domenica 15 aprile 2012

Storia del monachesimo occidentale dal medioevo all’età contemporanea


Storia del monachesimo occidentale dal medioevo all’età contemporanea. Il carisma di san Benedetto tra VI e XX secolo, di Mariano Dell’Omo, monaco di Montecassino che insegna Storia del monachesimo benedettino nell’Ateneo Anselmiano a Roma, appare finalmente come una nuova sintesi rigorosamente scientifica di storia dell’esperienza monastica benedettina dalle origini fino a oggi, dopo quelle sempre utili ma ormai datate di Hilpisch (1950), Schmitz (1948-1956), Cousin (1956), mentre poco si prestano a un’agile consultazione i tredici volumi in lingua spagnola dedicati da Colombás a La Tradición Benedictina (1989-2004).
Fattore storico tra i più rilevanti nello sviluppo della civiltà medievale, il monachesimo benedettino entrò a far parte pienamente dell’esperienza comune degli abitanti del continente europeo lungo i secoli dell’età di mezzo. Il volume nella Parte prima (Da Benedetto a Bernardo) intende perciò rispecchiare l’itinerario cronologico e spaziale di questo plurisecolare svolgimento, a partire da san Benedetto fino alle riforme monastiche altomedievali scaturite dal ceppo benedettino, articolandosi lungo le tre direttrici essenziali a una giusta prospettiva storica: quella politico-istituzionale, culturale e spirituale.
La Parte seconda abbraccia i secoli che vanno dall’autunno del medioevo alle soglie del terzo millennio. Come nella società, così nel monachesimo europeo fra XIII e XIV secolo si nota una parabola discendente, anche se una nuova efflorescenza di correnti monastiche appare in Italia. Durante il XV secolo, pur tra i gravi ostacoli causati dalla commenda, nuove congregazioni monastiche sorgono nel quadro del movimento dell’"Osservanza". Quindi dopo riforma protestante ed età tridentina, in epoca barocca si consolidano le antiche congregazioni mentre ne sorgono di nuove. Un’ulteriore crisi del monachesimo si registra nel secolo dei lumi e della rivoluzione francese. Il XIX secolo scorre per la vita monastica tra restaurazioni e soppressioni, concludendosi felicemente con l’istituzione della Confederazione benedettina (1893). Il secolo XX, infine, mentre la diffusione del monachesimo si fa ormai planetaria, anche per la vita monastica di Regola benedettina è occasione di rinnovamento e impulso decisivo a molteplici esperienze di ritorno alle sorgenti.
Il libro, per chiarezza di linguaggio e aggiornata bibliografia, è destinato a rappresentare un indispensabile strumento di lavoro per l’università e per tutti coloro che desiderano avvicinarsi alla lunga e straordinaria vicenda storica del monachesimo benedettino europeo ed extraeuropeo fino ai nostri giorni.

Dom  Mariano Dell’Omo O.S.B., Storia del monachesimo occidentale dal medioevo all’età contemporanea. Il carisma di san Benedetto tra VI e XX secolo, Jaca Book, Milano 2011, 616 pp., euro 65,00.

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domenica 8 aprile 2012

La Pasqua nostra

Come tutto l’anno liturgico trova il suo culmine e centro nella solennità pasquale, così l’intera vita ascetica è una preparazione alla Pasqua dell’anima, ossia alla sua resurrezione in Cristo. Spiritualmente, il sacramento del Battesimo c’inserisce in questa resurrezione; il difficile però sta nel riviverla, a cagione della concupiscenza e delle passioni; come appunto ci fa dire la Chiesa: «ut paschalis participatio Sacramenti continua in nostris mentibus perseveret» [1].
Ecco perché san Paolo scriveva ai suoi neofiti: «Si consurrexistis sunt quaerite… quae sursum sunt sapite; non quae super terram» [2]. L’Apostolo prepone la particella suppositiva: «si». Nostro impegno dev’essere quello di toglierla, e di far sì che la nostra vita cristiana abbia la santità d’una perenne Pasqua. È per questo che Gesù dona ai Cristiani il bel titolo di Filii Resurrectionis.
Un antico carme pasquale concludeva così:
Praesta perpetuae gaudia paschae,
qui pascis propria carne redemptos
qui ditas roseo Sanguine labra [3].
Oggi san Benedetto, persino nello Speco di Subiaco, in grazia di un prodigio, celebrò la Santa Pasqua e desinò.
A Monte Cassino, nel 547, il giorno di Pasqua discese nella pace della tomba.

Per celebrare ritualmente la Pasqua, bisogna aver prima bene percorsa la Quaresima. Ecco il motivo per cui tanto pochi sono coloro per i quali la Pasqua assume quel significato mistico che le attribuì già san Paolo: «Quae sursum sunt quaerite quae sursum sunt sapite».
Oggi, s’intende meglio quanto al principio di Quaresima predicava san Benedetto, esortandoci a vivere nell’attesa gioiosa e nella speranza di questa Pasqua con Cristo.
Alle tre note benedettine sulla preparazione quaresimale:
(a) spirituale desiderio,
(b) gaudio,
(c) aspettativa lieta,
corrispondono altre tre caratteristiche della Pasqua dell’anima, come appunto la vuole l’Apostolo:
(1) Morte alla corruttela del mondo e resurrezione battesimale. «Si consurrexistis cum Christo».
(2) Ricerca delle cose celesti: «Quae sursum sunt quarite».
(3) Insensibilità per i gaudii terreni e gusto per quelli celesti. «Si consurrexistis sunt quaerite… quae sursum sunt sapite; non quae super terram».
I santi sono generalmente gente allegra – san Filippo Neri, san Giuseppe Cottolengo, san Giovanni Bosco, il ven. Placido Riccardi, don Orione – tutte le anime liete, dallo sguardo sereno e sorridente. Il motivo? Essi sono interamente crocifissi a se medesimi e morti al mondo. Sono figli di resurrezione e ne partecipano alla festa.

La Pasqua significa l’uscita dall’Egitto e l’ingresso nella terra Promessa. Non si deve più tornare indietro, alla regione delle Piramidi e della Sfinge, dove tiranneggia il Faraone, il quale condanna a morte tutti i maschi degli Israeliti.
Ecco il senso da dare alle parole di san Benedetto, quando dice che l’intera vita monastica rappresenta un viaggio quaresimale verso la Pasqua, ossia, verso la terra promessa.
Sarebbe in un fatale errore chi pensasse che a Pasqua sia lecito tornare indietro e rallentare la vigilanza, il fervore e la purezza di coscienza raggiunta in grazia degli Esercizi Quaresimali. «Omni tempore vita monachi Quadragesimae debet observationem habere» [4].
San Leone Magno predicava la stessa cosa ai suoi Romani.
Nonostante il rigore di questa ascetica cristiana e monastica, guardiamoci tuttavia dall’aspergerla di una nota di melanconia e di tristezza. Sarebbe questo un cattivo segno. L’opera del Paraclito si accompagna al «gaudium Sancti Spiritus» ricordato tanto dall’Apostolo, come dal Patriarca Cassinese: «Cum gaudio Sancti Spiritus… sanctum Pascha expectet» [5].
Se questo gaudio non è vietato neppure in Quaresima, quanto più esso deve accompagnarci durante questo sacro periodo pasquale!

[1] Postcommunio, martedì di Pasqua. «Affinché la partecipazione del Sacramento Pasquale perseveri efficacemente nel nostro spirito».
[2] Ad Col III, 1-2. «Se siete risorti col Cristo, ambite le cose superne; abbiate il gusto delle cose celesti, e non delle terrene».
[3] «Ci concedi il gaudio dell’eterna Pasqua, tu che pasci i redenti della tua carne, e fai rosseggiare le nostre labbra del tuo roseo Sangue».
[4] Reg. Cap. XLIX. «In ciascun tempo la vita del monaco deve custodire l’osservanza quaresimale».
[5] Reg. Cap. XLIX. «Aspetti la Pasqua con la gioia dello Spirito Santo».

[Beato Alfredo Ildefonso Schuster O.S.B. (1880-1954), Un pensiero quotidiano sulla Regola di S. Benedetto, 8 voll., vol. III, Abbazia di Viboldone, San Giuliano Milanese (Milano) 1951, pp. 1-7]

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mercoledì 4 aprile 2012

Agnus Dei

Approssimandosi il Sacro Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto – tempo centrale dell’anno liturgico, in cui sono celebrati gli eventi del Mistero pasquale di Gesù Cristo: l’istituzione dell’eucarestia, del sacerdozio ministeriale e del comandamento dell’amore fraterno; e la passione, morte, discesa agl’inferi, la resurrezione e l’apparizione ai discepoli di Emmaus –, presentiamo una meditazione per immagine, che ci è offerta dal sito Perfectio Conversationis nel post Crucem sancta subiit. Il quadro che riproduciamo è l’olio su tela Agnus Dei del pittore spagnolo Francisco de Zurbarán (1598-1664), oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.


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venerdì 30 marzo 2012

La liturgia, anima dell’autentica cultura umana e cristiana

È altamente auspicabile, che per essere fruttuoso e legittimo nella Chiesa, il legame tridentino sia fondato non su una protesta identitaria ereditata e difficile da assumere, ma su un’autentica cultura umana e cristiana di cui la liturgia sia l’anima, ben più che l’insegna; una cultura di cui la liturgia sia il poema il più segreto e il più resistente alle ingiurie della vita. Se al giorno d’oggi i genitori intendono crescere i loro figli nell’attaccamento tridentino, lo devono approcciare con una grande onestà ecclesiale; intendo dire, non come l’elemento vincolante di un certo profilo sociologico, ma – in tutto rigore di coscienza cristiana – come un fattore di crescita battesimale.

[François Cassingena-Trévedy, Moine de Ligugé, Te igitur. Le missel de saint Pie V. Herméneutique et déontologie d’un attachement, Ad Solem, Ginevra 2007, p. 57, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 26 marzo 2012

Nella gioia del più intenso desiderio spirituale

Vi è noto il rito solenne del nostro mercoledì delle Ceneri: dopo l’ora di Nona, i monaci, rivestiti della cocolla, si recano in capitolo; un fratello legge al pulpito il capitolo XLIX della Regola di san Benedetto, De Quadragesimae observatione, cui fa seguito un breve commento del Padre Abate, il quale distribuisce a ogni fratello il suo libro per la Quaresima, scelto attentamente in precedenza.
Quest’anno il Padre Abate si è soffermato sul brano della Regola in cui la lista delle mortificazioni in uso si conclude così: il monaco «attenda la santa Pasqua nella gioia del più intenso desiderio spirituale». Ecco quindi qual è il fondo della spiritualità della Quaresima: attendere la santa Pasqua! Tuttavia, sappiamo attendere? Vi sono vari modi di attendere; quello passivo del viaggiatore che aspetta un treno e quello assai diverso del naufrago che allo stesso tempo attende e spera, facendo grandi gesti. Attendere significa allora tendere verso, essere tesi con tutto il proprio desiderio verso la grazia di una liberazione suprema. Il nostro santo Padre Benedetto precisa che questa tensione dell’anima dev’essere accompagnata dalla gioia del più intenso desiderio spirituale. Sembra paradossale dire che la Quaresima sia un tempo di gioia, ma è questa un’idea molto ricca, assai suggestiva, pregna di molte implicazioni.
Cari oblati, vorrei che ne foste riempiti, per due ragioni. Anzitutto perché è lo spirito medesimo della liturgia, che è essenzialmente un’opera di gioia; inoltre perché la gioia della speranza, più di ogni altra cosa, apre i cuori ai grandi avvenimenti della vita: abitati dall’immagine di una gioia futura, i fidanzati pensano al matrimonio, i catecumeni al battesimo, i prigionieri alla libertà; nessuno potrebbe nutrire un qualunque desiderio se non portasse in sé stesso una certa immagine della cosa desiderata.
Tutta la nobiltà della vita proviene dalla qualità del desiderio che ciascuno porta in sé perché tale desiderio, per la sua stessa forza, ci proietta in maniera quasi invincibile verso il pieno compimento del nostro destino. È per fare nascere in noi questo santo desiderio che nel tempo quaresimale la Chiesa pone sulle nostre labbra questo inno delle Lodi che vi è ben noto: «Dies venit, dies tua, per quam reflorent omnia; laetemur in hac ut tuae per hanc reducti gratiae», «eccolo il tuo giorno, nel quale tutto rifiorisce; rallegriamoci perché è opera della tua grazia».
Cari amici, anche se siete stati privi dello splendore delle cerimonie in cui la liturgia mette in opera tutte le risorse della sua arte, cercate almeno di leggere questi grandi testi e di entrare nello spirito interiore che li anima. Cercate, ve ne supplico, di gustare quel profumo di vittoria che depone in noi il mistero della Risurrezione e di rinfrescare la vostra anima nel ritorno dell’alleluia; cercate di lasciarvi catturare dalla verità di una liberazione di cui la Chiesa  ci affida il deposito in attesa del gran giorno dell’eternità.
Poi, se Dio ce ne dà la grazia, che la forza del nostro desiderio ci conduca al di là degli orizzonti terrestri, al di là dell’umano, verso il compimento definitivo della nostra ultima Pasqua, formidabile passaggio ma di una dolcezza infinita perché sfocia sulla paternità di Dio. Ascoltate anticipatamente il Cristo che parla a suo Padre nell’introito alla messa di Pasqua: «Sono risorto e sono ancora con te, alleluia. Ponesti la tua mano su di me, alleluia. Mirabile si è dimostrata la tua scienza, alleluia, alleluia!».
Ecco verso quale gioia tutta interiore, così soprannaturale e così calma, deve tendere il desiderio dell’anima in questi ultimi giorni di Quaresima.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Avec la joie d’un désir spirituel, 29 marzo 1992, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 79-81, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 21 marzo 2012

Die 21 martii - S. P. N. Benedicti Abbatis

Fuit vir vitæ venerabilis, gratia Benedictus et nomine,
qui ab ipso pueritiæ suæ tempore cor gerens senile,
ætatem morbus transiens,
nulli animum voluptati dedit.

V. Ora pro nobis sancte Pater Benedicte.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.


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lunedì 19 marzo 2012

Sul buon zelo nel tempo quaresimale


San Benedetto in un disegno di Albert Gérard
I novizi sono generalmente pieni d’energia. Talora occorre addirittura moderarli. Un giorno Dom Gérard disse a uno di costoro, tutto preso nell’attività manuale: «Attenzione, bisogna durare: al giorno d’oggi le vocazioni sono rare». Dom Gérard conosceva bene la differenza fra attivismo e zelo. Ce l’ha insegnata con la sua fedeltà all’ufficio di Mattutino, alla lectio divina, alla preghiera, alla corrispondenza…
La Regola di san Benedetto si conclude con un bel capitolo sul buon zelo che i monaci devono coltivare. In realtà, tutta la Regola è un grande richiamo a questa virtù. San Benedetto sa bene che la pigrizia spirituale minaccia il monaco come il leone minaccia la sua preda. La si chiama il demone meridiano, quando il sole raggiunge lo zenit e sembra non avanzare oltre. Il tempo appare lungo. Il povero monaco inizia a sbadigliare al tavolo di lettura, a guardare fuori dalla finestra, a sognare altri cieli. Gli viene il desiderio di andare a visitare i suoi fratelli, i malati, la propria famiglia. Secondo Evagrio Pontico, dottore di vita spirituale, «l’accidia è un rilassamento dell’anima, ma un rilassamento che non è conforme alla natura e non resiste valorosamente alle tentazioni». Si tratta di una pigrizia colpevole che si disinteressa delle cose spirituali. Così come, senza sforzo, non si possono gustare le gioie spirituali, l’anima vaga a cercarne altre più facili e quindi più basse. Giacché, secondo il principio formulato ammirevolmente da Aristotele, «all’uomo è impossibile vivere lungamente senza alcuna gioia».
Ma la pigrizia spirituale non è esclusiva dei monaci; essa riguarda tutti e può persino diventare contagiosa. L’uomo è così influenzabile! Padre de Vogüé, deceduto recentemente dopo una lunga vita monastica alla Pierre-qui-Vire, piena di duro lavoro, lo ha giustamente notato: «Quando si legge che l’accidia è un’“atonia”, come non pensare all’enorme caduta di tensione che ha fatto seguito all’ultimo Concilio, con migliaia di defezioni nel clero e nella vita religiosa? E quando ci viene detto che è l’instabilità a caratterizzare l’accidioso, il nostro pensiero ritorna invincibilmente a un altro aspetto dell’aggiornamento post-conciliare: la brama di cambiare. Senza dubbio s’invocavano le aspirazioni della gioventù, ma quelli che lo facevano erano troppo spesso uomini di 40 anni e più, la cui sollecitudine per i giovani nascondeva male l’indigenza spirituale e il lassismo».
Veniamo tuttavia ai rimedi. Il modo migliore di salvare il mondo e la Chiesa è di coltivare il buon zelo al fine di propagarlo attorno a sé. Per amare il Signore con forza, bisogna conoscerlo. Se ci costa così tanta fatica pregare e fare il bene, è anzitutto perché non conosciamo il Signore Gesù. Per conoscerlo intimamente, occorre iniziare con la lettura dei Vangeli. Vediamo cosa dice sant’Ambrogio: «Quando prendiamo in mano con fede le sante Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo ritorna a camminare con Dio nel paradiso» (Lettera 49, 3 ; PL 16, col. 1204). Perché non assumere come risoluzione quaresimale di leggere un Vangelo per intero e in maniera continuativa, o il messale, come fanno alcuni monaci? In spirito penitenziale, come ci ricorda il Santo Padre nella Verbum Domini. «Ai fedeli cristiani che leggono almeno mezzora la Sacra Scrittura secondo i testi approvati dall’autorità competente, con la venerazione dovuta alla Parola di Dio e con un fine spirituale, è concessa un’indulgenza plenaria; se la lettura dura meno di mezzora, l’indulgenza sarà parziale» (Penitenzieria Apostolica, Enchiridion indulgentiarum [16 luglio 1999], Aliae concessiones, 30, § 1).
Imparare a memoria un brano del Vangelo e ruminarlo è sempre occasione di una grande gioia. Per esempio, può trattarsi dell’Annunciazione o delle Beatitudini. Per i più coraggiosi sarà il capitolo 17 del Vangelo di san Giovanni, o semplicemente la sua meravigliosa conclusione: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Buona Quaresima!

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 141, 7 marzo 2012, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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