martedì 14 novembre 2017

«Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?»

[...] Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è luomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?» (Regola, Prologo, 15; cfr. Sal 33,13). Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica.
San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.
[...] È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» (Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964), mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo.

[Estratto del discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza (Re)Thinking Europe. Un contributo cristiano al futuro del progetto europeo, promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) in collaborazione con la Segreteria di Stato, del 28 ottobre 2017]

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martedì 7 novembre 2017

La contentezza

S.Em. il card. Robert Sarah in visita all’abbazia
Notre-Dame de l’Annonciation (Le Barroux), il 16 agosto 2017
Cari amici,
È stato scritto che la più grande confraternita del mondo è quella degli scontenti. Chi non ne fa parte? È così naturale osservare cosa non funziona nel mondo! “Scontento di tutti e scontento di me”, notava Baudelaire. Non stiamo parlando di una giusta indignazione di fronte al male – come sarebbe per esempio la tristezza ispirata dalla perdita delle anime –, ma di uno stato dello spirito insoddisfatto, del sentimento penoso di essere frustrati nelle proprie aspirazioni, nei propri diritti.
Da dove viene questo nostro essere scontenti? Abbiamo ricevuto grandi doni, ne riceviamo continuamente. Ma anziché accontentarci della realtà, restiamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, spesso perché ci paragoniamo agli altri. Siamo come incapaci di trovare la gioia in quanto possediamo. Percepisco nella stia un’immagine di questa avidità: dei polli beccano con gioia; vedendo che i loro congeneri ricevono qualcosa, costoro accorrono a gambe levate per assaggiarlo, dimenticando il bene di cui gioivano!
Quanto a noi, disponiamo di ragione e di volontà, dunque della capacità di rinunciare a certi desideri. Per prevenire la depressione, male del secolo, chi svilupperà una spiritualità dell’accontentarsi? Chi saprà essere soddisfatto dei doni di Dio e ringraziarlo? Costui conoscerà la festa di cui parla il Libro dei Proverbi: “per un cuore felice è sempre festa” (15,15). Un maestro dei novizi benedettino ha spiegato come assaporare questo pasto festivo: “Dico ai miei novizi: in monastero si è contenti di quello che si riceve. Ogni tanto, fate un’orazione di contentezza, passando in rassegna tutto ciò che avete ricevuto in monastero, pur avendo fatto voto di povertà”.
In effetti, nel capitolo sull’umiltà della Regola, san Benedetto dichiara che il monaco umile “si contenta”, perché considerandosi un servo inutile, si ritiene sempre ben trattato. Così commenta Dom Romain Banquet: “Essere contenti di tutte le cose: di Dio, di noi stessi per i doni che Dio ci ha lasciato, dei nostri superiori, dei nostri fratelli, della salute, della malattia, della vita e della morte. Sempre contenti, sempre: giacché è questo il carattere proprio e il fondo della vita religiosa”.
D’accordo, diranno taluni, ma Dom Romain parlava per i religiosi! Certo, ma questa spiritualità non affonda le sue radici nel Vangelo, in particolare nelle Beatitudini? Coloro che non pongono la loro felicità né nel denaro né nel piacere, ma nella volontà divina, costoro sono ricchi di gioia. L’amore di Gesù informa le loro sofferenze, le loro gioie, le loro delusioni, i loro successi. Dà senso a tutto. Sì, solo lo sguardo della fede ci permette di aderire al piano di Dio, spesso sconcertante per i nostri occhi umani. “Lo capirai dopo”, dice Gesù a san Pietro. Anche noi spesso è “dopo” che percepiamo la Sapienza che ci guida. Legata alle virtù teologali di fede, speranza e carità, la contentezza si impara, si chiede come una grazia. Con essa, la vita è così più dolce!
Era questa l’idea maestra di Chesterton, come lo scrittore testimonia nella sua autobiografia: “Non dirò che è la dottrina che ho sempre insegnato, ma è la dottrina che avrei sempre amato insegnare. Questa idea, è di accettare tutte le cose con gratitudine, e non di reputarle come dovute” (Gilbert Keith Chesterton, L’homme à la clef d’or, Les Belles Lettres, Paris, 2015, p. 416).
Cari amici, smettiamola di appartenere alla confraternita degli scontenti. Basta! Natale, la meravigliosa festa dei doni, si avvicina. Non è il momento di sacrificare tutto ciò che in noi si oppone alla gioia di Dio? Nella santa Notte, il nostro Padre del Cielo ci offrirà il suo unico Figlio. Possiamo noi donargli questa buona volontà che porta la pace sulla terra, dicendogli, al seguito del padre Bourdaloue: “Signore, non so se siete contento di me. Ma ciò che io posso dire, e sono felice di darne pubblica testimonianza, è che io sono molto contento di voi”.

[Madre Placide Devillers O.S.B., Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation, Le Barroux, La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 107, 26 ottobre 2017, pp. 1-3, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 30 ottobre 2017

Il monaco ha diritti?

Non cercate nella Regola l’espressione “i diritti dell’uomo”; non la troverete. Dunque i monaci non hanno alcun diritto? Così formulata, nessuno. Se non, forse, che nel capitolo sulle obbedienze impossibili, è detto che il monaco ha il diritto di segnalare al superiore che l’ordine dato è superiore alle sue forze.
Ma per comprendere il pensiero di san Benedetto, la bella armonia che egli vuole fare regnare nel chiostro, facciamo qualche esempio. Il monaco ha diritto di possedere una penna, della carta e tutte le altre cose indispensabili alla sua vita contemplativa? Sembra di si, perché san Benedetto giudica questi oggetti indispensabili, ma egli non dice esplicitamente che il monaco “ha il diritto” di averli a suo uso; dice che l’abate “ha il dovere” di darglieli. Un altro esempio: l’abate ha il diritto di essere obbedito dai monaci? In nessuna parte della Regola troverete questo diritto espresso in modo così diretto. No, san Benedetto intende semplicemente che i monaci hanno il dovere di obbedire al loro superiore. I monaci hanno il diritto di mantenere il loro ruolo nella comunità e di ricevere un medesimo affetto da parte dell’abate? San Benedetto non dice così, ma che il superiore ha il dovere di non perturbare l’ordine senza ragione e soprattutto di non fare preferenze tra le persone. San Benedetto insiste quindi sui doveri reciproci e non sui diritti. 
Tutto ciò sembra del tutto uguale, poiché infine i monaci hanno le loro penne, il padre abate è obbedito e l’ordine è rispettato. Ma non è affatto uguale, perché nell’una e nell’altra formula lo spirito è del tutto diverso e finanche agli antipodi. L’una, insistendo sui doveri, favorisce la carità; l’altra, insistendo sui diritti, favorisce l’egoismo. Finalmente, è la differenza tra la città di Dio, in cui l’amore per Dio e il prossimo arriva all’odio di sé, e la città del diavolo, dove l’amore per sé arriva all’odio per Dio e il prossimo.
È questa una della ragioni per cui san Benedetto vieta ogni mormorazione in comunità. In effetti, le mormorazioni sono spesso dovute alla rivendicazione dei diritti. Già all’inizio della Regola, san Benedetto prende in giro quei sedicenti monaci che chiamano santo tutto quello che torna loro comodo. Il monaco non deve mai reclamare nulla per sé, ciò che esprime bene che l’anima del monaco si eleva a Dio pensando non ai propri diritti, bensì ai propri doveri. Lo stesso vale per le famiglie. San Paolo non richiama i mutui diritti degli sposi, ma i loro doveri, e specialmente quelli del marito, che si deve sacrificare per la moglie. Così è per le relazioni tra genitori e figli.
Ciò vale inoltre per le aziende. Nei colloqui di lavoro si presentano dei giovani candidati che portano sottobraccio un dossier contenente i loro innumerevoli diritti: la riduzione del tempo di lavoro, le ferie e altri grandi valori repubblicani. E se gli imprenditori non pensano che ai loro profitti, come meravigliarsi del circolo vizioso che porta ai conflitti?
Possiamo applicare il medesimo ragionamento alla stampa. Se la regola suprema è il “diritto di sapere”, come stupirsi di tante mancanze verso il dovere della carità e il rispetto dell’onore di ciascuno? Il peggio è che, da quando la legge consente l’aborto – ormai diventato un diritto fondamentale della donna –, lo spirito della società è passato dai diritti del bambino – che infine sono i doveri dei genitori – a un diritto al bambino. È diabolico.
Ma noi abbiamo l’esempio e la grazia di Gesù Cristo, il quale non ha reclamato il diritto di essere trattato come uguale a Dio, ma ha compiuto il suo dovere fino alla fine. Imitiamolo.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 163, 22 settembre 2017, pp. 1-2]

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giovedì 19 ottobre 2017

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / prima parte

Nell’ambito delicato della liturgia, in cui le suscettibilità sono in agguato, il soggetto di questo intervento comporta un vantaggio. Sganciato da ogni ideologia, esso si vuole risolutamente pragmatico. Il contadino, quando pianta un seme, può avere un’ideologia. Quando raccoglie, non è più lo stesso. Al contatto con il reale, con la natura, l’ideologia ha contribuito alla nascita di un frutto. Un frutto che può raccogliere; un frutto che può essere bello, piccolo, talora assente.
Dieci anni fa, Papa Benedetto XVI ha realizzato un progetto maturato sin dai primi tempi del suo incarico di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ridare uno statuto ufficiale al messale del 1962, attraverso la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum.
Mettiamoci umilmente al servizio non dei nostri pensieri, ma della Chiesa, e più particolarmente della sua liturgia, considerando i frutti di questo documento per la Chiesa universale.
In un primo momento, vorrei evocare la storia liturgica dell’abbazia di Fontgombault, come una panoramica. Seguiranno delle riflessioni sui frutti del documento pontificio secondo i punti di vista del rito e della Chiesa.

Storia

Dom Jean Roy O.S.B. (1921-1977), Abate di Notre-Dame di Fontgombault dal 1962 al 1977, accolse di buon grado il piccolo convoglio di riforme dell’Ordo Missæ, nel 1965. Non fu tuttavia senza qualche apprensione che seguì la fermentazione, che sfocerà nel 1969 nella promulgazione di un nuovo Ordo Missæ, del quale percepì al contempo le qualità e i limiti.
Fedele al principio di non dire nulla che non sia teologicamente certo, né di fare alcunché che non sia canonicamente in  regola, e contro numerose e forte pressioni, il Padre Abate mantenne l’uso del messale tridentino fino alla fine del 1974.
Secondo il documento di promulgazione del nuovo messale, esso sarebbe diventato obbligatorio quando le conferenze episcopali avessero ottenuto l’approvazione della traduzione. Fu questo il caso alla fine di quell’anno. Il Padre Abate ottemperò, non senza reticenze, ma considerando che i monaci non dovevano nemmeno dare l’impressione di disobbedire. Più tardi, dirà che la sua decisione rilevava più dalla prudenza che dall’obbedienza, poiché non era certo che il nuovo messale fosse obbligatorio e che il messale tridentino fosse legittimamente interdetto. L’avvenire mostrerà che il suo dubbio era giustificato.
Il Padre Abate raccomandò ai sacerdoti dell’abbazia di conservare nella celebrazione dei santi misteri le disposizioni di pietà, di rispetto, di senso del sacro che avevano acquisito alla scuola del messale tridentino.
È in questo clima liturgico pesante che il Padre Abate ha concluso la sua vita, in occasione di un Congresso benedettino a Roma, nel 1977; una vita senza dubbio abbreviata, almeno parzialmente, dalla lotta che non ha cessato di condurre per la difesa della santa Chiesa e della sua Tradizione.
Mediante la lettera circolare Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984, inviata alle conferenze episcopali, la Congregazione per il Culto divino faceva eco al desiderio del Sommo Pontefice san Giovanni Paolo II (1920-2005), di dare soddisfazione ai sacerdoti e ai fedeli desiderosi di celebrare secondo il messale romano pubblicato nel 1962. A partire dalla festa dell’Annunciazione del 1985, i sacerdoti del monastero – a condizione di farne personalmente richiesta all’ordinario del luogo – ricevettero il permesso di dire la metà delle messe della settimana secondo tale messale.
Una nuova tappa fu compiuta in seguito alle infelici “consacrazioni di Ecône”, con la creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Al prezzo di trattative rese difficili in virtù di persone influenti, Dom Antoine Forgeot O.S.B., successore del Padre Abate Jean, ottenne dalla Commissione il rescritto del 22 febbraio 1989, autorizzando a riprendere in maniera abituale il messale del 1962. Incoraggiata dalla Commissione per tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un avvicinamento con il messale del 1969, l’abbazia ha conservato il nuovo calendario per il santorale, e ha adottato qualche nuova prefazio, una preghiera universale la domenica… Queste usanze si riveleranno andare nella direzione del pensiero del cardinale Joseph Ratzinger.
Il 7 luglio 2007, il motu proprio Summorum Pontificum ha reso il suo pieno diritto di cittadinanza al messale del 1962. Se all’abbazia non fu occasione di riunioni, già anticipate da più di vent’anni, esso ha aumentato la devozione filiale e la gratitudine dei monaci nei confronti della Madre Chiesa e verso Benedetto XVI.
Da questa data, un centinaio di sacerdoti desiderosi d’imparare a celebrare nella forma extraordinaria – la cui età media è attorno ai 30-40 anni –, sono venuti all’abbazia. Inviati dal loro vescovo in vista di un ministero specifico, venuti da sé stessi al fine di rispondere alla richiesta dei fedeli, o semplicemente desiderosi di celebrare in privato questa forma venerabile per profittare della sua spiritualità, essi compiono il loro soggiorno con la convinzione di avere scoperto un tesoro. Le difficoltà incontrate riguardano l’uso della lingua latina e una presa di coscienza di una “conversione” da compiere nella maniera di celebrare, sulla quale torneremo oltre.
La gran parte di essi continueranno a praticare abitualmente la forma ordinaria. Altri celebreranno regolarmente una o più messe nella forma extraordinaria nella loro parrocchia – ciò che prevede il motu proprio –, e non solo per dei fedeli relegati in una “piccola cappella”.
Come non vedere qui le primizie di un rinnovamento della Chiesa orante, la nascita di sacerdoti e fedeli senza complessi, che attingono generosamente alla fonte inesauribile della tradizione liturgica della Chiesa, segnata almeno dalle preghiere del sacerdote – dette private –, di spirito monastico. Il messale di san Pio V è un messale medievale. Beneficia del clima di una società in cui il monachesimo ha svolto un ruolo capitale, sia tramite Cluny sia attraverso Cîteaux. Arricchito dal contatto con la tradizione monastica, esso è a immagine di ciò che san Benedetto chiede ai suoi monaci: “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” (RB 43,3).
Che dei sacerdoti riscoprano così il sacro, che i fedeli se ne abbeverino, non può essere senza riverbero sulla società. Ecco già uno dei primi frutti del motu proprio.

[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]

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giovedì 12 ottobre 2017

Gli oblati benedettini

«Gli oblati sono dunque delle persone che vivono nel mondo, che desiderando condurre unesistenza più cristiana e darsi a Dio in una maniera più completa, si fanno ammettere come membri di un monastero benedettino di monaci o di monache, promettendo di conformare ormai la loro vita alle massime fondamentali della Regola di san Benedetto, e dimitare  nella misura del possibile  la vita dei monaci».

[Dom Germain Barbier O.S.B. (1891-1971), quarto abate del monastero Saint-Benoît dEn Calcat, in Lettre aux oblats, n. 99, 3 ottobre 2017, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]












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martedì 11 luglio 2017

Un dono per la festa di san Benedetto: le Lodi domenicali dell'Ufficio monastico

A partire dal Natale 2014, con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine, abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. 
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dellestate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dellUfficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dellOra Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale; poi, in occasione della Quaresima 2016, è stata la volta dellOra Sesta settimanale; e infine, durante il tempo pasquale del 2016, abbiamo pubblicato lOra Nona settimanale.
Ancora una volta con lintento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dellUfficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione il fascicolo delle Lodi domenicali (fuori del tempo pasquale), sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dellabbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).


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lunedì 26 giugno 2017

Una foto rarissima della prima Messa di Thomas Merton

Dom M. Louis (Thomas) Merton O.C.S.O. (1915-1968) eleva il calice durante la sua prima celebrazione della Messa solenne, il 28 maggio 1949, dopo l’ordinazione sacerdotale di qualche giorno prima presso l’Abbazia Trappista di Nostra Signora di Gethsemani, nei pressi di Bardstown, nel Kentucky (USA). 

“O la vita è totalmente spirituale, oppure non lo è affatto. Nessuno può servire due padroni. La nostra vita è plasmata dagli obiettivi per cui viviamo. Siamo fatti a immagine di ciò che desideriamo” (Dom M. Louis Merton O.C.S.O.).

[Fonte dellimmagine: Aleteia | Fotografia di H.B. Littell | AP Archives]









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