mercoledì 24 novembre 2010

«Non temo la morte, sono un uomo libero»

[Riportando il blog Romualdica le note di un oblato benedettino, costui ha sin qui preferito, e preferirebbe, avere poco da dire di personale; di tanto in tanto, un'eccezione. Ci è capitato recentemente di vedere la proiezione del film Uomini di Dio di Xavier Beauvois, attualmente nelle sale cinematografiche italiane. Finché vi rimane, e comunque per chi avrebbe modo di vederlo, una calda raccomandazione a non perdere l'occasione, che accompagnamo qui di seguito con la recensione di Alessandra De Luca, comparsa sul quotidiano Avvenire il 20 ottobre 2010, e ancora di seguito riproducendo il trailer. Avendo su questo o quel punto sensibilità diverse, non abbiamo potuto, tuttavia, far altro che rimanerne affascinati, pietrificati ed edificati. Una storia vera, semplice, umile, coraggiosa. Cristiana. Un film doloroso, e doveroso. Possano i sette monaci cistercensi della stretta osservanza (trappisti) del priorato algerino Notre-Dame de l'Atlas di Thiberine (Christian de Chergé, Luc Dochier, Christophe Lebreton, Michel Fleury, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard, Paul Favre-Miville) intercedere per noi, ora che contemplano il volto di Dio.]

All’ultimo Festival di Cannes ha profondamente commosso il pubblico internazionale raccontando la vita quotidiana di un gruppo di monaci trappisti nell’Algeria degli anni Novanta. E non ha lasciato indifferente neppure la giuria presieduta da Tim Burton, che gli ha assegnato il prestigioso Grand Prix. Perché Uomini di Dio di Xavier Beauvois, fortemente voluto dal produttore cattolico Etienne Comar, nelle nostre sale dal 22 ottobre, è un perfetto esempio di come si possa fare grande cinema affidandosi, proprio come facevano Robert Bresson e Carl Dreyer, ai silenzi, agli sguardi, alla spiritualità e a temi che affrontano le grandi domande dell’uomo drammaticamente calato nell’arena della storia.
Il film, opera profondamente religiosa, rievoca infatti la drammatica vicenda dei religiosi rapiti e assassinati a Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante, nel marzo del 1996, ancora oggi al centro di una complessa indagine giudiziaria riaperta dopo il reportage del giornalista americano John Kiser. Se infatti la strage era stata inizialmente attribuita al Gia (Gruppo Islamico Armato), in una fase processuale successiva si è invece parlato di un «errore dell’esercito algerino». La verità è ancora da stabilire, ma il regista non si addentra nella controversia, evitando di fare del film un thriller politico su un intrigo internazionale; non mostra le teste ritrovate senza i corpi (anche per rispetto alle famiglie delle vittime l’atrocità della loro morte resta fuori campo e la storia si conclude con una scena ricca di emozione) e non fa dei protagonisti dei martiri da strumentalizzare.
Non estraneo alle riflessioni sulla vita e la morte (N’oublie pas que tu vas mourir), Beauvois – che si è confrontato con religiosi e teologi trascorrendo un periodo nel convento cistercense di Notre-Dame de Tamié – si concentra piuttosto (come il bel documentario Il grande silenzio di Philip Gröning) sulla quotidiana vita monastica dei protagonisti, corpi immersi nella natura tra lavoro, preghiere, canti, pasti e impegno per il prossimo, secondo una ritualità capace di unire il cielo e la terra. Perfettamente integrati in terra musulmana, i monaci guidati dal priore Christian de Chergé sono «fratelli» degli islamici di cui si prendono cura e con i quali recitano anche passi del Corano («Amen» è sempre seguito da «inshallah»), testimoniando con la propria vita un amore per l’umanità che va oltre le barriere culturali e religiose.
Una vocazione ben resa dal titolo originale del film, Des hommes et des dieux, e in parte tradita da quello italiano. Il 30 ottobre 1994 il Gia ordinò a tutti gli stranieri di abbandonare l’Algeria, ma quei monaci decisero di restare al fianco di chi aveva bisogno di loro, convinti di non poter tradire la loro fede e la fiducia in una comunità basata sulla tolleranza. «Non temo la morte, sono un uomo libero» dice Lambert Wilson nei panni di padre Christian. La forza, il rigore e il coraggio del film stanno proprio in questo, nella decisione di riflettere sulla difficoltà di una scelta non priva di dubbi, angosce e tensioni.
E di offrire a un pubblico abituato a velocità ed effetti speciali, adrenalina e 3D un mondo fatto di lentezza, contemplazione e popolato di persone capaci di un amore e una compassione straordinari, pronti all’estremo sacrificio pur di dedicare la propria vita agli altri. Ritiratisi per alcuni giorni nella pace del monastero prima dell’inizio delle riprese, gli attori hanno più volte dichiarato di aver sentito su di loro la protezione e la fratellanza dei religiosi a cui stavano per ridare vita. E non c’è bisogno di essere credenti per sentire in quei personaggi una verità che viene da lontano.




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martedì 23 novembre 2010

San Clemente Romano

[In occasione della memoria liturgica odierna di Papa san Clemente I, terzo successore di san Pietro e onorato fra i Padri Apostolici, riproduciamo l'udienza di Papa Benedetto XVI del 7 marzo 2007]

[...] Abbiamo meditato nei mesi scorsi sulle figure dei singoli Apostoli e sui primi testimoni della fede cristiana, che gli scritti neo-testamentari menzionano. Adesso dedichiamo la nostra attenzione ai santi Padri dei primi secoli cristiani. E così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia.
San Clemente, Vescovo di Roma negli ultimi anni del primo secolo, è il terzo successore di Pietro, dopo Lino e Anacleto. Riguardo alla sua vita, la testimonianza più importante è quella di sant’Ireneo, Vescovo di Lione fino al 202. Egli attesta che Clemente «aveva visto gli Apostoli», «si era incontrato con loro», e «aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione, e davanti agli occhi la loro tradizione» (Contro le eresie 3,3,3). Testimonianze tardive, fra il quarto e il sesto secolo, attribuiscono a Clemente il titolo di martire.
L’autorità e il prestigio di questo Vescovo di Roma erano tali, che a lui furono attribuiti diversi scritti, ma l’unica sua opera sicura è la Lettera ai Corinti. Eusebio di Cesarea, il grande «archivista» delle origini cristiane, la presenta in questi termini: «È tramandata una lettera di Clemente riconosciuta autentica, grande e mirabile. Fu scritta da lui, da parte della Chiesa di Roma, alla Chiesa di Corinto ... Sappiamo che da molto tempo, e ancora ai nostri giorni, essa è letta pubblicamente durante la riunione dei fedeli» (Storia Eccl. 3,16). A questa lettera era attribuito un carattere quasi canonico. All’inizio di questo testo – scritto in greco – Clemente si rammarica che «le improvvise avversità, capitate una dopo l’altra» (1,1), gli abbiano impedito un intervento più tempestivo.
Queste «avversità» sono da identificarsi con la persecuzione di Domiziano: perciò la data di composizione della lettera deve risalire a un tempo immediatamente successivo alla morte dell’imperatore e alla fine della persecuzione, vale a dire subito dopo il 96.
L’intervento di Clemente era sollecitato dai gravi problemi in cui versava la Chiesa di Corinto: i presbiteri della comunità, infatti, erano stati deposti da alcuni giovani contestatori. La penosa vicenda è ricordata, ancora una volta, da sant’Ireneo, che scrive: «Sotto Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinti una lettera importantissima per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la tradizione, che da poco tempo essa aveva ricevuto dagli Apostoli» (Contro le eresie 3,3,3). Potremmo quindi dire che questa lettera costituisce un primo esercizio del Primato romano dopo la morte di san Pietro. La lettera di Clemente riprende temi cari a san Paolo, che aveva scritto due grandi lettere ai Corinti, e in particolare la dialettica teologica, perennemente attuale, tra indicativo della salvezza e imperativo dell’impegno morale. Prima di tutto c’è il lieto annuncio della grazia che salva. Il Signore ci previene e ci dona il perdono, ci dona il suo amore, la grazia di essere cristiani, suoi fratelli e sorelle. È un annuncio che riempie di gioia la nostra vita e dà sicurezza al nostro agire: il Signore ci previene sempre con la sua bontà, e la bontà del Signore è sempre più grande di tutti i nostri peccati. Occorre però che ci impegniamo in maniera coerente con il dono ricevuto e rispondiamo all’annuncio della salvezza con un cammino generoso e coraggioso di conversione. Rispetto al modello paolino, la novità è che Clemente fa seguire alla parte dottrinale e alla parte pratica, che erano costitutive di tutte le lettere paoline, una «grande preghiera», che praticamente conclude la lettera.
L’occasione immediata della lettera schiude al Vescovo di Roma la possibilità di un ampio intervento sull’identità della Chiesa e sulla sua missione. Se a Corinto ci sono stati degli abusi, osserva Clemente, il motivo va ricercato nell’affievolimento della carità e di altre virtù cristiane indispensabili. Per questo egli richiama i fedeli all’umiltà e all'amore fraterno, due virtù veramente costitutive dell’essere nella Chiesa: «Siamo una porzione santa», ammonisce, «compiamo dunque tutto quello che la santità esige» (30,1). In particolare, il Vescovo di Roma ricorda che il Signore stesso «ha stabilito dove e da chi vuole che i servizi liturgici siano compiuti, affinché ogni cosa, fatta santamente e con il suo beneplacito, riesca bene accetta alla sua volontà ... Al sommo sacerdote infatti sono state affidate funzioni liturgiche a lui proprie, ai sacerdoti è stato preordinato il posto loro proprio, ai leviti spettano dei servizi propri. L’uomo laico è legato agli ordinamenti laici» (40,1-5: si noti che qui, in questa lettera della fine del I secolo, per la prima volta nella letteratura cristiana, compare il termine greco laikós, che significa «membro del laós», cioè «del popolo di Dio»).
In questo modo, riferendosi alla liturgia dell’antico Israele, Clemente svela il suo ideale di Chiesa. Essa è radunata dall’«unico Spirito di grazia effuso su di noi», che spira nelle diverse membra del Corpo di Cristo, nel quale tutti, uniti senza alcuna separazione, sono «membra gli uni degli altri» (46,6-7). La netta distinzione tra il «laico» e la gerarchia non significa per nulla una contrapposizione, ma soltanto questa connessione organica di un corpo, di un organismo, con le diverse funzioni. La Chiesa infatti non è luogo di confusione e di anarchia, dove uno può fare quello che vuole in ogni momento: ciascuno in questo organismo, con una struttura articolata, esercita il suo ministero secondo la vocazione ricevuta. Riguardo ai capi delle comunità, Clemente esplicita chiaramente la dottrina della successione apostolica. Le norme che la regolano derivano in ultima analisi da Dio stesso. Il Padre ha inviato Gesù Cristo, il quale a sua volta ha mandato gli Apostoli. Essi poi hanno mandato i primi capi delle comunità, e hanno stabilito che ad essi succedessero altri uomini degni. Tutto dunque procede «ordinatamente dalla volontà di Dio» (42). Con queste parole, con queste frasi, san Clemente sottolinea che la Chiesa ha una struttura sacramentale e non una struttura politica. L’agire di Dio che viene incontro a noi nella liturgia precede le nostre decisioni e le nostre idee. La Chiesa è soprattutto dono di Dio e non creatura nostra, e perciò questa struttura sacramentale non garantisce solo il comune ordinamento, ma anche questa precedenza del dono di Dio, del quale abbiamo tutti bisogno.
Al termine, la «grande preghiera» conferisce un respiro cosmico alle argomentazioni precedenti. Clemente loda e ringrazia Dio per la sua meravigliosa provvidenza d’amore, che ha creato il mondo e continua a salvarlo e a santificarlo. Particolare rilievo assume l’invocazione per i governanti. Dopo i testi del Nuovo Testamento, essa rappresenta la più antica preghiera per le istituzioni politiche. Così, all’indomani della persecuzione, i cristiani, ben sapendo che sarebbero continuate le persecuzioni, non cessano di pregare per quelle stesse autorità che li avevano condannati ingiustamente. Il motivo è anzitutto di ordine cristologico: bisogna pregare per i persecutori, come fece Gesù sulla croce. Ma questa preghiera contiene anche un insegnamento che guida, lungo i secoli, l’atteggiamento dei cristiani dinanzi alla politica e allo Stato. Pregando per le autorità, Clemente riconosce la legittimità delle istituzioni politiche nell’ordine stabilito da Dio; nello stesso tempo, egli manifesta la preoccupazione che le autorità siano docili a Dio e «esercitino il potere, che Dio ha dato loro, nella pace e nella mansuetudine con pietà» (61,2). Cesare non è tutto. Emerge un’altra sovranità, la cui origine ed essenza non sono di questo mondo, ma «di lassù»: è quella della Verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata.
Così la lettera di Clemente affronta numerosi temi di perenne attualità. Essa è tanto più significativa, in quanto rappresenta, fin dal primo secolo, la sollecitudine della Chiesa di Roma, che presiede nella carità a tutte le altre Chiese. Con lo stesso Spirito facciamo nostre le invocazioni della «grande preghiera», là dove il Vescovo di Roma si fa voce del mondo intero: «Sì, o Signore, fa’ risplendere su di noi il tuo volto nel bene della pace; proteggici con la tua mano potente ... Noi ti rendiamo grazie, attraverso il Sommo Sacerdote e guida delle anime nostre, Gesù Cristo, per mezzo del quale a te la gloria e la lode, adesso, e di generazione in generazione, e nei secoli dei secoli. Amen» (60-61).

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venerdì 19 novembre 2010

Dell’orazione giaculatoria

Anteo, per rimanere invincibile, doveva toccar terra col piede. L’uomo religioso deve, nell’agone che gli è proprio, staccarsene il più sovente possibile: proiettando la sua mente in Dio, scagliandola, come si dà il volo a una rondine, verso il Creatore. Questo dardo d’oro della mente, questo batter d’ali che si gettano perdutamente a prender dimora un istante nel cuore stesso della luce, sono noti ai cristiani; e quando siano vocali (ma non necessariamente) si chiamano operazioni giaculatorie, da jaculum, appunto: dardo o freccia scoccata.
Il Vescovo di Roma ha ricordato di recente che «l’uomo è un essere costituzionalmente ordinato a trascendere se stesso, un essere proiettato verso Dio». Questa naturale conformazione spiega come la giaculatoria sia stata in ogni tempo istintiva sulle labbra del popolo: il più delle volte inconscia, puro grido, non di rado colma di affetti delicati. «Cuore di Cristo, Vergine dolcissima, Madre del Cielo, fateci santi» sono tra le locuzioni ancora in uso nelle campagne italiane. E non è detto che il lancio di questi lievi e caldi boccioli non compensi, sulle bilance invisibili, terrificanti pesi di blasfemia. Il dolore del popolo rinnova, in una gamma infinita, l’eco – umile e difforme finché si vuole – della suprema giaculatoria divina: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Nella storia cristiana la pratica assidua, metodica dell’orazione giaculatoria risale ai padri anacoreti della Tebaide. Nelle Vitae Patrum è perpetuato il ricordo dell’unica giaculatoria con la quale l’abate Pafnuzio condusse in tre anni la cortigiana Thais alla purificazione perfetta. Volta verso Oriente, ella doveva ripetere: «Tu che mi creasti, abbi pietà di me».
Ma vi è un nome al quale «si piega ogni ginocchio, in cielo, in terra e negli inferni». La giaculatoria dei Padri era soprattutto il nome di Cristo, reiterato all’infinito secondo il comandamento paolino «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17), ora solo, ora in un breve contesto: «Signore Gesù, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore». La pratica risale a un grande mistico bizantino, Simeone il Nuovo Teologo, ma la ritroviamo, più o meno accentuata, in tutti i Padri d’Oriente [...].
Come il sacro Nome venga dolcemente accordato al gioco del respiro e del battito cardiaco, finché per così dire non più l’uomo prega ma in lui si prega incessantemente, gioiosamente, così come in lui si pulsa e si respira, è narrato con incantevole realismo in un singolare romanzo composto in Russia nel XIX secolo, senza dubbio da un eminente conoscitore delle vie della contemplazione: La relazione (o Il racconto) di un pellegrino al suo confessore (LEF, a cura di don Divo Barsotti): stupenda piccola opera costruita, come Le anime morte, in forma di itinerario attraverso un paese ed un popolo. Ma queste sono anime vive, incoercibilmente felici e soavemente possenti, che il magnete del Nome congrega intorno al pellegrino dovunque passi. Il mondo, blocco ottuso e cieco, racchiude in ogni tempo una filigrana di esseri che vivono secondo regole che non sono di questo mondo. E sono gli esseri che mutano il cuore del mondo. L’iniziazione alla «via del Nome» è ancora diffusa nei monasteri del Monte Athos [...] e, a quanto sembra, in molti paesi dell’Est.
Cassiano consacra un intero capitolo delle sue Collazioni alla giaculatoria «Deus, in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina»: versetto davidico che aprirà, in Occidente, ciascuna Ora canonica dell’Uffizio corale. Nelle Ore, anche certe coppie di versi e responsori brevissimi suonano quali giaculatorie di supplica: «Ostende nobis Domine / misericordiam tuam», o «Miserere / mei, Deus».
Ma l’amore vince il timore. Giaculatoria regale è la giaculatoria di pura dilezione, come quella che san Francesco ripeté per un’intera notte: «Mio Dio e mio tutto». Affettuose giaculatorie chiudono ciascun capitolo dei piccoli trattati di sant’Alfonso. Non diversamente le intendeva san Francesco di Sales, le cui lettere di direzione spirituale si insinuano come dita delicate sino alle corde più fini della vita dell’anima, squisitamente accordandole alla volontà divina. A santa Francesca di Chantal egli raccomanda di salutare con una giaculatoria ogni rintoccar d’ora. Ad una giovane donna vessata dal terrore della morte, di esclamare frequentemente: «Voi siete mio Padre, o Signore». Ma è nelle lettere a due dame, a cui gli affari di Corte impediscono l’orazione metodica, che egli formula con maggior bellezza e precisione il carattere dell’orazione giaculatoria: «... soprattutto desidero che in ogni occasione, durante la giornata, voi ritiriate il vostro cuore in Dio, dicendogli qualche parola di fedeltà e d’amore». «... [supplite] alla mancanza degli altri esercizi con frequenti e ferventi orazioni giaculatorie o proiezioni (élancements) dello spirito in Dio». […]
La consuetudine di queste sacre formule riveste l’uomo di una speciale impassibilità, e non è raro incontrare ancor oggi delicati asceti di cui non si spiegherebbe la resistenza all’urto del mondo se non li sapessimo ricoperti da un’invisibile armatura di giaculatorie. Come sempre il santo è il miglior banchiere, secondo la parola di uno scrittore contemporaneo, e lo stato di orazione perenne, oltre ad assicurare un apporto continuo di energie spirituali, lo stato di gioia e la santa imperturbabilità, opera tutto un seguito di meraviglie minori, alle quali difficilmente si crederà senza esperienza. La recitazione del Nome e la giaculatoria in generale, isolando lo spirito in un cerchio al quale soltanto forze superiori hanno accesso, è una possente difesa psicologica ben nota agli uomini di preghiera. Più di un antico mistico sperimentò come questa fulminea intimità con Dio arrivasse a produrre in qualche maligno interlocutore la improvvisa balbuzie, inspiegabili capogiri o altri sintomi di confusione mentale. […]
Nell’ultimo libro di Jacques Maritain (Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, 1966), di un’importanza così unica per la storia del cattolicesimo contemporaneo e così affascinante nella titanica ironia delle sue condanne, è suggerita, ancora una volta, la pratica della giaculatoria. «Si può fare orazione nel treno, nella metropolitana, nella sala d’aspetto del dentista. Si può ricorrere con frequenza a quelle brevi preghiere lanciate come un grido che gli antichi raccomandavano tanto».
È certo che se l’uomo conoscesse la sterminata potenza della sua anima quando un costante movimento verticale l’assicuri come un canapo a Dio, persino un mondo qual è il nostro cesserebbe di atterrirlo e, beninteso, di affascinarlo.

[Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, 1923-1977), Dardi verso il cielo, originariamente comparso in Il Giornale d’Italia, 10-11 gennaio 1967, p. 3, ripubblicato in Eadem, Sotto falso nome, Adelphi, Milano 1998, pp. 136-140]

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martedì 16 novembre 2010

Santa Gertrude la Grande

[In occasione della festa di santa Gertrude la Grande, offriamo un commento alla Regola di san Benedetto di Madre Anna Maria Cànopi O.S.B., Abbadessa del Monastero Mater Ecclesiae dell’Isola San Giulio, dedicato al tema “Miti nell’accettare la disciplina del coro” (RB 45, Correzione dei fratelli che sbagliano nell’oratorio)]

Alla comprensione spirituale di questo capitolo della santa Regola ci sia d’aiuto anche l’intercessione di santa Gertrude, di cui oggi celebriamo la festa. Tutta la vita contemplativa di questa santa monaca benedettina scaturisce dalla sua passione per il sacrificium laudis. Nella sua viva partecipazione alla sacra liturgia ella sperimentava la grazia di intuire i misteri del Signore, e poi di compenetrarli, di viverli nella sua situazione esistenziale, di vederli in atto nella situazione della sua comunità monastica e di tutta la Chiesa.
Santa Gertrude è una mistica formata sulla liturgia, quindi sulla Sacra Scrittura, di cui la liturgia è costituita. I suoi slanci non erano superficiali entusiasmi o strane fantasticherie, ma prendevano sempre spunto dalla parola di Dio ascoltata, cantata, pregata in coro.
Ella sentiva molto intensamente la realtà della comunione tra la Chiesa pellegrina e la Chiesa celeste; sapeva di trovarsi in coro non soltanto con le sue consorelle, ma anche con tutti gli angeli e i santi del Paradiso. Nel suo intimo contemplava la corte celeste, godeva di vedersi già nella schiera delle vergini che seguono l’Agnello dovunque vada.
Come sappiamo, anche santa Gertrude fece però un lungo cammino prima di arrivare a gustare le cose di Dio, ad assaporare le sue parole e a tradurle in mistiche elevazioni così come sono giunte a noi. Queste sue elevazioni sono proprio un’eco e quasi un compendio della liturgia quotidiana.
Consideriamo dunque oggi i passi della santa Regola che riguardano l’attenzione nell’eseguire la preghiera corale e qualsiasi altra cosa, dovunque ci si trovi. Come celebrare la divina liturgia in coro, e come continuare a celebrarla nel lavoro, nello studio, nel riposo, nei vari momenti della giornata?
Non riteniamo pedanteria l’insistenza di san Benedetto sul buon comportamento, perché se si comincia a “lasciar andare” un po’ in qualche cosa, si diventa trasandati in tutto. Accogliamo invece con animo dilatato l’esortazione della Regola alla vigilanza in tutto e all’umiltà nel manifestare e riparare subito gli sbagli, poiché sappiamo a Chi stiamo prestando servizio, quando siamo in coro o dovunque. Quel che importa non è l’azione in sé, ma la sua motivazione e il suo fine. Rende importante l’azione Colui per il quale essa è compiuta.
Dunque non si può prendere nulla alla leggera, né in coro, né in altri ambienti e momenti della vita monastica, perché stiamo sempre al servizio di colui che è il Santo e alla cui presenza si deve essere pervasi di santo timore e spirito di profonda adorazione. Non ci venga a noia quindi la disciplina del nostro servizio divino, ma sappiamo invece abbracciarla per amore, come un mezzo per esprimere meglio la nostra devozione a colui che ci ha chiamato a servirlo, che ci ha concesso l’onore di stare alla sua presenza giorno e notte.
“Servite a Cristo Signore” dice l’Apostolo (Col 3,24). Fare tutto con grande serietà, con diligenza, in spirito di filiale libertà. La serietà e la delicatezza in tutto sono dunque un’esigenza interiore di chi ama, non un’osservanza di leggi esteriori. Se questo non è chiaro, è facile diventare osservanti di rigore inflessibile o intolleranti di una disciplina esteriore, che sembra opporsi alla nostra naturale spontaneità.
Il buon zelo raccomandato dalla Regola ha un altro contenuto:
“Se ad un fratello capita di sbagliare recitando un salmo, un responsorio, un’antifona o una lezione, ed egli non si umilia e non ripara subito lì sul posto, davanti a tutti, gli sia imposta una punizione più severa, proprio perché non ha voluto spontaneamente riparare con umiltà la mancanza che aveva commesso per negligenza”. [RB 45,1-2]
È evidente: non si dice che questi tipi di sbagli sono gravi peccati; non si grida subito allo scandalo e non si fa un dramma.
Se uno sbaglia per negligenza o insufficiente attenzione e rende così meno bella la lode di Dio in coro, portando anche disturbo alla preghiera di tutti, subito egli stesso, spontaneamente – perché sente il bisogno di farlo – si inginocchia per riconoscere la sua mancanza e chiederne perdono. Nessuno ve lo butta, nessuno ve lo costringe; anzi, sono tutti pronti a sollevarlo, appena egli si umilia. Del resto, che grande fatica, che dura penitenza è inginocchiarsi e chinare il capo un momento, per poi inserirsi di nuovo nel canto?
Ma se uno non lo fa spontaneamente e continua a comportarsi con disattenzione e trascuratezza, non dando importanza agli sbagli che commette, e alle ammonizioni che riceve, allora è necessario intervenire per sensibilizzare la sua coscienza e aiutarlo ad accettare la disciplina. L’imposizione di una penitenza viene dunque come medicina correttiva quando nel fratello non c’è l’umile, spontanea disposizione a riparare.
La riparazione consiste in un gesto di umiltà semplicissimo, che è come dire: Scusate, sono io che ho sbagliato, sono io che non sono stato attento; me ne dispiace e mi propongo di essere più vigilante.
La punizione prevista per chi non si umilia spontaneamente non è da vedersi in termini di rigore e di intransigenza per far riparare ai danni causati, ma in termini di sollecitudine, di amore per un membro che comincia a manifestare sintomi di malattia spirituale con dannosa ripercussione su tutto il corpo della comunità.
Tutti siamo fragili e fallibili; quando la vigilanza non basta a farci evitare gli sbagli, la cosa migliore è riconoscere con umiltà e riparare con senso di responsabilità. È quanto san Benedetto continua a suggerire nel capitolo seguente.

[Anna Maria Cànopi O.S.B., Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di san Benedetto in chiave di mansuetudine, 4a ed., Edizioni La Scala, Noci (Bari) 2007 pp. 329-332]

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lunedì 15 novembre 2010

La medaglia di san Benedetto

Oltre all’immagine della Croce e a quella di san Benedetto, la medaglia presenta un certo numero di lettere, le quali rappresentano ciascuna un termine latino. Una volta riunite, queste parole assumono un significato che manifesta l’intenzione della medaglia. Il loro fine è di esprimere i rapporti del santo Patriarca dei monaci d’Occidente con il sacro segno di salvezza degli uomini, e di fornire al contempo ai fedeli un mezzo d’impiegare la virtù della santa Croce contro gli spiriti della malizia.
Queste lettere misteriose sono disposte ai bordi della medaglia in cui compare la Croce. Si osservino anzitutto le quattro lettere poste a fianco delle braccia della Croce:

C S
P B

Esse significano Crux Sancti Patris Benedicti, ovvero Croce del Santo Padre Benedetto. Queste parole spiegano già il fine della medaglia.
Sul braccio verticale della Croce si legge:

C. S. S. M. L.

Ciò che significa Crux Sancta Sit Mihi Lux, ovvero La Santa Croce sia la mia luce.
Sul braccio orizzontale della stessa Croce si legge:

N. D. S. M. D.

Ciò che significa Non Draco Sit Mihi Dux, ovvero Non sia il demonio mio condottiero.
Una volta riunite, queste due righe compongono un versetto [La Santa Croce sia la mia luce - Non sia il demonio mio condottiero] il cui significato è una richiesta del cristiano la quale esprime la sua confidenza nella santa Croce e la sua resistenza al giogo che il demonio gli vorrebbe imporre.
Attorno alla medaglia si trova un’iscrizione più lunga che mostra anzitutto il santo nome di Gesù, trascritto mediante il monogramma IHS [*]. La fede e l’esperienza c’insegnano l’onnipotenza di questo Nome divino. A seguire, cominciando da destra, troviamo i seguenti caratteri:

V. R. S. N. S. M. V. S. M. Q. L. I. V. B.

Le iniziali rappresentano questi due versetti:
Vade Retro Satana - Numquam Suade Mihi Vana
Sunt Mala Quae Libas - Ipse Venena Bibas
In libera traduzione, ciò significa:
Fatti indietro, Satana - Non mi attirare alle vanità
Sono mali le tue bevande - Bevi tu stesso il tuo veleno
Si reputa che queste parole siano state pronunciate da san Benedetto; quelle del primo versetto in occasione della tentazione che provò e sulla quale trionfò con il segno della Croce; quelle del secondo versetto quando i suoi nemici gli presentarono una bevanda mortale che egli scoprì una volta fatto il segno della Croce sul vaso che la conteneva.
Il cristiano può appropriarsi di queste parole tutte le volte che è in preda alle tentazioni e agli insulti del nemico invisibile della salvezza. Anche il Nostro Signore ha santificato le parole Vade retro, Satana. Il loro valore è dunque provato ed è garantito dallo stesso Vangelo. Le vanità che il demonio ci consiglia sono le disobbedienze alla legge di Dio, le pompe e le massime fasulle del mondo. La bevanda che ci offre l’angelo delle tenebre è il peccato che dà la morte all’anima. Anziché accettarla noi dobbiamo rifiutarla, come pure ciò che è in sua compagnia.
Non è necessario spiegare lungamente al lettore cristiano la forza della congiura che oppone agli artifici e alle violenze di Satana ciò che egli teme di più: la Croce, il santo nome di Gesù, le parole pronunciate dal Salvatore nella tentazione, e infine il ricordo delle vittorie che il grande Patriarca san Benedetto ha ottenuto sul dragone infernale. Basta pronunciare queste parole con fede per sentirsi immediatamente fortificati e per scoraggiare le trappole dell’inferno. Quando conoscessimo i fatti che dimostrano a qual punto Satana teme questa medaglia, il solo apprezzamento di ciò che essa rappresenta ed esprime sarebbe sufficiente per farcela considerare una delle armi più potenti che la bontà di Dio abbia messo nelle nostre mani contro la malizia dei demoni.

[* ndT: il santo nome di Gesù espresso dal monogramma IHS, abitualmente riprodotto sul verso della medaglia, non è obbligatorio affinché la medaglia sia completa e valida, e in effetti non figura nella descrizione della medaglia che compare nel Breve di Benedetto XIV del 12 marzo 1742; al suo posto talora compare la dicitura PAX, o altro ancora]

[Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875), Essai sur l’origine, la signification et les privilèges de la médaille ou croix de saint Benoît, Oudin, Poitiers 1862, riedizione integrale con il titolo La Médaille ou Croix de Saint Benoît. Son origine, sa signification, ses privilèges, Éditions D.F.T., Argentré-du-Plessis 2001, pp. 23-26, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 13 novembre 2010

Un certo gusto del Cielo / ultima parte

Vedo sorgere un'obiezione: è possibile ritrovare questo desiderio del Cielo al di là di una fantasticheria che non esprime più la nostra sensibilità? Rispondo di sì, certamente. Bisogna tradurre altrimenti la nostra sete di vita eterna. Il vuoto del nostro tempo offre per così dire un'immagine sbiadita, un appello alla pienezza. Forse è una grazia per la nostra epoca, per altri versi così disgraziata, quella di non avere più immagini per esprimere l'eternità. Questa spoliazione può essere salutare nella misura in cui costringe l'anima a entrare nelle profondità della fede: quando il disgusto delle creature si accompagna a una certa intensità di desiderio, l'anima accede al piano dell'unione mistica, nel quale san Giovanni della Croce ci dice che non vi è più sentiero: e sulla montagna nulla!
Perciò è la fede, ancora e sempre, il solo mezzo di accesso al divino. Desiderare il cielo sarà il frutto di un atto di fede nella bontà e sapienza infinita di Dio: potrei forse - senza correre il rischio di risultare blasfemo - pensare che la promessa fatta da Gesù in croce al buon ladrone, non sarà la risposta alla mia sete di felicità, di verità e di pienezza? Dio che mi ama infinitamente non mi propone nulla di meno che di entrare in partecipazione alla sua propria beatitudine. Signore, ciò che mi promettete non è forse ciò di meglio che vi sia per me? Mi è cosa deliziosa avere confidenza nel Padre; di avere in lui una confidenza senza limiti in cui la paura dell'ignoto svanisce come accade alla paura del bambino, una volta che la madre lo stringe fra le sue braccia. È la fede a fare amare e desiderare il Cielo.
« - Cosa domandate alla Chiesa di Dio?
- La fede.
- Cosa vi dona la fede?
- La vita eterna».
«Se ti faccio frustare e decapitare - chiede ironicamente il prefetto Rustico a san Giustino (martire del secolo II) - pensi che salirai in Cielo?
- Non lo penso, lo so».
Più vicino a noi, durante la persecuzione dei cristeros in Messico, i carnefici tagliarono la lingua del piccolo Valencia Gallardo perché esortava alla fedeltà i suoi compagni, prigionieri come lui. Ma il giovinetto trovò la forza di sorridere e continuò la sua esortazione, puntando il dito al Cielo.
Per venire al quotidiano, ogni giorno apprendiamo che una persona di nostra conoscenza muore, e sentiamo dire: «Che grande sventura!». Ma la fede c'insegna che la morte è una liberazione e la dipartita dell'anima un giorno natale. Dies natalis, tale era il titolo nobiliare che i primi cristiani davano a «sora nostra Morte corporale»: si respirava l'aria di Dio, la terra aveva un gusto di Cielo. Ancora oggi, quante volte abbiamo sentito dire a una madre cristiana in preda a un lutto terribile: «Noi non arriviamo a comprendere, ma gli atei, come fanno a sopportarlo?».
Da tutto quanto precede si può dedurre il ruolo propriamente assiale che svolgono il desiderio e il pensiero del Cielo nella vita cristiana: questo riferimento dolce, ostinato, inestirpabile è per il cristiano una fonte di luce nelle ombre incerte della vita terrena; fonte di forza nelle tentazioni - solo l'attrattiva dei beni celesti potendo controbilanciare la fascinazione delle creature -, fonte di pazienza davanti al dolore senza fondo; fonte di gioia e di conforto nei momenti di scoraggiamento, quando l'uomo frantumato vacilla sull'orlo della disperazione. Vi è anche un aspetto dilettevole della speranza poiché, ci dice san Tommaso, se vi è diletto nella conoscenza in quanto il conosciuto è presente nel conoscente, vi è diletto della speranza in quanto colui che ama e spera si porta in spirito nell'anima: Amans est in amato.
L'aspettativa della speranza diventa trasporto d'amore e si compie nell'esultazione. Così canta san Giovanni della Croce: «Miei sono i cieli, mia è la terra, mia è la Madre di Dio...».

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Un certain goût du ciel, in Itinéraires, n. 287, novembre 1984, poi in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 375-385 (qui pp. 383-385), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. - 3 / fine]

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venerdì 12 novembre 2010

Un'arte degna di Dio

Siete stati recentemente al Collège des Bernardins? No? Ebbene, tanto meglio per voi, soprattutto se avete l'irascibile ben sviluppato. Rischiereste di perdere la calma, come taluni che non hanno esitato a lasciare un messaggio sul libro d'oro: “Che oltraggio alla povertà in questi tempi così difficili... Scoraggiante, nauseabondo in un luogo così bello...”. Di cosa stiamo parlando? Pezzi di vetro rotti, tracce di libri bruciati stampate su una parete bianca, e infine campane stipate in un anfratto.
In questo stesso luogo, tuttavia, Benedetto XVI ha richiamato l'orrore per ogni bruttezza che provavano gli antichi monaci, padri della cultura europea. Le parole del Papa, che citava san Bernardo, riguardavano anzitutto il canto, ma i princìpi enunciati valgono per l'arte in generale: “La confusione di un canto mal eseguito [è] come un precipitare nella 'zona della dissimilitudine', la regio dissimilitudinis. Cosa ci voleva dire in tal modo? Quale dissimilitudine, e per rapporto a quale riferimento? La risposta è semplice: la natura delle cose. Adattando le parole del Santo Padre, si può affermare che il genio artistico consiste nel riconoscere attentamente con gli occhi e le orecchie le leggi costitutive dell'armonia della creazione, le forme essenziali dell'essere rilasciate dal Creatore nel mondo e nell'uomo. Il genio è inventare un'arte degna di Dio e che sia, al contempo, degna dell'uomo e che proclami ad alta voce tale dignità.
Dom Gérard diceva con semplicità che l'arte autentica passa “per una sensibilità che tocchi abbastanza terra da elevarci con forza e dolcezza ai vertici della Terra desiderabile”.
Esistono ancora artisti capaci di rispondere all'armonia del Creatore e alla sete di trascendenza delle anime? Sì, esistono. Ma devono spesso combattere contro l'orda di soldati del non-essere, spesso sostenuti da ricchissimi mecenati, dallo Stato e, sfortunatamente, talora da alcune istituzioni ecclesiali.
Preghiamo allora per i nostri artisti, quelli veri, affinché possano emergere, perché possano essere sostenuti da quanti ne hanno i mezzi. E preghiamo anche per gli altri, che coscienti o meno partecipano alla distruzione delle radici cristiane del nostro continente.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 135, settembre 2010, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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