sabato 10 aprile 2010

Messa Abbaziale a Torino

In occasione del pellegrinaggio alla Santa Sindone dei monaci benedettini dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, lunedì 17 maggio 2010, alle ore 10:15, sarà celebrata a Torino una Messa Abbaziale nella forma straordinaria del Rito romano presso la chiesa dei Santi Martiri (Via Garibaldi 25), eretta dai gesuiti nel 1577 in onore dei più antichi patroni di Torino: Avventore, Ottavio e Solutore, appartenenti alla legione tebea e martirizzati nel III secolo.

Celebrerà solennemente il M.R.P. Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate di Le Barroux, accompagnato da oltre venti monaci, che canteranno il proprio della Messa “Sacratissimæ Sindonis Domini nostri Iesu Christi”.

La partecipazione dei fedeli è gradita, come pure la diffusione della notizia.








Share/Save/Bookmark

venerdì 9 aprile 2010

Ai monaci e alle monache dell'Ordine di San Benedetto / ultima parte


Mi accorgo che questo vi disturba. Anche nella Chiesa, si sentono pronunciare delle proposte così sbalorditive sull'arte sacra che temete di trovarvi sorpassati. Vi percepite come un'antica vestigia medievale nel mezzo di una Chiesa che si concede a un distratto aggiornamento, che corre verso forme di preghiera, liturgia e arte alle quali è chiesto anzitutto di essere inedite, senza tenere conto delle prescrizioni conciliari e malgrado le sagge resistenze della gerarchia. In un mondo in perpetuo divenire, si vorrebbe che la Chiesa lo sposasse e facesse cambiare tali forme in funzione dell'evoluzione del mondo. Ma non è questo che le anime si attendono. Esse non hanno a che fare con l'evoluzione del mondo: ne soffrono, piuttosto che gioirne. Ciò di cui hanno sete è una "sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14). Se da una parte la Chiesa non disconosce i bisogni del tempo, essa è tuttavia anzitutto la sposa dell'Eterno: ci strappa al Tempo per consegnarci all'Eternità. Così ci allontaneremo finalmente da quanti non sanno inserirsi che nel tempo, di cui diventano prigionieri, e ci dirigeremo sempre più verso voi la cui vita è un linguaggio che parla di Eternità. Fareste dunque un calcolo sbagliato riguardo il vostro posto nella Chiesa, abbandonando quello che occupate così nobilmente e nel quale nessuno vi può sostituire. Non abbiate paura di rimanere immobili o di avere l'aria di restare tali in un mondo divorato dalla velocità: voi avete scelto un Amore che è senza cambiamento, seppure veloce come un fulmine.
Noi proveremo, noi laici, a salvare la musica gregoriana ovunque lo potremo fare. I monaci e le monache possono salvarla ancor più di noi, perché si tratta del loro cibo quotidiano, e voglio credere che non ne sono sazi: è il loro respiro. Si potrà sempre ammirare il timpano e i capitelli di Vézelay; continueranno a ispirare santi pensieri agli uomini fino alla fine dei tempi, perché è sufficiente guardarli con animo aperto (trascuro il caso in cui la rabbia degli iconoclasti li riducesse in polvere). La musica, essa, dev'essere eseguita e ascoltata, senza di che è votata alla morte pura e semplice o alla morte delle biblioteche. Vi appartiene quindi di mantenere in vita il canto gregoriano: è un obbligo che dovete assolvere com'è, d'altro canto, un obbligo plurisecolare del vostro Ordine quello di salvare tutto ciò che costituisce una ricchezza per la cultura degli uomini. Se la Regola di san Benedetto non ne fa menzione, la storia lo riconosce come uno dei gioielli più belli della vostra corona. Che dirà la posterità se si accorgesse che voi - in passato, salvatori di così tante opere, anche pagane, che non avete lasciato perire perché costituivano un peso indubbio nella bilancia delle cose dello spirito - vi siete mostrati incapaci di salvare il vostro proprio tesoro?

[André Charlier (1895-1971), Aux moines et aux moniales de l'Ordre de saint Benoît, articolo-appello del 1967 comparso nel volume Le chant grégorien edito da Dominique Martin Morin (Bouère), di cui una prima versione risale al marzo 1965 (Itinéraires, n. 91), poi in Itinéraires, n. 246, settembre-ottobre 1980, pp. 78-84 (qui pp. 83-84), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 4 / fine]

Share/Save/Bookmark

venerdì 2 aprile 2010

Un inedito di Gustave Thibon

Domani, festa di Pasqua. Commemorazione del mistero supremo del destino umano: Cristo è risorto e ci chiama con lui alla vita eterna. Da venti secoli, tanti commentari e sermoni, la cui banalità e ridondanza degradano questo mistero. Il verbalismo ha fatto seguito al Verbo, il chiacchiericcio alle lingue di fuoco che discesero sugli apostoli. Come osare ancora parlarne? Come restituire alle parole l'innocenza del loro significato originale?
I teologi parlano di mistero rivelato. La vera rivelazione si riconosce dal fatto che essa approfondisce in noi il mistero, anziché dissiparlo: Dio diventa per noi, al contempo, via via più interiore e più sconosciuto.
Qualcuno mi parlò un giorno di quel delirio antropocentrico che ci fa immaginare Dio, creatore di tutti i mondi, il quale si sarebbe abbassato fino a sposare la vita e la morte dell'uomo, granello di polvere perso nell'immensità del cosmo, schiavo della necessità per sua natura e vittima della sorte nel suo destino. Di fatto, mi diceva, noi siamo disperatamente soli in un universo indifferente. Ciò che mi ha ricordato i versi di un poeta del secolo XIX:
[...] che si preghi o si bestemmi
La Materia nella sua stupidità si muove,
L'orribile solitudine non è mai la stessa,
E l'uomo solo risponde all'uomo spaventato.
Ho risposto che Simone Weil ha osservato giustamente che "un ordine superiore entro un ordine inferiore si presenta sempre sotto forma di un infinitesimale". Alcuni esempi: cosa pesa la moltitudine degli esseri viventi in rapporto alla massa della materia inanimata?; oppure, quale posto occupa l'uomo - dotato di coscienza, specchio del mondo e di sé stesso - fra le migliaia di specie animali? Più ancora, la coscienza, questo tragico privilegio, ha per prezzo del riscatto la fragilità, la dipendenza nei confronti degli ordini inferiori: il pensiero è più minacciato della vita, e quella che noi chiamiamo la nostra anima è sottomessa a innumerevoli condizionamenti biologici; si può certamente respirare senza pensare, ma non si può pensare senza respirare. Confondendo la causa e la condizione, i "riduzionisti" di ogni marca non vedono nell'anima che il riflesso inetto dei giochi della materia. "Abbiate molta cura del vostro corpo - mi scriveva la stessa persona quand'ero malato - per conservare a lungo l'illusione di avere un'anima".
Tuttavia, denunciare un'illusione implica già il presentimento di una verità, e per ridurre tutto alla materia bisogna essere al di là della materia. Argomento irrefutabile di Aristotele: "Non vi è nulla nello spirito che non sia stato anzitutto nei sensi, se non lo spirito lui stesso". La filosofia dell'assurdo e il pessimismo che ne deriva recano in sé stessi la propria confutazione. "Dire che la vita non vale nulla - scriveva Simone Weil - e offrire quale prova il male è assurdo, perché se non vale nulla, di cosa la priverebbe il male?".
Il sentimento di privazione attesta l'esistenza del bene di cui siamo privati. Morire di sete non prova nulla contro la realtà dell'acqua. O la sete essenziale dell'uomo è quella di un Bene illimitato e senza rovescio, sconosciuto quaggiù. Il mistero della risurrezione di Cristo risponde a questo appello del finito all'infinito, dell'imperfetto all'impossibile. Alla luce di questo mistero scompare l'insolubile problema del male: come può permettere il male un Essere infinitamente buono e infinitamente potente? Gesù risorto ha fatto del male uno strumento del Bene superiore, irriducibile al bene smarrito. Ciò che la liturgia traduce in termini inammissibili sul piano strettamente teologico: "Felice colpa! Davvero era necessario il peccato di Adamo". E ancora: "Tu che hai creato meravigliosamente la natura umana, e che l'hai riparata più meravigliosamente ancora". Rimedio che deriva dalla metamorfosi più che dalla rimessa a nuovo. Se l'uomo si è sfigurato con il peccato, è trasfigurato dalla grazia. Creato nell'Eden, rinascerà in Cielo. La sua caduta è il preludio della sua ascensione. Dice un Padre della Chiesa: "Ritornare a Dio è più divino che essere usciti da Dio". Questo ritorno a Dio passa dalla sofferenza e dalla morte; il Venerdì Santo precede il mattino di Pasqua. Ad Deum per crucem. Ma le tracce del peccato restano così vive nelle nostre anime che la nostalgia dell'Eden vela la speranza del Cielo. Tutte le mitologie del progresso poggiano sul postulato di un miglioramento indefinito della specie umana che permetterà la riapertura di quei "luoghi di delizia" da cui furono cacciati i nostri progenitori. Ma le promesse divine non sono date, nella loro pienezza, che al di là del tempo e della morte. Tale è la prova della virtù della speranza. Come già diceva Eraclito: "Colui che non spera non incontrerà l'insperato". Altresì, è il grido dell'apostolo: "Saldo nella speranza contro ogni speranza" (Rm 4,18).

[Gustave Thibon (1903-2001), testo inedito del 1996 riprodotto in Les amis du monastère, n. 98, 1° maggio 2001, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Share/Save/Bookmark

giovedì 25 marzo 2010

Santa Maddalena - CD dei monaci di Le Barroux

Ripercorrendo l’Ufficio proprio di santa Maddalena che la Santa Sede ha concesso in uso all’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, i monaci cantano con felicità e gratitudine la loro santa patrona, in onore della quale hanno messo a punto i testi della celebrazione liturgica che viene cantata ogni anno, nella festa del 22 luglio. Al seguito di santa Maddalena, prima testimone della Resurrezione, i monaci hanno scelto la parte migliore e desiderano farla gustare agli ascoltatori. Un’ora e un quarto di bellezza, pace e contemplazione, un’anticipazione della felicità del Cielo. Edito dalla casa discografica Jade e registrato dall’ingegnere del suono Igor Kirkwood, il CD è disponibile in vendita tramite la “boutique en ligne” dell’abbazia. Di seguito l'Introito Gaudeamus, uno dei 36 brani che compongono questa novità discografica.



Share/Save/Bookmark

martedì 16 marzo 2010

San Giuseppe e San Benedetto

[Con l’avvicinarsi della festa di san Giuseppe, il 19 marzo, e di san Benedetto, il 21 marzo (quest'ultima tuttavia posticipata, nel 2010, al 22 marzo), offriamo una nostra traduzione italiana dell’omelia pronunciata da Dom Bertrand de Hédouville O.S.B., abate di Notre-Dame de Randol, nella solennità di san Benedetto dell’11 luglio 2009]

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Fratelli e figli amatissimi,
Eletto Papa quattro anni fa, Joseph Ratzinger scelse il nome di Benedetto. Come ebbe a dire nell’Udienza del 27 aprile 2005: “Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV […] che fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. […] Il nome Benedetto evoca, inoltre, la straordinaria figura del grande ‘Patriarca del monachesimo occidentale’, san Benedetto da Norcia […], punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà. Di questo Padre del Monachesimo occidentale conosciamo la raccomandazione lasciata ai monaci nella sua Regola: ‘Nulla assolutamente antepongano a Cristo’ (RB 72,11). […] Chiedo a san Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo […] nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!”.
Ponendosi sotto il patrocinio di san Benedetto, il Papa non ha rinnegato il patrono del suo battesimo, san Giuseppe. Nel corso di un suo recente viaggio in Africa, non ha mancato di festeggiarlo il 19 marzo 2009, affidandogli “tutti coloro che […] hanno ricevuto la grazia di portare questo bel nome” e pregandolo di accordare loro una protezione speciale guidandoli verso il Signore Gesù. Santa Teresa d’Avila consigliava di assumerlo come maestro spirituale; da lui guarita nella sua giovinezza, non l’aveva mai pregato invano. Da intercessore per la salute del corpo, lei lo vedeva intercessore per la salute dell’anima.
Avere due maestri spirituali può essere un ostacolo, se appartengono a due scuole diverse; non è il caso di Giuseppe e di Benedetto, così concordi quant’è possibile. A coloro che non hanno nulla di più caro di Cristo, san Benedetto predica sin dal prologo della sua Regola l’obbedienza, consacrandovi un capitolo fondamentale. Come dice Dom [Paul] Delatte, “si tratta dell’obbedienza immediata e affettuosa, la sola degna di Dio e di noi. Quando un ordine è dato da un superiore, non si conosce alcun ritardo nell’esecuzione; lasciando quanto prima ogni occupazione, si segue con il passo allegro dell’obbedienza la voce di colui che comanda; e nell’agilità dell’amore di Dio, la parola del maestro e la perfetta esecuzione del discepolo si svolgono assieme”. Sin dall’inizio del primo Vangelo, in tre occasioni, san Giuseppe obbedisce in tal modo. “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ‘Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo’. […] Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (Mt 1,20 e 24). Più tardi, l’angelo del Signore disse a Giuseppe: “‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto’ […]. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto” (Mt 2,13-14). Infine, passato il pericolo, l’angelo del Signore gli disse: “‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e vai nella terra d’Israele’. […] Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele” (Mt 2,20-21). Nella sobrietà del racconto, Matteo sottolinea la qualità dell’obbedienza, esprimendo con le medesime parole l’ordine e l’esecuzione immediata.
Lo stesso primo capitolo del Vangelo di san Matteo ci mostra il silenzio eroico di Giuseppe. In occasione del primo intervento dell’angelo, è in silenzio che egli sopportava il dolore che gli provocava la gravidanza di Maria. Nell’imbarazzo quanto alla decisione da prendere, egli non ne ha discusso che in sé stesso. Il suo silenzio salvaguardava la reputazione della Vergine e il segreto del Mistero. È mediante un silenzio pieno di fede e di docilità che ha accolto la rivelazione del miracoloso concepimento di Gesù e l’invito a esserne il padre putativo. Non risponde nulla, o piuttosto la sua risposta consiste nel compiere quanto gli è stato chiesto; prova i suoi sentimenti mediante la sua condotta, più eloquente di un discorso, e adora il mistero in religioso silenzio. Destinato non a scoprire e manifestare il Verbo incarnato, ma a coprirlo e nasconderlo, egli fu sin dalla sua giovinezza l’uomo per eccellenza del raccoglimento e del mistero; la grazia fece di lui un contemplativo. In lui si uniscono obbedienza e silenzio, “questi due modi d’ascoltare Dio” (A. De Vogué, R.S.B. IV, p. 269). Si può immaginare in quale spirito di silenzio vivesse la Santa Famiglia di Nazaret!
Nella sua Regola, san Benedetto fa seguire il capitolo sull’obbedienza da un capitolo sullo spirito di silenzio. Obbedienza e silenzio sono gli attributi classici di Benedetto come di Giuseppe, e altrettanto bisognerebbe dire dell’umiltà, di cui l’uno e l’altro sono espressioni (ibid., p. 267).
San Giuseppe è una fonte della nostra Regola? Nel secolo VI egli era ancora assente dal ciclo liturgico e dalle devozioni cristiane, ma ben presente nei Vangeli dell’infanzia. Meditandoli, Benedetto s’impregnava dell’obbedienza e del silenzio di Giuseppe per trasmetterli ai suoi monaci. “Ripieno dello spirito di tutti i giusti” [Libro II dei Dialoghi, 8], egli aveva lo spirito del giusto Giuseppe. Costui, che non attese di essere dichiarato Patrono della Chiesa per volerle bene, suggerì a Benedetto da Norcia – come dice Dom Delatte – una “piccola Regola alquanto divinamente semplice per essere compresa da un goto ancora incolto e incantare il vecchio romano che era san Gregorio Magno”.
San Matteo ci fa conoscere Giuseppe direttamente all’inizio del suo Vangelo, e ci trasmette delle parole di Gesù nelle quali si può riconoscere l’influenza del suo padre putativo. Il Discorso della Montagna non è forse un ritratto di Giuseppe umile e giusto, la cui “giustizia [supera] quella degli scribi e dei farisei”? (Mt 5,20). “Chi osserverà [questi precetti] e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,19). Giuseppe li ha insegnati a Gesù.
Si può studiare il Discorso della Montagna senza pensare al capo della Santa Famiglia; ma Gesù non lo poteva pronunciare senza pensare a lui, avendo vissuto nella sua intimità e sotto la sua autorità. Tre capitoli del primo Vangelo, quindi, nei quali Giuseppe era presente, quando Benedetto li leggeva concependo la sua Regola.
Un po’ oltre in quel Vangelo, Gesù dice: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. […] Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,25-27). Giuseppe, “povero del Signore”, è uno di questi “piccoli”; ha svolto il ruolo del Padre presso il Figlio incarnato, che gli ha fatto contemplare, nel suo volto di bambino, il Padre, Signore del cielo e della terra. Prosegue Gesù: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). È in tal modo che Gesù è il Maestro per eccellenza, e che imitandolo, ogni maestro, ogni dottore dev’essere dolce e umile.
Dolci e umili, Giuseppe e Benedetto possono esserci maestri. San Giuseppe dottore della Chiesa? Sì, dottore di vita spirituale, maestro di preghiera; santa Teresa d’Avila lo considerava tale, lei che un giorno sarebbe diventata Dottore della Chiesa!
E Sua Santità Benedetto XVI conferma questo giudizio, lui che si pone alla loro scuola di dolcezza e umiltà per il più gran bene della Chiesa universale.
Quanto a noi, figli di san Benedetto per i voti, la professione religiosa o la devozione, noi dobbiamo, come il Santo Padre, metterci alla scuola di san Giuseppe e di san Benedetto.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Share/Save/Bookmark

martedì 9 marzo 2010

Ai monaci e alle monache dell'Ordine di San Benedetto / terza parte

Uno di voi, in una lettera ammirevole che testimonia il vostro combattimento interno nei tempi attuali, mi parla "dell'armoniosa bellezza della vita benedettina, in cui il riferimento a Dio, totale, fa di tutta l'esistenza una continua liturgia". Di grazia, non frantumate questa armoniosa bellezza con innovazioni frettolose: è per suo tramite che la vocazione benedettina è giunta a toccare il vostro cuore; essa è composta d'elementi indissolubili dei quali non potrete rigettarne alcuno, pena un impoverimento che vi causerà una sofferenza irrimediabile. Vorrete sbarazzarvi di un canto che ha accompagnato la preghiera di generazioni di monaci per secoli e che è stato il canale di grazie ineffabili per i vostri fratelli e per il mondo? Vorrete fare questo proprio nel tempo in cui, per la vostra cura, questo canto è stato ristabilito nella sua purezza primitiva? Rinuncerete senza versare una lacrima, non dico a tanti capolavori - poiché non si tratta solo di opere del genio umano -, ma a così tanti miracoli della grazia? Scrivendo queste parole, tali miracoli si presentano alla mia memoria, e sono giustamente i più semplici e i più popolari: è la sequenza Victimae pascali laudes in cui la Resurrezione ci è annunciata in una maniera così toccante e familiare; è quell'altra sequenza Veni Sancte Spiritus, che sviluppa la melodia di uno dei più belli alleluia; sono gli inni, fra i quali non c'è che l'imbarazzo della scelta; è lo Stabat Mater, impossibile da cantare, o anche solo da leggere, senza che lacrime di penitenza salgano ai vostri occhi. Se davvero siete pronti a rinunciare a tutto questo, comincerei a tremare per l'Ordine benedettino.
Tali melodie sono la fioritura d'una produzione di molti secoli di cristianità. Potete davvero credere che non importa quale centro di pastorale liturgica, fosse pure nazionale, anche se si applicasse con abnegazione, ci produrrebbe qualcosa che vi si avvicinerebbe, seppur da lontano? Ignorate il mistero della creazione artistica, senza il quale non avreste quest'idea innocente, che si possa spazzare via questo tesoro inestimabile, che si possa fare piazza pulita, che non importa nulla, perché si andrà a rifare tutto questo in meglio. Vi è decisamente un sentimento che i moderni ignorano, ed è il rispetto, in particolare il rispetto delle cose del pensiero. Crediate bene che non ignoriamo affatto il bisogno che spinge ogni epoca a esprimersi con il proprio linguaggio. Noi stessi ci sforziamo di far parlare il nostro tempo con il suo linguaggio; ma non crediamo che per fare questo sia necessario rigettare i modelli più perfetti e soffocare le voci più sante.

[André Charlier (1895-1971), Aux moines et aux moniales de l'Ordre de saint Benoît, articolo-appello del 1967 comparso nel volume Le chant grégorien edito da Dominique Martin Morin (Bouère), di cui una prima versione risale al marzo 1965 (Itinéraires, n. 91), poi in Itinéraires, n. 246, settembre-ottobre 1980, pp. 78-84 (qui pp. 82-83), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 3 / continua]

Share/Save/Bookmark

venerdì 5 marzo 2010

Costruiamo insieme un monastero per il secolo XXI


Un’avventura fuori dall’ordinario accade a dodici chilometri da Agen, in Francia, nel comune di Saint-Pierre-de-Clairac: una comunità di tredici monaci benedettini, inviati dall’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux e installata da sette anni – gli otto fondatori vi si sono stabiliti il 21 novembre 2002, sotto la protezione dell’Immacolata Concezione – sul luogo di un’antica fortezza medievale, si è lanciata nella costruzione di un nuovo monastero. L’11 aprile 2010, nell’Ottava di Pasqua, S.E. mons. Hubert Herbreteau, vescovo di Agen, procederà alla benedizione della prima pietra del monastero Sainte-Marie de la Garde. La prima fase dei lavori di costruzione è valutata attorno a 5 milioni di euro: i monaci hanno bisogno di noi, e associandoci personalmente all’erezione del monastero potremo partecipare alla creazione di un nuovo centro d’irradiamento spirituale e contribuiremo alla crescita di questa giovane comunità. “Aiutateci a raccogliere questa sfida, irrazionale agli occhi del mondo, ma che dà senso alla vita. Diventate costruttori di speranza!” (Dom Louis-Marie, abate di Le Barroux). In questo tempo di Quaresima, offriamo il nostro generoso contributo e aiuto alla costruzione del monastero Sainte-Marie de la Garde. Per ogni informazione, visitate il sito www.jeconstruisunmonastere.com.

Share/Save/Bookmark