giovedì 15 settembre 2016

Per un aiuto al Monastero San Benedetto di Norcia


[Il terremoto di magnitudo 6.2 del 24 agosto 2016 che ha colpito il centro Italia, ha causato seri danni strutturali anche alla Basilica e al Monastero San Benedetto di Norcia. Invitiamo tutti i lettori a prendere in considerazione un aiuto allo sforzo di ricostruzione che i monaci hanno immediatamente intrapreso. Lo potete fare subito attraverso questo linkTramite il sito Internet del monastero benedettino della città che ha dato i natali a san Benedetto e santa Scolastica, è possibile seguire un diario dei monaci in questi giorni drammatici del post-terremoto. Fra le cronache sin qui riportate, ci piace condividere la seguente, redatta dal Vicepriore del Monastero San Benedetto, Padre Benedetto O.S.B.]

Dopo tre settimane di paziente attesa della cessazione delle scosse e l’assicurazione da parte dei tecnici della sua agibilità, i monaci hanno ripreso a celebrare la Messa conventuale domenicale nella zona degli scavi, con una messa solenne commemorativa. La Messa è stata detta davanti a un altare portatile posto di fronte a un affresco di Nostra Signora, san Giovanni e san Sebastiano proveniente da una vecchia chiesa nel vicino paese di Biselli, dopo che, purtroppo, l’ultimo terremoto del 1997 aveva distrutto il resto della chiesa. Gli scavi, o vecchie rovine romaniche, che ospitano l’affresco erano colmi di amici fedeli e sostenitori, compresa la calorosa presenza di tre abati francesi venuti in pellegrinaggio dal monastero di Le Barroux, Triors e Fontgombault per portare il loro sostegno ai monaci di Norcia dopo il terremoto. Finita la Messa siamo andati a visitare la parte dell’edificio in rovina, e gli abati hanno potuto conoscere un abitante del monastero, Tertulliano, la tartaruga che vive in giardino. [...]



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martedì 30 agosto 2016

Padre Muard e san Benedetto

Fra tutte le regole antiche, per noi la Regola di san Benedetto racchiude tutte le condizioni desiderabili. Essa si presenta come la figlia più perfetta delle prime regole orientali, come la madre di tutte le altre in Occidente, come il codice sacro che regge da quattordici secoli il mondo monastico, come la più venerabile di tutte per la profonda saggezza e l'eminente santità che brilla in tutte le sue pagine, per la perfezione della vita religiosa che essa stabilisce, per il suo insieme divinamente ordinato, per i suoi mirabili dettagli, come la più illustre per il numero infinito di santi di cui essa ha arricchito il Cielo, per i servizi immensi che essa ha reso alla Chiesa e al mondo, soprattutto nei secoli d'ignoranza e di barbarie durante i quali essa ha salvato dalla completa rovina le sante tradizioni del passato, le preziose opere dei santi Padri, i tesori letterari dell'antichità, offrendo loro asilo nei suoi chiostri, per i benefici che essa ha diffuso sulla società coltivando le arti, le scienze e finanche l'agricoltura, insegnandole ai popoli e impiegando i prodotti che essa ne traeva per nutrire un numero infinito di poveri, nel fondare e sostenere un gran numero di utili istituti, e particolarmente di scuole, di modo che si può dire che durante molti secoli l'Ordine di san Benedetto è stato la provvidenza della società.
Aggiungete a questo che la Regola di san Benedetto è la fonte da cui sono venuti ad attingere tutti i fondatori di Ordini sin dai tempi di questo grande santo, e che quasi tutte le società religiose che sono fiorite nelle epoche successive e quelle che ai giorni nostri fanno l'edificazione del mondo e l'ornamento della Chiesa cattolica, si gloriano di avere san Benedetto per padre, in maniera tale che si può dire che quasi tutto il bene operato dagli Ordini religiosi nella Chiesa di Dio - che è immenso - sgorga dalla Regola di san Benedetto come dal suo principio.
Inoltre questa Regola, secondo la credenza dei benedettini, è divina: essa è stata dettata al loro santo fondatore da un angelo. Essa è stata lodata e approvata da uno dei più illustri e più santi pontefici che abbiano occupato la cattedra di san Pietro, san Gregorio Magno. Essa ricevette la conferma di privilegi assai estesi da un gran numero di sovrani pontefici. (E lo stesso Dio, secondo la testimonianza del medesimo san Gregorio, ha ben voluto accordare a san Benedetto, tramite il ministero di un angelo, dallo stesso luogo in cui scriviamo queste righe, dei privilegi per il suo Ordine infinitamente preziosi).

[Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B. (1809-1854), cit. in Un moine bénédictin, La pensée monastique du Père MuardÉditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2016, pp. 55-56, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 26 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 7

Mosaico dell'Ecclesia materBasilica paleocristiana
proveniente da pietra tombale di Tabarka, in Tunisia (sec. IV-V).
L'altare è al centro della navata.
ottava domanda

Quando il sacerdote si trovava posto “dietro” l’altare, nelle chiese che avevano l’abside a Occidente, come San Pietro a Roma, ciò non costituiva, malgrado tutto, una celebrazione rivolti al popolo?

No! In effetti, durante la preghiera eucaristica (canon missæ), non solo il celebrante, ma anche i fedeli erano rivolti verso l’Oriente. Come ha fatto osservare san Giovanni Crisostomo [1], nei tempi antichi i fedeli stendevano le mani nel corso della preghiera, al pari del sacerdote (cfr. in seguito l’illustrazione di corredo alla decima domanda). Tutti guardavano in direzione delle porte aperte della chiesa, da dove penetrava la luce del sol levante, simbolo di Cristo resuscitato che ritorna.
Al di là della particolare venerazione per il sol levante che aveva il costruttore di queste basiliche, l’imperatore Costantino, certamente ha avuto la sua influenza questo brano del profeta Ezechiele (43, 1-2): “Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente ed ecco che la gloria del Dio d’Israele giungeva dalla via orientale”. Così, con le porte della basilica aperte sull’Oriente, si attendeva che il Cristo venisse a partecipare alla celebrazione dell’eucaristia, come dopo la sua resurrezione era apparso più volte ai suoi discepoli durante il pasto (cfr. Lc 24, 36-49; Gv 21; At 1, 4).
All’origine i fedeli – donne e uomini separati – non stavano nella navata centrale, ma in quelle laterali [2], il cui numero poteva perciò arrivare fino a sei nelle grandi basiliche (quelle del Laterano e di San Pietro, a Roma, ne hanno solo quattro). In definitiva, questo modo di prendere posto nelle navate laterali corrispondeva all’abitudine di fermarsi lungo i muri laterali delle piccole chiese della cristianità primitiva. Questo è ancora oggi l’usanza nelle chiese d’Oriente: la navata o lo spazio centrale sotto la cupola rimangono liberi per le funzioni di culto. I fedeli anziani prendono posto su delle sedie (stasidien) lungo i muri della chiesa e nelle navate laterali, gli altri assistono all’ufficio in piedi. In Oriente, la posizione del corpo più conveniente per la partecipazione liturgica, è quella in piedi, e non l’inginocchiarsi, com’era da noi una volta; tale posizione esige una grande disciplina fisica, soprattutto nel corso di uffici che si prolungano.
Come si evince da alcuni scavi e dalle raffigurazioni che sono state trovate (cfr. qui l’immagine d’apertura), nelle basiliche costantiniane e nord-africane l’altare era quasi al centro della navata. Esso era attorniato da ogni lato da un recinto e, in genere, era sormontato da un baldacchino [3]. Il coro dei cantori (schola cantorum) prendeva posto davanti al celebrante. Nelle chiese di Ravenna, benché fossero tutte orientate, si conservò per lungo tempo questa disposizione dell’altare e della schola in mezzo alla navata [4]: la circostanza è attestata fino al secolo VIII.
Anche nella chiesa costantiniana di San Pietro, a Roma, l’altare non si trovava, come si potrebbe pensare, al di sopra della tomba dell’Apostolo, ma quasi al centro della navata. Là dov’era sepolto il Principe degli Apostoli, vi era una “memoria” senza altare, sormontata da un baldacchino a colonne, come si può vedere in una raffigurazione molto antica, quella dello scrigno d’avorio di Pola (cfr. l’immagine qui al termine). La supposizione spesso avanzata che un tempo vi fosse un altare maggiore mobile, là ove i pellegrini entrano ed escono per visitare la tomba dell’Apostolo, non è stata provata.
Poiché nella basiliche con l’abside a Occidente e l’altare in mezzo alla navata centrale, i fedeli si disponevano, come abbiamo visto, lungo le navate laterali – fra le cui colonne vi erano, peraltro, dei tendaggi che si aprivano durante la Messa –, di fatto non volgevano le spalle all’altare. Ciò che del resto non sarebbe potuto nemmeno essere supposto, considerato il rispetto che si portava alla santità dell’altare. Essi potevano girarsi senza difficoltà verso l’Oriente – in direzione dell’entrata – con una leggera rotazione del corpo.
Anche nel caso, inverosimile, che nel corso della preghiera eucaristica i fedeli non avessero guardato verso l’entrata, ma verso l’altare, rimane il fatto che, anche così, non si sarebbe potuto verificare il faccia a faccia tra il celebrante e l’assemblea, poiché, come abbiamo già detto, nei tempi antichi l’altare era nascosto dalle tende.
A partire dal Medioevo, l’altare di queste basiliche venne generalmente trasferito verso l’abside. Nella chiesa di San Pietro ciò avvenne, come si sa, verso il 600, durante il pontificato di san Gregorio Magno, il quale apportò allo stesso tempo importanti modifiche al coro e fece costruire una cripta circolare che permettesse ai pellegrini di recarsi liberamente alla tomba dell’Apostolo, senza dovere passare per il presbiterio (cfr. l’immagine qui al termine).
In seguito il popolo si dispose via via nella navata. A un’epoca – oggi impossibile da determinare – in cui nelle basiliche costantiniane, gli assistenti smisero di volgersi verso l’Oriente, per rimanere rivolti all’altare, si giunse a una parvenza di celebrazione “rivolti versi il popolo”.

[1] PG 62, 204. 
[2] Quest’affermazione, che rischia di sorprendere il lettore non avvertito, è tuttavia pienamente fondata. Consideriamo a titolo d’esempio lo schema della chiesa di San Clemente a Roma. Lo spazio centrale davanti all’altare è occupato dalla schola cantorum (recinto riservato ai cantori) e i fedeli prendono posto nelle navate laterali. Notiamo tuttavia una diversa ipotesi avanzata dal prof. Cyrille Vogel, che nel caso di una basilica in cui i fedeli sarebbero, di fatto, nella navata, ritiene che “a Roma, verso la metà del secolo V, la conversio ad orientem (rivolgersi a Oriente), implicando una aversio a mensa (volgere le spalle all’altare), non era o non era più in uso presso i fedeli” (“L’Orientation vers l’est du célébrant et des fidèles pendant la célébration eucharistique”, in L’Orient Syrien, vol. IX, 1964, p. 29).
[3] Sempre a titolo d’esempio, si consideri il piano della chiesa di Sabratha, in Libia. Il celebrante, rivolto a Oriente, tiene le spalle all’abside, rivolto alle porte della chiesa. I fedeli non sono posizionati davanti a lui – non ne avrebbero lo spazio –, ma nelle navate laterali. Essi non hanno alcuna difficoltà a rivolgersi verso l’Oriente, come il celebrante.
[4] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 132-136.

Abside dell'antica chiesa di San Pietro, a Roma, prima della sua ricostruzione durante il
pontificato di san Gregorio Magno (ricostruzione in base alla placca d'avorio di Pola).
Ricostruzione dell'altare di San Pietro, a Roma, durante il pontificato di
san Gregorio Magno
 (c. 600), secondo Rohault de Fleury, La messe, II, Confessions,
tav. CXXXI. 
Davanti all'altare a baldacchino, una specie d'iconostasi.
[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 37-43) / 7 - continua]

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lunedì 22 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 6

Sant'Erardo celebra la Messa
(Evangeliario dell'Abbadessa Uta, sec. XI)
settima domanda

Tuttavia ci sono degli studi, come quello rinomato del prof. Otto Nussbaum, nei quali è scientificamente dimostrato che sin dai tempi più remoti ci sono state delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche più antiche.

Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (il posto del liturgo all’altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: “Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti sia dietro l’altare” (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione verso il popolo sia stata preferita fino al VI secolo.
Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l’abside a Est e quelle a Ovest e la cui entrata era dunque a Est. Quest’ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente quelle fatte erigere dall’imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma.
Ma, dall’inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l’abside a Est [1]. In effetti, le basiliche con l’entrata a Est si trovano soprattutto a Roma e nell’Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia).
L’entrata a Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ez 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio.
Nelle basiliche cristiane con l’entrata a Est, il celebrante era obbligato a rimanere normalmente davanti al lato “posteriore” dell’altare, al fine di essere rivolto a Oriente al momento dell’offerta del Santo Sacrificio, mentre nelle chiese con l’abside a Est, egli rimaneva “davanti” all’altare (ante altare), quindi con le spalle all’assemblea.
Per il fatto che in alcune di queste ultime basiliche vi fosse posto dietro l’altare per il celebrante, si è talora dedotto che costui si sarebbe posto da questo lato e che sarebbe stato dunque rivolto verso il popolo – in particolare quando c’era inoltre, al fondo dell’abside, un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo.
Si tratta di una conclusione manifestamente erronea – adottata peraltro da Nussbaum –, come si può dimostrare in maniera irrefutabile con l’aiuto delle risultanze degli scavi archeologici [2]. Diversamente, perché si sarebbero costruite queste chiese esattamente in direzione dell’Est?

[1] Ep. 32, 13 (PL 61, 337). 
[2] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 36-37) / 6 - continua]

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venerdì 19 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 5

quinta domanda

Da tempo immemore, non celebra forse il Papa rivolto verso il popolo, e in San Pietro, a Roma, non c’è un altare isolato su di un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?

Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (non tuttavia nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto.
Chi un tempo partecipava alle messe papali, notava che il Papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, in maniera sconsiderata, che in tal modo si fosse conservata la posizione verso il popolo, che il celebrante avrebbe avuto nella Chiesa primitiva.
In realtà si tratta, come andremo a dimostrare, dell’orientamento nella preghiera, poiché la chiesa di San Pietro non ha, come la maggior parte delle chiese antiche, l’abside a Est, ma a Ovest.
Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’avvento di Paolo VI, che intraprese in seguito la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il Papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce d’altare. Non era dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Né si trattava di un privilegio del Papa, come talvolta è stato affermato. Vi sono infatti a Roma altre chiese la cui abside è posta a Occidente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare.
Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma al quale manca il suo coronamento: il baldacchino. Poiché si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di qualsivoglia orientamento – esso è circondato dalle fila di sedie dei fedeli –, è difficile trovare un posto adeguato per la croce d’altare, di cui abbiamo esposto in precedenza la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua a essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, è detto: “Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea” (n. 270).
Era questo il caso dell’“altare della croce” medievale [1], ma non lo è più quando, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.

sesta domanda

Era dunque una cosa buona che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione di un muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!

Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi.
Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: “Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra […], ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio” [2].
Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando quale formula di circostanza le seguenti parole: “Conversi ad Dominum…” (rivolti al Signore).
Possiamo qui ricordare le parole di san Paolo. Conscio che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” egli preferisce essere “in esilio dal corpo e abitare presso il Signore” (ad Dominum) (2 Cor 5, 6-8).
Perciò volgersi verso il Signore e guardare a Oriente era per la Chiesa primitiva una sola e medesima cosa.
Nella sua opera fondamentale Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo “Habemus ad Dominum” (sono rivolti al Signore) al richiamo del sacerdote “Sursum corda” (in alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256).
A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso del diacono prima della preghiera eucaristica (anafora) (p. 251). È il caso dell’anafora copta di san Basilio, che inizia così: “Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate a Oriente!”; e anche dell’anafora di san Marco, in cui lo stesso appello (“Guardate a Oriente!”) è posto nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus.
La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche – un’istruzione del IV secolo –, dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente [3]. L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente del diacono: “Tenetevi in piedi verso il Signore!” [4]. Come si vede, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare a Oriente e il volgersi verso il Signore.
L’usanza della preghiera in direzione del sol levante è immemore, come ha dimostrato anche Dölger; la si ritrova presso gli ebrei e presso i romani. È così che il romano Vitruvio scrive, nel suo studio sull’architettura: “I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che […] l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici” [5].
Anche per Tertulliano (c. 200) la preghiera verso Oriente va da sé. Nel suo piccolo libro Apologeticum, egli ricorda che i cristiani “pregano in direzione del sol levante” (cap. 16). Questo orientamento della preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 [6].

[1] Posto davanti al jubé.
[2] PL, 34, 1277. 
[3] Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165. 
[4] Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494. 
[5] I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173. 
[6] Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d’Herculanum et de Pompéi, fig. 29.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 32-35) / 5 - continua]    

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martedì 16 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 4

Incoronazione della seconda moglie dell'imperatore Ferdinando II,
davanti al jubé della cattedrale di Ratisbona (incisione su cuoio del 1630)
terza domanda

Tuttavia, non vi era già nel Medioevo un altare destinato al popolo, oltre all’altare maggiore, come al giorno d’oggi?

È esatto nella misura in cui, nelle chiese cattedrali e nei monasteri, vi era come regola generale – dopo la fine dell’epoca romanica – un altare destinato al popolo, posto davanti al pontile-tramezzo (jubé). Quest’ultimo era una specie di chiusura del coro, ma un po’ più alta di quella delle chiese primitive, con due entrate che davano sul coro dei canonici o dei monaci, i quali, in tal modo, si trovavano separati dal resto della chiesa. In virtù della croce posta al di sopra di questo altare, o più esattamente sul jubé, tale altare veniva chiamato “altare della croce”.
È su tale altare che, in queste chiese, si celebrava la messa per il “popolo” [1], come ogni altra messa destinata ad avere numerosi partecipanti, come la messa solenne per i funerali oppure, in una chiesa cattedrale, quella per l’incoronazione di un sovrano (cfr. la figura d’apertura). Per di più si predicava dall’alto del jubé. Solo le messe conventuali (solenni) venivano celebrate all’altare maggiore, nel coro.
Dunque, in primo luogo la funzione del jubé non era di elevare una barriera fra il clero e il popolo – e per questo non può essere paragonato all’iconostasi bizantina –, ma era ben diversamente destinato a creare, per i canonici o i monaci, uno spazio apposito in cui si potessero svolgere le funzioni liturgiche in coro – liturgia delle ore e messa conventuale – senza essere disturbati.
Per ragioni sia liturgiche sia architettoniche è stato del tutto irragionevole fare sparire il jubé e l’altare della croce, com’è accaduto quasi ovunque in Germania all’epoca dei Lumi, su ordine delle autorità secolari [2].
Come allora si procedette a importanti modifiche architettoniche all’interno delle chiese – onde consentire che i fedeli potessero guardare direttamente l’altare maggiore –, così oggi, in seguito al Concilio, quasi tutte le chiese antiche sono state ritoccate con dei lavori di “rinnovamento”.
Chi percorra oggi il mondo e visiti le chiese, scopre, per la sistemazione del santuario, le soluzioni più singolari. È così che, soprattutto in Italia, quando è stato possibile, gli altari barocchi sono stati privati della loro tavola d’altare, rimpiazzata dai seggi del celebrante e dei suoi assistenti. Si può pensare che sia la meno felice delle soluzioni, visto che la pala perde così la sua antica funzione di riferimento al sacrificio eucaristico per vedersi “degradata”, al punto da servire quale schienale dei preti.
Ma nella maggior parte dei casi, l’antico altare maggiore, con il suo tabernacolo, non serve più che a conservare la santa comunione. Occorre allora rassegnarsi al fatto che il sacerdote, il quale sta all’altare rivolto verso il popolo, giri costantemente la schiena al tabernacolo, al quale sin qui erano fissati gli occhi dei fedeli in preghiera. All’occasione, è la corale parrocchiale che s’installa sui gradini dell’altare maggiore, con i cantori che volgono anch’essi le spalle al tabernacolo e si servono della tavola d’altare per poggiarvi i loro diversi accessori.
Ecco perché, quando le considerazioni artistiche lo hanno permesso, l’altare maggiore è stato totalmente soppresso, per conservare l’eucaristia in un tabernacolo murale laterale. Si è dunque immediatamente posto il problema di come occupare lo spazio così liberato dell’abside. Sono state applicate varie soluzioni. Spesso vi si è installato l’organo, con la sua cassa decorativa, oppure, per la maggior parte del tempo, la corale parrocchiale. Oppure si è semplicemente appesa l’antica pala d’altare o un pendone di valore al muro dell’abside, come fossero degli ornamenti.
In definitiva, nessuna di queste soluzioni è soddisfacente, poiché, installando un nuovo altare, per di più dall’apparenza molto modesta, si è fatto sparire il centro di gravità spaziale costituito dall’altare maggiore, così come era stato concepito dall’architetto che aveva costruito la chiesa. Senza alcun dubbio, Alfred Lorenzer ha ragione allorché scrive: “Il significato dell’altare, a questo punto, fa parte integrante della chiesa (…), che lo spostamento di questo ‘centro di gravità spaziale’ dovrebbe indurre a elaborare un piano interamente nuovo” [3].
Ciò diventa di un’evidenza impressionante nelle grandi chiese, come per esempio nella cattedrale di Spira, dove lo sguardo di coloro che entrano si posa subito sull’antico altare maggiore sormontato dal suo baldacchino. Oggi, erra nel vuoto. La tavola d’altare installata nel coro, malgrado le sue dimensioni, si nota appena in questo spazio tutto volto in altezza, e l’altare verso il popolo, alcuni gradini più in basso, non costituisce affatto un “centro di gravità spaziale”.

quarta domanda

Nell’Handbuch der Liturgie für Kanzel, Schule und Haus (Manuale di liturgia per la cattedra, la scuola e la casa) di P. Alfons Neugart (1926), si legge: “Nella basilica della Chiesa primitiva, l’altare era posto in mezzo all’abside del coro e il prete celebrante si metteva dietro di esso, rivolto verso il popolo. Sull’altare non vi erano né croce né candele. I seggi del vescovo e degli ecclesiastici erano disposti tutt’intorno, lungo il muro. È solo più tardi che l’altare venne posto contro il muro, come oggi”. È esatto?

Ciò che è esatto è che nei primi secoli, i seggi dei vescovi e dei sacerdoti erano posti lungo il muro dell’abside e non ai lati dell’altare; nei territori greci essi erano spesso nettamente rialzati su diversi scalini, di modo che il vescovo, assiso sul suo trono, potesse essere visto da tutti e meglio ascoltato al momento del suo sermone, che un tempo pronunciava dal suo seggio. Il seggio centrale era sempre riservato al vescovo, come accade ancora oggi in Oriente.
È anche esatto che a quel tempo sull’altare non vi fosse né croce, né candele, né leggio per il messale, ma solo il calice e la patena con le offerte. Lo si può constatare nelle raffigurazioni medievali della messa. Se fino a un’epoca recente si usava decorare con dei fiori il pavimento della chiesa, l’altare non veniva mai decorato.
Ecco perché in genere gli altari erano piccoli, con una tavola che raramente raggiungeva un metro quadrato. Nel chiostro della cattedrale di Ratisbona vi è, per esempio, un piccolo altare massiccio in pietra, che risale a un’epoca molto antica; tuttavia, si trova anche – nell’“antica cattedrale” – un grandissimo altare (due metri e dieci per un metro e quaranta), che risale probabilmente al secolo V e rappresenta una “confessione”, vale a dire che faceva parte della tomba di un martire. Ecco spiegata la sua enorme dimensione [4]! La limitata superficie della maggior parte degli altari lasciava posto solo per le offerte del pane e del vino: questa particolarità sottolineava significativamente il carattere sacrificale della messa, come accadeva per i sacrifici dei giudei e dei pagani, nei quali solo le offerte propriamente dette trovavano posto sull’altare.
Gli altari a forma di tavola di grandi dimensioni erano rari nei tempi antichi. Eppure, al pari degli altri che abbiamo menzionato, anch’essi erano riccamente ornati di stoffe preziose che cadevano dai quattro lati fino a terra, di modo che le tavole che ricoprivano non si presentavano come tali. Più tardi, in molti luoghi, si dispose sul lato anteriore degli altari un pendone di stoffa, di legno o di metallo riccamente ornato. Così che non si può affermare che il carattere di pasto della messa sia stato sottolineato dagli altari a forma di tavola.
Parleremo in seguito più a fondo della posizione del sacerdote all’altare ai tempi della Chiesa primitiva. Ora ricordiamo solo quanto scriveva sulla rivista Der Seelsorger, nel 1967, quindi poco dopo il Concilio, il P. Josef A. Jungmann, autore della celebre opera Missarum sollemnia: “L’affermazione spesso ripetuta che l’altare della Chiesa primitiva supponesse sempre che il prete fosse rivolto verso il popolo, si rivela essere una leggenda”.
Inoltre, Jungmann mette in guardia contro il pericolo che, auspicando l’adozione dell’altare verso il popolo, “se ne faccia un’esigenza assoluta e, infine, una moda alla quale ci si sottometta senza riflettere”. Secondo lui, la ragione principale di questa raccomandazione di celebrare rivolti verso il popolo è la seguente: “Vi è qui, anzitutto, l’accento esclusivo che al giorno d’oggi si ama tanto mettere sul carattere di pasto dell’eucaristia”.
Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger ha sempre più messo in guardia, in questi ultimi anni, contro il rischio di considerare la liturgia sotto il solo aspetto di “pasto fraterno” [5].

[1] Ma “spalle al popolo”.
[2] Sul punto, cfr. l’articolo di K. Gamber, in Das Münster, 1985. 
[3] Das Konzil der Buchhalter (Il concilio dei contabili), p. 200. 
[4] Cfr. K. Gamber, Ecclesia Reginensis, pp. 49-66.
[5] Cfr. Entretiens sur la foi, Fayard, 1975, p. 158.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 27-32) / 4 - continua]

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venerdì 12 agosto 2016

Il pensiero monastico di Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B.


La vita di Padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854) ci è nota attraverso un certo numero di biografie. Ma qual era il suo pensiero sulla vita monastica, quando nel 1950 fondò una nuova branca della famiglia benedettina, i Benedettini del Sacro Cuore, poi confluiti – nel 1959 – nella Congregazione Cassinese della Stretta Osservanza (in seguito Congregazione Sublacense e al giorno d’oggi Congregazione Sublacense-Cassinese)? La sua morte prematura, l’affiliazione della sua comunità a una congregazione italiana, la perdita del dossier contenente tutti i suoi scritti – riemerso in circostanze fortuite solo nel 1972 –, e una certa evoluzione della sua comunità e delle sue fondazioni nel corso del tempo; tutto ciò ha contribuito a suscitare vari interrogativi. Racchiudendo per la prima volta l’integralità degli scritti sul tema monastico del fondatore del monastero della Pierre-qui-Vire, questo libro cerca di presentare sotto forma di dialogo con il lettore il pensiero originale di Padre Muard sulla vita monastica, così come il Signore gli aveva chiesto di fondarla.

Un moine bénédictin, La pensée monastique du Père MuardÉditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2016, 184 pp., Euro 12,00.

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