giovedì 19 gennaio 2017

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 9

undicesima domanda

Tutto ciò è molto bello… Ma non bisogna fare i conti con il fatto che l’uomo moderno non è più tanto capace di comprendere che per pregare bisogna rivolgersi a Oriente? Per lui il sol levante non ha più la forza simbolica che aveva per l’uomo dell’antichità e che conserva ancora oggi nei Paesi mediterranei, battuti dal sole in maniera più intensa che da noi, “uomini del nord”. Per i cristiani di oggi è tuttavia la comunità della mensa eucaristica ciò che prevale.

Anche se l’uomo moderno non presta più attenzione alla direzione esatta verso cui prega –  anche se i musulmani continuano a volgersi verso La Mecca e gli ebrei verso Gerusalemme –, tuttavia non dovrebbe avere difficoltà a comprendere il significato che riveste il fatto che il sacerdote e i fedeli preghino insieme nella medesima direzione. In ogni caso, l’uso che tutti i presenti siano insieme orientati “verso il Signore” è qualcosa d’intemporale e conserva anche oggi tutto il suo significato.
A fianco dell’aspetto teologico relativo al faccia a faccia tra il sacerdote e i fedeli nel momento della celebrazione del sacrificio eucaristico, è il caso di richiamare anche i problemi di ordine sociologico, che appartengono essi stessi alla messa in risalto della “comunità della mensa eucaristica”.
Il prof. Wigand Siebel, nel suo piccolo libro intitolato Liturgie als Angebot (“La liturgia all’asta”), pensa che il sacerdote rivolto verso il popolo può essere considerato come “il simbolo più perfetto del nuovo spirito della liturgia”. Egli aggiunge: “La posizione in uso fino a ieri faceva apparire il prete come il capo e il rappresentante della comunità, che parlava a Dio in nome di quest’ultima, come Mosè sul Sinai: la comunità indirizza a Dio un messaggio – preghiera, adorazione, sacrificio –, il prete, in quanto capo, trasmette questo messaggio, e Dio lo riceve”.
Con la nuova pratica, prosegue Siebel, il sacerdote “non sembra più nemmeno il rappresentante della comunità, piuttosto un attore che – almeno nella parte centrale della messa – svolge il ruolo di Dio, un po’ come a Oberammergau o in altre rappresentazioni della Passione”. Conclude: “Ma se, in nome di questa nuova svolta, il prete diventa un attore incaricato d’interpretare il Cristo sulla scena, ecco che allora, a causa di questa riproposizione teatrale della Cena, Cristo e il prete finiscono con l’identificarsi in una maniera talora insopportabile”.
Siebel spiega anche la buona volontà con la quale i preti hanno adottato la celebrazione versus populum: “Il considerevole disorientamento e la solitudine dei preti hanno fatto sì che essi cercassero dei nuovi punti d’appoggio per il loro comportamento. Fra questi vi è il sostegno emotivo che procura al prete la comunità riunita davanti a lui. Ma ecco che nasce immediatamente una nuova dipendenza: quella dell’attore di fronte al suo pubblico”.
Anche Karl Guido Rey, nel suo libro Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche (“Manifestazioni pubertarie nella Chiesa cattolica”), dichiara: “Mentre fino a ieri il prete offriva il sacrificio in quanto intermediario anonimo, in quanto capo della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, in nome di tutti e con tutti; mentre fino a ieri pronunciava delle preghiere […] che gli erano state prescritte, oggi questo prete ci viene incontro in quanto uomo, con le sue particolarità umane, con il suo stile di vita personale, il volto rivolto a noi. Per molti preti diventa forte la tentazione di prostituire la propria persona, tentazione contro la quale non hanno la statura per lottare. Alcuni molto astutamente, e altri con minore astuzia, volgono la situazione a proprio vantaggio. Le loro attitudini, la loro mimica, i loro gesti, tutto il loro comportamento attira gli sguardi che si fissano su di loro, per le loro ripetute osservazioni, le loro direttive, le parole d’accoglienza o d’addio. […] Il successo di quanto suggeriscono costituisce perciò la misura del loro potere e, quindi, la norma della loro sicurezza” (p. 25).
Nella sua opera Liturgie als Angebot, Siebel dichiara inoltre, a proposito dell’auspicio di Klauser che abbiamo precedentemente menzionato, “di vedere più chiaramente espressa la comunità della mensa eucaristica” grazie alla celebrazione versus populum: “L’auspicata riunione dell’assemblea attorno al tavolo della Cena, non può certo contribuire a un rafforzamento della coscienza comunitaria. In effetti, solo il sacerdote rimane al tavolo, e per di più in piedi; gli altri partecipanti al pasto sono seduti più o meno lontani, nella sala del teatro”.
Ancora, secondo Siebel: “Come regola generale, il tavolo è posto lontano dai fedeli, su un palco, così che non è possibile fare rivivere gli intimi rapporti che esistevano nella sala in cui si svolse la Cena. Il prete che svolge il suo ruolo girato verso il popolo, difficilmente può evitare di dare l’impressione di rappresentare un personaggio che, pieno di gentilezza, viene a proporci qualcosa. Per limitare questa impressione si è provato a piazzare l’altare in mezzo all’assemblea. Non si è dunque più costretti a guardare solo il prete, l’occhio può spaziare anche sugli assistenti che gli stanno a fianco; ma così facendo si fa sparire il distacco esistente fra la spazio sacro e l’assemblea. L’emozione un tempo suscitata dalla presenza di Dio nella chiesa, si muta in un pallido sentimento che si distingue appena dalla quotidianità”.
Ponendosi dietro l’altare, con lo sguardo rivolto al popolo, il sacerdote diventa, dal punto di vista sociologico, sia un attore interamente dipendente dal suo pubblico, sia un venditore che ha qualcosa da proporre.
Nel libro che abbiamo già citato, Das Konzil der Buchhalter, Alfred Lorenzer richiama ancora altri punti di vista, in particolare d’ordine estetico: “Non solo il microfono rivela ogni respiro, ogni rumore occasionale, ma la scena che si svolge assomiglia molto più alla presentazione televisiva di certe ricette di cucina, che alle forme liturgiche delle Chiese riformate. Mentre in queste ultime l’azione sacra è stata emarginata – ridotta al massimo di semplicità e brevità –, nella riforma liturgica [cattolica] è questa azione a rimanere preponderante: privata dei suoi ornamenti gestuali essa conserva minuziosamente tutta la complessità del suo svolgimento, ed è ormai presentata agli occhi di tutti in una pseduo-trasparenza che confonde la percezione sensibile delle manipolazioni con la trasparenza del mito, manipolazioni che sono eseguite in maniera tale che ogni dettaglio di questo rituale alimentare finisce con l’essere esibito sempre con poca discrezione. Si vede un uomo rompere con difficoltà un’ostia che resiste, si vede come egli se la mette in bocca, si diviene testimoni di abitudini masticatorie personali, non sempre molto belle, di modi con cui ingoiare del pane secco, di tecniche usate per far girare il calice da purificare e di sistemi più o meno abili per asciugarlo” (p. 192).
Queste sono le conseguenze sociologiche della posizione del celebrante di fronte all’assemblea. Certo, le cose stanno diversamente al momento della proclamazione della Parola di Dio. Questa azione presuppone proprio il faccia a faccia tra il prete e il popolo, com’è stato sempre scontato che il predicatore si rivolgesse verso i fedeli, al pari del diacono che cantava il Vangelo. Ma, come abbiamo già detto, è cosa ben diversa la celebrazione del vero e proprio sacrificio eucaristico: in questo caso la liturgia non è una “offerta” ai fedeli, come lo è la liturgia della Parola, bensì un avvenimento sacro nel corso del quale il cielo e la terra si uniscono e il Dio della grazia s’inclina verso di noi. Solo al momento della comunione, del pasto eucaristico vero e proprio, si ritorna al faccia a faccia tra il prete e i comunicandi.
Questi cambiamenti di posizione del celebrante all’altare durante la messa hanno un preciso significato simbolico e sociologico. Quando il celebrante prega e sacrifica, egli ha – come tutti i fedeli – gli occhi rivolti a Dio, mentre quando proclama la Parola di Dio e distribuisce l’eucaristia si gira verso il popolo.
Come abbiamo visto, il rivolgersi a Est è così antico che la Chiesa ha fatto di questa attitudine un uso che non può essere modificato. “Si cerca” costantemente “con gli occhi il luogo ove è posto il Signore” (J. Kunstmann); o, come dice Origene nel suo libro sulla preghiera (cap. 32), vi è in ciò “un simbolo, quello dell’anima che guarda verso il sorgere della vera luce”, “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tt 2, 13).

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 48-52) / 9 - continua]

Share/Save/Bookmark

lunedì 16 gennaio 2017

Fons Amoris - I monaci di Fontgombault

«Mistero di tutte queste vite nascoste nel corso dei secoli, consumate dietro le mura. Mistero insondabile e che tuttavia, attraverso gli interrogativi che pone al cuore degli uomini del mondo, può condurre ciascuno, secondo vie diverse, alle porte di un Mistero ancora più grande, davanti al quale solo il Silenzio è eloquente...».
Queste parole introducono il documentario dedicato allAbbazia Notre-Dame di Fontgombault, monastero benedettino francese della Congregazione di Solesmes.
Fontgombault, la cui divisa Fons Amoris significa "Fontana d’Amore", sembra un luogo preservato dagli oltraggi del tempo, un luogo ancorato nella storia mediante la testimonianza che reca di una tradizione vivente, radicata nel Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.
Così scriveva Paul Valéry : «Occorrerà ben presto costruire dei chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né le onde né le foglie; nei quali sarà coltivata lignoranza di ogni politica, si disprezzerà la fretta, il numero, gli effetti della massa, delle sorprese, del contrasto, della ripetizione, della novità, della credulità. Sarà là che un certo giorno si andranno a considerare attraverso le grate alcuni esemplari di uomini liberi».
Un forte richiamo per il mondo questo richiamo a una vita così radicale, austera, ma fonte di gioia, di pace e di libertà interiore.
Perché una tale scelta, o piuttosto per Chi? Difficile dire tutto, o mostrare tutto, perché lessenziale è una questione della fede...

Un film del 2017 di Marc Jeanson, durata 43 minuti. Per ordini: qui.


Share/Save/Bookmark

mercoledì 11 gennaio 2017

Una solidarietà nel bene che fa da contrappeso all’unione del male

- Ah! come sono felici! 
L’abate rispose: - Troppo. 
Poi dolcemente, a voce bassa: 
- Davvero! Entriamo qui per far penitenza, per mortificarci e abbiamo appena cominciato a soffrire che già Dio ci consola! È così buono che vuol ingannarsi sui nostri meriti. Se permette che in certi momenti il demonio ci perseguiti, ci dà in cambio tanta gioia che non c’è più proporzione tra la ricompensa e la pena. Talvolta mi domando come possa sussistere ancora l’equilibrio che le monache e i monaci sono incaricati di mantenere, perché né gli uni né le altre soffrono abbastanza per neutralizzare le offese continue delle città.
L’abate si interruppe, poi riprese pensoso. 
- Il mondo non concepisce neppure che le austerità delle abbazie possano arrecargli vantaggio. La dottrina della sostituzione mistica gli sfugge completamente. Non può capire che, quando si tratta di subire una pena meritata, la sostituzione dell’innocente al colpevole è necessaria. Tanto meno si spiega che, volendo patire per gli altri, i monaci allontanino le collere celesti e stabiliscono una solidarietà nel bene che fa da contrappeso all’unione del male. Eppure Dio sa da quali cataclismi questo mondo sarebbe minacciato se, in seguito all’improvviso sparire di tutti i chiostri, l’equilibrio che lo salva venisse rotto.

[Joris-Karl Huysmans (1848-1907), Per strada, trad. it., BUR Rizzoli, Milano 1961, p. 331]

Share/Save/Bookmark

martedì 13 dicembre 2016

Calendario 2017 dei monaci di Norcia

Nel corso degli anni, e particolarmente negli ultimi mesi, ci siamo occupati a più riprese dei monaci benedettini del Monastero San Benedetto di Norcia (si veda per esempio qui, qui e qui), una comunità monastica internazionale con membri provenienti dagli Stati Uniti, Indonesia, Brasile, Germania, Canada e Inghilterra, che dedica una cura particolare alla celebrazione liturgica secondo le usanze tradizionali della famiglia benedettina e la forma extraordinaria del Rito romano. Comè noto, i monaci di Norcia hanno in cura la Basilica di San Benedetto, il cuore di Norcia, nonché il luogo che ha dato i natali ai santi Benedetto e Scolastica. In conseguenza dei recenti e tragici avvenimenti del terremoto che ha colpito duramente anche la città di Norcia, il bisogno urgente di restaurare la basilica e ricostruire la vita monastica è fra le preoccupazioni maggiori del Monastero San Benedetto di Norcia: a tal proposito, invitiamo i lettori di Romualdica a fare una donazione. Negli ultimi anni i monaci di Norcia hanno realizzato un pregevole calendario, comprensivo delle ricorrenze della forma extraordinaria del Rito romano, nonché del novus ordo. In ragione delle difficoltà insorte con il terremoto, il calendario del 2017 è ora pronto e disponibile, ma solo in formato pdf, scaricabile gratuitamente attraverso questo link.

Fai discendere sulla tua Chiesa, o Signore, lo spirito che animò il Nostro Santo Padre Benedetto, affinché, riempiti di questo spirito, possiamo imparare ad amare ciò che lui ha amato e a professare ciò che lui ha insegnato.


Share/Save/Bookmark

giovedì 8 dicembre 2016

Conferenza del cardinale Robert Sarah sulla liturgia

Dal 5 all’8 luglio 2016 si è svolta a Londra l’edizione annuale del Convegno internazionale Sacra Liturgia 2016, nel corso del quale S. Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha tenuto una conferenza dal titolo “Towards an Authentic Implementation of Sacrosanctum Concilium” (“Verso un’autentica attuazione di Sacrosanctum Concilium”), che ha avuto ampia risonanza mondiale. La rivista Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, ha avuto il privilegio di ottenere l’autorizzazione di pubblicare la traduzione italiana dell’allocuzione del card. Sarah, che sarà inclusa nel numero 382 della rivista (ottobre-dicembre 2016, pp. 21-40), in uscita nei prossimi giorni (per ordini, abbonamenti e informazioni scrivere allindirizzo: abbonamenti.cristianita@alleanzacattolica.org). Con il permesso della direzione della rivista Cristianità, siamo lieti di offrire qui di seguito, in anteprima per i lettori di Romualdica, il testo integrale della conferenza del card. Sarah, in formato pdf.



Share/Save/Bookmark

sabato 3 dicembre 2016

Avvento con “L’oblato” di Huysmans

È che si gela qui dentro, mormorava Durtal; che il mio uomo abbia dimenticato l’appuntamento? Un trascinare di scarpe in corridoio lo rassicurò.
«Sono in ritardo», disse il religioso, «ma abbiamo appena finito di buttar giù in refettorio, secondo la tradizione, una tazza di vin brulé per scaldare il sangue, perché staremo in piedi a cantare fino all’aurora. È pronto?».
«Sì, padre», rispose Durtal che si mise sull’inginocchiatoio e si confessò. Dopo avergli domandato l’assoluzione, con pacatezza, con calma, parlando come a una conferenza ai suoi novizi, dom Felletin trattò di quell’Avvento che era morto e di questa festa di Natale che stava per nascere.
Durtal si era seduto e lo ascoltava.
«Sono terminate queste quattro settimane», diceva, «che rappresentano i quattromila anni che sono trascorsi prima della venuta di Cristo. Il primo giorno dell’anno civile, il primo gennaio del calendario gregoriano, è per il mondo un motivo di allegria; per noi, il giorno dell’anno liturgico, che è la prima domenica d’Avvento, è stato un argomento penoso. L’Avvento, simbolo d’Israele che invocava la venuta del Messia macerandosi e digiunando sotto la cenere, è, in effetti, un tempo di penitenza e di lutto. Non si canta il Gloria, non si suona l’organo nei giorni feriali, non si dice Ita missa est, non si canta il Te Deum nell’Ufficio notturno; abbiamo adottato come segno di tristezza il violetto e, come segno ancor più energico d’inquietudine e di ansia in certe diocesi, come in quella di Beauvais, inalberavano ornamenti color cenere; anche in altre, quelle di Le Mans, di Tours, le chiese del Delfinato, rincaravano ancora sul senso dei colori smorti, vestendosi con la tinta del trapasso, di nero.
La liturgia di quest’epoca è splendida. Allo sconforto delle anime che piangono i loro peccati, si mescolano i clamori eccitati e gli urrà dei Profeti che annunciano che il perdono è vicino; le Messe delle Quattro Tempora, le grandi “antifone O”, l’inno dei Vespri, il Rorate coeli della Salvezza, il responsorio del Mattutino della prima domenica, possono essere considerati tra i più preziosi gioielli del Tesoro dell’Ufficio; solo gli scrigni della Quaresima e della Passione contengono dell’oreficeria così perfetta; eccoli ora riposti nei loro cassetti, per un anno. La gioia degli auguri esauditi succede alle ansie delle scadenze; e tuttavia non tutto è finito, perché l’Avvento si riferisce non solo alla Natività di Cristo, ma anche al suo ultimo Avvento, cioè a questa fine del mondo quando verrà, come si professa nel Credo, a giudicare i vivi e i morti. È necessario perciò non dimenticare questo punto di vista e innestare sulla gioia rassicurante del Nuovo Nato, il salutare timore del Giudice.
L’Avvento è, dunque, sia il Passato che il Futuro; ed è anche, in un certo modo, il Presente; perché questa stagione liturgica è la sola che debba sussistere immutabile in noi; le altre scompaiono con il succedersi del tempo. Lo stesso anno termina, ma senza che l’universo scompaia in un definitivo cataclisma; e di generazione in generazione, ci trasmettiamo l’angoscia; dobbiamo sempre vivere in un eterno Avvento perché, aspettando la suprema fine del mondo, avrà il suo compimento in ciascuno di noi con la morte.
La stessa natura ha il compito di simbolizzare la cura di questa stagione che abbiamo vissuto; il decrescere dei giorni era come l’emblema delle nostre impazienze e dei nostri rimpianti; ma i giorni si allungano dal momento che il Signore nasce; il Sole di Giustizia dissipa le tenebre; è il solstizio d’inverno e sembra che la terra, liberata da persistenti tenebre, gioisca.
Dobbiamo dunque, come lei, dimenticare per qualche ora l’opprimente pensiero dei castighi, pensare solo a quest’avvenimento inesprimibile di un Dio divenuto bambino per riscattarci...
Mio caro amico, ha preparato bene il suo Ufficio, vero? Ha già letto le stupende antifone del Mattutino; mi intratteneva poco fa su queste, durante la confessione, sulle sue ansie e le sue distrazioni durante il canto della salmodia; si lamenta del dolore che prova nel vedersi così tanto impregnato di atmosfera mondana; si domanda se la routine non annichilisca l’efficacia delle sue preghiere? Lei cerca allora sempre il pelo nell’uovo con sé stesso! Ma, vediamo, la conosco abbastanza bene per sapere che questa notte lei trasalirà di piacere, solo ascoltando lo stupendo Invitatorio dell’Ufficio. Ha dunque bisogno di insistere su ogni parola, di soppesare qualsiasi risposta? Non sente la presenza di Dio, in questo entusiasmo che non ha niente da spartire con la discussione e l’analisi? Ah! Non è semplice con Lui! Lei ama più di chiunque altro la prosa ispirata delle Ore e vuole convincersi di non amarli abbastanza. È folle! Finirà, con così tanti dubbi, per compromettere ogni slancio; e stia attento perché la malattia dello scrupolo, di cui ha tanto sofferto alla Trappa, ritorna!
Allora faccia il bravo con sé stesso e sia meno pignolo con Dio! Non esige che lei smonti, come gli ingranaggi di un orologio, gli argomenti delle sue preghiere e ne sminuzzi la comprensione quando comincia a formularle. Le domanda solo di recitarle. Ecco un esempio: scegliamo una santa della quale non potrà discutere l’autorità, santa Teresa; non conosceva il latino e non si augurava che le sue figlie lo imparassero; e tuttavia le carmelitane sanno salmodiare l’Ufficio in questa lingua. Secondo la minuzia delle sue congetture, pregherebbero male, allora! La verità è che sanno che, facendo così, cantano le lodi al Signore e lo implorano per quelli che non lo adorano affatto e questo è sufficiente; riempiono di questi pensieri queste parole di cui esse non conoscono in modo preciso il senso e che tuttavia rendono i loro desideri in maniera assoluta; ricordano a Gesù le sue promesse e i suoi rimproveri. Le loro preghiere Gli presentano, se posso dire, un trattato che segnò con il suo sangue e che non può lasciar inesaudito; forse non siamo infatti creditori di certe promesse dei suoi Vangeli?».
«Solo... solo...» continuò il monaco, dopo un silenzio, come parlando a sé stesso, «queste promesse dovute all’immensità del suo amore esigono, perché si realizzino, che ritorniamo a Lui una giusta misura – tuttavia calcolata col nostro metro – giacché, che misera ripercussione dell’infinito ci portiamo in noi stessi! Questo povero amore, non si ottiene che attraverso la sofferenza. Bisogna soffrire per amare e soffrire ancora quando si ama!
Ma dimentichiamo tutto questo: non veliamo la gioia di queste poche ore: ritorniamo a noi, pensiamo subito a questa incomparabile veglia, a questo Natale che ha fatto piangere di tenerezza in tutte le epoche. I Vangeli sono brevi; ci relazionano gli avvenimenti senza riflettere sui dettagli; non c’è posto all’ostello e questo è tutto. Ma che meravigliosa forma di liturgia si è creata attorno a questo nodo che sembrava così arido! L’Antico Testamento è venuto a completare il Nuovo; è il contrario di ciò che succede di solito; contrariamente a tutti i precedenti sono i testi anteriori che completano quelli che seguono; il bue, l’asino, non è a san Luca, ma a Isaia che li dobbiamo; sono da sempre acquisiti nell’O gran mistero, uno dei più bei responsori del secondo notturno di questa notte.
Ah! La radiosa bellezza della teofania! Quando Gesù è appena nato e non può ancora parlare, simbolizza in modo immediato, con un’azione materiale, gli insegnamenti che proclamerà così chiaramente più tardi. La sua prima cura è di mettere in pratica e di confermare con un esempio il canto che glorifica sua Madre, l’exaltavit humiles del Magnificat!
La sua prima riflessione è un pensiero di deferenza verso di Lei. Vuol giustificare davanti a tutti il grido di vittoria della Vergine e in effetti attesta nello stesso tempo che i piccoli sono i suoi preferiti e che devono stare davanti a Lui prima dei potenti. Certifica che i ricchi avranno più difficoltà dei poveri a essere ammessi alla sua presenza e lo fa capire imponendo un lungo viaggio a questi sovrani e a questi sapienti, i Magi, dispensando da queste fatiche e pericoli i pastori che invita per i primi ad adorarlo e rialza la gerarchia degli umili, delegando per condurli davanti a Lui, non più la luce silenziosa di una stella, ma una truppa estasiata di angeli!
E la Chiesa si conforma ai disegni del Figlio. In questa notte di Natale, i Magi si manifestano solo tra le quinte e non se ne parlerà neppure, invero avranno un Ufficio esclusivamente loro solo per la festa dell’Epifania. Oggi, tutto è per i pastori.
Aggiungiamo inoltre che Maria ha sempre confermato questa intenzione perché nelle sue più note apparizioni, Lei si è sempre indirizzata a dei guardiani di greggi, non a dei sapienti, a dei monarchi o a delle donne ricche».
«Senza dubbio, padre», disse Durtal, «tuttavia mi permetta un’osservazione. La lezione d’umiltà che mi ha ricordato appena adesso è stata un po’ persa. Il Medioevo che ha inventato tante leggende sui re Magi, non ne ha mai immaginata una sola per i poveri pastori; le reliquie dei magi, promossi al rango di santi, sono ancora venerate a Colonia e nessuno si è mai occupato di sapere ciò che era stato dei resti modesti dei pastori, né si è domandato se fossero, anche loro, dei santi!».
«È vero», disse sorridendo il monaco. «Cosa vuole, l’umanità ama alla follia il mistero; i Magi erano così enigmatici, così strani che tutto il Medioevo ha sognato di questi potenti che rappresentavano, per esso, il culmine della ricchezza e l’apogeo della potenza; e ha dimenticato i buoni che vedeva tutti i giorni. È il vecchio adagio, i primi davanti a Dio sono gli ultimi davanti agli uomini.
Vada in pace, faccia la comunione, mio caro, e preghi per me».

[Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, trad. it., D’Ettoris Editori, Crotone 2016, pp. 180-184]

Share/Save/Bookmark

lunedì 28 novembre 2016

C come clausura - San Benedetto per tutti / 5

“Il monastero, poi, dev’essere possibilmente organizzato in modo che al suo interno si trovi tutto l’occorrente, ossia l’acqua, il mulino, l’orto e i vari laboratori, per togliere ai monaci ogni necessità di girellare fuori, il che non giova affatto alle loro anime” (RB LXVI,6-7).
Detto in altri termini, un monaco fuori della sua clausura è come un pesce fuor d’acqua!
Per via negativa, il grande beneficio della clausura è certamente di proteggere il monaco dal mondo e dal suo spirito. San Benedetto è assai vigilante ed esigente su questo punto. Perciò chiede ai suoi monaci di “rendersi estraneo alla mentalità del mondo” (RB IV,20) e che “nessuno si permetta di riferire ad altri quello che ha visto o udito fuori del monastero, perché questo sarebbe veramente rovinoso” (RB LXVII,5).
Per via positiva, la vita in clausura apporta soprattutto un quadro in cui tutto è organizzato in vista di facilitare l’ascolto e il servizio di Dio, l’intimità con lui.
Comprendete quindi che per noi la clausura è ben più di un muro. Essa è il segno di una ferma volontà di mettere qualcosa fra il mondo e noi, al fine di favorire la nostra unione con Dio.
Ma allora, cari amici, se questo è il significato profondo della nostra clausura, non ritenete che un certo spirito di clausura è indispensabile per la vostra propria vita di unione al Signore? Da qui la seguente domanda, per aiutarvi: di fronte al mondo, alle sue sollecitazioni permanenti, al suo ritmo, alla dittatura del brusio… come s’incarna concretamente nella vostra vita quotidiana questa volontà di mettere qualcosa fra il mondo e voi, a beneficio della vostra unione con Dio?
La risposta franca a questa domanda vi permetterà di vedere alquanto chiaramente quale posto gli lasciate effettivamente!
La prossima volta, Q come quaresima

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 24, novembre 2016, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Share/Save/Bookmark