sabato 16 marzo 2019

O come ozio - San Benedetto per tutti / 10

“L’ozio è nemico dell’anima”, afferma san Benedetto nel capitolo 48 della Regola. Allora noi, che abbiamo la grazia di amare la nostra anima, vediamo come sfuggire a questo nemico della vita spirituale.
Occorre anzitutto ricordare che il tempo che ci è dato da Dio ha un prezzo e un valore immensi. È quindi troppo prezioso per essere sprecato, e al contrario in ogni tempo “bisogna dunque servirsi delle grazie che [Dio] ci concede” (Prologo della Regola). Certo, bisogna anche sapersi riposare, ricreare. Ma un sano rilassamento differisce radicalmente dalla sterile inoperosità.
È perciò cosa buona sapere che se nella vita spirituale l’ozio è frequente, può essere legato all’accidia, ovvero a un certo disgusto delle cose di Dio. Lo stesso san Benedetto opera questa analogia quando evoca la figura di quel “monaco indolente che, invece di dedicarsi allo studio, perda tempo oziando o chiacchierando” (capitolo 48).
Concretamente, san Benedetto ci propone due grandi aiuti contro l’ozio. Il primo, più pratico, consiste nel pianificare la nostra giornata, per essere certi che l’essenziale sia veramente prioritario. A tal proposito, notate che nella clausura le attività del monaco (preghiera, lavoro, lettura, pasto, sonno) non sono mai lasciati alla spontaneità di alcuno, ma sono debitamente regolate. Lezione preziosa da custodire! Il secondo consiste nel coltivare fedelmente la nostra unione con Dio. Giacché più la nostra presenza a Dio s’intensificherà, più saremo desiderosi di fare fruttificare secondo il suo cuore il tempo che ci concede.
Infine, diffidiamo di un ozio di nuovo genere: quelle ore passate su internet, senza un fine preciso, a lasciarsi trascinare di collegamento in collegamento, di articolo in articolo, di notizia in notizia… Per cosa, alla fine? Una perdita di tempo e di energie considerevoli a discapito dell’essenziale, la vita di coppia, della famiglia, della preghiera. Siete voi stessi a dircelo!
La prossima volta, P come preghiera.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 31, 6 marzo 2019, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 14 marzo 2019

Tre consigli di san Benedetto


Carissimi amici,
Seguendo un’usanza molto antica, ogni mattina al capitolo la comunità presta grande attenzione a un brano della Regola benedettina e ne riceve dal superiore un breve commento. È un momento privilegiato che fa scendere nel cuore del monaco il soffio della sapienza come ce la dispensa a profusione san Benedetto nei suoi 73 capitoli.
Recentemente, una sentenza mi è parsa delle più luminose: «L’abate deve sempre ricordarsi quel che è e come viene chiamato». In effetti, esiste sempre un profondo legame fra “memoria e identità”, che il superiore è chiamato a coltivare in sé senza sosta mediante la fede e la preghiera, e a tradurre in atti nel corso dei giorni. Chiamato a suscitare la vita per mezzo del suo insegnamento e della sua direzione spirituale, caricato della preoccupazione costante di condurre i suoi fratelli sul cammino che conduce a Dio, il “padre del monastero” deve evitare di dimenticare ciò che rappresenta nel mezzo della comunità: Cristo medesimo!
Perché la dimenticanza è un male, che ahimè rimonta a ben lontano… Si usa dire, con una giustezza teologica impareggiabile, che nel peccato originale, Adamo si è preferito a Dio e l’ha disprezzato al punto di fare la scelta di sé stesso contro il suo Creatore. Credo inoltre che, in una certa misura, questo primo peccato di sospetto nei confronti dell’infinita bontà divina sia consistito in una spaventevole dimenticanza. Avendo lasciato morire nel proprio cuore la fiducia verso il proprio Signore, Adamo se n’è andato liberamente sulla via del male e ha dimenticato ciò che era e il nome che portava: una creatura a immagine di Dio e costituita nella sua amicizia, un essere voluto per lui stesso e un figlio di Dio chiamato a condividere, mediante la conoscenza e l’amore, la vita divina! In fondo, e in risposta alla grande amnesia del peccato delle origini, tutta la storia della salvezza compiuta perfettamente in e per Gesù Cristo, offre all’uomo di che ritrovare la memoria. Con ciò, questa fortunata per quanto laboriosa riunione, riguarda a fortiori ciascuno di noi. Tutti noi dobbiamo riprendere la via del nostro essere profondo, della nostra realtà intima e cristiana di figli di Dio. Recuperare continuamente la memoria.
Si comprende perciò che per san Benedetto l’abate ha il dovere imperativo di ricordarsi di ciò che è, ovvero un “altro Cristo”, ma anche quello di aiutare i propri fratelli a ritrovare sempre più la memoria della loro vocazione profonda. In quest’ottica, nota la Regola, il superiore userà tre mezzi ben precisi. Il primo – anche se non lo si apprezza affatto a tutta prima – è quello delle “rimostranze”. Questo termine, in latino, assomiglia all’idea di “grido”. Quando il monaco riceve un’osservazione, essa non è un avvertimento contro la sua persona, ma ben diversamente un grido lanciato alla sua memoria, affinché il suo cuore s’inclini, perché si corregga e ritrovi così la sua vera bellezza secondo Dio, tutta la nobiltà della sua vocazione a imitare Gesù Cristo. Il secondo mezzo è la “persuasione”. Qui ancora, l’etimologia aiuta a comprendere di cosa si tratta veramente. Persuadendo i suoi fratelli, l’abate intende offrire loro tutti i consigli umani e spirituali fondati sulla Parola di Dio e soprattutto il Vangelo, che li aiuteranno a non dimenticarsi di sé stessi e a camminare sempre più sotto lo sguardo di Dio. Infine, san Benedetto esorta il superiore a risvegliare la memoria dei suoi monaci usando “parole carezzevoli”. Non adulazioni, bensì ogni genere d’incoraggiamento e buone parole che daranno fiducia e coraggio, e permetteranno a ciascuno di proseguire sul sentiero del buon piacere di Dio.
Cari amici, vedo il grande portico della Quaresima approcciarsi. Per varcarne la soglia e penetrare in questo tempo liturgico con tutta la diligenza spirituale e lo zelo richiesti, i tre consigli di san Benedetto evocati qui sopra, ci sono preziosi. Nel concreto delle nostre giornate, come ci comporteremo davanti alle diverse forme di correzione fraterna che possono esserci offerte? Accogliendole come un criterio decisivo per l’adeguamento della nostra vita alle reali attese del Signore e del prossimo, o come un grido insopportabile che ha il “torto” di offendere il nostro amor proprio? Ancora, lavoriamo affinché il ricordo di Dio si stabilisca nella nostra anima, collegando nella nostra memoria gli insegnamenti dati qui e là attraverso l’omelia domenicale, le letture spirituali svolte recentemente o ancora i consigli autorizzati di un prete esperto che ci conosce veramente? Infine, sappiamo profittare degli incoraggiamenti e degli slanci di fiducia che ci sono prodigati quotidianamente dal nostro circondario, al fine di avanzare sul cammino della santità alla scuola del Vangelo?
Altrettante domande alle quali potremo provare di rispondere durante la santa Quaresima. Vedremo allora che questo “sforzo” del cuore per il quale cercheremo di essere in spirito con Dio, ci libererà dalla cattiva dimenticanza. Sfuggiremo dall’amnesia di ciò che siamo dentro e del nome che tutti portiamo: discepoli appassionatamente docili e amanti di Gesù Cristo, suoi veri amici e, con Lui, co-eredi del regno eterno.
Fr. Marc, priore

[Fr. Marc O.S.B., La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 31, 6 marzo 2019, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 28 febbraio 2019

Undicesimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008)

[Oggi 28 febbraio 2019 ricorre l’undicesimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo nelle preghiere e lo raccomandiamo a quelle dei lettori. In sua memoria, offriamo di seguito la traduzione dell’articolo di Dom Hervé Courau O.S.B., abate del monastero Notre-Dame de Triors, “Souvenirs sporadiques” (La Nef, n. 302, aprile 2018, pp. 24-25), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Ho visto Dom Gérard Calvet per la prima volta il 2 febbraio 1968. Giovane professo di Fontgombault, facevo allora il mio servizio militare nella regione di Tournay, e la vicina abbadessa di Ozon, Madre Immaculata de Franclieu, intima del mio abate Dom Jean Roy, mi consigliò di trascorrere questa festa mariana dai vicini monaci, con lo scopo di sollevare il morale di Padre Gérard, da poco quarantenne, all’indomani del suo ritorno dal Brasile. “Il ritorno da Curitiba lo sta molto provando”, mi disse in sostanza. L’immediato post-Concilio lo stava quindi perturbando gravemente, più precisamente quel post-Concilio nella sua versione brasiliana senza remore né barriere. La ricreazione trascorsa con lui fu effettivamente alquanto cupa. Il leggerissimo sole invernale non riusciva veramente a infondere gioia nei cuori.
Perciò non sono rimasto sorpreso di ritrovarlo pochi mesi dopo a Fontgombault, una volta terminato il servizio militare. Due monaci più anziani di Tournay, già bene integrati nella comunità, gli diedero la speranza di trovarvi un luogo di pace ove potersi radicare. Tuttavia fu abbastanza breve: mi sembra che la permanenza non oltrepassò i sei mesi. Percepivo in lui una vitalità che si calibrava con esitazione davanti all’osservanza millimetrica di Fontgombault. Lo vedemmo partire con rammarico, poi non sentii più parlare che di tanto in tanto della sua odissea monastica: Montrieux, Montmorin, poi Bédoin, e infine Le Barroux.
L’estate 1984 fu la volta della fondazione di Triors, a poca distanza dal Barroux, dove Dom Gérard e i suoi monaci s’installavano da qualche anno un poco alla volta. Progressivamente le costruzioni coincidevano in maniera fervente con l’ideale di Padre Gérard, fiere e impressionanti, all’altezza della sua comunità giovanile di una trentina di monaci. Pochi giorni dopo l’arrivo a Triors, con altri due monaci dovetti prendere la rotta per il Sud, in occasione della benedizione abbaziale di Jouques. L’automobile passò ai piedi della collina dove la chiesa in costruzione si completava un poco alla volta, come una nave d’alto bordo, sfidando i venti contrari che avrebbero voluto opporsi alla sua identità benedettina.
A partire dall’estate 1988, tutto ha accelerato. Quando il riconoscimento fu ristabilito, si sono succedute le grandi cerimonie: benedizione di Padre Gérard come primo abate (2 luglio 1989), poi la dedicazione della nuovissima chiesa (2 ottobre 1989). Ho potuto profittare della prima e mi feci rappresentare per la seconda. Le relazioni divennero più frequenti, nondimeno con un po’ di riserva.
Le cose migliorarono ulteriormente in occasione di un incontro a Gaussan nell’autunno 1995, per la benedizione delle campane alla quale si era recato con un gruppo di monaci. Il contesto immediato mi sfugge, ma un’allusione al fatto che alla fine degli anni 1950 ero stato allievo a La Pierre-Qui-Vire lo fece balzare, e mi vide allora capace – favorito che gli assomigliava – di comprendere in maniera positiva le differenze fra le nostre osservanze.
Così non esitò, al momento della fondazione di Sainte-Marie de La Garde, alla fine del 2002, a domandarmi di svolgere un ruolo canonico in questo sviluppo. In effetti, la Commissione Ecclesia Dei gli consigliò di fare intervenire un terzo per presiedere la mini-congregazione che nasceva con questa seconda casa. Il fecondo reclutamento continuava a caratterizzare l’opera del Padre Gérard: si poteva presagire che la fondazione sarebbe diventata presto abbazia, e serviva dunque un terzo per svolgere il ruolo di presidenza, oltre al ruolo che spettava all’abate fondatore.
Credo di ricordare che Dom Gérard mi parlò di tutto questo diversi mesi prima della fondazione, forse addirittura anni prima: perciò m’inviava il suo Priore a precisare gli aspetti, argomentando che l’aspetto canonico della situazione gli sfuggiva; ciò assomiglia alquanto al caro Padre Abate, che governa a colpi di belle intuizioni, come un grande principe, lasciando in seguito ad altri il compito di mettere il pennacchio nell’ordine conforme alle contingenze ecclesiastiche.
Comunque sia, nel giugno del 2002 mi convinsi a parlare di Dom Gérard al Padre Abate Primate, Dom Notker Wolf: l’occasione mi si presentava in Lituania, dove lo incontrai alla dedicazione della fondazione di Solesmes in quel Paese. Lontani dai nostri rispettivi uffici, un po’ “in vacanza”, io e lui avevamo lo spirito del tutto libero. Di fatto, questo primo scambio con lui riguardante Le Barroux lo trovò più aperto di quanto io temessi: mi ringraziò della mia testimonianza e mi assicurò che avrebbe fatto quanto possibile per introdurre nella struttura della Confederazione questo potente ramo, sebbene intimidisse non poco altri monasteri. Il riconoscimento dell’Ordine ebbe luogo finalmente nel settembre 2008, sei mesi dopo il ritorno a Dio di Dom Gérard; ma fu come un segno del cielo per completare la sua fervente opera. Quando dunque ringraziai il Padre Abate Primate, mi disse con semplicità, testimoniando l’ammirazione che ebbe nell’occuparsi di questo dossier: “Questi fratelli, li amo!”.
Torniamo un poco indietro. Dovetti visitare regolarmente come previsto i due monasteri in nome della Commissione Ecclesia Dei. Furono dei bei momenti, talora un po’ tesi, spesso illuminati dalla bonomia di Padre Gérard, che nei momenti critici sapeva fare abbassare la pressione con grandezza. In ogni caso fu ciò che accadde quando ritenne di dovere dare le dimissioni. Di tanto in tanto l’aveva evocato, ma come scherzando. Poi il 10 novembre 2003, nel primo pomeriggio, vidi il Padre Priore arrivare dalle monache dove stavo trascorrendo la giornata, e mi disse che il Padre Abate mi attendeva nel suo ufficio per significarmi questa importante decisione.
Giunsi rapidamente da Dom Gérard. Mi accolse con il più grande sorriso abituale, forse un po’ più grande del solito, poi si mise a proseguire l’impegno al quale si stava occupando: terminare la stesura di una lettera a un cardinale, ciò che gli prese un po’ di tempo, poi preparò la busta, ciò che gli prese ancora più tempo, perché ne scriveva l’indirizzo sontuosamente, con una calligrafia di elevata arte. Non potevo credere che fosse così meticoloso in un momento così serio. Poi, guardandomi nuovamente, si tolse l’anello e la croce pettorale come un bambino felice di arrivare in vacanza, presumendo che ciò bastasse e che si potesse avvertire la comunità.
In effetti, la cerimonia ufficiale ebbe luogo senza tardare al capitolo, ma dopo che il Priore e il Cerimoniere gli restituirono le insegne per procedere ufficialmente a queste dimissioni dalla sua carica, con le preghiere d’abitudine. Meno di quindici giorni dopo, ci fu l’elezione. L’emozione era sensibile un po’ dappertutto, ma era ancora lui che trovai più tranquillo nella casa, con la giocosità che lo caratterizzava. L’elezione si fece nelle forme richieste, con la sobria solennità dei grandi uffici benedettini. Dom Gérard non ne prese parte, attendendo nel suo ufficio, quindi in ritiro. Non appena il suo successore fu eletto, lo si avvisò e si mise nella fila dei monaci per dargli l’obbedienza, come gli altri. Il 25 gennaio seguente si tenne la benedizione abbaziale, e nuovamente Dom Gérard prestò obbedienza nelle mani del suo successore, con l’emozione che si può immaginare da una parte e dall’altra. La pagina era stata girata.
Con la sua magnifica opera Dom Gérard mi ha insegnato un giorno l’esistenza della “quadruplice alleanza” che ci fu, più di un secolo fa, fra Solesmes (i due monasteri di Saint-Pierre e di Saint-Cécile) ed En-Calcat gemellato con Dourgne: due monasteri di monaci e due di monache. Gli abati erano Dom Paul Delatte e Dom Romain Banquet, e le abbadesse del grande irradiamento mistico erano Cécile Bruyère e Marie Cronier. Nei tempi difficili che precedettero le espulsioni del 1902, la loro quadruplice amicizia associava i due grandi rami benedettini di Francia, fondati rispettivamente da Dom Guéranger (1837) e Dom Muard a La Pierre-Qui-Vire (1850), da cui nacque En-Calcat.

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sabato 29 dicembre 2018

M come mormorazione - San Benedetto per tutti / 9


Chi di noi non si è già messo a mormorare? Contro chi o cosa? Davvero, ci sono molte risposte possibili, quindi a ciascuno di fare il proprio esame di coscienza! Tuttavia, forse sarete sorpresi di conoscere l’importanza che san Benedetto accorda alla questione del mormorare. In effetti, non c’è nella Regola altro vizio contro il quale egli mette così spesso il monaco in guardia. Avendogli insegnato la sua esperienza che tale cattivo gusto può insinuarsi ovunque e a proposito di tutto, così scrive: “è questo soprattutto che mi preme di raccomandare, che si guardino dalla mormorazione” (RB XL,9).
Perché una tale insistenza? Perché in verità ne va dell’atmosfera dell’anima e quindi dell’unione a Dio. Un’anima che mormora non è più in pace. La mormorazione la turba e quindi impedisce la sua unione al Signore. Ecco qual è tale gran pericolo, per san Benedetto.
Per evitare questo vizio così nocivo, ricorderemo che la mormorazione è in fondo il facile rifugio delle anime deboli che mancano dell’autentico spirito soprannaturale. Giacché, a guardare da più vicino, quali sono in effetti più spesso le cause delle nostre mormorazioni? La nostra mancanza di pazienza, di mortificazione, di sguardo soprannaturale nei confronti dell’autorità, di fede nella divina provvidenza, e finalmente il nostro amor proprio ferito e il nostro spirito troppo critico. Così semplicemente, ammettiamolo! In fondo, la mormorazione deriva dal cattivo spirito. Altrettante cause che troveranno quindi il loro migliore antidoto in quello che san Benedetto chiama “il buon zelo” (RB LXII). Un’anima riempita di buon zelo, cioè di buono spirito, non si dà più alla mormorazione. Ella ha tanta fede per comprendere che tutto ciò per cui deve vivere entra nella provvidenza di Dio, e può dunque essere vissuta con lui e sotto il suo sguardo, nonché per accettare il reale così come esso è. Ella non si rivolta più nella mormorazione, ma nella fede e nella carità, accetta il reale. Ecco un antidoto da implorare con fervore allo Spirito Santo!
La prossima volta, O come ozio.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 30, novembre 2018, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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