venerdì 5 novembre 2021

Considerazioni sul motu proprio «Traditionis custodes»

L’intenzione del Papa, con il motu proprio «Traditionis custodes», è quella di mettere al sicuro o di ripristinare l’unità della Chiesa. Lo strumento proposto a tal fine è l’unificazione totale del rito romano nella forma del Messale di Paolo VI [1963-1978], con le variazioni che ha successivamente subito. Pertanto, la celebrazione della Messa nella forma straordinaria del rito romano, come introdotta da Papa Benedetto XVI [2005-2013] con il motu proprio Summorum pontificum, del 2007, sulla base del Messale esistente da Pio V [1566-1572], nel 1570, a Giovanni XXIII [1958-1963], nel 1962, è stata drasticamente limitata. Il chiaro intento è quello di condannare la forma straordinaria all’estinzione nel lungo periodo.
Nella sua Lettera ai vescovi di tutto il mondo, che accompagna il motu proprio, Papa Francesco cerca di spiegare i motivi che lo hanno indotto, in quanto insignito della suprema autorità della Chiesa, a limitare la liturgia nella forma straordinaria. Al di là della presentazione delle sue reazioni soggettive, però, sarebbe stata opportuna anche un’argomentazione teologica stringente e logicamente comprensibile. Perché l’autorità papale non consiste nell’esigere superficialmente dai fedeli una mera obbedienza, cioè una sottomissione formale della volontà, ma, molto più essenzialmente, nel permettere ai fedeli di essere convinti anche con il consenso della mente. Come disse san Paolo, garbato verso i suoi Corinzi spesso piuttosto indisciplinati, «ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, che diecimila parole con il dono delle lingue» (1 Cor. 14, 19).
Questa dicotomia fra buona intenzione e cattiva esecuzione emerge sempre quando le obiezioni degli addetti competenti sono percepite come un ostacolo alle intenzioni dei loro superiori e, dunque, non vengono più neppure espresse. Per quanto graditi possano essere i riferimenti al Vaticano II, bisogna fare attenzione a che le affermazioni del Concilio siano usate con precisione e nel loro contesto. La citazione di sant’Agostino [354-430] sull’appartenenza alla Chiesa «secondo il corpo» e «secondo il cuore» (Lumen gentium, 14), si riferisce alla piena appartenenza alla Chiesa della fede cattolica. Essa consiste nell’incorporazione visibile al corpo di Cristo — comunione creaturale, sacramentale, ecclesiastico-gerarchica — e nell’unione del cuore, nello Spirito Santo. Ciò che questo significa, tuttavia, non è l’obbedienza al Papa e ai vescovi nella disciplina dei sacramenti, ma la grazia santificante, che ci coinvolge pienamente nella Chiesa invisibile come comunione con il Dio Trino.
Poiché l’unità nella confessione della fede rivelata e la celebrazione dei misteri della grazia nei sette sacramenti non richiedono affatto una sterile uniformità in una forma liturgica esteriore, come se la Chiesa fosse qualcosa di paragonabile a una delle tante catene alberghiere internazionali con i loro design omogenei. L’unità dei credenti fra di loro è radicata nell’unità in Dio attraverso la fede, la speranza e l’amore e non ha nulla a che fare con l’uniformità nell’aspetto esteriore, il passo di marcia di una formazione militare, o il pensiero di gruppo dell’era del «big-tech».
Anche dopo il Concilio di Trento [1545-1563] vi è sempre stata una certa diversità — musicale, celebrativa, regionale — nell’organizzazione liturgica delle Messe. L’intenzione di Papa Pio V non era quella di sopprimere la varietà dei riti, ma piuttosto di frenare gli abusi che avevano portato a una devastante mancanza di comprensione fra i riformatori protestanti riguardo alla sostanza del sacrificio della Messa: il suo carattere sacrificale e la Presenza Reale. Nel Messale di Paolo VI, l’omogeneizzazione ritualistica — detta anche rubricistica — viene spezzata, proprio per superare un’esecuzione meccanica a favore di una partecipazione attiva interiore ed esteriore di tutti i fedeli nelle loro rispettive lingue e culture. L’unità del rito latino, tuttavia, deve essere conservata attraverso la stessa struttura liturgica di base e il preciso orientamento delle traduzioni all’originale latino.
La Chiesa romana non deve scaricare la sua responsabilità per l’unità del culto sulle conferenze episcopali. Roma deve vigilare sulla traduzione dei testi normativi del Messale di Paolo VI, come anche dei testi biblici, che potrebbero oscurare i contenuti della fede. Le pretese di «migliorare» i verba domini — per esempio pro multis, «per molti», alla consacrazione, l’et ne nos inducas in tentationem, «e non ci indurre in tentazione», nel Padre Nostro — contraddicono la verità della fede e l’unità della Chiesa molto più che celebrare la Messa secondo il Messale di Giovanni XXIII. La chiave per una comprensione cattolica della liturgia sta nell’intuizione che la sostanza dei sacramenti è data alla Chiesa come segno visibile e mezzo della grazia invisibile in virtù della legge divina, ma che spetta alla Sede Apostolica e, in conformità alla legge, ai vescovi, ordinare la forma esteriore della liturgia, nella misura in cui non esiste già dai tempi apostolici (Sacrosanctum Concilium, 22 § 1).
Le disposizioni di Traditionis custodes sono di natura disciplinare, non dogmatica e possono essere nuovamente modificate da qualsiasi Pontefice futuro. Naturalmente il Papa, nella sua preoccupazione per l’unità della Chiesa nella fede rivelata, è da sostenere pienamente quando la celebrazione della Santa Messa secondo il Messale del 1962 è espressione di resistenza all’autorità del Vaticano II, cioè quando la dottrina della fede e l’etica della Chiesa sono relativizzate o addirittura negate nell’ordine liturgico e pastorale.
In Traditionis custodes il Papa insiste giustamente sul riconoscimento incondizionato del Vaticano II. Nessuno può dirsi cattolico se vuole tornare a prima del Vaticano II — o di qualsiasi altro concilio riconosciuto dal Papa —, identificato come il tempo della «vera» Chiesa, o se vuole lasciare alle spalle quella Chiesa che sarebbe solo stata un passo intermedio verso una «nuova Chiesa». Qualcuno potrebbe mettere a confronto la volontà di Papa Francesco di riportare all’unità i cosiddetti, deplorati «tradizionalisti» — cioè coloro che si oppongono al Messale di Paolo VI — con la sua determinazione a porre fine agli innumerevoli abusi «progressisti» della liturgia — rinnovata secondo i dettami del Vaticano II — che equivalgono ad atti di blasfemia. La paganizzazione della liturgia cattolica — che nella sua essenza non è altro che il culto del Dio Uno e Trino — attraverso la mitologizzazione della natura, l’idolatria dell’ambiente e del clima, così come lo spettacolo della Pachamama [la Madre Terra, in lingua amerindia quechua], sono stati piuttosto controproducenti per il ripristino di una liturgia dignitosa e ortodossa che rifletta la pienezza della fede cattolica.
Nessuno può chiudere gli occhi sul fatto che, oggi, vengono ampiamente denigrati come tradizionalisti anche sacerdoti e laici che celebrano la Messa secondo le rubriche del Messale di san Paolo VI. Gli insegnamenti del Vaticano II sull’unicità della redenzione in Cristo, la piena realizzazione della Chiesa di Cristo nella Chiesa Cattolica, l’essenza interna della liturgia cattolica come adorazione di Dio e mediazione della grazia, la Rivelazione e la sua presenza nella Scrittura e nella Tradizione Apostolica, l’infallibilità del Magistero, il primato del Papa, la sacramentalità della Chiesa, la dignità del sacerdozio, la santità e l’indissolubilità del matrimonio: tutto ciò viene ereticamente negato in aperta contraddizione con il Vaticano II da una maggioranza di vescovi e funzionari laici tedeschi, pur con il camuffamento di frasi a intento pastorale.
E, nonostante tutto l’apparente entusiasmo che esprimono per Papa Francesco, costoro stanno negando categoricamente l’autorità conferitagli da Cristo come successore di Pietro. Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sull’impossibilità di legittimare le unioni omosessuali ed extra-coniugali attraverso una benedizione è ridicolizzato da vescovi, preti e teologi tedeschi — e non solo tedeschi — come mera opinione di funzionari curiali poco qualificati. Qui siamo di fronte a una minaccia all’unità della Chiesa nella fede rivelata, che ricorda per dimensioni la secessione protestante da Roma nel secolo XVI. Data la sproporzione fra la risposta relativamente modesta ai massicci attacchi all’unità della Chiesa presenti nella «via sinodale» tedesca — così come in altre pseudo-riforme — e il duro trattamento punitivo adottato nei confronti della minoranza legata al rito antico, viene in mente l’immagine del vigile del fuoco mal consigliato, che — invece di salvare la casa in fiamme — salva prima il piccolo fienile accanto ad essa.
Senza mostrare la minima forma di empatia, si ignorano i sentimenti religiosi dei partecipanti — spesso giovani — alle Messe secondo il Messale di Giovanni XXIII, del 1962. Invece di apprezzare l’odore delle pecore, il pastore qui le colpisce duramente con il suo bastone. Sembra anche semplicemente ingiusto abolire le celebrazioni del «vecchio» rito solo perché attira alcune persone problematiche: abusus non tollit usum.
Ciò che merita particolare attenzione in Traditionis custodes è l’uso dell’assioma «lex orandi-lex credendi», «regola della preghiera, regola della fede». Questa frase appare per la prima volta nell’Indiculus anti-pelagiano — Contro le superstizioni e il paganesimo — nel passo riguardante i «sacramenti delle preghiere sacerdotali, tramandati dagli apostoli per essere celebrati uniformemente in tutto il mondo e in tutta la Chiesa cattolica, così che la regola della preghiera è la regola della fede» ([HEINRICH] DENZINGER [e PETER] HÜNERMANN, Enchiridion symbolorum, 3). Ciò si riferisce alla sostanza dei sacramenti (in segni e parole), ma non al rito liturgico, esistendone diversi — e con diverse varianti — in epoca patristica. Non si può semplicemente dichiarare che l’ultimo Messale sia l’unica norma valida della fede cattolica senza distinguere fra la «parte che è immutabile in virtù dell’istituzione divina e le parti che sono soggette a cambiamenti» (Sacrosanctum Concilium, 21). I riti liturgici che cambiano non rappresentano una fede diversa, ma testimoniano l’unica e medesima fede apostolica della Chiesa nelle sue diverse espressioni.
La lettera del Papa conferma che questi permette la celebrazione secondo la forma più antica a certe condizioni. Egli indica giustamente la centralità del canone romano nel Messale più recente come cuore del rito romano. Ciò garantisce la continuità cruciale della liturgia romana nella sua essenza, nello sviluppo organico e nell’unità interna. Sicuramente, ci si aspetta che i cultori dell’antica liturgia riconoscano la liturgia rinnovata; così come i sostenitori del Messale di san Paolo VI devono anche confessare che pure la Messa secondo il Messale di san Giovanni XXIII è una vera e valida liturgia cattolica, cioè contiene la sostanza dell’Eucaristia istituita da Cristo e, quindi, vi è e può esservi solo «l’unica Messa di tutti i tempi».
Un po’ più di conoscenza della dogmatica cattolica e della storia della liturgia potrebbe scongiurare l’infelice formazione di partiti contrapposti e anche salvare i vescovi dalla tentazione di agire in modo autoritario, senza amore e con mentalità ristretta, contro i sostenitori della «vecchia» Messa. I vescovi sono designati come pastori dallo Spirito Santo: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge di cui lo Spirito Santo vi ha fatto custodi. Siate pastori della chiesa di Dio, che Egli si è comprata con il proprio sangue» (At. 20, 28). Essi non sono semplici rappresentanti di un ufficio centrale, con possibilità di avanzamento. Il buon pastore si riconosce dal fatto che si preoccupa più della salvezza delle anime che di raccomandarsi a un’autorità superiore con un «buon comportamento» servile. (1 Pt 5, 1-4) Se la legge di non contraddizione si applica ancora, non si può logicamente castigare il carrierismo nella Chiesa e allo stesso tempo promuovere i carrieristi.
Speriamo che le Congregazioni per i Religiosi e per il Culto Divino, con la loro nuova autorità, non si inebrino di potere pensando di dover condurre una campagna di distruzione contro le comunità del vecchio rito, nella sciocca convinzione che così facendo stanno rendendo un servizio alla Chiesa e promuovendo il Vaticano II.
Se la Traditionis custodes deve servire all’unità della Chiesa, ciò può significare solo un’unità nella fede, che ci permette di «giungere alla perfetta conoscenza del Figlio di Dio», cioè all’unità nella verità e nell’amore (cfr. Ef. 4, 12-15).

[Card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, trad. it. con l’autorizzazione dell’autore dell’articolo pubblicato su The Catholic Thing, il 19 luglio 2021, in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, anno XLIX, luglio agosto 2021, pp. 71-75. Le inserzioni fra parentesi quadre e il titolo sono redazionali]

Share/Save/Bookmark

venerdì 15 ottobre 2021

Sbirciare la bellezza - Monastero San Benedetto di Bergamo (video)


Share/Save/Bookmark

lunedì 20 settembre 2021

Estrarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche

Lo scorso 24 giugno abbiamo circondato Dom Marc, in occasione della sua benedizione come primo abate di Sainte-Marie de la Garde. Tutti noi, vescovi, sacerdoti, monaci, fedeli, profondamente uniti nell’affascinante bellezza della liturgia, conserveremo nel cuore una certa esperienza “di Tabor”. L'architettura romanica della chiesa di Moirax, il rito antico, il canto gregoriano, si sono uniti per fare scendere dal cielo una grazia del soprannaturale che non dimenticheremo e ancor meno getteremo nelle tenebre della storia. Vi confesso molto semplicemente che ho avuto come una piccola fitta al cuore, perché questi tre giorni di festa sono stati così luminosi, così caritatevoli, così pieni di speranza, che ho presagito che presto sarebbe stato necessario scendere a valle per affrontare la croce. Due settimane dopo, Papa Francesco ha pubblicato il motu proprio che conoscete. Lo choc è stato terribile per tutti. Che cambiamento dal 1988, quando il Papa san Giovanni Paolo II scriveva:
“A tutti questi fedeli cattolici, che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina, desidero manifestare anche la mia volontà – alla quale chiedo che si associno quelle dei Vescovi e di tutti coloro che svolgono nella Chiesa il ministero pastorale – di facilitare la loro comunione ecclesiale, mediante le misure necessarie per garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni” (Motu proprio Ecclesia Dei, 5, c).
Nella lettera che accompagna il motu proprio, non ci siamo affatto riconosciuti nelle accuse mosse di strumentalizzare il messale di san Giovanni XXIII per opporci al Concilio Vaticano II e al magistero successivo, o di crederci la “vera Chiesa”. Tutt’altro. Diversi vescovi si sono chiesti di chi stesse parlando il Papa, perché gli unici che corrispondono a queste rimostranze sono dei chierici o delle comunità che non hanno riconoscimento canonico nella Chiesa. Anche la partecipazione attiva del popolo santo e fedele di Dio non è in discussione. Non ho mai visto una participatio actuosa così intensa come nella prima Messa di Dom Marc: una sacra liturgia di un intero popolo, sacerdoti, monaci, fedeli e angeli discesi dal cielo. E senza alcun merito da parte nostra, quanti fedeli ci testimoniano la loro gratitudine per la bellezza della nostra liturgia.
Finalmente, mi sembra che la questione risieda in due ermeneutiche della riforma della Chiesa. Quella propugnata dal Papa emerito Benedetto XVI, ovvero l’ermeneutica della riforma nella continuità, e quella di Papa Francesco, che è l’ermeneutica della novità. Due parole del Signore le riassumono bene.
Nova et vetera” per la prima e “vino nuovo in otri nuovi” per la seconda. La Chiesa deve sia mantenere la sua identità di popolo eletto con la sua fede, la sua morale, la sua speranza soprannaturale, sia andare avanti adattandosi il più possibile a ogni situazione. È una vera sfida per coloro che hanno ricevuto il sacro ministero, “l’arte delle arti”, come diceva san Gregorio Magno. Perché il pastore deve al contempo custodire fedelmente i princìpi del Signore e i suoi sviluppi, e adattarsi a ciascun caso. Su questi due grandi impegni – che non sono che uno solo – si presentano due grandi tentazioni: quella del custode del museo e quella del rivoluzionario. Gustave Thibon ha sintetizzato queste due insidie come “il caravanserraglio progressista dove tutto si fonde e l’urna integrista dove tutto si separa”. Benedetto XVI, che è il Papa dell’alleanza, aveva trovato una soluzione molto innovativa per resistere a questa confusione, che altro non è se non un’apostasia silenziosa. Ecco perché, su incitamento della Madre Abbadessa Placide, abbiamo lanciato una novena dal 14 al 22 agosto, festa del Cuore Immacolato di Maria, radicandoci nell’atto di consacrazione composto da Dom Gérard:
“Facciamo nostro per sempre il desiderio dei nostri fondatori di considerare come nostro modello il vostro Cuore Immacolato, ‘perché è il tipo compiuto dei due caratteri dell’Opera: la vita interiore e l’immolazione’.
“Vi supplichiamo perciò di allontanare da noi il male dell’orgoglio, la sete di potere, l’attrazione delle grandezze di questo mondo.
“Il diavolo non semini mai fra noi la zizzania della discordia o della gelosia, ma che regnino incessantemente nelle fila della nostra famiglia monastica la pace soprannaturale, lo spirito di sacrificio, l’umiltà del cuore e il perdono delle offese.
“O dolce Vergine Maria, fate che i poveri siano sempre accolti nei nostri monasteri con tenerezza come inviati di Dio, e che lo spirito del secolo, gli assalti dello scisma e dell’eresia si sbriciolino contro le nostre mura, senza mai penetrare fino a noi”.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 179, 3 settembre 2021, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Share/Save/Bookmark

mercoledì 8 settembre 2021

Note sulle comunità monastiche benedettine che celebrano in rito antico

Monasteri facenti parte della Confederazione Benedettina (O.S.B.)

Dalla famiglia del monastero di Le Barroux dipendono tre abbazie, ciascuna con abate (o abbadessa) in carica:
- Abbazia Sainte-Marie de La Garde (maschile, 17 monaci).
Gli esordi di questa famiglia monastica risalgono al 1970, per opera di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), che aveva fatto professione monastica presso l’abbazia Notre-Dame de Tournay, figlia dell’abbazia Saint-Benoît d’En Calcat, fondata da Dom Romain Banquet O.S.B. (1840-1929), monaco dell’abbazia Sainte-Marie de la Pierre-qui-Vire, fondata nel 1850 da Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B. (1809-1854). Sia la Pierre-qui-Vire sia Tournay fanno parte della Confederazione Benedettina (O.S.B.) nell’ambito della provincia francese della Congregazione Sublacense Cassinese. L’abbazia di Le Barroux e le altre due comunità da essa nate sono state integrate nella Confederazione Benedettina il 25 settembre 2008 e nell’ambito di essa sono giuridicamente dei monasteri “extra Congregationes”: dipendono dalla Santa Sede, per tramite della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” (fino alla sua esistenza).

Dalla Congregazione di Solesmes (originariamente Congregazione di Francia) della Confederazione Benedettina, ovvero della famiglia monastica che ha origine in Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875), è nata nel 1948 l’abbazia Notre-Dame de Fontgombault (64 monaci), dalla quale sono a loro volta nate, in Francia (ciascuna con abate in carica):
- Abbazia Notre Dame de Randol (1971, 35 monaci);
- Abbazia Notre Dame de Triors (1984, 38 monaci);
- Abbazia Notre Dame de Donezan (sorta nel 1994 a Gaussan, trasferitasi nel 2007 a Donezan, 20 monaci).
E negli Stati Uniti (con abate in carica):
Sempre in Francia, nel 2013, l’abbazia di Fontgombault ha integrato con propri monaci (fra cui l’abate in carica) l’abbazia Saint-Paul de Wisques (20 monaci), anch’essa facente parte della Congregazione di Solesmes, che era in procinto di chiudere per mancanza di monaci.

Fra le altre realtà monastiche che celebrano in rito antico e che fanno parte della Confederazione Benedettina (“extra Congregationes”), ricordiamo in Italia il Monastero di San Benedetto in Monte (18 monaci), fondato a Roma nel 1998, eretto canonicamente nel 1999 “sub iurisdictione Abbatis Primatis” (con il nome Prioratus S. Maria Sedes Sapientiae) e trasferito a Norcia nel 2000.

Nel 1885 alcuni monaci dell’abbazia Saint-Pierre di Solesmes vengono inviati in Inghilterra per dare vita a una comunità monastica a Farnborough, nell’Hampshire. Nasce così la Saint Michael’s Abbey. Nel 1947 i religiosi della Congregazione di Solesmes lasciano il monastero, sostituiti dai benedettini della Prinknash Abbey (Congregazione Sublacense), nel villaggio di Cranham, nel Gloucestershire. Nel 1980 la comunità è eretta in priorato conventuale e nel 1990 in abbazia. Attualmente conta circa 5 monaci (con abate in carica) e appartiene alla Confederazione Benedettina, nell’ambito della provincia inglese della Congregazione Sublacense Cassinese. La comunità ha un indulto da parte della Santa Sede per potere celebrare i riti liturgici secondo il Messale tridentino.

Una menzione a parte, in Francia, merita l’abbazia Saint-Joseph de Clairval in località Flavigny-sur-Ozerain (circa 50 monaci, con abate in carica), che ha una storia molto particolare sin dalla sua nascita a Clairval, in Svizzera, nel 1972, per opera di Dom Augustin-Marie Joly O.S.B. (1917-2006). Inizialmente molto vicina a S.E. Mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) e alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, se ne distacca negli anni 1980, dopo essersi trasferita – nel 1976 – in Francia. Nel 1988 la comunità è riconosciuta come monastero di diritto diocesano e nel 1992 il monastero è eretto in abbazia su richiesta della Santa Sede. Dal 1989 il monastero ha lo statuto giuridico di “consociato” della Confederazione Benedettina. Nel 2021 l’abbazia ha fondato un priorato che ha ridato vita all’antico e nobile complesso monastico dell’abbazia di Solignac, fondato agli esordi del secolo VII da sant’Eligio (588-660). Dal punto di vista liturgico l’abbazia francese Saint-Joseph de Clairval celebra la Messa conventuale nella forma ordinaria, in latino e ad orientem, mentre le Messe lette dai monaci – la Messa conventuale non essendo concelebrata – sono per la maggior parte celebrate secondo il rito antico.

Monasteri benedettini di diritto diocesano o simile

In Italia, a Taggia (diocesi di Ventimiglia-Sanremo, dal 2019), esiste la comunità monastica dei Benedettini dell’Immacolata (Monastero benedettino Santa Caterina da Siena, comunità di diritto diocesano, circa 7 monaci), sorta nel 2008, originariamente a Villatalla (diocesi di Albenga-Imperia), per opera di P. Jehan de Belleville B.I., in precedenza monaco presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux.

Nel 2011 è sorto nella diocesi francese di Fréjus-Toulon, nel villaggio di La Garde-Freinet, il Monastère Saint-Benoît, comunità eretta dal vescovo diocesano, S.E. mons. Dominique Rey, come associazione pubblica clericale. Priore della comunità (3 monaci), che nel 2020 si è trasferita nel comune di Brignoles, è il diacono Alcuin Reid (1963-).

Nel 2012 è fondato a Stamullen, una cittadina nella contea di Meath, in Irlanda, il Silverstream Priory (circa 15 monaci), eretto canonicamente nel 2017 come monastero benedettino autonomo di diritto diocesano. Il fondatore e primo superiore, fino al 2020, anno della sua rinuncia alla carica, è P. Mark Daniel Kirby (1952-), originariamente un monaco cistercense.

Nel 2017 un monaco americano dell’abbazia Saint-Joseph de Clairval di Flavigny-sur-Ozerain, P. Pius Mary Noonan O.S.B., ha fondato a Colebrook (Tasmania, Australia) il Notre Dame Priory (6 monaci), che gode del riconoscimento canonico come associazione pubblica di fedeli.

Nel 2019 è iniziata a Sprague (Washington, USA), nella diocesi di Spokane, suffraganea dell’arcidiocesi di Seattle, l’esperienza comunitaria benedettina del Monastery of Mary Mother of the Word.

Un altro monaco (non sacerdote) che aveva fatto la professione monastica presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux e che assieme a P. Jehan de Belleville si era inizialmente recato a Villatalla, frère Toussaint Menut, ha dato vita recentemente all’Ermitage Saint-Bède (Fitilieu, Francia), dove conduce vita eremitica ispirandosi alla Regola di san Benedetto.

Monasteri cistercensi (O.Cist.)

Una considerazione a parte – giacché i cistercensi, sebbene seguano la Regola di san Benedetto, non fanno parte della Confederazione Benedettina – merita il monastero cistercense di Vyšší Brod, nella Repubblica Ceca, la cui fondazione risale al 1259, e nella quale in anni recenti si è tornati – almeno in parte – alle usanze liturgiche tradizionali dell’Ordo Cisterciensis (O.Cist.). Fra i circa 10 monaci che vivono nel monastero vi è Dom Josef Vollberg O.C.S.O., già abate (2006-2016) dell’abbazia trappista di Mariawald (chiusa nel 2018), in Germania, che nel 2008 aveva intrapreso il ritorno alla liturgia e all’osservanza in uso fino al 1963-1964 nell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (Trappisti), secondo l’usus di Monte Cistello.

Monasteri benedettini non in piena comunione oppure non in comunione

Un ulteriore discorso a parte meritano le comunità monastiche legate alla celebrazione della Messa in rito antico, ma che non fanno parte della Confederazione Benedettina e che – con maggiore o minore approssimazione – vivono una situazione di non piena comunione con la Chiesa cattolica. Perlopiù, queste comunità sono nate per opera di monaci usciti dall’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux. Le consideriamo seguendo un criterio cronologico.

Segnaliamo anzitutto il Mosteiro da Santa Cruz a Nova Friburgo (Brasile), fondato nel 1987 da sei monaci del Barroux e distaccatosi dall’abbazia Sainte-Madeleine dopo che questa non accettò le consacrazioni episcopali di mons. Lefebvre, nel 1988. Nel 2016 uno dei vescovi consacrati da mons. Lefebvre, mons. Richard Williamson, ha consacrato vescovo – beninteso, senza il consenso della Santa Sede (e nel caso specifico, nemmeno della FSSPX, da cui il movimento della cosiddetta “Resistenza” si è separato) – il superiore della comunità, padre Tomas de Aquino (Miguel Ferreira da Costa, 1954-).

Un’altra comunità monastica originata da un ex monaco dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, padre Cyprian Rodriguez, e che mantiene i propri rapporti con la FSSPX, è l’Our Lady of Guadalupe Monastery, fondato nel 1991 a Silver City (New Mexico, USA).

Nel 2000, quattro monaci del Mosteiro da Santa Cruz di Nova Friburgo (Brasile) si sono trasferiti in Francia per dare vita alla comunità Notre-Dame de Bellaigue. Nel 2008, all’età di 43 anni, muore il priore della comunità, padre Ange Araújo Ferreira da Costa. Il monastero Notre-Dame de Bellaigue gravita nell’orbita della FSSPX e non ha seguito la comunità brasiliana nell’adesione al movimento della cosiddetta “Resistenza”, sebbene non sia chiaro quali siano attualmente (2020-2021) i rapporti – secondo alcune ricostruzioni, di tensione – con la FSSPX.

Dalla comunità Our Lady of Guadalupe Monastery del New Mexico è stato allontanato un monaco, padre Rafael Arizaga, che nel 2013 ha dato vita a un’esperienza monastica – postasi nell’orbita della “Resistenza” di mons. Williamson – che ha preso il nome di Monasterio Benedictino San José (Santa Sofía, Boyaca, Colombia).

Attorno al 2014 tre monaci della comunità Notre-Dame de Bellaigue, dei quali due sacerdoti, fondano a Saint-Victor, nel Cantal, lo Skita Patrum (laddove skita riprende il modello dei piccoli gruppi di eremiti, in questo caso ispirati alla Regola di san Benedetto e alle tradizioni dei Padri). Alla guida della piccola comunità è il padre Jean-Marc Rulleau, il quale prima di diventare monaco a Bellaigue era un sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, per la quale era insegnante al seminario di Ecône.

Nel 2008, il monastero Notre-Dame de Bellaigue acquista il terreno di un ex monastero in Germania, a Monschau, nei pressi di Kalterherberg, e nel 2017 vi si trasferisce un piccolo drappello di monaci, dando vita a un priorato indipendente, il monastero del Cuore Immacolato di Maria di Reichenstein.

PierLuigi Zoccatelli


[La riproduzione non è autorizzata, salvo espressa autorizzazione dell’autore e menzione completa della fonte]

Share/Save/Bookmark

sabato 14 agosto 2021

Novena di preghiera per la Messa tradizionale

La comunità monastica dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux inizia oggi, sabato 14 agosto, una novena affinché la Santissima Vergine ottenga un buon esito al motu proprio Traditionis custodes. Potete unirvi a questa novena recitando la preghiera qui di seguito, adattata alla circostanza...

O Vergine Maria,
Voi che la pietà e l’amore dei vostri figli invocano nel mondo intero come colei che scioglie i nodi, accordateci la grazia di sciogliere tutti i nodi che il motu proprio “Traditionis Custodes” ha creato nel mondo.
Nella vostra tenerezza, guardate con favore il nostro Santo Padre il Papa e i Vescovi, e concedete loro la prudenza e la saggezza che hanno animato Benedetto XVI per ristabilire la pace e l’unità della Chiesa.
Fate che tutti i cristiani possano partecipare liberamente alla grazia del vostro Figlio divino, Nostro Signore Gesù Cristo, nella celebrazione della Messa tradizionale e nella ricezione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.
Così sia.


Share/Save/Bookmark

venerdì 13 agosto 2021

Abbiamo bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia ancora possibile

Reverendissimo Padre, cari fratelli, cari amici,
25 anni fa, l’8 agosto 1996, stavo guidando verso la stazione ferroviaria di Avignone per andare a prendere i miei cari genitori, venuti dagli Stati Uniti per partecipare alla mia ordinazione sacerdotale. Non vedevo mio padre da 9 anni. Il confratello che mi accompagnava mi disse: “25 anni fa, l’8 agosto 1971, è morto mio nonno André Charlier”. L’8 agosto 1971, dunque sono passati esattamente 50 anni dalla morte di André Charlier. Ed è oggi, 8 agosto, che festeggio il mio 25° anniversario di sacerdozio. Lo vedo come un segno della Provvidenza: Dom Gérard mi chiamò al sacerdozio, e attribuì sempre la sua vocazione monastica all’influenza del suo padre spirituale André Charlier. Si può dire che senza André Charlier, il monaco Dom Gérard probabilmente non sarebbe mai esistito, né l’Abbazia di Sainte-Madeleine del Barroux. Allo stesso modo, si può dire che senza John Senior, l’Abbazia di Clear Creek, negli Stati Uniti, non sarebbe mai esistita.
Questa mattina, sto celebrando il mio 25° anniversario di sacerdozio e vorrei dire, con il popolo della Decapoli, che Gesù “ha fatto bene ogni cosa”. Ecco perché, come commento al Vangelo di questa mattina, lasciate che vi racconti la guarigione di un sordomuto, il signor John Nash. Conoscete John Nash? Egli era un matematico americano, nato nella Virginia Occidentale. Nel 1994 divenne famoso in tutto il mondo, quando ricevette il Premio Nobel. Il Vangelo di questa mattina ci parla della guarigione di un sordomuto, ed è tradizione a questo proposito evocare il grande mistero del peccato originale, che ha reso l’umanità sorda e muta. Dopo il peccato originale, senza il battesimo, la Parola di Dio non penetra adeguatamente nell’uomo, l’uomo caduto è sordo; e l’uomo non è in grado di parlare correttamente, di trasmettere agli altri questa medesima parola, l’uomo caduto è muto. Ho pensato che l’esempio di John Nash potesse illustrare un po’ questo mistero del peccato originale. Di recente ho letto la sua biografia, un libro di 450 pagine abbastanza denso, pubblicato in inglese, ma per quanto ne so, non tradotto in francese. Tuttavia, il film A Beautiful Mind, basato su questo libro, esiste in francese. Il grande attore Russell Crowe interpreta il personaggio in modo ammirevole, e il film ha vinto quattro premi Oscar nel 2001. John Nash ha conseguito il dottorato in matematica intorno al 1950, presso la famosa Princeton University, negli Stati Uniti. In quell’ateneo Albert Einstein era un ricercatore, e all’epoca questa università era il centro mondiale per la matematica. Fu per le scoperte che portarono a questo dottorato, ottenuto all’età di 21 anni, che Nash ricevette un Premio Nobel, più di 40 anni dopo. Nel frattempo, si ammalerà gravemente, all’età di 30 anni soffrirà di una grave schizofrenia, così grave che sua moglie divorzierà da lui. John Nash non potrà più insegnare a Princeton; in breve, sperimenterà un crollo totale. La sua schizofrenia lo isolò dal mondo esterno, divenne un “sordomuto” dal punto di vista del rapporto con gli altri. Ma, cosa assai rara, guarirà, dopo 25 anni di prove amare. E tornerà a Princeton, otterrà persino il Premio Nobel per l’Economia, e… si risposerà con sua moglie, nel 2001!
In gran parte, fu grazie all’aiuto di sua moglie, che era per lui come un èffeta, “apriti”, che John Nash fu in grado di guarire. Il momento più commovente del film lo evoca. Mentre John sembra definitivamente perso, sua moglie si inginocchia davanti a lui. Ha appena deciso, d’accordo con lo psichiatra, di tenere John a casa, pur rimanendo divorziato, e di non internarlo nell’ospedale psichiatrico. Ben consapevole dei rischi che comporta, mette la mano sul cuore di John, poi la mano sulla testa malata, e dice molto lentamente: “Ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia ancora possibile”. Seguiranno per lei 15 anni di prove, prima della miracolosa guarigione di John. Senza l’aiuto di sua moglie, probabilmente John Nash non sarebbe mai guarito né avrebbe ricevuto il Premio Nobel. Senza André Charlier, probabilmente questo monastero non esisterebbe. È la comunione dei santi.
Il genetista Jérôme Lejeune ha detto: “C’è qualcosa che colpisce molto il neurologo e il medico che sono, è che c’è davvero una ferita all’origine della natura umana [...] il cuore e la ragione non vivono in ottima sintonia, ed è probabilmente questo il segno del peccato originale”. Cuore e ragione: ecco perché la moglie di John Nash mette la mano sul cuore e sulla testa del marito.
Schematizzando, possiamo dire che la donna è il cuore. Si dice che la donna pensi con il suo cuore. Nel cuore della Chiesa mia Madre, sarò amore, ha detto santa Teresa. L’uomo è la testa, la ragione. Il Papa è la testa della Chiesa. Questa settimana diversi confratelli mi hanno chiesto se, nella mia omelia, avrei parlato del motu proprio di Papa Francesco. Ho risposto: “No, non spetta a me farlo”. Tuttavia, ieri mi è venuta un’idea. Molti di noi vogliono una cosa: che una donna intervenga nella Chiesa. E non una qualsiasi. Ciò che celebreremo tra qualche giorno. Molti di noi pregano affinché questa Donna, Maria, venga, per esempio, ad inginocchiarsi davanti al Santo Padre. Che metta la mano sul cuore del Papa, poi la mano sulla testa del Papa, e gli dica, a proposito di questo motu proprio: “Santissimo Padre, ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia ancora possibile”. Dopo 25 anni di sacerdozio, questa è la grazia che chiedo a Maria, che è la donna della mia vita.

[Padre Michel O.S.B., monaco dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia di domenica 8 agosto 2021, in occasione del 25° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Share/Save/Bookmark

martedì 10 agosto 2021

Padre Daniel-Ange su Traditionis custodes

Sono sbalordito, sconvolto da questo motu proprio. Il minimo che si possa dire è che si rimane ko! Mi unisco alle lacrime di tanti miei amici e di miei cari. Prego affinché non siano tentati dall’acidità, dall’amarezza, addirittura dalla rivolta e dalla disperazione.
Perché tanta durezza, senza un’oncia di misericordia o di compassione? Come non rimanerne confusi e destabilizzati?
Naturalmente, tra questi fratelli cattolici legati alla tradizione, ci sono alcuni che – ahimè! ahimè! – si sono induriti, congelati, sono arretrati, si sono ritirati in un ghetto, fino a rifiutarsi di concelebrare le Messe crismali, il che è inaccettabile. Ma per questa piccola minoranza non sarebbe bastata un forte esortazione, unita a possibili minacce di sanzioni? Ispirandosi al libro della Sapienza: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato. [...] Ma hai avuto indulgenza anche di costoro, perché sono uomini. […] giudicando invece a poco a poco, lasciavi posto al pentimento” (12, 2,8,10).
Oasi rinfrescanti in un deserto di apostasia generale.
Per non parlare che della Francia, sa il Papa che ci sono gruppi e comunità meravigliosamente irradianti, che attirano un gran numero di giovani, giovani coppie e famiglie? Sono attratti dal senso del sacro, dalla bellezza liturgica, dalla dimensione contemplativa, dalla bella lingua latina, dalla docilità alla sede di Pietro, dal fervore eucaristico, dalla confessione frequente, dalla fedeltà al rosario, dalla passione per le anime da salvare e da tanti altri elementi che non trovano – ahimè! – in molte delle nostre parrocchie.
Tutti questi elementi non sono profetici? Non dovrebbero interpellarci, stimolarci, coinvolgerci? Non era questa l’intuizione di san Giovanni Paolo II, nel suo motu proprio “Ecclesia Dei”?
Nelle loro assemblee dominano i giovani, i gruppi e le famiglie, la cui pratica domenicale sfiora il 100%. Non si dica che sono nostalgici del passato, anacronistici. È il contrario: latino, Messa ad orientem, gregoriano, talare: è tutto nuovo per loro. Ciò ha tutto il fascino della novità.
C’è da meravigliarsi che le comunità monastiche che mantengono l’ufficio in latino, e talora anche la celebrazione eucaristica secondo il messale di san Giovanni XXIII, siano fiorenti e attirino molti giovani?
Penso in particolare alle comunità che ho la grazia di conoscere personalmente e che stimo e ammiro, come quelle di Le Barroux (monaci e monache) e di Notre Dame de la Garde, nonché i Missionari della Misericordia a Tolone. Che non si dica che non sono comunità missionarie! Attorno alla prima gravita, tra molte altre, il Capitolo di Maria Maddalena, con le sue centinaia di adolescenti e giovani, per non parlare di quanti vanno per i ritiri. Per i secondi: non si fa di meglio in termini di evangelizzazione dei musulmani e dei nostri piccoli pagani sulle spiagge. Per non parlare del Pellegrinaggio di Pentecoste a Chartres, in costante crescita.
Con lo scoutismo e la Comunità di San Martino, questo movimento ecclesiale è quello che dà il maggior numero di vocazioni sacerdotali alla Chiesa. Assisto al bellissimo fervore che regna nel seminario di Witgratzbad, in Baviera, istituito grazie a un certo cardinale... Ratzinger.
In un mondo così feroce dove la lotta per la fedeltà a Gesù e al suo Vangelo è un eroismo, in cui sono già emarginati, disprezzati, derisi nelle scuole, come pure in famiglia, dove tutti i loro valori sono calpestati, quando non prostituiti, dove si trovano terribilmente soli e isolati, così insicuri, a volte al limite della disperazione: perché, ma perché allora negare loro quelle poche roccaforti che danno loro la forza, il coraggio, l’audacia di entrare nella resistenza e resistere? Questo in mezzo alle turbolenze della Chiesa, nel bel mezzo di un crollo della fede nel mondo. La guerra contro Cristo e la sua Chiesa si scatena, siamo nel bel mezzo di un duello omicidio-Principe della vita, i giovani hanno più che mai il diritto di essere sostenuti, rafforzati, armati, semplicemente messi in sicurezza. Non chiudiamo loro alcuni dei nostri rifugi più belli. Come un rifugio d’alta montagna in mezzo alle fessure mortali.
Nell’arido deserto di una società in cui vince “l’apostasia silenziosa dell’uomo che crede di essere felice senza Dio” (GP II), questi gruppi e parrocchie sono autentiche oasi rinfrescanti. I loro fiori più belli: questi giovani e persino i bambini che hanno raggiunto le luminose vette della santità. Come non menzionare una Anne-Gabrielle Caron, della parrocchia dei Missionari della Misericordia a Tolone, la cui causa di beatificazione è già aperta. E la piccola martire Jeanne-Marie Kegelin, in Alsazia, due dei cui fratelli sono sacerdoti della Fraternità San Pietro (posto che questo non sia il motivo che ritarda la sua causa).
Una puntura di sterilizzazione?
Dopo tutto questo, come comprendere che il Papa sembra puntare semplicemente alla loro estinzione, dissoluzione, liquidazione pura e semplice? Mediante la semplice applicazione delle norme ora imposte? Ciò risulta evidente dal fatto che i loro sacerdoti sono strappati dalla loro parrocchia e proibiti di crearne di nuove: non è questa una puntura di sterilizzazione? Che nessun nuovo sacerdote di rito ordinario potrà celebrare la cosiddetta Messa tridentina, senza indulto del suo vescovo che, da parte sua, è tenuto a seguire le direttive romane.
Il peggio: dichiarando che il messale (Messa e altri sacramenti inclusi) di san Giovanni XXIII non appartiene più al rito romano, poiché l’“unica espressione” di esso è ora l’unico messale di Paolo VI. Questo rito è quindi ipso facto relegato al passato, obsoleto, obsoleto, e si trova appeso nel vuoto...
Non è una pugnalata alla schiena, o meglio al cuore, del nostro caro Benedetto XVI? Il suo colpo di genio era stato quello di salvare questo rito semplicemente rendendolo la seconda variante o forma del singolo rito romano. Che coraggio gli volle! E non è stato assolutamente per semplice diplomazia o politica ecclesiale, come insinua il motu proprio. Quante volte ha affermato che questo rito che aveva santificato il popolo cristiano, irrigato tutta la Chiesa, dato tanti frutti di santità per tanti secoli, aveva pieno diritto di cittadinanza ed era parte integrante della liturgia latina e romana.
È stato uno scandalo avere cercato di sbarazzarsene, circa sessant’anni fa. E all’improvviso, brutalmente, con un colpo di penna, eccolo abrogato da un Papa certamente meno liturgico nell’animo di quel Benedetto XVI dall’anima interamente benedettina.
Benedetto XVI, nel suo ritiro monastico, dovrà implorare il suo successore di celebrare nuovamente questo rito che amava così tanto e che era riuscito, magistralmente, a salvare?
Un rischio di scisma o di clandestinità?
Ancora, l’intenzione del nostro Santo Padre è sicuramente bella e buona: proteggere la comunione nel popolo di Dio. Ma è probabile che l’effetto sia esattamente il contrario.
Ne tremo: molti potrebbero essere tentati semplicemente di unirsi a Ecône e alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, alla quale Papa Francesco aveva generosamente teso la mano, nell’anno della Misericordia. Quasi quarant’anni fa, si erano eroicamente staccati da Mons. Lefebvre, per trovare la Chiesa Madre di Roma, accolti a braccia aperte da san Giovanni Paolo II. (Come dimenticare la figura luminosa di Jean-Paul Hivernat, da Ecône a Roma e poi a Versailles, sulla scia della santità). E ora sono messi nella condizione di dire: “Beh, non ci volete più; torniamo da dove siamo venuti. Tanti sacrifici, tutto per niente! Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ci hanno amato, ci hanno capito, così come tanti vescovi meravigliosi e coraggiosi, ed eccoci raggirati, da un giorno all’altro”.
Insomma, c’è il rischio reale di “scismi che fioriranno da tutte le parti se vescovi bruschi impongono il loro potere ai sacerdoti rigidi” (Gabriel Privat). Oppure, sarà la tentazione di sotterrarsi in clandestinità...
La comunione trinitaria non implica forse l’ecumenismo intra-cattolico?
La comunione ecclesiale non è la medesima della Santissima Trinità (Gv 17), cioè quella della bellezza nella sua diversità? Maggiori sono le differenze, a condizione che siano vissute come complementari, più bella è la Chiesa. L’alterità non è una condizione di fertilità? Perché abbiamo tante difficoltà a ricevere, accogliere, amare questi fratelli e sorelle battezzati, con la loro sensibilità, i loro desideri, i loro carismi propri e specifici, anche e soprattutto se non sono i nostri? Perché imporre ai giovani, già così indeboliti, le nostre preferenze? Rispettiamo i nostri fratelli cattolici delle sante Chiese orientali. A Roma stessa è dedicata loro una Congregazione. Siamo stupiti dalle loro sontuose liturgie divine, siano esse copte, etiopi, armene, siriache, maronite, melchite o bizantine – russe o greche – e respingiamo la liturgia latina e romana nella sua espressione tradizionale!
Per essere logici, dovremmo standardizzare tutta la vita monastica o religiosa! Benedettini, cistercensi, certosini, carmelitani, clarisse: addio! Tutti i movimenti spirituali dovrebbero essere uniformati, nella loro fastidiosa diversità. Neocatecumenali, Focolari, Rinnovamento carismatico, Comunione e Liberazione: fuori! Tradizioni e sensibilità benedettine, carmelitane, francescane, domenicane, gesuite, vincenziane, salesiane, ecc.: nella spazzatura!
No e no, l’unità non è uniformità, ma diversità! La comunione non è orizzontalità, ma complementarità!
San Giovanni Paolo II lo aveva espresso bene nel suo motu proprio “Ecclesia Dei”: “Tutti i pastori e gli altri fedeli devono avere una nuova consapevolezza non solo della legittimità, ma anche della ricchezza che rappresenta per la Chiesa la diversità dei carismi e delle tradizioni di spiritualità e apostolato. Questa diversità costituisce anche la bellezza dell’unità nella varietà: questa è la sinfonia che, sotto l’azione dello Spirito Santo, la Chiesa terrena fa salire al Cielo”.
Sentirete le grida e le lacrime dei vostri figli?
Il Santo Padre ha misurato l’impatto, se non il terremoto, che tale intransigenza rischia di provocare, nella Chiesa e anche al di fuori della Chiesa? Che una persona per di più atea, dall’aura indiscutibile, come Michel Onfray, osi ammettere di essere “costernato”, precisando: “La Messa in latino è patrimonio del tempo genealogico della nostra civiltà. Essa è erede storicamente e spiritualmente di una lunga discendenza sacra di rituali, celebrazioni, preghiere, tutte cristallizzate in una forma che offre uno spettacolo totale”. Egli aggiunge con il suo consueto sarcasmo, che ovviamente non faccio mio: “Per coloro che credono in Dio, la Messa in latino sta alla Messa del lungo fiume tranquillo... come la basilica romana contemporanea di Sant’Agostino sta a una sala polivalente in un complesso di palazzi ad Aubervilliers: vi si cercherebbe invano il sacro e la trascendenza”.
Ha pensato al sisma che sperimenteranno i nostri fratelli delle sante Chiese ortodosse? Il motu proprio di Benedetto XVI, da loro molto stimato come un grande teologo, li aveva rassicurati: che la Chiesa latina conserva e protegge fedelmente un rito liturgico che ha attraversato secoli. E ora, per porre la domanda, angosciato: lo getteremo alle ortiche?
Ha previsto il probabile terremoto fra tanti giovani, giovani coppie, intere famiglie che saranno destabilizzate, confuse, scoraggiate, tentate dalla rivolta. Sin qui amavano il loro Papa Francesco, per quanto accattivante e confuso fosse, erano fedeli al Magistero romano, e ora sono attraversati dal dubbio, dalla sfiducia, se non dal rifiuto, con l’amara impressione di essere stati truffati, rinnegati se non traditi.
Come non piangere con loro?
Possa almeno una grande ondata di compassione battesimale, affetto fraterno e paterno dalla parte dei nostri vescovi, preghiere ardenti circondarli, confortarli, consolarli, sostenerli, incoraggiarli, accoglierli. Ardentemente. Generosamente. Vale a dire con amore.
Caro Santo Padre – che amo, stimo e ammiro –, a nome di molti miei amici, giovani e meno giovani, oso condividere con voi, in tutta filiale semplicità, il mio profondo dolore. Ma animato da una folle fiducia, oso sperare che, ascoltando tante lacrime sulle guance dei vostri figli, abbiate il coraggio e l’umiltà di ritornare su una decisione di una tale intransigenza, nonostante la vostra frase finale: “nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione”.
Contro ogni speranza, spero!

Fra’ Daniel-Ange
Il 23 luglio,
40° anniversario della mia ordinazione sacerdotale
al Congresso Eucaristico Internazionale di Lourdes

[Padre Daniel-Ange, “Traditionis custodes: une piqûre de stérilisation?”, Le Salon Beige, 10 agosto 2021, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. - Padre Daniel-Ange de Maupeou d'Ableiges (Bruxelles, 17 ottobre 1932) è un religioso, presbitero e scrittore belga con cittadinanza francese noto come fondatore della scuola di preghiera ed evangelizzazione Jeunesse-Lumière e per i suoi scritti di spiritualità]

Share/Save/Bookmark