martedì 7 marzo 2017

Dom Gérard presenta la fondazione di Bédoin



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domenica 5 marzo 2017

Q come quaresima - San Benedetto per tutti / 6

Esiste una semplice ricetta per riuscire nella propria quaresima? Una buona notizia, la risposta è sì! Essa si trova nel capitolo 49 della Regola, intitolato “L’osservanza della quaresima”. Di cosa ci parla san Benedetto in tale capitolo?
Di una disposizione dell’anima da avere: è anzitutto da essa che dipende la nostra quaresima. Ecco come la descrive san Benedetto: “ognuno […] attenda la santa Pasqua nella gioia del più intenso desiderio spirituale”. La quaresima è quindi anzitutto un tempo in cui dobbiamo fare l’esperienza della gioia, di quella gioia spirituale che sgorga da un desiderio di Dio purificato e intensificato. Noi siamo fatti per Lui, dunque in questi giorni c’è necessariamente una gioia che attende coloro che si applicano a servirlo e amarlo con più fervore. In particolare, c’è una gioia speciale a “vigilare con gran fervore sulla purezza della propria vita, profittando di quei santi giorni per cancellare tutte le negligenze degli altri periodi dell'anno”.
− Di sforzi ben mirati da scegliere: ma non c’è fervore senza conversione! San Benedetto ci esorta quindi ad applicarci molto concretamente a quattro cose: “preghiera accompagnata da lacrime di pentimento, allo studio della parola di Dio, alla compunzione del cuore e al digiuno”. Osservate bene l’ordine con il quale sono proposti questi quattro temi, che costituisce da solo tutto un insegnamento! La priorità è quella di trascorrere del tempo con Dio per poterlo ascoltare meglio grazie alla preghiera e alla lettura. Le rinunce sono certo essenziali, ma non servono a nulla se non sono precedute e accompagnate da tre altri punti.
− Un controllo intelligente: poiché la tentazione è spesso di prendere tutte le risoluzioni eccetto quelle sulle quali il buon Dio ci attende veramente, non sarà forse inutile farsi consigliare da un sacerdote! Ciò al fine di evitare le piste false e gli scoraggiamenti possibili.
Il tutto offerto, certamente, di “propria iniziativa […] ‘con la gioia dello Spirito Santo’”, onde toccare veramente il cuore di Dio e lasciare un maggiore accesso alla sua opera in noi.
La prossima volta, D come domenica.

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 25, marzo 2017, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 28 febbraio 2017

Nono anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008)

[Oggi 28 febbraio 2017 ricorre il nono anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo nelle preghiere e lo raccomandiamo a quelle dei lettori. Offriamo di seguito un estratto della prefazione di Dom Gérard (pp. 5-11, qui p. 6) al libretto-intervista di Philippe Maxence a James Taylor, Restaurer l’éducation chrétienne (Editions de L’Homme Nouveau, Parigi 2008), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Conoscete la vita degli antichi monaci, che un tempo si spinsero nelle foreste della Germania, dove non intendevano fondare delle accademie, né avevano l’agio di dissertare su delle astrazioni. Cosa facevano? Disboscavano, pregavano, leggevano nel grande libro della Sacra Scrittura, si esercitavano nell’arte di vivere insieme, in mezzo alle popolazioni barbare che cercavano di imitarli, quando non li massacravano.
Fratello, aprite il vostro il vostro esemplare della santa Regola, non vi troverete un sistema di evangelizzazione; scoprirete la traccia di questa atmosfera dolce, tranquilla, della terra: un tempo consacrato alla preghiera e al lavoro dei campi, alla salmodia del giorno e della notte, regolato e disposto non secondo un parametro umano, ma in funzione della posizione del sole nel cielo.
Vedrete la cura che l’uomo di Dio presta alle cose della terra: “si trovi tutto l’occorrente, ossia l’acqua, il mulino, l’orto (RB 66) […] riteniamo che per il pranzo […] siano sufficienti due pietanze cotte (RB 39) […] crediamo che a tutti possa bastare un quarto di vino a testa (RB 40) […] basti per ciascun monaco una tonaca e una cocolla, quest’ultima di lana pesante per l’inverno e leggera o lisa per l’estate (RB 55) […] in ogni stagione, sia l’ora del pranzo che quella della cena devono essere fissate in maniera che tutto si possa fare con la luce del sole, ut cum luce fiant omnia (RB 41)”.
Vi è là una grande dolcezza. Quel che Newman chiamava il carattere virgiliano del monachesimo.
Aggiungiamo la santa liturgia, con il suo ciclo annuale delle feste, che da solo è tutto un poema: vivere passo dopo passo i misteri del Signore Gesù; una poesia fresca, così semplice, di cui non ci si stanca, alla portata degli umili e dei sapienti. Sì, è lo spirito benedettino.

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venerdì 10 febbraio 2017

Sequenza per la Messa di santa Scolastica

Emicat merídies,

Et beáta réquies
Vírgini Scholásticæ.
Intrat in cubícula;
Sponsi petit óscula,
Quem amávit únice.
Quantis cum gemítibus
Cordis et ardóribus
Hæc diléctum quæsiit.
Movit cælos lácrimis,
Imbribúsque plúrimis
Pectus fratris mólliit.
O grata collóquia,
Cum cælórum gáudia
Benedíctus éxplicat!
Ardent desidéria,
Mentis et suspíria
Virgo sponsus éxcitat.
Veni formosíssima,
Sponsa dilectíssima,
Veni, coronáberis.
Dórmies in líliis,
Afflues delíciis,
Et inebriáberis.
O colúmba vírginum,
Quæ de ripis flúminum
Adis aulam glóriæ;
Trahe nos odóribus,
Pasce et ubéribus
Immortális grátiæ.
Amen. Allelúia.

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venerdì 3 febbraio 2017

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 10 (ultima parte)

dodicesima domanda

Perché il carattere sacrificale della messa, come si sostiene, sarebbe meno chiaramente espresso quando il prete è girato verso il popolo?

Rovesciamo la domanda: poiché nell’ambiente degli specialisti è perfettamente noto che spingendo per “l’altare verso il popolo” non ci si può richiamare a una pratica della Chiesa primitiva, perché non se ne trae la conseguenza che s’impone, perché non si sopprimono le “mense della cena” erette con una sorprendente unanimità nel mondo intero?
Molto probabilmente perché esse corrispondono meglio, rispetto alla pratica antica, alla nuova concezione della messa e dell’eucaristia.
È molto chiaro che al giorno d’oggi si vorrebbe evitare di dare l’impressione che la “santa tavola” (come viene chiamato l’altare in Oriente) possa essere un altare per il sacrificio. Senza dubbio è la stessa ragione per cui, quasi dappertutto, si pone sull’altare un mazzo di fiori (uno solo), come sulla tavola di un pranzo di festa in famiglia, insieme a due o tre ceri. Questi ultimi quasi sempre a sinistra della tavola, mentre il vaso di fiori occupa l’altro lato.
L’assenza di simmetria è voluta: non bisogna creare dei punti di riferimento centrali, come quando si mettevano i candelieri alla destra e alla sinistra della croce, che stava in mezzo; qui si tratta solo di una tavola da pranzo.
Ci si mette davanti l’altare del sacrificio. Non si rimane dietro. Si faceva già così al tempo del sacrificatore pagano. Nel santuario, il suo sguardo era diretto verso la rappresentazione della divinità cui era offerto il sacrificio. Si faceva così anche nel Tempio di Gerusalemme, dove il sacerdote incaricato di offrire la vittima stava davanti alla “tavola del Signore” (Ml 1, 12), come si chiamava il grande altare dell’olocausto nel cortile del Tempio, di fronte al tempio interno che custodiva l’Arca dell’Alleanza, nel Santo dei Santi, il luogo in cui dimorava l’Altissimo.
Un pasto si consuma sotto la presidenza del padre di famiglia, nel mezzo della cerchia famigliare; in tutte le religioni, invece, è un liturgo designato a tale scopo che compie il sacrificio, all’interno o davanti a un santuario (che può essere anche un albero sacro). Il liturgo è separato dalla folla e sta davanti a essa, di fronte all’altare, rivolto alla divinità. In ogni tempo, gli uomini che hanno offerto un sacrificio si sono sempre rivolti verso colui al quale il sacrificio era destinato, e non verso i partecipanti alla cerimonia.
Nel suo commento al libro dei Numeri (10, 27), Origene si fa interprete della concezione della Chiesa primitiva: “Colui che si pone davanti all’altare dimostra con ciò di svolgere le funzioni sacerdotali. Ora, la funzione del prete consiste nell’intercedere per i peccati del popolo”. Ai giorni nostri, in cui il senso del peccato sparisce sempre più, la concezione espressa da Origene sembra essersi largamente perduta.
Lutero, è noto, ha negato il carattere sacrificale della messa: egli non vedeva in essa altro che la proclamazione della parola di Dio, seguita da una celebrazione della Cena. Da qui la sua preoccupazione di vedere il liturgo rivolgersi verso l’assemblea.
Alcuni teologi cattolici moderni non negano direttamente il carattere sacrificale della messa, ma preferirebbero che questo passasse in secondo piano, onde potere meglio sottolineare il carattere di pasto della celebrazione. Il più delle volte ciò accade a causa di considerazioni ecumeniche in favore dei protestanti, dimenticando però che per le Chiese orientali ortodosse il carattere sacrificale della divina liturgia è un fatto indiscutibile.
Solo l’eliminazione della tavola da pranzo e il ritorno alla celebrazione all’“altare maggiore” potranno condurre a un cambiamento nella concezione della messa e dell’eucaristia, e cioè alla messa intesa come atto d’adorazione e di venerazione di Dio, come atto d’azione di grazia per i suoi benefici, per la nostra salvezza e la nostra vocazione al regno celeste, e come rappresentazione mistica del sacrificio della croce del Signore.
Ciò non esclude, tuttavia, come abbiamo visto, che la liturgia della Parola sia celebrata non all’altare, ma dal seggio o dall’ambone, com’era un tempo durante la messa episcopale. Ma le preghiere devono essere tutte recitate in direzione dell’Oriente, e cioè in direzione dell’immagine di Cristo nell’abside e della croce sull’altare.
Poiché durante il nostro pellegrinaggio terreno non ci è possibile contemplare tutta la grandezza del mistero celebrato, e ancor meno lo stesso Cristo, né l’“assemblea celeste”, non basta parlare ininterrottamente di ciò che il sacrificio della messa ha di sublime, bisogna invece fare di tutto per mettere in evidenza, agli occhi degli uomini, la grandezza di questo sacrificio, per mezzo della stessa celebrazione e della sistemazione artistica della casa del Signore, in particolar modo dell’altare.
Si può applicare allo svolgimento della liturgia e alle immagini, ciò che dice dei “veli sacri” lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, nella sua opera sui nomi divini (1, 4): questi veli “che [ancora adesso] nascondono lo spirituale nell’universo sensibile, e il sovra terreno nel terreno, che conferiscono forma e immagine a ciò che non ha né forma né immagine… Ma verrà il giorno in cui, essendo divenuti incorruttibili e immortali e avendo raggiunto la pace beata accanto a Cristo, noi saremo, come dice la Scrittura, presso il Signore (cfr. 1 Ts 4, 17), riempiti della contemplazione della sua apparizione visibile”.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 52-55) / 10 - fine]

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giovedì 19 gennaio 2017

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 9

undicesima domanda

Tutto ciò è molto bello… Ma non bisogna fare i conti con il fatto che l’uomo moderno non è più tanto capace di comprendere che per pregare bisogna rivolgersi a Oriente? Per lui il sol levante non ha più la forza simbolica che aveva per l’uomo dell’antichità e che conserva ancora oggi nei Paesi mediterranei, battuti dal sole in maniera più intensa che da noi, “uomini del nord”. Per i cristiani di oggi è tuttavia la comunità della mensa eucaristica ciò che prevale.

Anche se l’uomo moderno non presta più attenzione alla direzione esatta verso cui prega –  anche se i musulmani continuano a volgersi verso La Mecca e gli ebrei verso Gerusalemme –, tuttavia non dovrebbe avere difficoltà a comprendere il significato che riveste il fatto che il sacerdote e i fedeli preghino insieme nella medesima direzione. In ogni caso, l’uso che tutti i presenti siano insieme orientati “verso il Signore” è qualcosa d’intemporale e conserva anche oggi tutto il suo significato.
A fianco dell’aspetto teologico relativo al faccia a faccia tra il sacerdote e i fedeli nel momento della celebrazione del sacrificio eucaristico, è il caso di richiamare anche i problemi di ordine sociologico, che appartengono essi stessi alla messa in risalto della “comunità della mensa eucaristica”.
Il prof. Wigand Siebel, nel suo piccolo libro intitolato Liturgie als Angebot (“La liturgia all’asta”), pensa che il sacerdote rivolto verso il popolo può essere considerato come “il simbolo più perfetto del nuovo spirito della liturgia”. Egli aggiunge: “La posizione in uso fino a ieri faceva apparire il prete come il capo e il rappresentante della comunità, che parlava a Dio in nome di quest’ultima, come Mosè sul Sinai: la comunità indirizza a Dio un messaggio – preghiera, adorazione, sacrificio –, il prete, in quanto capo, trasmette questo messaggio, e Dio lo riceve”.
Con la nuova pratica, prosegue Siebel, il sacerdote “non sembra più nemmeno il rappresentante della comunità, piuttosto un attore che – almeno nella parte centrale della messa – svolge il ruolo di Dio, un po’ come a Oberammergau o in altre rappresentazioni della Passione”. Conclude: “Ma se, in nome di questa nuova svolta, il prete diventa un attore incaricato d’interpretare il Cristo sulla scena, ecco che allora, a causa di questa riproposizione teatrale della Cena, Cristo e il prete finiscono con l’identificarsi in una maniera talora insopportabile”.
Siebel spiega anche la buona volontà con la quale i preti hanno adottato la celebrazione versus populum: “Il considerevole disorientamento e la solitudine dei preti hanno fatto sì che essi cercassero dei nuovi punti d’appoggio per il loro comportamento. Fra questi vi è il sostegno emotivo che procura al prete la comunità riunita davanti a lui. Ma ecco che nasce immediatamente una nuova dipendenza: quella dell’attore di fronte al suo pubblico”.
Anche Karl Guido Rey, nel suo libro Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche (“Manifestazioni pubertarie nella Chiesa cattolica”), dichiara: “Mentre fino a ieri il prete offriva il sacrificio in quanto intermediario anonimo, in quanto capo della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, in nome di tutti e con tutti; mentre fino a ieri pronunciava delle preghiere […] che gli erano state prescritte, oggi questo prete ci viene incontro in quanto uomo, con le sue particolarità umane, con il suo stile di vita personale, il volto rivolto a noi. Per molti preti diventa forte la tentazione di prostituire la propria persona, tentazione contro la quale non hanno la statura per lottare. Alcuni molto astutamente, e altri con minore astuzia, volgono la situazione a proprio vantaggio. Le loro attitudini, la loro mimica, i loro gesti, tutto il loro comportamento attira gli sguardi che si fissano su di loro, per le loro ripetute osservazioni, le loro direttive, le parole d’accoglienza o d’addio. […] Il successo di quanto suggeriscono costituisce perciò la misura del loro potere e, quindi, la norma della loro sicurezza” (p. 25).
Nella sua opera Liturgie als Angebot, Siebel dichiara inoltre, a proposito dell’auspicio di Klauser che abbiamo precedentemente menzionato, “di vedere più chiaramente espressa la comunità della mensa eucaristica” grazie alla celebrazione versus populum: “L’auspicata riunione dell’assemblea attorno al tavolo della Cena, non può certo contribuire a un rafforzamento della coscienza comunitaria. In effetti, solo il sacerdote rimane al tavolo, e per di più in piedi; gli altri partecipanti al pasto sono seduti più o meno lontani, nella sala del teatro”.
Ancora, secondo Siebel: “Come regola generale, il tavolo è posto lontano dai fedeli, su un palco, così che non è possibile fare rivivere gli intimi rapporti che esistevano nella sala in cui si svolse la Cena. Il prete che svolge il suo ruolo girato verso il popolo, difficilmente può evitare di dare l’impressione di rappresentare un personaggio che, pieno di gentilezza, viene a proporci qualcosa. Per limitare questa impressione si è provato a piazzare l’altare in mezzo all’assemblea. Non si è dunque più costretti a guardare solo il prete, l’occhio può spaziare anche sugli assistenti che gli stanno a fianco; ma così facendo si fa sparire il distacco esistente fra la spazio sacro e l’assemblea. L’emozione un tempo suscitata dalla presenza di Dio nella chiesa, si muta in un pallido sentimento che si distingue appena dalla quotidianità”.
Ponendosi dietro l’altare, con lo sguardo rivolto al popolo, il sacerdote diventa, dal punto di vista sociologico, sia un attore interamente dipendente dal suo pubblico, sia un venditore che ha qualcosa da proporre.
Nel libro che abbiamo già citato, Das Konzil der Buchhalter, Alfred Lorenzer richiama ancora altri punti di vista, in particolare d’ordine estetico: “Non solo il microfono rivela ogni respiro, ogni rumore occasionale, ma la scena che si svolge assomiglia molto più alla presentazione televisiva di certe ricette di cucina, che alle forme liturgiche delle Chiese riformate. Mentre in queste ultime l’azione sacra è stata emarginata – ridotta al massimo di semplicità e brevità –, nella riforma liturgica [cattolica] è questa azione a rimanere preponderante: privata dei suoi ornamenti gestuali essa conserva minuziosamente tutta la complessità del suo svolgimento, ed è ormai presentata agli occhi di tutti in una pseduo-trasparenza che confonde la percezione sensibile delle manipolazioni con la trasparenza del mito, manipolazioni che sono eseguite in maniera tale che ogni dettaglio di questo rituale alimentare finisce con l’essere esibito sempre con poca discrezione. Si vede un uomo rompere con difficoltà un’ostia che resiste, si vede come egli se la mette in bocca, si diviene testimoni di abitudini masticatorie personali, non sempre molto belle, di modi con cui ingoiare del pane secco, di tecniche usate per far girare il calice da purificare e di sistemi più o meno abili per asciugarlo” (p. 192).
Queste sono le conseguenze sociologiche della posizione del celebrante di fronte all’assemblea. Certo, le cose stanno diversamente al momento della proclamazione della Parola di Dio. Questa azione presuppone proprio il faccia a faccia tra il prete e il popolo, com’è stato sempre scontato che il predicatore si rivolgesse verso i fedeli, al pari del diacono che cantava il Vangelo. Ma, come abbiamo già detto, è cosa ben diversa la celebrazione del vero e proprio sacrificio eucaristico: in questo caso la liturgia non è una “offerta” ai fedeli, come lo è la liturgia della Parola, bensì un avvenimento sacro nel corso del quale il cielo e la terra si uniscono e il Dio della grazia s’inclina verso di noi. Solo al momento della comunione, del pasto eucaristico vero e proprio, si ritorna al faccia a faccia tra il prete e i comunicandi.
Questi cambiamenti di posizione del celebrante all’altare durante la messa hanno un preciso significato simbolico e sociologico. Quando il celebrante prega e sacrifica, egli ha – come tutti i fedeli – gli occhi rivolti a Dio, mentre quando proclama la Parola di Dio e distribuisce l’eucaristia si gira verso il popolo.
Come abbiamo visto, il rivolgersi a Est è così antico che la Chiesa ha fatto di questa attitudine un uso che non può essere modificato. “Si cerca” costantemente “con gli occhi il luogo ove è posto il Signore” (J. Kunstmann); o, come dice Origene nel suo libro sulla preghiera (cap. 32), vi è in ciò “un simbolo, quello dell’anima che guarda verso il sorgere della vera luce”, “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tt 2, 13).

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 48-52) / 9 - continua]

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lunedì 16 gennaio 2017

Fons Amoris - I monaci di Fontgombault

«Mistero di tutte queste vite nascoste nel corso dei secoli, consumate dietro le mura. Mistero insondabile e che tuttavia, attraverso gli interrogativi che pone al cuore degli uomini del mondo, può condurre ciascuno, secondo vie diverse, alle porte di un Mistero ancora più grande, davanti al quale solo il Silenzio è eloquente...».
Queste parole introducono il documentario dedicato allAbbazia Notre-Dame di Fontgombault, monastero benedettino francese della Congregazione di Solesmes.
Fontgombault, la cui divisa Fons Amoris significa "Fontana d’Amore", sembra un luogo preservato dagli oltraggi del tempo, un luogo ancorato nella storia mediante la testimonianza che reca di una tradizione vivente, radicata nel Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.
Così scriveva Paul Valéry : «Occorrerà ben presto costruire dei chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né le onde né le foglie; nei quali sarà coltivata lignoranza di ogni politica, si disprezzerà la fretta, il numero, gli effetti della massa, delle sorprese, del contrasto, della ripetizione, della novità, della credulità. Sarà là che un certo giorno si andranno a considerare attraverso le grate alcuni esemplari di uomini liberi».
Un forte richiamo per il mondo questo richiamo a una vita così radicale, austera, ma fonte di gioia, di pace e di libertà interiore.
Perché una tale scelta, o piuttosto per Chi? Difficile dire tutto, o mostrare tutto, perché lessenziale è una questione della fede...

Un film del 2017 di Marc Jeanson, durata 43 minuti. Per ordini: qui.


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