sabato 28 maggio 2011

Nozioni generali sull'oblatura benedettina / ultima parte

Parimenti, tale sarà dunque il fine dell'oblato: vivere nello spirito della santa Regola praticando, nella misura e secondo il modo proprio della situazione personale e delle circostanze in cui lo ha posto la Provvidenza, le virtù monastiche, unendosi nel miglior modo possibile, almeno con l'intenzione — se possibile con la recita personale di alcune Ore dell'ufficio —, alla solenne preghiera liturgica che il suo monastero non cessa di elevare a Dio, in unione con tutta la Chiesa nel compimento della sua funzione primordiale di adorazione e di lode.
Preoccupato della propria santificazione, e ciò nell'intento primario di dare a Dio una lode più perfetta, l'oblato sarà a maggior ragione in grado d'irradiare attorno a sé il suo cristianesimo, sia per la semplice testimonianza della sua vita, sia per la sua partecipazione attiva alle diverse forme di apostolato e azione cattolica, dell'assistenza materiale o spirituale del prossimo, ecc. Che ciò avvenga — qualora sposato  nella sua vita coniugale o familiare, o se sacerdote nel suo ministero sacerdotale, nella vita professionale o sociale, la sua oblatura — compresa adeguatamente e vissuta in profondità —, lungi dall'ostacolarlo, sarà per lui un sostegno e uno stimolo, e gli assicurerà delle grazie e degli aiuti soprannaturali particolarmente efficaci per fargli compiere in maniera migliore tutti i suoi doveri di stato.
È normale che, essendo l'oblatura un impegno d'ordine morale e spirituale, gli obblighi che essa comporta siano essi stessi principalmente morali e spirituali. Per l'oblato si tratta anzitutto di vivere il più possibile secondo lo spirito di san Benedetto, per quanto rimanendo nelle condizioni particolari in cui la Provvidenza lo ha posto nel mondo. Ciò non significa che la sua oblatura non dovrà concretizzarsi sotto forma di talune pratiche esteriori. Ma la natura e la misura di tali pratiche saranno assai variabili e dovranno adattarsi ai casi specifici; perché in tal caso non si tratta, evidentemente, che di mezzi. Mezzi che, ciò nonostante, non sono di meno necessari; e se la discrezione così cara a san Benedetto deve presiedere alla loro scelta e applicazione, questa flessibilità non deve peraltro creare illusioni, lasciando credere che l'oblatura sia cosa imprecisa e superficiale!
Fare professione d'oblato significa compiere un passo serio, che conseguentemente presuppone una matura riflessione. Si tratta di contrarre un impegno di notevole importanza, poiché si assume Dio stesso a testimone. Significa porre un atto tanto più grave agli occhi della fede, in quanto è d'ordine strettamente soprannaturale. Ancora, si tratta di concludere con la comunità alla quale ci si affilia un contratto da cui risulterà, da una parte e dall'altra, una comunione vitale e una reciproca presa in carico spirituale. Significa impegnarsi solennemente nel percorso di un'autentica conversione interiore; conversione la cui opera non sarà d'altro canto mai pienamente compiuta quaggiù, ma alla quale si dovrà, giorno dopo giorno, lavorare con perseveranza, ispirandosi ai princìpi della Regola monastica che san Benedetto ha definito egli stesso come «una scuola del servizio del Signore» (RB prol., 45).
Ecco perché l'ingresso nell'oblatura non può che compiersi progressivamente. Esso comporterà anzitutto un periodo di probazione, un noviziato che dovrà durare almeno un anno intero: tempo di studio e di riflessione durante il quale il candidato si sforzerà di approfondire lo spirito della santa Regola, di vedere se esso risponde pienamente alle proprie aspirazioni spirituali, di rendersi conto del modo in cui gli sarà possibile irradiarlo in tutta la sua vita personale; e si chiederà lealmente se può, in tutta sincerità, compiere tali promesse con una ferma volontà — grazie all'aiuto di Dio — di rimanergli fedele.
Concluso questo periodo, l'Abate del monastero potrà ammettere il novizio a compiere la Professione. A partire da quel momento, secondo l'espressione della santa Regola, egli sarà «considerato come un membro della comunità» (RB LVIII, 23) e opererà con un cuore solo e un'anima sola con i suoi fratelli monaci, a procurare la maggior gloria di Dio e allo stesso tempo ad assicurare la propria salvezza eterna.

[Dom Jean Guilmard O.S.B., Les oblats séculiers dans la famille de Saint Benoît, Abbaye Saint-Pierre de Solesmes, Sablé 2001, pp. 12-15, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 - fine]

mercoledì 25 maggio 2011

Una regola di vita interiore / ultima parte

[la prima parte qui; la seconda parte qui;
la terza parte qui; la quarta parte qui;
la quinta parte qui; la sesta parte qui;
la settima parte qui]

La Regola di san Benedetto

Nello stesso tempo dolce ed esigente, ampia d’orizzonti, capace di abbracciare il destino degli uomini di tutti i tempi, e attenta verso i più piccoli tra noi, di cui indovina le più segrete aspirazioni, la Regola di san Benedetto – non bisogna meravigliarsene – ha sempre attirato e conquistato le anime desiderose di calcare i sentieri della via stretta. E l’oblatura benedettina, attraverso i muri dei nostri monasteri, non significa altro che questa fiducia manifestata dalle famiglie e società verso una legislazione che il tempo e l’esperienza hanno reso capace di forgiare la nostra spiritualità occidentale. Indirizzandosi ai benedettini di San Mauro in un panegirico di san Benedetto, Bossuet diceva loro: «I mondani corrono alla servitudine avendo la libertà; voi, cari Padri, andate alla libertà attraverso la dipendenza». Talvolta questa dipendenza che ci lega a Dio e ci libera da noi stessi ci spaventa, almeno fino a quando non l’abbiamo gustata, ma essa è la legge suprema delle società, e vi invito a scoprirvi quel non so che di puro e familiare, prima dell’irrigidirsi del mondo, che corrisponde alle prime epoche della Cristianità e che si chiama, non senza ragione, la primavera della Chiesa.
Giorno dopo giorno, la lettura della Regola unirà le vostre più piccole azioni a quelle dei vostri fratelli monaci. Niente vi impedirà allora di seguirli in spirito, nella lettura, o di ascoltare attorno al loro Padre Abate le sante letture, coltivando la terra che è l’immagine della bontà di Dio e di trarne un cantico di benedizione. Vedeteli in preghiera e al lavoro in questa specie di villaggio la cui architettura sembra salire essa stessa verso Dio notte e giorno con il canto dei salmi; qualcosa che assomiglia alla pace del primo giardino dove Dio veniva a parlare con Adamo alla brezza del giorno, dove lo sforzo quotidiano non consiste in nient’altro che obbedire, ad amarsi l’un l’altro, a vivere e a camminare alla presenza del Dio invisibile. Non è forse consonante con il progetto che ogni anima vuole fare della sua esistenza un inizio di vita eterna?
Lavoriamoci per esserne persuasi. La regola suprema di tutte le nostre convinzioni è la fede. Una fede sempre al risveglio e sempre all’opera «affinché venga il giorno e che la stella del mattino si alzi nei nostri cuori».

Riflessioni sulla preghiera

Scrivendo alla principessa di Condé, fondatrice delle Benedettine di San Luigi al Tempio, mons. d’Astros le aveva chiesto come pregava. Per tutta risposta, lei gli aprì la sua anima con grande semplicità.
Si vedrà che la più alta regola della preghiera è forse di non averne. Lo Spirito Santo, che trova le sue delizie tra i figli degli uomini, ha fatto presto a entrare in un’anima distaccata da sé stessa e felice di essere nulla:
«Cosa mi sembra? La preghiera non è una scienza da studiare con dei libri, né con sermoni, nemmeno a sé stessi… ma un semplice mezzo per unirsi a Dio, non con l’attrazione per il godere che si può provarvi (ciò non varrebbe nulla, lei lo meglio di me), ma per meglio onorarlo, glorificarlo e amarlo; perché, se ci uniamo a lui, si degna di unirsi a noi, e allora i nostri movimenti del cuore e tutti i nostri sentimenti acquisiscono un premio che non avrebbero sicuramente per sé stessi.
«Quanto a come mi sento, ecco: per prima cosa una grande nullità, dalla quale le assicuro che non cerco di uscirne; se non con qualche esclamazione che proviene dal cuore, come: O mio Dio! O amore! O Gesù! E aggiungo: mi metto alla tua santa presenza per supplicarti di abbassare il tuo sguardo su di me, poiché desidero, per tua grazia, elevare il mio sguardo e il mio cuore verso di te… Poi mi lascio andare a qualche sentimento di affetto, di riconoscenza o di abbandono. Qualche volta non posso abbandonarmi a un sentimento determinato, perché tutti si presentano nello stesso tempo nel mio cuore: che vuoi che faccia? Non lo so; ma tutto di me è tuo… Quello che vuoi che pensi, senta, offra, voglio pensarlo, sentirlo, offrirtelo… faccio di più, mi unisco con tutto ciò al tuo Sacro Cuore e ti offro i suoi pensieri, sentimenti e offerte… Altre volte mi sovviene una parola del Vangelo (dico una); non mi sforzo affatto di riflettere su questa parola… è di Gesù Cristo… dice tutto e non ha bisogno del mio commento per penetrarmi e spingermi a vivere unicamente di questo divino amico…, questo mi sembra il fine preciso di tutti i metodi impiegati per la pietà; trovo anche senza lambiccarmi lo spirito il fondamento della santa religione nella risposta più semplice del catechismo, che è questa: Perché Dio ti ha creato?... Per conoscerlo, amarlo e servirlo, e attraverso questo ottenere la vita eterna. Spesso gli piace penetrarmi di questa verità e darmi la volontà di farne la base della mia condotta nelle diverse circostanze della mia vita.
«Succede anche che attraverso tutti i miei discorsi di cuore senza senso, l’amico fedele mi suggerisca all’improvviso qualche buon pensiero di cui sento più l’utilità che se non mi fossi estenuata e sfinita a farlo nascere in me; sento una specie di sicurezza interiore che viene da lui e cerco di conservarla con rispetto, riconoscenza e amore… ecco, signore, il mio modo di pregare, se lei vuole dargli questo nome; ma è il suo lato migliore e troppo spesso si presenta il peggiore; cioè la freddezza, la noia, la negligenza, le distrazioni troppo poco combattute; è anche questo che provo ed è la risposta alla sua terza domanda. Malgrado tutto, non ripeto solo le mie esclamazioni: o amore! O Gesù! senza dimenticare Amen (che mi piace molto) perché è un acconsentire del mio cuore a tutte le volontà divine, e a tutti i sentimenti del cuore di Gesù; fatto questo, dico, ringrazio ancora Dio, perché non l’avrei potuto fare da sola; poi aggiungo i miei rimpianti per amarlo così poco e male, ma senza turbarmi, perché mi appoggio e mi unisco ai sentimenti di Gesù tutto amore».

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 399-402), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 8 - fine]

lunedì 23 maggio 2011

Nozioni generali sull'oblatura benedettina / prima parte

Ai fedeli che desiderano condurre una vita cristiana più fervente e che cercano per ciò un ambito e un sostegno, senza che tuttavia si possa trattare per loro di un ingresso nella vita religiosa, l'oblatura benedettina è offerta come una via che si raccomanda al contempo per il carattere tradizionale che le conferisce una storia antica, nonché per la flessibilità che le consente di adattarsi alle circostanze le più svariate.
L'oblato benedettino è un cristiano che, spinto dal desiderio di condurre una vita più perfettamente conforme all'ideale del Vangelo, si collega a una famiglia monastica di sua scelta tramite un legame d'ordine spirituale, al fine di potere anzitutto, grazie a tale affiliazione, partecipare alle preghiere e ai meriti di tale comunità, traendo per sé stesso in questa comunione vitale un sovrappiù di fervore e di generosità al servizio di Dio.
Aperta a tutti i secolari, cioè a quanti, per opposizione ai regolari, vivono nel mondo — uomini o donne, celibi o coniugati, sacerdoti o laici —, l'oblatura costituisce quindi una «via di perfezione» offerta a tutti coloro i quali, tra le varie forme che può ricoprire la nozione di perfezione cristiana attraverso la diversità degli ordini religiosi e degli orientamenti spirituali che costoro concretizzano, si sentono primariamente attratti dallo spirito che anima la vita monastica, come l'ha concepita e organizzata san Benedetto.
Rispetto all'ordine benedettino, l'oblatura è quindi un po' l'analogo di quel che sono i terz'ordini in confronto alle altre grandi famiglie religiose. Si tratta però di una semplice analogia, non fosse altro che per il fatto che ciascun oblato si ricollega direttamente e individualmente, non a un ordine, né a un terz'ordine, né a un gruppo particolare più o meno autonomo, ma a un ben determinato monastero, e ciò mediante un legame strettamente personale.
In effetti, all'interno dell'ordine monastico esiste una gran diversità fra i monasteri, ciascuno di essi avendo la sua propria fisionomia, le sue tradizioni, i suoi costumi e i suoi orientamenti, i quali differiscono più o meno profondamente da quelli degli altri. Si tratta d'altro canto di diversità del tutto legittime, giustificate dalle molteplici circostanze di natura storica o psicologica, le quali, lungi dal nuocere all'unità profonda della famiglia benedettina, manifestano al contrario la flessibilità, la ricchezza e l'università della santa Regola.
Ne deriva che il candidato all'oblatura sarà condotto ad affiliarsi al monastero verso il quale andranno le sue preferenze, sia spirituali sia affettive. Invero, si tratta per lui di entrare in una famiglia religiosa di cui diventerà membro nel modo e al posto che sono quelli degli oblati. Vi è che non ci si può veramente integrare in un ambito familiare se non si prova simpatia per lo spirito che lo anima e se non ci si trova pienamente a proprio agio.
È nota l'importanza che la Regola di san Benedetto attribuisce al culto divino, e lo spazio considerevole che essa riserva alla preghiera liturgica nell'organizzazione della giornata monastica. Tale preminenza accordata alla lode divina si spiega e si giustifica in un duplice modo. Che si considerino le cose dal punto di vista di Dio o dell'uomo, si può ritenere il culto divino come il fine principale del monaco, o come il mezzo privilegiato che egli utilizza per santificarsi. Nella prima prospettiva, si dirà che se il monaco lavora a santificarsi, è per diventare uno strumento più perfetto della lode divina; giacché «il valore dell'adorazione si misura con la santità dell'adoratore». Nella seconda prospettiva, si dirà che il monaco è anzitutto e per definizione «un uomo che cerca Dio». Dunque la preghiera liturgica appare piuttosto come il primo e il più importante dei mezzi che egli utilizza onde pervenire a tal fine. A questo mezzo si aggiungono, beninteso, tutte le altre osservanze che tendono a porre l'uomo in un ambiente di raccoglimento, di silenzio, di distacco e di umiltà, al fine di creare nella sua anima un clima d'ordine, d'armonia e di pace — la parola PAX non è forse il motto dei figli di san Benedetto? —, favorevole a promuovere lo spirito di preghiera.

[Dom Jean Guilmard O.S.B., Les oblats séculiers dans la famille de Saint Benoît, Abbaye Saint-Pierre de Solesmes, Sablé 2001, pp. 9-12, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]

martedì 17 maggio 2011

Una regola di vita interiore / settima parte

La preparazione alla morte

San Benedetto raccomanda di avere ogni giorno l’idea della morte davanti agli occhi. Non un’idea tediosa che avveleni le minime gioie dell’esistenza, ma l’idea felice del nostro passaggio in Dio, che è la gioia al di sopra di tutte le gioie.
Impegnatevi nell’abituarvi ogni sera a questo santo esercizio, che vi darà pace e tranquillità d’animo. Come vi sembreranno vani, allora, i problemi e i litigi. Si acquisisce in tal modo una grande libertà interiore, e il nostro cammino si fa più allegro, quanto più si avvicina l’istante dell’incontro. Il primo beneficio sarà quello di esorcizzare la paura. Così fa dire Péguy alla sua Jeannette de Domrémy: «Quando taglio la legna per strada e mio padre mi chiama a casa, non ho paura di mio padre». Il secondo beneficio sarà di stuzzicare in noi il desiderio di Dio. Il desiderio di vedere Dio soggiace a tutto il Vangelo. Essere salvati non significa soltanto sfuggire alle grinfie del demonio, ma conoscere Dio come si conosce lui stesso. Non conviene che Dio si doni a un’anima che non lo desidera sufficientemente.
Ripetete spesso fra voi stessi questa frase lapidaria di san Paolo: «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» («Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno»). E ancora la mirabile formula del Prefazio dei defunti: «Tuis enim fidelibus, Domine, vita mutatur, non tollitur» («Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata»).
I colpi della sofferenza dati ai nostri corpi sono come i colpi del becco del pulcino racchiuso nell’uovo: fra qualche istante sarà la luce!

La vita interiore

«Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).
«Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,21).

Secondo queste parole, è chiaro che il Regno significa un’intima amicizia con Dio. C’è nel mondo una dose d’incoscienza e di mediocrità che non può essere compensata se non da anime innamorate della vita interiore. Ecco come Dom Delatte poneva il problema: «Credete che il Signore abbia dato il suo sangue per ottenere quello che il mondo gli dà? Anime battezzate che vanno di caduta in caduta, che usano la loro vita nella lontananza da Dio, negli sforzi intermittenti seguiti da ricadute più pesanti, fino a che – stanchi, feriti dalle lotte – si addormentano con l’assoluzione e l’estrema unzione… Credete che il Signore non abbia pensato che a questo e a questa fine prosaica? Ritenete che questo sia sufficiente per rispondere all’Incarnazione e alla Redenzione? Non siamo stati amati a metà. Dio non ha usato né limiti né riserve. Ha speso ogni risorsa del suo amore e ci si è messo tutto intero. Ci ha dato tutto e si è donato lui stesso nel suo Figlio. Non vi è che una risposta all’amore che ha fatto la Redenzione; una sola risposta sufficiente: è la carità assoluta, che non si risparmia».
La sera della prima comunione Padre Emmanuel riunì i bambini dopo la celebrazione e disse loro in modo serio: «Adesso non appartenete più al mondo; appartenete a Gesù Cristo». È così che educava le anime a quel risveglio della fede che chiamiamo vita interiore.
Si è troppo spesso confuso vita interiore e introspezione. Si tratta invece di uno sviluppo del vecchio uomo, di un candore, di uno spirito infantile e di una fiducia invincibile che nulla fa vacillare. È la scoperta nel fondo dell’anima del Regno in tutta la sua freschezza: «Regnum Dei intra vos est» («il regno di Dio è in mezzo a voi»). «La vita interiore – diceva Dom Romain – è un’irradiazione della fede in tutta la sua potenza che ci permette di conoscere Dio, noi stessi e le creature». Egli vi riconosce tre caratteristiche: è necessaria (senza di essa la fede languisce), sovrana (deve dominare tutta l’esistenza), indivisibile (non bisogna frammentarla). Ciò che i Padri della vita monastica dicevano vita contemplativa, noi la chiamiamo vita interiore, per poterla estendere a tutta la vita; ma è la stessa realtà. Non un rinchiudersi in sé stessi, ma un irradiamento soprannaturale; non un rifugio, ma un trampolino; non un riparo, ma un faro. Coltivare la vita interiore è legato direttamente alle esigenze implicate nel Vangelo. È questa vita interiore che permetteva a san Paolo di dire che era «pervaso di gioia in ogni tribolazione» (2 Cor 7,4). È sempre la vita interiore di cui Gesù parlava dicendo: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 395-398), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 7 - continua]

venerdì 13 maggio 2011

Dedicatio Ecclesiæ Abbatialis

Il 12 maggio 2005 S. Em. il card. Jorge Arturo Medina Estévez, nell'occasione inviato speciale di Papa Benedetto XVI, si recava presso il monastero delle monache benedettine di Notre-Dame de l’Annonciation di Le Barroux (di cui ci siamo occupati in passato in altre occasioni: qui, qui e qui), dove procedeva alla consacrazione della chiesa abbaziale. Nel sesto anniversario di questa importante ricorrenza, festeggiata quest'anno oggi presso l'abbazia femminile come solennità di prima classe, riproduciamo di seguito il documentario della dedicazione avvenuta nel 2005.


[Il video è dedicato a Sr. M. Cristina O.S.B. e Sr. M. Benedetta O.S.B.: oplà l'oblat!]



lunedì 9 maggio 2011

Die 14 Mai – Sancti Pachomii Abbatis

Intercessio nos, quæsumus, Domine, beati Pachomii Abbatis commendet: ut, quod nostris meritis non valemus, eius patrocinio assequamur. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Tutte le volte che si metteva a pregare, si ricordava della raccomandazione dell’Apostolo: Pregate per tutti, per i re, per i dignitari ortodossi, perché possiamo vivere una vita calma e tranquilla, in tutta onestà e pietà. Perciò, quando nostro padre Pacomio pregava, lo faceva per il mondo intero, diviso per categorie. In primo luogo per «i monaci e le vergini, perché il Signore accordi loro di adempiere la promessa con cui si sono legati nel proposito del cuore», e diceva: «Signore, Dio onnipotente, Dio benedetto, concedici di adempiere adeguatamente il servizio che abbiamo iniziato, io e i miei confratelli, per essere degni di te, cosicché tu abiti nel nostro corpo, nella nostra anima e nel nostro spirito; perché siamo sempre perfetti nel tuo amore, camminando davanti a te nel tuo beneplacito; affinché non pecchiamo contro di te, e non provochiamo il tuo santo Spirito, nel cui nome siamo stati segnati. Al contrario, ti chiediamo di restare puri e immacolati dinanzi a te in questo mondo, tutti i giorni della nostra vita, per meritare così il tuo regno celeste ed eterno, grazie alla tua misericordia, o amico degli uomini».
Pregava anche «per gli sposati, perché osservino i comandamenti scritti nel Vangelo, per ricevere la vita eterna, come quel giovane che interrogò il Salvatore: Cosa devo fare per ottenere la vita eterna?» e sappiamo quale fu la risposta. Pregava pure per tre categorie di persone: prima «per coloro che hanno cominciato a fare il bene, ma senza riuscire a distaccarsi dalle vane preoccupazioni di questo mondo, che li trattengono indietro: perché il Signore dia loro il mezzo di operare il bene, togliendo loro ogni preoccupazione di questo mondo – fatta eccezione per quelle strettamente necessarie al mantenimento del corpo – e perché possano adempiere la volontà di Dio e ottenere il regno eterno». Pregava poi anche «per tutti coloro che si compiacciono di perseverare nelle opere diaboliche, per tutti i gentili, per tutti coloro che, per ignoranza, sono caduti negli errori delle eresie: perché Dio conceda loro l’intelligenza, per comprendere e produrre frutti degni di penitenza, soprattutto per riguardo al bene che viene loro fatto. Infatti il Signore fa brillare il sole ogni giorno sulla terra; la luna e le stelle che rischiarano la notte; le stagioni dei frutti, la stagione delle piogge, le rugiade, i venti destinati ai raccolti. Tutte le cose necessarie agli uomini e alle altre creature sono state fatte da Dio, come dice il salmista David: Per tua decisione il giorno continua, perché tutte le cose sono al tuo servizio».
Pregava pure «per i re e per tutti coloro che sono costituiti in autorità, come dice l’Apostolo, secondo le parole che Salomone attribuisce al Signore: È a causa mia che i re regnano, che i tiranni hanno in mano la terra; affinché il Signore li custodisca nell’amore per Dio e per gli uomini, e rendano giustizia agli oppressi, e camminino anch’essi con fiducia fra i santi che hanno compiuto la volontà di Dio e possano ripetere anch’essi le parole di Isaia: Il Signore è nostro Dio, il Signore è nostro giudice, il Signore è nostro capo, è il Signore che ci vivifica». Pregava perché disprezzassero il regno di questo mondo, che non è se non temporaneo, per divenire eredi del regno dei cieli, che dura in eterno; perché assomigliassero ai re giusti, Davide, Ezechia, Giosia e gli altri che, come loro, praticarono la giustizia.
Infine pregava pure per il clero della Chiesa cattolica, dicendo: «Sebbene siano miei padri, pure è mio dovere ricordarli e pregare per loro, come ci invita l’Apostolo: Fratelli miei, pregate per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola». Era questo il modo in cui Pacomio pregava per tutti.

[Vita copta di S. Pacomio, a cura di dom Jean Gribomont O.S.B. (1920-1986), traduzione di Madre Francesca Moscatelli O.S.B. del Monastero Benedettine di San Luca (Fabriano), 2a ed. riveduta, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo (Padova) 2010, pp. 173-175]

giovedì 5 maggio 2011

Figure monastiche / Dom Romain Banquet O.S.B. (1840-1929)

Nato Louis Banquet nel 1840, Dom Romain Banquet O.S.B., dopo avere iniziato gli studi nel seminario di Albi, nel 1864 raggiunge il monastero della Pierre-qui-Vire, quando non erano ancora trascorsi dieci anni dalla morte di Dom Jean-Baptiste Muard (1809-1854). Scriverà: “Ho respirato con la pienezza dell'anima il profumo vittorioso di santità che il servo di Dio aveva lasciato in questo deserto”.
I suoi superiori non tarderanno ad apprezzare nel suo giusto valore questo temperamento ardente. Nominato maestro dei novizi, Dom Romain si vedrà rapidamente posto alla guida di una piccola fondazione, che nel 1890 sarà stabilita definitivamente a En-Calcat, nella regione del Tarn.
Il governo delle anime ha dato alla sua dottrina monastica il suo sviluppo compiuto. La sua idea guida è contenuta in due parole: vita interiore. “Di quali mezzi si deve dotare una comunità che si vuole conservare, affermarsi, garantire il proprio futuri? La vita interiore: 'Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori' (Ef 3,17). Questo è quel che dobbiamo fare. Non diamoci tranquillità, non crediamo di avere terminato: è già tanto se abbiamo cominciato!”. Alla sua morte, nel 1929, Dom Romain lasciò a En-Calcat una comunità in piena espansione.


Massime estratte dalla dottrina monastica di Dom Romain Banquet

«La vita monastica non è altro che la consacrazione totale dell'esistenza umana al solenne servizio di Dio».


«La Regola, ecco la vera Passione del religioso, l'autentico martirio del religioso. Giacché il martirio non è un'improvvisazione, a eccezione di alcune circostanze particolari. Il martirio, è la donazione totale di sé stesso, non secondo la volontà umana, ma secondo il programma di Dio; questo programma, Egli ce lo ha dato nella Regola di san Benedetto. La Regola può quindi essere per noi un martirio; non già una sfolgorante Passione, ma una Passione silenziosa, modesta, del tutto ignorata, quotidiana, compiuta mediante la pratica di virtù perlopiù ignote, e soprattutto dell'umiltà che consiste nel cancellarsi, per lasciare a Dio tutta la gloria».


«Nella sua intima costituzione, la vita monastica presenta un ambiente pienamente familiare, con la paternità, la fratellanza, l'espansione e la stabilità. La riunione dei monaci costituisce una società completa e autonoma. I monaci sono come dei bimbi radunati attorno al loro padre. Non sono né degli estranei, né dei pensionanti, né degli ospiti, ma dei veri figli di famiglia. Il monastero non è, quindi, una semplice residenza, né una custodia, né un convento transitorio, ma un'autentica casa paterna, una Chiesa stabile di natura e una famiglia completa. Quando un'anima entra in religione, essa non abbandona la famiglia naturale se non per entrare in una famiglia soprannaturale».


mercoledì 4 maggio 2011

Una regola di vita interiore / sesta parte

Madre Marie Cronier O.S.B. (1857-1937),
fondatrice e prima badessa
dell'abbazia Santa Scolastica (Dourgne)
Il buon umore spirituale

Colei che sarebbe diventata la fondatrice dell’abbazia Santa Scolastica, a Dourgne, riceveva direttamente da nostro Signore il segreto per guidare le anime. Ecco cosa scriveva a tal proposito:
«L’unione completa con Dio. È il punto più elevato della terra, come sarà in Cielo il più alto grado della felicità eterna. Ma in questi giorni, Egli mi indica molto a fondo quali sono tutte le difficoltà che le anime vivono… come si sbaglino, come s’ingarbuglino, come s’illudano. Lui, invece, ci tende le braccia; ecco qual è sempre il suo atteggiamento. Che bello! Ma, anche quando non ci convertiamo, anche quando ci auguriamo questo abbraccio divino della nostra anima con Dio, ci immaginiamo mille difficoltà; la nostra povera immaginazione ne crea, il demonio getta pietre sul cammino, inciampiamo e piangiamo a terra invece di rialzarci per correre più velocemente nelle braccia di Gesù, lo Sposo più bello, più fedele, più innamorato che ci aspetta, c’invita, che ci sollecita ad arrivare…
«Mi diceva di mostrarmi queste cose affinché, più tardi, possa aiutarLo a liberarle, per affrancarle, per mostrare loro com’è semplice la via della perfezione e dell’amore… Mi mostrava anche come si devono affrontare le tentazioni, che non devono spaventarci, che bisogna disprezzarle e occorre continuare con la stessa tranquillità. Chiede molta pace. Non vuole che ci si turbi mai: mi dice che ama di più un’anima che cade e si rialza con fiducia e più coraggio e calma in Lui piuttosto di un’anima che si circonda di turbamento e ansia».
Non dimentichiamo che gli antichi consideravano la tristezza fra i peccati capitali.

Il santo abbandono

Fra le prove e contrarietà di una sposa e madre di famiglia c’è, purtroppo, lo vedete spesso, una specie di scoraggiamento, se non di disperazione che cresce. Ma il terribile quotidiano comporta un grido di aiuto alla Santa Speranza. Si osserva che la seconda virtù teologale non è mai perfetta come quando si nutre dei nostri insuccessi e dei nostri inconvenienti. Ci conduce allora dolcemente al santo abbandono. Vi è qui un segreto che non tutti conoscono e che opera nell’anima un’apertura per lo sforzo di lasciare agire Dio più perfettamente. Lo praticate senza saperlo quando lasciate Dio guidare gli avvenimenti di cui il progetto vi sfugge, sia nell’ordine materiale, ma soprattutto nell’ordine del progresso spirituale. Questa è la regola della donazione di sé stessi a Dio: «La più profonda abnegazione – dice Padre Rousselot –, perché al di là dell’incredibile gioia di darsi, c’è quella dell’abbandono per l’operazione dello stesso donarsi». Si ricordi la ben nota immagine della piccola barca legata all’ormeggio. Viene la tempesta e subito essa si fracassa contro la parete di cemento alla quale non può sfuggire. Al contrario, se la barca è sciolta dagli ormeggi, essa sale e scende secondo le mareggiate, ma rimane intatta. Fate lo stesso.

La carità fraterna

Amare, è volere il bene di quelli che si amano. Quando sentite la vostra anima stretta in una morsa, sappiate che il vostro marito e i vostri figli hanno bisogno della vostra gioia e del vostro sorriso. La dimenticanza di sé ne è la condizione. La regola della carità si riassume in tre parole: sacrificarsi, sopportarsi, perdonarsi. Una lunga pratica della vita in comunità mette i monaci sullo stesso piano dell’esistenza che si conduce in famiglia: sappiamo qual è il peso che portate. Ma aggiungerò anche questo: è l’apertura d’animo che produce la fiducia, la distensione, l’amore. Senza di essa, come sciogliere il laccio dell’egoismo? Come sfuggire al risentimento, al rancore? È per questo che bisogna che crediate con tutte le vostre forze al bene che risiede negli altri, alla buona volontà che si nasconde nei cuori; è sufficiente talvolta una debole simpatia per percepire la bellezza di un’anima, per leggere negli occhi dei vostri figli un riflesso della tenerezza di Dio.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 393-395), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 6 - continua]