sabato 13 novembre 2010

Un certo gusto del Cielo / ultima parte

Vedo sorgere un'obiezione: è possibile ritrovare questo desiderio del Cielo al di là di una fantasticheria che non esprime più la nostra sensibilità? Rispondo di sì, certamente. Bisogna tradurre altrimenti la nostra sete di vita eterna. Il vuoto del nostro tempo offre per così dire un'immagine sbiadita, un appello alla pienezza. Forse è una grazia per la nostra epoca, per altri versi così disgraziata, quella di non avere più immagini per esprimere l'eternità. Questa spoliazione può essere salutare nella misura in cui costringe l'anima a entrare nelle profondità della fede: quando il disgusto delle creature si accompagna a una certa intensità di desiderio, l'anima accede al piano dell'unione mistica, nel quale san Giovanni della Croce ci dice che non vi è più sentiero: e sulla montagna nulla!
Perciò è la fede, ancora e sempre, il solo mezzo di accesso al divino. Desiderare il cielo sarà il frutto di un atto di fede nella bontà e sapienza infinita di Dio: potrei forse - senza correre il rischio di risultare blasfemo - pensare che la promessa fatta da Gesù in croce al buon ladrone, non sarà la risposta alla mia sete di felicità, di verità e di pienezza? Dio che mi ama infinitamente non mi propone nulla di meno che di entrare in partecipazione alla sua propria beatitudine. Signore, ciò che mi promettete non è forse ciò di meglio che vi sia per me? Mi è cosa deliziosa avere confidenza nel Padre; di avere in lui una confidenza senza limiti in cui la paura dell'ignoto svanisce come accade alla paura del bambino, una volta che la madre lo stringe fra le sue braccia. È la fede a fare amare e desiderare il Cielo.
« - Cosa domandate alla Chiesa di Dio?
- La fede.
- Cosa vi dona la fede?
- La vita eterna».
«Se ti faccio frustare e decapitare - chiede ironicamente il prefetto Rustico a san Giustino (martire del secolo II) - pensi che salirai in Cielo?
- Non lo penso, lo so».
Più vicino a noi, durante la persecuzione dei cristeros in Messico, i carnefici tagliarono la lingua del piccolo Valencia Gallardo perché esortava alla fedeltà i suoi compagni, prigionieri come lui. Ma il giovinetto trovò la forza di sorridere e continuò la sua esortazione, puntando il dito al Cielo.
Per venire al quotidiano, ogni giorno apprendiamo che una persona di nostra conoscenza muore, e sentiamo dire: «Che grande sventura!». Ma la fede c'insegna che la morte è una liberazione e la dipartita dell'anima un giorno natale. Dies natalis, tale era il titolo nobiliare che i primi cristiani davano a «sora nostra Morte corporale»: si respirava l'aria di Dio, la terra aveva un gusto di Cielo. Ancora oggi, quante volte abbiamo sentito dire a una madre cristiana in preda a un lutto terribile: «Noi non arriviamo a comprendere, ma gli atei, come fanno a sopportarlo?».
Da tutto quanto precede si può dedurre il ruolo propriamente assiale che svolgono il desiderio e il pensiero del Cielo nella vita cristiana: questo riferimento dolce, ostinato, inestirpabile è per il cristiano una fonte di luce nelle ombre incerte della vita terrena; fonte di forza nelle tentazioni - solo l'attrattiva dei beni celesti potendo controbilanciare la fascinazione delle creature -, fonte di pazienza davanti al dolore senza fondo; fonte di gioia e di conforto nei momenti di scoraggiamento, quando l'uomo frantumato vacilla sull'orlo della disperazione. Vi è anche un aspetto dilettevole della speranza poiché, ci dice san Tommaso, se vi è diletto nella conoscenza in quanto il conosciuto è presente nel conoscente, vi è diletto della speranza in quanto colui che ama e spera si porta in spirito nell'anima: Amans est in amato.
L'aspettativa della speranza diventa trasporto d'amore e si compie nell'esultazione. Così canta san Giovanni della Croce: «Miei sono i cieli, mia è la terra, mia è la Madre di Dio...».

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Un certain goût du ciel, in Itinéraires, n. 287, novembre 1984, poi in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 375-385 (qui pp. 383-385), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 3 / fine]

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venerdì 12 novembre 2010

Un'arte degna di Dio

Siete stati recentemente al Collège des Bernardins? No? Ebbene, tanto meglio per voi, soprattutto se avete l'irascibile ben sviluppato. Rischiereste di perdere la calma, come taluni che non hanno esitato a lasciare un messaggio sul libro d'oro: “Che oltraggio alla povertà in questi tempi così difficili... Scoraggiante, nauseabondo in un luogo così bello...”. Di cosa stiamo parlando? Pezzi di vetro rotti, tracce di libri bruciati stampate su una parete bianca, e infine campane stipate in un anfratto.
In questo stesso luogo, tuttavia, Benedetto XVI ha richiamato l'orrore per ogni bruttezza che provavano gli antichi monaci, padri della cultura europea. Le parole del Papa, che citava san Bernardo, riguardavano anzitutto il canto, ma i princìpi enunciati valgono per l'arte in generale: “La confusione di un canto mal eseguito [è] come un precipitare nella 'zona della dissimilitudine', la regio dissimilitudinis. Cosa ci voleva dire in tal modo? Quale dissimilitudine, e per rapporto a quale riferimento? La risposta è semplice: la natura delle cose. Adattando le parole del Santo Padre, si può affermare che il genio artistico consiste nel riconoscere attentamente con gli occhi e le orecchie le leggi costitutive dell'armonia della creazione, le forme essenziali dell'essere rilasciate dal Creatore nel mondo e nell'uomo. Il genio è inventare un'arte degna di Dio e che sia, al contempo, degna dell'uomo e che proclami ad alta voce tale dignità.
Dom Gérard diceva con semplicità che l'arte autentica passa “per una sensibilità che tocchi abbastanza terra da elevarci con forza e dolcezza ai vertici della Terra desiderabile”.
Esistono ancora artisti capaci di rispondere all'armonia del Creatore e alla sete di trascendenza delle anime? Sì, esistono. Ma devono spesso combattere contro l'orda di soldati del non-essere, spesso sostenuti da ricchissimi mecenati, dallo Stato e, sfortunatamente, talora da alcune istituzioni ecclesiali.
Preghiamo allora per i nostri artisti, quelli veri, affinché possano emergere, perché possano essere sostenuti da quanti ne hanno i mezzi. E preghiamo anche per gli altri, che coscienti o meno partecipano alla distruzione delle radici cristiane del nostro continente.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 135, settembre 2010, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 11 novembre 2010

Il sito Internet di Le Barroux si rinnova


A partire da oggi i visitatori del sito Internet dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux potranno accedere alla nuova veste grafica e ai nuovi contenuti del medesimo.

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martedì 9 novembre 2010

Commovisti, Domine

Lo scorso mese di agosto abbiamo annunciato l'uscita imminente del cd di canto gregoriano Voices - Chant from Avignon, realizzato per la prestigiosa etichetta discografica Decca dalle monache dell’abbazia benedettina Notre-Dame de l’Annonciation di Le Barroux (che hanno recentemente inaugurato un proprio sito Internet). In data 8 novembre il cd è stato pubblicato. Riproduciamo qui di seguito un video che contiene la traccia del Tratto Commovisti (Sal 59, 4,6): "Commovisti, Domine, terram, et conturbasti eam. Sana contritiones ejus, quia mota est. Ut fugiant a facie arcus, ut liberentur electi tui".



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domenica 7 novembre 2010

Un certo gusto del Cielo / seconda parte

Ecco cosa leggiamo nel Miroir des vierges, uno scritto anonimo del secolo XII:
«Colui che vuole meritare di giungere alla soglia della vita eterna, Dio non gli chiede che un santo desiderio. Come a dire: se non possiamo compiere sforzi degni dell’eternità, almeno mediante il desiderio delle realtà eterne, malgrado che siamo così in basso, così lenti, già vi corriamo. Si cerca di mangiare nella misura in cui si ha fame, di riposarsi nella misura in cui si è affaticati; altresì è per la qualità di un santo desiderio che si cerca il Cristo, che ci si unisce a lui, e che lo si ama».
Tuttavia, il desiderio implica una certa presenza in sé dell’oggetto desiderato («Tu non mi cercherai…», dice Pascal). Così, il desiderio del Cielo si accompagna già a un certo sapore interiore, fatto di confidenza felice e filiale: questa pace divina che oltrepassa ogni sentimento di cui parla san Paolo, questo riposo divino, nel quale entrano solo le anime liberate dal loro egoismo e dalle loro passioni.
Siamo quindi assai lontani dalla sensibilità moderna, per la quale il riposo comporta un elemento peggiorativo, vicino alla pigrizia e alla passività. Lo stesso Dio nella Bibbia non parla della sua pienezza che in termini di pace e riposo; e nel Salmo 94 si legge il grande castigo con il quale minaccia i reprobi: «Non entreranno nel luogo del mio riposo».
Un riposo laborioso, conquistato per mezzo della preghiera, che sfugge al contempo alle febbri dell’agitazione e alle frodi del quietismo. Ecco perché il gusto interiore e liturgico della vita celeste si accorda alla corsa, la mortificazione, la vigilanza, temi monastici per eccellenza: il monaco è un soldato, una sentinella della notte; ma questa sentinella abita in Gerusalemme, non aspira che al Cielo, rimane teso verso l’eternità. Numerosi trattati monastici hanno per titolo Del desiderio celeste, Per la contemplazione e l’amore della patria celeste accessibile solo a coloro che disprezzano il mondo, Della felicità della patria celeste. Il nome con il quale si designa la vita monastica è sia la via perfetta sia la vita angelica. Quest’ultimo termine significa una parentela stabilita fra la vocazione contemplativa dei monaci e la funzione degli angeli – che è quella di guardare, lodare e contemplare la Bellezza di Dio – piuttosto che uno sforzo di disincarnazione. Come dice un apoftegma dei Padri del deserto: «Il monaco, come i serafini e i cherubini, è tutto uno sguardo».
È stato osservato che san Bernardo, così affettuosamente rapito dalla Passione di Cristo, ha lasciato un maggior numero di sermoni sull’Ascensione che sulla Passione, ciò che sarebbe incomprensibile se si dimenticasse quest’idea forza dei monaci di tutti i tempi: vivere per il Cielo, e finanche anticipare il Cielo. È il programma che la colletta dell’Ascensione propone a tutti i cristiani: «Noi che crediamo il tuo Unigenito, nostro Redentore, è asceso al Cielo, possiamo abitare in spirito [mente] nelle cose del Cielo».
«Ipsi quoque mente in caelestibus habitemus».
Come comunicavano attorno a essi, i monaci di Cluny, la loro devozione per il Cielo? Sembra che sia per l’irradiamento dell’arte e della liturgia, piuttosto che per mezzo della predicazione. Tutta una corrente teologica uscita dai Padri greci, fondata essenzialmente sulla divinizzazione per opera dello Spirito Santo e la restaurazione dell’immagine celeste, viene a confluire in Pietro il Venerabile, abate di Cluny, uno degli uomini più influenti del suo tempo. Costui compose per i propri monaci un Ufficio della Trasfigurazione che entrerà, tre secoli più tardi, nel calendario della Chiesa universale. La Trasfigurazione è la luce del Cielo che per qualche istante inonda il nostro mondo sublunare; più esattamente è l’involucro carnale del Corpo santissimo di Nostro Signore Gesù Cristo che lascia passare i raggi della luce celeste; suprema rivelazione del destino umano, quando il cosmo transilluminato sarà completamente passato nello stato di gloria; è questa teologia dell’illuminazione che ha ispirato il timpano di Vézelay, gli affreschi delle chiese in Borgogna e Auvergne, nei quali si vede il Cristo Pantocrator, Signore di gloria e illuminatore dell’universo, assiso fra i cherubini.
Nel cristianesimo del secolo XII, tutto è similitudine e imitazione dei cori celesti; dal dispiegamento delle gerarchie ecclesiali fino alla fuga dal mondo dei monaci e degli eremiti che cercano l’intimità con Dio nel segreto del suo volto, passando dagli splendori dell’arte, il canto gregoriano e i portali di Chartres, tutto altro non è che apprendistato del Cielo, tensione verso il Regno, marcia verso l’invisibile.
Ispirata dagli scritti di sant’Agostino, questa fusione di analogie, culla della sensibilità cristiana, trova il suo dottore in san Gregorio, Papa benedettino del secolo VI il cui pensiero torna senza fine sul tema dell’esilio, della fuga dal tempo e del desiderio della vita eterna. Ecco un elogio della Gerusalemme celeste che proviene da un monaco anonimo del secolo XII, senza dubbio discepolo di san Gregorio. Estraiamo un brano di questa lunga meditazione, fondata sul desiderio del Cielo, citata nella sua integralità nell’opera di dom Jean Leclercq L’Amour des lettres et le désir de Dieu.
«Il frequente ricordo della città e del re di Gerusalemme è per noi consolazione dolce, occasione gradita di meditazione, necessario sollievo del nostro pesante fardello. […]
Consolidata con forza, quella città sta in eterno; per il Padre risplende di luce fulgidissima; per il Figlio, splendore del Padre, gode e ama; per lo Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, sussistendo si modifica, contemplando si illumina, unendosi gioisce; è, vede, ama. […]
Quando saremo liberati dal corpo di questa morte? Quando saremo inebriati dall’abbondanza della casa di Dio nella sua luce, vedendo la luce? Quando apparirà il Cristo, vita nostra, e noi con Lui nella gloria? Quando vedremo il Signore Dio nella terra dei viventi, il pio rimuneratore, l’uomo di pace e l’abitatore della quiete, il consolatore dei sofferenti, il primogenito dei morti, il gaudio della risurrezione, l’uomo della destra di Dio, che il Padre stabilmente pose accanto a Sé? Questi è il Figlio diletto di Dio, e fra mille eletto: Lui ascoltiamo, a Lui corriamo, di Lui siamo assetati, per Lui lagrimino gli occhi nostri fino a che non siamo tolti da questa valle di pianto e posti in seno ad Abramo. […]
Chi ci darà ali come di colomba, per trasvolare i regni del mondo e penetrare nell’intimo del cielo australe? Chi ci condurrà nella città del grande re, perché ciò che ora leggiamo su pagine e vediamo rispecchiato, allora possiamo vederlo e goderne per la presenza del volto di Dio?».
L’anima del Medioevo ci rimarrà sempre estranea se non percepiamo che la gioia che l’abitava, la sua giovinezza, il suo slancio, il suo insuperabile candore, si fondavano su un chiaro e profondo desiderio del Cielo. È ciò che più manca alla nostra epoca in crisi di speranza, nella quale pullulano le ideologie di rimpiazzo.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Un certain goût du ciel, in Itinéraires, n. 287, novembre 1984, poi in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 375-385 (qui pp. 379-383), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 2 / continua]

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mercoledì 3 novembre 2010

Opus Dei

Opus Dei è l’espressione con la quale san Benedetto designa l’ufficio divino.
Com’è venuta a san Benedetto l’idea di applicare all’ufficio divino un’espressione che definiva l’intera vita monastica?
Sì, queste due parole significano tutta la vita monastica, e anche tutta la vita cristiana, con tutto ciò che comporta, in termini di preghiera e di virtù: tutto ciò che non è opus diaboli (Origene).
Perché san Benedetto le ha ristrette all’ufficio divino? Perché in tutta la vita, la preghiera è la cosa più importante.
Sarà bene riflettere su ciascuna di queste due parole.
Anzitutto opus, lavoro. La vita ascetica è sforzo, pena (ponos), è kopos, termine che significa tagliare – è il lavoro dei taglialegna; è agon, battaglia, lotta; è hydros, sudore. Si tratta della questione più rude che si possa immaginare. Nelle Vite dei Padri, Isaia dice e ripete: «Nessun più grande kopos che la via di Dio. Ci vuole molto kopos…», e così via. Un altro Padre dei più illustri, Giovanni di Scete, alla domanda «cos’è il monaco?», risponde semplicemente «Kopos!»: qualcuno che fatica.
I più mistici fra questi autori antichi, lungi dall’opporre il lavoro alla mistica, esigono sforzi maggiori piuttosto che a mirare in alto. Il più mistico di tutti, Macario, che ha avuto meravigliose esperienze d’unione a Dio, dice continuamente che occorre, fino alla morte, aggiungere una pena all’altra. La virtù risulta dalle pene e dai sudori. Come scrive un grande Studita attorno al secolo IX, «ciò non si compie senza grande pena. Non vi giungeremo se, giorno e notte, non ci faremo violenza, e grande violenza».
Questo vale per tutta la vita; ma vale soprattutto per la preghiera. Essa non si dà senza fatica, almeno all’inizio. Alla fine, se richiede ancora sforzo, questa pena sarà deliziosa, e si rimarrà incantati di accettarla.
Opus non si oppone solo a riposo, a quiete, a rilassamento. Ergon, la sua traduzione in greco, si oppone a parergon, «cosa accessoria».
Due abati – per i monaci il lavoro costituiva tutta «l’esteriorità» della vita – s’incontrano e si lamentano: «Il lavoro manuale lo consideriamo accessorio; ma ormai l’esercizio dell’anima è diventato accessorio!».
Noi stessi dobbiamo vigilare, nelle nostre vite sovraccariche di mansioni.
La preghiera è ergon, il resto è parergon, o strumento per la preghiera.
La preghiera è la frequentazione spirituale di Dio. Essa costituisce l’essenza medesima della vita monastica. E il resto si deve praticare come mezzo. Il nostro sforzo principale: che il nostro spirito rimanga perpetuamente aderente alle cose divine e a Dio. Tutto il resto è piccolo, è minimo.
Nulla di stupefacente che sia difficile. Poiché tali sono le virtù, a più forte ragione lo è questa.
Opus Dei: di Dio.
Questo va a correggere ciò che alcune affermazioni precedenti potevano contenere d’inquietante o che scoraggiava.
Dice il Vangelo di Nostro Signore che passava «tutta la notte pregando Dio». Perché la preghiera è l’opera di Dio. È lo Spirito Santo che ci fa pregare. Il testo che vi leggo è opera mia; gli appunti che prendete mentre vi parlo sono opera vostra: voi ne siete gli artefici. Ecco, l’artefice della nostra preghiera, è Dio.
L’Opus Dei è anzitutto il Donum Dei. Lo stesso Cristo ha detto: «Da me, io non posso fare nulla». A più forte ragione la mia preghiera è opus Dei. Cassiano lo dice chiaramente. E san Massimo il Confessore: «Dio fa tutto in noi come in strumenti: la virtù e la conoscenza e la vittoria e la saggezza e la bontà e la verità».
È lui che ci fa volere il bene.
Tutte le belle azioni dei santi, sono opera Dei.
Attenzione!, il lavoro di Dio non ci dispensa dal fare il nostro. Occorre che diciamo: «Siamo servi inutili», incapaci di fare quel che si voglia di soprannaturale. L’uomo può fare molte cose naturali; ma non può far sì che le sue opere, anche quelle meravigliose, siano soprannaturali. Il lavoro materiale della nostra preghiera, lo possiamo fare; ma l’opera di grazia, bisogna che Dio la faccia in noi.

[Irénée Hausherr S.J. (1891-1978), Prière de vie. Vie de prière. Notes de conférences, Lethielleux, Parigi 1964, pp. 156-158, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 1 novembre 2010

Un certo gusto del Cielo / prima parte

Quando il sole d’autunno getta i suoi raggi sugli ultimi mesi dell’anno, la liturgia del mese di novembre dà alla preghiera cristiana un sapore d’eternità: la grande festa di Ognissanti allarga le nostre prospettive e conduce i nostri sguardi sulla Chiesa trionfante, in splendoribus Sanctorum, in questo splendore dei santi la cui visione sarà, dopo quella di Dio, la ragione più elevata della nostra beatitudine. L’oggetto della festa non consisterà dunque nel celebrare in una sola volta la totalità numerica dei beati, come per non dimenticarne nessuno, quanto piuttosto lodare, esaltare e festeggiare questa Chiesa gloriosa, il cui mistero così dolce e a tal punto amato dai fedeli, detto comunione dei santi, permette di riversare sulla Chiesa militante una pioggia invisibile di grazie. In virtù di questa medesima comunione dei santi, l’indomani del primo di novembre, la Chiesa, più grave, volge i nostri sguardi verso un aldilà che non risplende ancora la luce di gloria.
Ma le anime del Purgatorio sono sante, approvano il fuoco purificatore che le consuma, felici di soddisfare la giustizia divina di cui percepiscono in maniera superiore la santità infinita.
Qualche giorno dopo, il 9 novembre, dedicazione dell’arcibasilica del Santissimo Salvatore. Il mese di novembre sarà punteggiato da tali feste di dedicazione, che sono altrettante feste del Cielo. In favore dell’anniversario di consacrazione di questa o quella chiesa, la liturgia celebra l’altra Chiesa, la Chiesa di lassù, la città-Sposa, quella Gerusalemme celeste detta Visione di Pace, costruita con pietre vive (vivis ex lapidibus) e circondata di angeli come in corteo nuziale (et Angelis coronata ut sponsata comite), interamente consacrata a Dio, città diletta, ripiena di canti (omnis illa Deo sacra et dilecta civitas, plena modulis)! Ecco in quale atmosfera si dispiegano gli inni della dedicazione.
Fino ad anni recenti, il 13 novembre aveva luogo una festa particolare dell’Ordine benedettino: nei monasteri di tutto il mondo si celebrava con grande giubilo la festa di tutti i santi dell’Ordine.
Nell’irradiamento di Ognissanti, era una festa di famiglia, una festa di pietà filiale in cui la comunità monastica si vedeva ricostituita nell’eternità. Ah!, quali consolazioni, quante dolcissime lacrime sono scese, quando i monaci nel mezzo di tante traversie dovute alle amarezze e alle tristezze dell’esilio, alzavano gli occhi verso i loro Padri pervenuti alla gloria. In primo luogo i grandi santi dell’Ordine, e in seguito tutti i religiosi che avevano vissuto le medesime prove, combattuto le stesse battaglie, subito identiche tentazioni, occupati da allora a fare, nella visione, ciò che un tempo facevano nella fede: l’ininterrotta celebrazione dell’ufficio di lode. Così, oggi ancora, per i monaci fedeli alla tradizione, nel mezzo del mese di novembre il cielo si apre nuovamente e mentre la comunità canta debordante d’allegria l’introito Gaudeamus, i figli guardano i loro padri nella gloria, i cantori della terra guardano verso quelli dell’eternità: è per mezzo di questo sguardo dal basso in alto che i benedettini svolgono l’apprendistato del cielo.
Perché al loro seguito non guardare anche noi questa luce che illumina i nostri lumi, questo beato soggiorno in cui saranno assenti grida e gemiti, questa Patria celeste verso la quale c’incamminiamo piangendo e a tentoni, come gli ebrei verso la Terra promessa? Che i primi monaci, questi fuggiaschi della città terrestre, siano diventati i Padri della nostra civiltà occidentale, non ci deve stupire! Più che un paradosso, è il mistero della nostra vocazione cristiana, che Gesù ci ha lasciato in un solenne enunciato:
«Cercate anzitutto il regno di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».
Cercate anzitutto. Quaerite primum.
Fermiamoci un istante su questa massima essenziale che da quattordici secoli non ha cessato di affascinare i nostri Padri, e chiediamo loro il segreto della pace interiore che irradia dal loro canto, dalla loro architettura, dal loro sorriso e dalla loro gioia austera. Oh, monaci dei tempi antichi, ci viene detto delle vostre virtù di carità, umiltà e obbedienza; del vostro amore per la Croce, la povertà, le austerità. Ci viene detto dei vostri lavori, della vostra perseveranza, della vostra resistenza al freddo e al caldo; ci è stato detto che avete bonificato le paludi, ripulito le foreste: i nostri villaggi portano ancora il nome dei vostri lavori e delle vostre preghiere. Avete letto, meditato e commentato la Sacra Scrittura. Avete popolato i deserti di società serene, ritmate dalla preghiera; avete insegnato l’arte del lavoro in comune, nella concertazione e nella dolcezza. I barbari vi hanno imitato. Voi avete fondato l’Europa. Ma quale visione interiore vi abitava? Giacché vi siete volontariamente nascosti nella notte della storia, come le stelle invisibili nel mezzo delle costellazioni: la vostra umiltà è d’illuminare tutto insieme e di nascondervi nella luce. La risposta ci è data da mille testimonianze: liturgia, simbolismo dell’architettura, sermoni, composizioni letterarie, affreschi raffiguranti il Cristo in gloria; altrettanti monumenti dei quali si può dire che formano nel corso della storia quella punta avanzata della spiritualità cattolica che è il desiderio del Cielo.
Un tale desiderio non è esclusivo dei monaci; fiorisce in tutti gli stati di vita, ma come stupirsi che sbocci meglio presso coloro per i quali l’ascesi è fatta in gran parte di ritiro dal mondo, di fuga dalle sollecitazioni esteriori e di unione a Dio? Lo stesso chiostro riceveva il nome di Paradiso claustrale (Paradisus claustralis), poiché nulla veniva a distrarre il monaco da questo possesso di Dio, che non si dona se non facendosi desiderare a esclusione di ogni altra realtà.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Un certain goût du ciel, in Itinéraires, n. 287, novembre 1984, poi in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 375-385 (qui pp. 375-379), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 1 / continua]

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