla liturgia. Generalmente – e anche su questo punto appare una delle costanti della cultura monastica – i riti si giustificano con la storia, come in quel «manuale di liturgia», in cui Valafrido Strabone studiò le origini e gli sviluppi di certe osservanze ecclesiastiche. Ma questi trattati di carattere pratico o erudito non sono elogi dell’ufficio divino, della sua bellezza o del suo valore pedagogico; non sono esortazioni a riconoscergli un posto di preminenza nella vita religiosa: questi generi letterari sono necessari solo nei periodi in cui bisogna ravvivare il senso liturgico e restaurare la liturgia. I monaci, al contrario, sono unanimemente convinti dell’importanza primordiale che spetta all’attività con cui proclamano la gloria di Dio: il sentimento della maestà del Signore orienta e domina tutti i loro scritti, come quel trattato di Ruperto di Deutz Sugli uffici divini nel cui prologo egli afferma con tanta forza:
«I riti che secondo l’ordine stabilito nel corso dell’anno si compiono negli uffici divini… sono segno delle più alte realtà e contengono i massimi misteri dei divini segreti… Poiché questi riti sono stati ordinati e istituiti per la gloria del Signore nostro Gesù Cristo, che è il capo della Chiesa, da quegli uomini che intesero in modo sublime i misteri della sua Incarnazione, della sua Natività, della sua Passione, della sua Resurrezione e della sua Ascensione e fedelmente e sapientemente si studiarono di proclamarli con la voce, con le lettere, e con questi riti… Ma celebrare questi riti e non intenderli è come parlare una lingua e non saperla comprendere. Chi poi parla le lingue, dice l’Apostolo, preghi per aver il dono dell’interpretazione; e, tra i doni spirituali dei carismi, con i quali lo Spirito Santo orna la sua Chiesa, ci esorta a desiderare soprattutto la profezia, cioè il dono per il quale possiamo anche capire con l’intelligenza quel che diciamo pregando in ispirito o salmodiando».

[Dom Jean Leclercq O.S.B., Cultura umanistica e desiderio di Dio. Studio sulla letteratura monastica del Medioevo, trad. it., Sansoni, Milano 2002, pp. 307-310]

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mercoledì 2 febbraio 2011

Noir et Blanc: l'abbazia Notre-Dame di Randol


Presentiamo di seguito un estratto del documentario Noir et Blanc, realizzato nel marzo 2005 dal cineasta francese Christophe Deat per Les Film d'Ailleurs. Il pregevole cortometraggio è dedicato all'abbazia benedettina della Congregazione di Solesmes Notre-Dame di Randol, sita nel cuore dell'Auvergne, fondata nel 1971 dai monaci dell'abbazia Notre-Dame di Fontgombault e il cui Padre Abate è attualmente dom Bertrand de Hédouville O.S.B.





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martedì 1 febbraio 2011

Dom Jean Leclercq O.S.B. (1911-1993)

[Ricorre in questi giorni, precisamente il 31 gennaio, il centesimo anniversario della nascita di dom Jean Leclercq O.S.B. (1911-1993), francese d’origine, monaco dell’abbazia di Clervaux – nel Lussemburgo –, studioso universalmente noto del monachesimo medievale, curatore dell’Opera omnia di san Bernardo e di altri testi fondamentali, tra cui quello che è considerato il suo capolavoro, L’amour des lettres et le désir de Dieu – pubblicato a Parigi nel 1957 e che ha conosciuto molteplici traduzioni –, la cui attualità e importanza è stata a più riprese messa in luce da Benedetto XVI, che in molti interventi ha fatto riferimento agli scritti di questo monaco dai tratti eccezionali: solo per citarne uno su tutti, si veda il discorso pronunciato, il 12 settembre 2008, al Collège des Bernardins di Parigi. «Il suo grande merito – ha affermato il discepolo e curatore di molte sue opere, dom Gregorio Penco O.S.B. – è stato quello di indicare nella teologia monastica la diretta continuatrice ed erede della teologia patristica. Prima di lui tutta una tradizione culturale ispirata ai canoni dell’illuminismo aveva rigettato come insignificanti molti scritti di spiritualità monastica, che in seguito, grazie alla sua scrupolosa ricerca, sono apparsi una delle espressioni più alte di una civiltà posta al servizio della fede e della contemplazione di Dio». Ebbe a dire dell’esperienza monastica benedettina, in un’intervista del 27 febbraio 1986: «La libertà benedettina è la libertà cristiana. Essa consiste primariamente in un consenso all’essere, a Dio, così come fa Cristo nel Getsemani. La vita monastica, improntata alla Regola di san Benedetto, è una scuola di vita in cui si è educati a essere liberi. Liberi dentro un’obbedienza. Questo è infatti il mistero della vita cristiana: più si obbedisce più si è liberi». Per ricordare il centenario della nascita di dom Leclercq Romualdica propone in questi giorni alcuni estratti dalla sua celebre opera L’amour des lettres et le désir de Dieu.]

La vita cristiana, secondo S. Gregorio, è una progressione che va dall’umiltà all’umiltà, si potrebbe quasi dire: dall’umiltà acquisita all’umiltà infusa; umiltà custodita dal desiderio di Dio in una vita di tentazione e di distacco, approfondita e confermata dalla conoscenza amorosa nella contemplazione. Queste fasi successive S. Gregorio le richiama in descrizioni continuamente rinnovate. Egli non le analizza in termini astratti, filosofici, ma prende dalla Bibbia le immagini concrete che permettono a ciascuno di riconoscere in queste esperienze la propria avventura personale. Per questo il suo insegnamento risponde al bisogno di generazioni che nascevano dal mondo barbarico, dopo le invasioni: a queste anime semplici e nuove, egli offriva una descrizione consolante ed accessibile a tutti, della vita cristiana. Questa dottrina, molto umana, era fondata su una conoscenza realistica dell’uomo così com’è, corpo ed anima, carne e spirito; senza illusione ma senza disperazione, era animata da una visione di fede; da una reale fiducia nell’uomo in cui Dio dimora e in cui opera mediante la prova. E questa lettura comunicava pace, grazie alla pacatezza del suo linguaggio. Quest’uomo che descrive continuamente il conflitto interiore dell’uomo lo fa con parole che sono pacificanti. Si trova ad ogni pagina l’alternarsi della miseria umana e dell’esperienza di Dio, ma anche la loro conciliazione, la loro sintesi nella carità.
Infine questa dottrina è una vera teologia: essa implica una teologia dogmatica, sviluppa una teologia della vita morale e della vita mistica e queste sono pure l’oggetto della teologia. Questa teologia non è meno esplicita per il fatto di essere distribuita nel corso di lunghi commentari. Oserebbe qualcuno dire che non vi è della filosofia in Platone perché essa è sparsa nei dialoghi e che vi è invece una filosofia in Wolff perché qui è esposta sistematicamente? S. Gregorio riflette sulle realtà della fede per meglio comprenderle; non si limita a formulare delle direttive pratiche sul modo di vivere conformemente a queste realtà. Egli ne cerca e ne propone una conoscenza profonda: la ricerca di Dio, l’unione con Dio, sono da lui inserite in una dottrina complessiva dei rapporti dell’uomo con Dio. Su questa dottrina e sui testi che la esprimono, il monachesimo medioevale non ha cessato, a sua volta, di riflettere. Esso l’ha perciò arricchita, ma non rinnovata. Péguy diceva: «Nessuno ha superato Platone». Sembra che nell’analisi teologica dell’esperienza cristiana, non sia stato aggiunto nulla di essenziale a S. Gregorio. Ma perché le idee antiche rimangano giovani, è necessario, ad ogni generazione, pensarle e scoprirle come se fossero nuove; la tradizione benedettina non è venuta meno a questo dovere.

[Dom Jean Leclercq O.S.B., Cultura umanistica e desiderio di Dio. Studio sulla letteratura monastica del Medioevo, trad. it., Sansoni, Milano 2002, pp. 41-42]

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lunedì 31 gennaio 2011

Quel che dobbiamo a san Benedetto / terza parte

[la prima parte qui; la seconda parte qui]

La riconoscenza che dobbiamo al Patriarca dei monaci non si ferma al dominio della preghiera, ma si estende a tutta la vita. Una vita che appartiene, nonostante la spaventosa standardizzazione moderna, a una ritrovata età infantile, a un’epoca di costumi ancora contadini, in cui i ritmi scanditi dal ritorno delle stagioni si sposano ai tempi regolari della preghiera.
Quel che Newman chiamava «il carattere virgiliano dei primi secoli del monachesimo» durerà finché i monaci acconsentiranno a vivere in continuità, e non in rottura, con le loro tradizioni. Allora, immancabilmente, fiorirà la pace benedettina, accompagnata da una certa felicità. Una tale felicità non è legata a un’epoca della civiltà, ma è essenzialmente il frutto di una carità comunitaria e familiare, fatta di mutuo rispetto, di devozione, di attenzioni e di pietà nei confronti degli anziani. La felicità di ascoltare assieme le sante letture, di coltivare la terra – immagine della bontà di Dio – e di trarne un cantico di benedizione; di vivere in un laborioso riposo, in una specie di grande villaggio o di piccola città le cui mura salgono notte e giorno verso Dio con il canto dei salmi. Quando Newman parla dei primi benedettini, evoca lo spirito d’infanzia: «Ci dicono di essere come dei bambini, e dove troveremo un esempio più impressionante di quello che ci è qui offerto, di questa unione di candore e di rispetto religioso, questa chiara percezione dell’invisibile, e tuttavia il riconoscimento del mistero, che è la caratteristica dei primi anni dell’esistenza umana? Per il monaco, il cielo era la casa vicina. Non faceva dei piani, non aveva preoccupazioni; i corvi del suo padre Benedetto erano sempre al suo fianco. Usciva, nella sua gioventù, per le sue mansioni e il suo lavoro, fino alla sera della sua vita. Se viveva un giorno di più, faceva un giorno di lavoro in più. Che avesse vissuto un grande numero di giorni o pochissimi, lavorava fino alla fine. Non aveva alcun desiderio di vedere più lontano che il luogo dove doveva fare la sua prossima tappa. Lavorava e seminava; pregava, meditava, studiava, scriveva, insegnava, poi moriva e andava in cielo».
Uno spirito di dolcezza fatto di rinuncia e di obbedienza filiale, «gradito a Dio e dolce agli uomini». Una sottomissione abituale, familiare – come andando da sé – alla natura delle cose. Così, nel capitolo 41 della Regola il nostro santo Padre chiede che «l’ora della cena o del pasto sia regolata in modo tale che tutto si compia alla luce del sole». «Ut luce fiant omnia». Il Padre Emmanuel osserva che san Benedetto, parlando della luce del sole, doveva pensare alla luce soprannaturale nella quale la vita dei monaci è costantemente bagnata. Forse il miracolo benedettino, la longevità di questa grande tradizione, il suo carattere d’universalità, vengono dall’accordo segreto fra la natura e la grazia.
Arriverei a dire che nel cuore del nostro grande Patriarca appare spesso una certa tenerezza per l’ordine temporale. Come se le cose che circondano le anime consacrate ne ricevessero una nuova dignità e attirassero più particolarmente la sua paterna sollecitudine. Quanti capitoli della Regola sono testimoni di questo! Nel capitolo 22, Quomodo dormiant monachi («Come devono dormire i monaci»), la Regola vuole che «dormano vestiti e cinti con cingoli o corde, evitando di avere coltelli al fianco mentre dormono», per timore che abbiano inavvertitamente a ferire un fratello durante il sonno. Nel capitolo 31, Il cellerario del monastero, «tratti tutti gli oggetti e tutti i beni del monastero come i vasi dell’altare». Nel capitolo 37, I vecchi e i bambini, è detto che «la natura ha già innato un senso di indulgente comprensione verso gli anziani e i bambini; tuttavia è bene che anche la Regola, con la sua autorità, provveda a loro riguardo». Capitoli 39 e 40, sulla misura del cibo e del bere: «possano bastare due vivande cotte», della frutta, una libbra di pane, «una emina di vino al giorno»… La Regola si occupa inoltre degli ospiti, dei bambini e dei pellegrini, dei vestiti (cap. 55: «una tonaca e una cocolla; questa sia di pelo, per l’inverno, di stoffa liscia o consumata, per l’estate»). Ugualmente è stabilito (cap. 67) che «il monastero sia strutturato in modo da avere nel suo ambito tutto quanto è necessario, ossia l’acqua, il mulino, l’orto e le attrezzature per esercitare il loro mestiere. Così i monaci non avranno necessità di girare fuori». Ma lasciamo queste umili creature alla loro funzione di accompagnatori dell’uomo verso la sua ascesa al Padre. Esse hanno le loro leggi, le loro esigenze, alle quali talora ci opponiamo: svolgere rettamente un dato lavoro, fosse pure il più elementare, può diventare una lezione ricca d’insegnamento.
Giacché l’ordine temporale diventa tanto più nobile quanto più riguarda l’uomo da vicino. Come non menzionare il valore educatore della Regola e la correttezza del suo approccio sugli esseri di tutte le epoche e di ogni tipo? Il Patriarca di Norcia aveva legiferato nell’epoca del Basso Impero, al centro di un’umanità in pieno rivolgimento; il crocevia di razze e di civiltà conduceva al monastero un flusso di umanità nel quale si mescolavano patrizi, Goti analfabeti, schiavi resi liberi. Quattordici secoli più tardi è a una realtà analoga che si trova confrontata l’opera di fondazione dei nostri monasteri nel continente Iberoamericano o nell’Africa nera. Si percepisce quindi in tutto il suo splendore l’accordo fra la Regola e l’umano. La struttura tradizionale del villaggio africano, il ruolo del capo, il senso del rito e della gerarchia, lo spirito comunitario, il consiglio degli anziani, sono già livellati con lo spirito della Regola.
Ma i barbari tecnologizzati di un secolo XXI sprovvisto di ogni senso religioso – diversamente da quelli del passato, presso i quali l’ateismo era un fenomeno ignoto – si lasceranno attrarre dalla dolce influenza benedettina? Anche in questo, scommettiamo per il successo. A una condizione, ovvero che i giovani barbari che la società ci prepara al giorno d’oggi abbiano la medesima sete di cultura cristiana di quanto l’ebbero per la romanità i Goti del secolo VI.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Ce que nous devons à saint Benoît, in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 527-541 (qui pp. 533-537), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 - continua]

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venerdì 28 gennaio 2011

Monaci benedettini a Norcia

[Segnaliamo con piacere l’uscita del nuovo numero (anno XII, n. 2, autunno 2010) del Notiziario del Monastero di San Benedetto, riproducendone l’editoriale.
Il Monastero di San Benedetto (Via Reguardati 22, 06046 Norcia, Perugia) è stato fondato a Roma il 3 settembre 1998 da dom Cassiano Folsom O.S.B. – statunitense, dal 1979 monaco presso la St. Meinrad Archabbey (Indiana, USA), ordinato sacerdote nel 1984, nel 1989 ha conseguito il dottorato in Liturgia a Roma e nel 1992 è diventato presidente del Pontificio Istituto Liturgico – e si è trasferito a Norcia, la città natale di san Benedetto, nel 2000 su invito dell’Arcivescovo di Spoleto-Norcia.
Per favorire un clima di pace liturgica e ciò che il Papa chiama «una riconciliazione interna nel seno della Chiesa», la Santa Sede ha affidato a questa comunità benedettina l’apostolato speciale di celebrare l’Eucaristia in entrambe le forme (
in utroque usu) del Rito Romano. In osservanza della decisione dell’Arcivescovo di Spoleto-Norcia, con la quale si chiede la celebrazione di una sola Messa domenicale nelle comunità religiose, a partire dal 5 dicembre 2010, la Messa conventuale domenicale e festiva viene celebrata alle ore 11:45 nella Basilica di San Benedetto nella forma straordinaria; la Messa conventuale feriale si celebra alle ore 10:00, anch’essa nella forma straordinaria.]


Carissimi amici,
nella prima Domenica di Avvento 2010, abbiamo celebrato il decimo anniversario del nostro arrivo a Norcia, un ritorno quasi mitico dei monaci al luogo di nascita di San Benedetto, dopo un’assenza di 190 anni. Il monastero precedente, abitato dai monaci del ramo Celestino della famiglia benedettina, fu soppresso dalle leggi napoleoniche nel 1810. Abbiamo, quindi, organizzato una festa modesta per celebrare questi due anniversari: i 200 anni dalla soppressione del monastero e i 10 anni dalla rinascita.
Il nostro stemma racchiude questi due momenti importanti. Sul lato sinistro è raffigurato il simbolo della Congregazione dei Celestini, dove la “S” sta per “Spirito Santo”, poiché il primo monastero fondato da Pietro da Morrone (poi Papa Celestino V) era dedicato allo Spirito Santo. Sul lato destro invece, è rappresentato un albero abbattuto nel fiore della vita (la soppressione del monastero nel 1810) ed un nuovo ramoscello che spunta dal tronco (il nostro arrivo nel Giubileo del 2000). Ci sono tre foglie, proprio come i tre monaci che hanno dato vita alla Comunità a Norcia. Oggi, la Comunità è costituita da quattordici monaci, mentre due candidati arriveranno fra poco. Il motto per la celebrazione dell’anniversario è “Succisa virescit”, ovvero “L’albero reciso, è tornato rigoglioso a fiorire”. Perché voglio evidenziare questo dettaglio? Perché abbiamo bisogno di percepire segni di speranza. La costante crescita della nostra comunità monastica (in numero e in grazia) è un vero segno di speranza: Dio opera nella Chiesa e nel mondo e sta facendo grandi cose. Grazie per essere parte di questa grande avventura!
In Domino,
Rev.mo Padre Cassiano Folsom, O.S.B.
Priore

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