martedì 10 agosto 2021

Padre Daniel-Ange su Traditionis custodes

Sono sbalordito, sconvolto da questo motu proprio. Il minimo che si possa dire è che si rimane ko! Mi unisco alle lacrime di tanti miei amici e di miei cari. Prego affinché non siano tentati dall’acidità, dall’amarezza, addirittura dalla rivolta e dalla disperazione.
Perché tanta durezza, senza un’oncia di misericordia o di compassione? Come non rimanerne confusi e destabilizzati?
Naturalmente, tra questi fratelli cattolici legati alla tradizione, ci sono alcuni che – ahimè! ahimè! – si sono induriti, congelati, sono arretrati, si sono ritirati in un ghetto, fino a rifiutarsi di concelebrare le Messe crismali, il che è inaccettabile. Ma per questa piccola minoranza non sarebbe bastata un forte esortazione, unita a possibili minacce di sanzioni? Ispirandosi al libro della Sapienza: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato. [...] Ma hai avuto indulgenza anche di costoro, perché sono uomini. […] giudicando invece a poco a poco, lasciavi posto al pentimento” (12, 2,8,10).
Oasi rinfrescanti in un deserto di apostasia generale.
Per non parlare che della Francia, sa il Papa che ci sono gruppi e comunità meravigliosamente irradianti, che attirano un gran numero di giovani, giovani coppie e famiglie? Sono attratti dal senso del sacro, dalla bellezza liturgica, dalla dimensione contemplativa, dalla bella lingua latina, dalla docilità alla sede di Pietro, dal fervore eucaristico, dalla confessione frequente, dalla fedeltà al rosario, dalla passione per le anime da salvare e da tanti altri elementi che non trovano – ahimè! – in molte delle nostre parrocchie.
Tutti questi elementi non sono profetici? Non dovrebbero interpellarci, stimolarci, coinvolgerci? Non era questa l’intuizione di san Giovanni Paolo II, nel suo motu proprio “Ecclesia Dei”?
Nelle loro assemblee dominano i giovani, i gruppi e le famiglie, la cui pratica domenicale sfiora il 100%. Non si dica che sono nostalgici del passato, anacronistici. È il contrario: latino, Messa ad orientem, gregoriano, talare: è tutto nuovo per loro. Ciò ha tutto il fascino della novità.
C’è da meravigliarsi che le comunità monastiche che mantengono l’ufficio in latino, e talora anche la celebrazione eucaristica secondo il messale di san Giovanni XXIII, siano fiorenti e attirino molti giovani?
Penso in particolare alle comunità che ho la grazia di conoscere personalmente e che stimo e ammiro, come quelle di Le Barroux (monaci e monache) e di Notre Dame de la Garde, nonché i Missionari della Misericordia a Tolone. Che non si dica che non sono comunità missionarie! Attorno alla prima gravita, tra molte altre, il Capitolo di Maria Maddalena, con le sue centinaia di adolescenti e giovani, per non parlare di quanti vanno per i ritiri. Per i secondi: non si fa di meglio in termini di evangelizzazione dei musulmani e dei nostri piccoli pagani sulle spiagge. Per non parlare del Pellegrinaggio di Pentecoste a Chartres, in costante crescita.
Con lo scoutismo e la Comunità di San Martino, questo movimento ecclesiale è quello che dà il maggior numero di vocazioni sacerdotali alla Chiesa. Assisto al bellissimo fervore che regna nel seminario di Witgratzbad, in Baviera, istituito grazie a un certo cardinale... Ratzinger.
In un mondo così feroce dove la lotta per la fedeltà a Gesù e al suo Vangelo è un eroismo, in cui sono già emarginati, disprezzati, derisi nelle scuole, come pure in famiglia, dove tutti i loro valori sono calpestati, quando non prostituiti, dove si trovano terribilmente soli e isolati, così insicuri, a volte al limite della disperazione: perché, ma perché allora negare loro quelle poche roccaforti che danno loro la forza, il coraggio, l’audacia di entrare nella resistenza e resistere? Questo in mezzo alle turbolenze della Chiesa, nel bel mezzo di un crollo della fede nel mondo. La guerra contro Cristo e la sua Chiesa si scatena, siamo nel bel mezzo di un duello omicidio-Principe della vita, i giovani hanno più che mai il diritto di essere sostenuti, rafforzati, armati, semplicemente messi in sicurezza. Non chiudiamo loro alcuni dei nostri rifugi più belli. Come un rifugio d’alta montagna in mezzo alle fessure mortali.
Nell’arido deserto di una società in cui vince “l’apostasia silenziosa dell’uomo che crede di essere felice senza Dio” (GP II), questi gruppi e parrocchie sono autentiche oasi rinfrescanti. I loro fiori più belli: questi giovani e persino i bambini che hanno raggiunto le luminose vette della santità. Come non menzionare una Anne-Gabrielle Caron, della parrocchia dei Missionari della Misericordia a Tolone, la cui causa di beatificazione è già aperta. E la piccola martire Jeanne-Marie Kegelin, in Alsazia, due dei cui fratelli sono sacerdoti della Fraternità San Pietro (posto che questo non sia il motivo che ritarda la sua causa).
Una puntura di sterilizzazione?
Dopo tutto questo, come comprendere che il Papa sembra puntare semplicemente alla loro estinzione, dissoluzione, liquidazione pura e semplice? Mediante la semplice applicazione delle norme ora imposte? Ciò risulta evidente dal fatto che i loro sacerdoti sono strappati dalla loro parrocchia e proibiti di crearne di nuove: non è questa una puntura di sterilizzazione? Che nessun nuovo sacerdote di rito ordinario potrà celebrare la cosiddetta Messa tridentina, senza indulto del suo vescovo che, da parte sua, è tenuto a seguire le direttive romane.
Il peggio: dichiarando che il messale (Messa e altri sacramenti inclusi) di san Giovanni XXIII non appartiene più al rito romano, poiché l’“unica espressione” di esso è ora l’unico messale di Paolo VI. Questo rito è quindi ipso facto relegato al passato, obsoleto, obsoleto, e si trova appeso nel vuoto...
Non è una pugnalata alla schiena, o meglio al cuore, del nostro caro Benedetto XVI? Il suo colpo di genio era stato quello di salvare questo rito semplicemente rendendolo la seconda variante o forma del singolo rito romano. Che coraggio gli volle! E non è stato assolutamente per semplice diplomazia o politica ecclesiale, come insinua il motu proprio. Quante volte ha affermato che questo rito che aveva santificato il popolo cristiano, irrigato tutta la Chiesa, dato tanti frutti di santità per tanti secoli, aveva pieno diritto di cittadinanza ed era parte integrante della liturgia latina e romana.
È stato uno scandalo avere cercato di sbarazzarsene, circa sessant’anni fa. E all’improvviso, brutalmente, con un colpo di penna, eccolo abrogato da un Papa certamente meno liturgico nell’animo di quel Benedetto XVI dall’anima interamente benedettina.
Benedetto XVI, nel suo ritiro monastico, dovrà implorare il suo successore di celebrare nuovamente questo rito che amava così tanto e che era riuscito, magistralmente, a salvare?
Un rischio di scisma o di clandestinità?
Ancora, l’intenzione del nostro Santo Padre è sicuramente bella e buona: proteggere la comunione nel popolo di Dio. Ma è probabile che l’effetto sia esattamente il contrario.
Ne tremo: molti potrebbero essere tentati semplicemente di unirsi a Ecône e alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, alla quale Papa Francesco aveva generosamente teso la mano, nell’anno della Misericordia. Quasi quarant’anni fa, si erano eroicamente staccati da Mons. Lefebvre, per trovare la Chiesa Madre di Roma, accolti a braccia aperte da san Giovanni Paolo II. (Come dimenticare la figura luminosa di Jean-Paul Hivernat, da Ecône a Roma e poi a Versailles, sulla scia della santità). E ora sono messi nella condizione di dire: “Beh, non ci volete più; torniamo da dove siamo venuti. Tanti sacrifici, tutto per niente! Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ci hanno amato, ci hanno capito, così come tanti vescovi meravigliosi e coraggiosi, ed eccoci raggirati, da un giorno all’altro”.
Insomma, c’è il rischio reale di “scismi che fioriranno da tutte le parti se vescovi bruschi impongono il loro potere ai sacerdoti rigidi” (Gabriel Privat). Oppure, sarà la tentazione di sotterrarsi in clandestinità...
La comunione trinitaria non implica forse l’ecumenismo intra-cattolico?
La comunione ecclesiale non è la medesima della Santissima Trinità (Gv 17), cioè quella della bellezza nella sua diversità? Maggiori sono le differenze, a condizione che siano vissute come complementari, più bella è la Chiesa. L’alterità non è una condizione di fertilità? Perché abbiamo tante difficoltà a ricevere, accogliere, amare questi fratelli e sorelle battezzati, con la loro sensibilità, i loro desideri, i loro carismi propri e specifici, anche e soprattutto se non sono i nostri? Perché imporre ai giovani, già così indeboliti, le nostre preferenze? Rispettiamo i nostri fratelli cattolici delle sante Chiese orientali. A Roma stessa è dedicata loro una Congregazione. Siamo stupiti dalle loro sontuose liturgie divine, siano esse copte, etiopi, armene, siriache, maronite, melchite o bizantine – russe o greche – e respingiamo la liturgia latina e romana nella sua espressione tradizionale!
Per essere logici, dovremmo standardizzare tutta la vita monastica o religiosa! Benedettini, cistercensi, certosini, carmelitani, clarisse: addio! Tutti i movimenti spirituali dovrebbero essere uniformati, nella loro fastidiosa diversità. Neocatecumenali, Focolari, Rinnovamento carismatico, Comunione e Liberazione: fuori! Tradizioni e sensibilità benedettine, carmelitane, francescane, domenicane, gesuite, vincenziane, salesiane, ecc.: nella spazzatura!
No e no, l’unità non è uniformità, ma diversità! La comunione non è orizzontalità, ma complementarità!
San Giovanni Paolo II lo aveva espresso bene nel suo motu proprio “Ecclesia Dei”: “Tutti i pastori e gli altri fedeli devono avere una nuova consapevolezza non solo della legittimità, ma anche della ricchezza che rappresenta per la Chiesa la diversità dei carismi e delle tradizioni di spiritualità e apostolato. Questa diversità costituisce anche la bellezza dell’unità nella varietà: questa è la sinfonia che, sotto l’azione dello Spirito Santo, la Chiesa terrena fa salire al Cielo”.
Sentirete le grida e le lacrime dei vostri figli?
Il Santo Padre ha misurato l’impatto, se non il terremoto, che tale intransigenza rischia di provocare, nella Chiesa e anche al di fuori della Chiesa? Che una persona per di più atea, dall’aura indiscutibile, come Michel Onfray, osi ammettere di essere “costernato”, precisando: “La Messa in latino è patrimonio del tempo genealogico della nostra civiltà. Essa è erede storicamente e spiritualmente di una lunga discendenza sacra di rituali, celebrazioni, preghiere, tutte cristallizzate in una forma che offre uno spettacolo totale”. Egli aggiunge con il suo consueto sarcasmo, che ovviamente non faccio mio: “Per coloro che credono in Dio, la Messa in latino sta alla Messa del lungo fiume tranquillo... come la basilica romana contemporanea di Sant’Agostino sta a una sala polivalente in un complesso di palazzi ad Aubervilliers: vi si cercherebbe invano il sacro e la trascendenza”.
Ha pensato al sisma che sperimenteranno i nostri fratelli delle sante Chiese ortodosse? Il motu proprio di Benedetto XVI, da loro molto stimato come un grande teologo, li aveva rassicurati: che la Chiesa latina conserva e protegge fedelmente un rito liturgico che ha attraversato secoli. E ora, per porre la domanda, angosciato: lo getteremo alle ortiche?
Ha previsto il probabile terremoto fra tanti giovani, giovani coppie, intere famiglie che saranno destabilizzate, confuse, scoraggiate, tentate dalla rivolta. Sin qui amavano il loro Papa Francesco, per quanto accattivante e confuso fosse, erano fedeli al Magistero romano, e ora sono attraversati dal dubbio, dalla sfiducia, se non dal rifiuto, con l’amara impressione di essere stati truffati, rinnegati se non traditi.
Come non piangere con loro?
Possa almeno una grande ondata di compassione battesimale, affetto fraterno e paterno dalla parte dei nostri vescovi, preghiere ardenti circondarli, confortarli, consolarli, sostenerli, incoraggiarli, accoglierli. Ardentemente. Generosamente. Vale a dire con amore.
Caro Santo Padre – che amo, stimo e ammiro –, a nome di molti miei amici, giovani e meno giovani, oso condividere con voi, in tutta filiale semplicità, il mio profondo dolore. Ma animato da una folle fiducia, oso sperare che, ascoltando tante lacrime sulle guance dei vostri figli, abbiate il coraggio e l’umiltà di ritornare su una decisione di una tale intransigenza, nonostante la vostra frase finale: “nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione”.
Contro ogni speranza, spero!

Fra’ Daniel-Ange
Il 23 luglio,
40° anniversario della mia ordinazione sacerdotale
al Congresso Eucaristico Internazionale di Lourdes

[Padre Daniel-Ange, “Traditionis custodes: une piqûre de stérilisation?”, Le Salon Beige, 10 agosto 2021, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. - Padre Daniel-Ange de Maupeou d'Ableiges (Bruxelles, 17 ottobre 1932) è un religioso, presbitero e scrittore belga con cittadinanza francese noto come fondatore della scuola di preghiera ed evangelizzazione Jeunesse-Lumière e per i suoi scritti di spiritualità]

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venerdì 23 luglio 2021

Riflessioni sul motu proprio Traditionis Custodes di Papa Francesco

L’incomprensione è ciò che domina leggendo il motu proprio Traditionis Custodes e la lettera di accompagnamento ai vescovi. Non si comprendono né la giustificazione né la necessità di un tale testo, tanto più che il Papa ha legiferato sulla base di un argomento incompleto e di informazioni false.
1 - L’argomento incompleto. Affermare che il motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II fosse motivato solo da “una ragione ecclesiale di ricomposizione dell’unità della Chiesa” non è esatto. Certo, questa era una ragione importante, ma ce n’è stata un’altra omessa da Francesco: “tutti i pastori e gli altri fedeli devono anche avere una nuova consapevolezza non solo della legittimità, ma anche della ricchezza che rappresenta per la Chiesa la diversità dei carismi e delle tradizioni di spiritualità e apostolato. Questa diversità costituisce anche la bellezza dell’unità nella varietà: tale è la sinfonia che, sotto l’azione dello Spirito Santo, la Chiesa terrena fa salire al cielo” (Ecclesia Dei, 5a).
2 - Informazioni false. Papa Francesco sostiene che la generosità di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI è stata usata dai tradizionalisti per opporsi alla Messa di Paolo VI e al Concilio Vaticano II mettendo in pericolo l’unità della Chiesa. Scrive: “Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni. [...] Ma non di meno mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la ‘vera Chiesa’. […] è sempre più evidente nelle parole e negli atteggiamenti di molti la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la ‘vera Chiesa’. Si tratta di un comportamento che contraddice la comunione, alimentando quella spinta alla divisione”.
Lo stesso vocabolario usato da Francesco è quello della Fraternità Sacerdotale San Pio X: la “vera Chiesa”! Nessun tradizionalista fedele a Roma dice così! Pertanto, la sua osservazione è vera se ci limitiamo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ma è falsa se applicata all’ambiente “Ecclesia Dei” nella sua ampia maggioranza. Che ci siano dei casi che corrispondono a quanto dice il Papa è vero, ma sono alquanto minoritari: perché applicare una punizione collettiva per la colpa di pochi, non sarebbe bastato reprimere costoro? Evidentemente, non conosciamo il medesimo mondo tradizionalista del Papa o dei suoi consiglieri, perché semplicemente ciò non corrisponde alla realtà; lo vedono come un mondo omogeneo, che altro non è che quello della Fraternità Sacerdotale San Pio X! Chi consiglia e illumina il Papa su questi argomenti?
Sulla base d’informazioni distorte sulla situazione reale, si fa credere che il Papa risponda a una richiesta che è solo quella di una piccola minoranza, la quale è sempre stata ferocemente ostile alla forma extraordinaria.
3 - L’obiettivo del Papa... e le sue prevedibili drammatiche conseguenze.È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la Messa con il Missale Romanum del 1962”. Volendo difendere l’unità, questo motu proprio porterà incomprensione, disordine, drammi e infine susciterà divisioni invece di ridurle: raggiungerà il contrario del suo obiettivo! Con un colpo di penna, spazza via 35 anni di sforzi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI per placare la situazione e portare a una pace certamente imperfetta, ma reale. Anche la sintesi della Conferenza Episcopale Francese, sebbene poco benevola nei confronti del mondo tradizionalista, ha riconosciuto che Summorum Pontificum aveva portato globalmente a una “situazione pacifica”, che la nostra indagine ha ampiamente confermato (cfr. il dossier sui tradizionalisti”, in La Nef, n. 338, luglio-agosto 2021).
Risveglierà la guerra liturgica, aggraverà la resistenza dei tradizionalisti e, soprattutto, condurrà a molti abbandoni in favore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (che deve gioire di questo motu proprio, che alimenterà le sue forze e confermerà ciò che non hanno smesso di ripetere dal 1988, vale a dire che non possiamo fidarci di Roma, confortandoli nel rifiuto di qualsiasi riconciliazione). Proprio ciò che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano saputo evitare mediante la loro attenzione nei confronti del mondo tradizionalista. Ciò rischia di essere una grande confusione.
Aggiungiamo un’osservazione importante dal punto di vista storico e psicologico: Paolo VI era pronto a fare concessioni sulla Messa se Mons. Lefebvre non avesse respinto il Vaticano II – fu la famosa dichiarazione del 21 novembre 1974 contro la “Roma modernista” del Concilio che pose difficoltà –; ma Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano capito che la pacificazione liturgica era la condizione necessaria affinché i tradizionalisti più titubanti sul Vaticano II si aprissero al Concilio e lo assimilassero. Stringendo il cappio sulla Messa, Francesco otterrà il risultato opposto a quello legittimamente perseguito.
4 - Due pesi e due misure? Il tono del motu proprio e della lettera è di una tale durezza e severità contro i tradizionalisti che non si può fare a meno di pensare che ci siano due pesi e due misure: mentre Francesco insiste così spesso sulla misericordia, la clemenza, il perdono... mentre è così paziente con la Chiesa di Germania che è sull’orlo dello scisma, lui, il Padre comune, non mostra l’ombra di un segno di amore o di comprensione per coloro che sono comunque una piccola parte del suo gregge! Attraverso questi due testi, i tradizionalisti appaiono dannosi, essendo appena tollerati nelle “riserve indiane” per il tempo necessario a rientrare nei ranghi, con l’obiettivo dichiarato di farli sparire (senza mai chiedersi se potessero dare un contributo alla Chiesa, in termini di giovinezza, dinamismo, vocazioni...). Ci sono così tanti cattolici praticanti e convinti in Occidente che è necessario limitarne drasticamente alcuni di loro?
La storia recente ha dimostrato che disprezzare i tradizionalisti in questo modo, perseguitandoli, non aiuta a farli evolvere; al contrario, si fomenta la resistenza dei più duri, che diventano più rigidi, il che è contrario all’obiettivo di promuovere l’unità. Rendiamo omaggio alla Conferenza Episcopale Francese per il comunicato del 17 luglio, che mostra stima per i “tradizionalisti”: “Essi [i vescovi] desiderano manifestare ai fedeli che celebrano abitualmente secondo il messale di san Giovanni XXIII e ai loro pastori, la loro attenzione, la stima che hanno per lo zelo spirituale di questi fedeli e la loro determinazione a portare avanti insieme la missione, nella comunione della Chiesa e secondo le norme in vigore”.
5 – Il disprezzo per la grande opera di Benedetto XVI! Questi due testi del Papa annullano senza sfumature l’opera di riconciliazione di Giovanni Paolo II e in particolare di Benedetto XVI, partendo da un’analisi dei fatti che è falsa, e si spinge fino a cancellare il contributo essenziale del Papa emerito, che aveva distinto le due forme ordinaria ed extraordinaria del medesimo rito romano. Così facendo, il Papa sopprime al tempo stesso ogni esistenza giuridica all’antica forma extraordinaria – come se non esistesse più –, facendo così precipitare la Chiesa in un’infinita disputa liturgica sullo statuto giuridico della Messa di San Pio V. Si torna al regime di tolleranza secondo modalità più severe di quelle del 1988, quello della “parentesi misericordiosa”... che non è più misericordiosa! Si tratta di un passo indietro di oltre trent’anni per mezzo di un solo gesto di governo.
6 - Quale strategia di Roma si può leggere in filigrana? I due testi di Francesco dimostrano molto chiaramente che il Papa vuole sradicare il mondo tradizionalista nella Chiesa, per fare scomparire la Messa di San Pio V: si fa di tutto per impedire che questo movimento cresca – divieto di ogni nuovo gruppo e percorso a ostacoli per il sacerdote diocesano che volesse celebrare con l’antico ordo –, essendo questo motu proprio in vigore per il tempo in cui i fedeli della forma extraordinaria si adeguino al nuovo messale. Tutto è fatto affinché a lungo termine la Messa tradizionale sia celebrata solo dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X e i suoi satelliti. Sembra quindi che la strategia del Papa sia quella di spingere i recalcitranti verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, affinché tutto l’ambiente tradizionalista vi si ritrovi: saranno così perfettamente controllati e isolati in una riserva indiana separata da Roma e dalle diocesi, ma con la quale si mantiene un legame minimo per evitare uno scisma formale. Questo spiega perché il Papa non cerca più la riconciliazione con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma mostra una grande generosità nei suoi confronti, riconoscendo la piena validità dei matrimoni e delle confessioni e incoraggiando a riceverli nelle chiese durante i pellegrinaggi, ecc. Tutto ciò ha una sua coerenza... all’esatto opposto di tutti gli sforzi passati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI... per l’unità della Chiesa.
7 - Esclusivismo liturgico? Questo motu proprio non è forse un’occasione, per gli istituti che si rifiutano di celebrare la forma ordinaria – che, precisiamolo, sono una minoranza all’interno della galassia “Ecclesia Dei” –, di mettere in discussione molto seriamente i presupposti liturgici, teologici ed ecclesiali di tale rifiuto? Dal 1988, i Papi esortano a non rifiutare il principio stesso della celebrazione del novus ordo – è vero che le posizioni della Commissione Ecclesia Dei sono state più ondivaghe sull’argomento, non contribuendo a chiarirlo –, il che nulla toglie al carisma proprio di questi istituti per la Messa antica. Benedetto XVI è stato molto esplicito nella sua lettera ai vescovi del 2007 e, a questo proposito, occorre ammettere che le linee non si sono quasi mosse da allora. Obbedendo al Papa su questo punto nevralgico, questi istituti non dimostrerebbero, con il loro stesso esempio, che Francesco sbaglia nella sua analisi?
8 - Conclusione. Tutto ciò è triste perché è ingiusto, quindi è legittimo lamentarsi, argomentare, chiedere instancabilmente una riforma di questo motu proprio o un’applicazione il più flessibile possibile di questo testo, nel rispetto dell’autorità e della funzione del Papa. I vescovi avranno un ruolo essenziale da svolgere, tutto dipenderà da come applicheranno questo motu proprio – le prime reazioni osservate sono incoraggianti, un grande grazie a questi vescovi preoccupati per il loro gregge. Spetta anche a loro riportare a Roma un’informazione più accurata su chi siano realmente i tradizionalisti. La storia recente ha dimostrato che costoro non sono abituati a lasciar perdere senza reagire: speriamo che la maggior parte non cada in una “resistenza” che si traduce nella rivolta e nella disobbedienza aperta: l’esempio da non seguire è quello di Mons. Lefebvre e della Fraternità Sacerdotale San Pio X; vediamo dove questo porta... È difficile soffrire per la Chiesa, ma questo non potrà che dare i suoi frutti...

[Christophe Geffroy, “Réflexions sur le motu proprio Tradionis Custodes du pape François”, La Nef (online), 17 luglio 2021, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 21 luglio 2021

In Christo Jesu

È questo il motto che il nuovo Abate ha scelto. Non c’è formula più spesso ripetuta nel Nuovo Testamento. La si trova decine di volte in san Paolo, in san Giovanni e anche in san Pietro. In tutta la nostra fede cristiana, scopriremmo una formula più piena e profonda? Non sembra. Questa espressione paolina ci invita a tornare costantemente a una verità luminosa e assai riconciliante: il cristiano – a fortiori, il monaco – come il tralcio, è uno con Gesù, l’unica vera Vite; e i cristiani, uniti a Gesù ed essendo uno con Lui, di conseguenza, diventano uno tra di loro. Inoltre, lo dimentichiamo troppo facilmente, essere uniti a Cristo Gesù significa essere uniti a Colui che è la nostra Sapienza, la nostra Giustizia, la nostra Santità e la nostra Redenzione.
Detto questo, fra tutte le ricorrenze, è stato necessario fare una scelta. Ho optato per questa frase di così grande significato dalla Lettera ai Filippesi: “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,7). La pace, ecco infatti il grande obiettivo della Regola di san Benedetto, come di tutto il Vangelo. È anche il motto benedettino: Pax. Ma non illudiamoci, solo Dio dà la vera pace, Cristo è egli stesso – dice ancora san Paolo – la nostra pace. Questa pace, poiché viene dall’alto e rimane un dono soprannaturale, si propone d’investire le nostre anime e di mantenervi il nostro cuore – il luogo in cui si esercita la nostra capacità di amare – e i nostri pensieri – il luogo della nostra intelligenza –, in Cristo Gesù. Guardare Gesù, imparare a stargli accanto, ad ascoltarlo, ad amarlo e a servirlo, ci conduce a poco a poco a vivere in Lui. Solo così troveremo l’unico fondamento della nostra esistenza terrena per renderla portatrice di tutti i frutti attesi della santità; solo così vivremo dell’unica aspirazione che vale la pena perseguire lungo tutto il cammino che ci conduce a Dio; solo così godremo dell’autentica gioia, quella che incanta il cuore qui sulla terra, quella che, una volta venuto il cielo, troverà la sua completa “esplosione”, per tutti i secoli dei secoli!

[Dom Marc Guillot O.S.B., Abate dell’Abbazia Sainte-Marie de la Garde, La lettre aux amis, n. 38, 15 luglio 2021, p. 1, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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domenica 11 luglio 2021

Reportage e omelie della benedizione abbaziale di Dom Marc Guillot O.S.B.

Come abbiamo già ricordato, il 24 giugno 2021, presso la chiesa dell’antico priorato cluniacense Notre-Dame di Moirax, si è svolta la benedizione abbaziale di Dom Marc Guillot O.S.B., Padre Abate dell’Abbazia Sainte-Marie de la Garde – fondazione risalente al 2002 dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux –, mediante l’imposizione delle mani di S.E. Mons. Laurent Camiade, vescovo di Cahors. Attraverso i due seguenti link (qui e qui) è possibile accedere ai reportage fotografici della benedizione abbaziale, mentre a questa pagina è possibile leggere l’omelia di S.E. Mons. Hubert Herbreteau, vescovo di Agen, nella cui diocesi si trova l’Abbazia Sainte-Marie de la Garde. Ancora, a questa pagina è possibile accedere al reportage fotografico della prima Messa pontificale di Dom Marc, il 26 giugno, mentre la sua omelia è disponibile a questa pagina. Infine, a questa pagina è possibile accedere al reportage fotografico della Messa tenutasi domenica 27 giugno, sempre nella chiesa Notre-Dame di Moirax, celebrata da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Padre Abate dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux.




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sabato 10 luglio 2021

Ordinazione sacerdotale a Le Barroux nella festa di San Benedetto

Domenica 11 luglio 2021, nella solennità di san Benedetto patrono d’Europa, presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Fr. Jean O.S.B. riceverà l’ordinazione sacerdotale dalle mani di S. Em. il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede. La Messa avrà inizio alle ore 9:30.









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mercoledì 30 giugno 2021

Benedizione abbaziale di Dom Marc Guillot O.S.B.

Facendo seguito all’erezione in abbazia del monastero Sainte-Marie de la Garde – fondazione risalente al 2002 dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux –, di cui avevamo dato notizia lo scorso mese di febbraio, il 24 giugno 2021, presso la chiesa dell’antico priorato cluniacense Notre-Dame di Moirax, si è svolta la benedizione abbaziale di Dom Marc Guillot O.S.B., Padre Abate dell’Abbazia Sainte-Marie de la Garde. Alla presenza di numerosi vescovi, abati, abbadesse, comunità religiose, sacerdoti e fedeli – venuti a testimoniare con la loro presenza e preghiera l’amicizia per il nuovo Padre Abate –, e con una nutrita rappresentanza dell’abbazia del Barroux, guidata dal Padre Abate Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., la benedizione abbaziale si è svolta mediante l’imposizione delle mani di S.E. Mons. Laurent Camiade, vescovo di Cahors, alla presenza di S.E. Hubert Herbreteau, vescovo di Agen, nella cui diocesi si trova l’Abbazia Sainte-Marie de la Garde. Con le parole di Padre Hubert O.S.B., monaco cellerario dell’Abbazia Sainte-Marie de la Garde, “oltre alla gioia che un tale avvenimento rappresenta nella vita di una comunità, i monaci hanno conosciuto anche quella di fare rivivere per oltre tre ore la preghiera liturgica e monastica nella chiesa di questo priorato cluniacense, antico di quasi mille anni. Una nuova pagina si apre nella storia dell’Abbazia Sainte-Marie de la Garde. Ora spetta al Padre Abate di fare fruttificare la grazia ricevuta”.

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martedì 8 giugno 2021

Novena a san Giuseppe per la salvaguardia del motu proprio Summorum Pontificum

In comunione di preghiera con l’associazione Notre-Dame de Chrétienté, che organizza ogni anno il Pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres, proponiamo di unirsi alla Novena a san Giuseppe per la salvaguardia del motu proprio Summorum Pontificum, a partire dal 10 giugno 2021.
L’intenzione è ben esplicitata dal titolo, e ci auguriamo che molti si vogliano unire a questa mobilitazione spirituale. La preghiera non fa tutto, è vero. Ma nulla si ottiene senza la preghiera.
Come anticipato dalle notizie sui media, fra le attualità riguardanti il mondo ecclesiale, sembra porsi un progetto di restrizione riguardante il posto della forma extraordinaria del Rito romano nella vita della Chiesa. E attorno a questo nodo centrale, è il rapporto con il magistero, la pastorale – un insieme ampio e coerente – che taluni auspicherebbero mettere in discussione.
Tradidi quod et accepi. Vi ho trasmesso quello che ho ricevuto. Ecco la definizione di “pastorale tradizionale”, nel caso ci si volesse arrischiare a esplicare il concetto. Essenzialmente, è ciò che vogliamo essere: dei fedeli ricettori della fede cattolica, e quindi dei fedeli trasmettitori.
Quanto invitiamo a chiedere in spirito di preghiera, nella piena e visibile comunione ecclesiale, è di potere continuare a fare l’esperienza piena e serena della Tradizione vivente. Non si tratta solo di un vessillo, bensì di una colonna. Una fonte. La liturgia tradizionale è uno dei canali di questa fonte. Ne abbiamo bisogno, ne abbiamo sete. È vitale.
Riteniamo che il motu proprio Summorum Pontificum abbia creato nella Chiesa le condizioni favorevoli a tale scopo.
“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti” (Fil 4,6). Facciamo dunque conoscere mediante la preghiera questo bisogno al Padre del cielo, tramite colui che ne è la migliore immagine sulla terra: san Giuseppe. “Per questa sublime dignità, che Dio conferì a questo fedelissimo suo Servo, la Chiesa ebbe sempre in sommo onore e lodi il Beatissimo Giuseppe, dopo la Vergine Madre di Dio, sua sposa, e il suo intervento implorò nei momenti difficili” (beato Pio IX, decreto Quemadmodum Deus).
Come detto in apertura, la novena avrà inizio giovedì 10 giugno 2021, data in cui sarà celebrata una Messa in rendimento di grazie presso la parrocchia Sainte-Odil, a Parigi. Proponiamo di recitare ogni giorno della novena la preghiera A te, o beato Giuseppe e la preghiera Salve, custode del Redentore, che conclude la Lettera Apostolica Patris corde di Papa Francesco, la cui lettura invitiamo a meditare durante la novena.

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