giovedì 25 gennaio 2018

La Regola di san Benedetto ha modellato l’Occidente cristiano

[Il 28 febbraio 2018 ricorrerà il decimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Iniziamo a ricordarlo offrendo di seguito la prima parte di Regard sur la Chrétienté (Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1982, qui pp. 11-17), ripresa in libretto del dialogo dell’inverno 1982 fra Bernard-Romain-Marie Antony e Dom Gérard, originalmente pubblicato nei nn. 99, 100 e 101 del quotidiano Présent. Trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Perché i monaci?

Essenzialmente per la preghiera. La preghiera non è un’attività umana fra altre. Essa è l’attitudine essenziale mediante la quale l’uomo esprime la sua adorazione, la sua dipendenza, il suo amore, la sua azione di grazie per Colui che è la bontà infinita. Mi sembra che si parli troppo poco della bontà di Dio. È tuttavia questa bontà infinita a deliziare il monaco.
Guardate san Bruno: quando ha raggiunto il deserto delle certose, si è girato verso questi orizzonti straordinari, esclamando: “O Bonitas”. Vedeva, leggeva la bontà di Dio attraverso la sua bellezza. Ma se la creazione è un vestigio della bontà di Dio, che dire allora quando si guarda il Crocifisso?

Nella vostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, parlate di tre fedeltà: “Fedeltà alla Regola, fedeltà alla liturgia, fedeltà inoltre a quella carità amichevole di cui gli antichi avevano il segreto, senza la quale è impensabile rifare una cristianità”. La vita moderna, che distrae i nostri contemporanei dalla contemplazione, ne offre loro come la nostalgia, ma ciò che non comprendono affatto, è la necessità di una regola.

Ciò nonostante la regola è presente ovunque. Non vi è che da guardarsi attorno. La bellezza dell’universo deriva dalla sottomissione alle leggi che ne regolano l’armonia. Guardate gli animali: sono sottomessi alla regola inflessibile dell’istinto; guardate il cielo stellato, che esempio sontuoso di obbedienza alla regola! Gli esseri umani che vogliono vivere in società sono pure essi ben costretti a sottomettersi a una legge.
La Regola di san Benedetto apporta un rimedio al peccato originale. Salva l’uomo dall’istinto selvaggio, lo sottrae al capriccio; è la condizione della sua libertà. È un miracolo di equilibrio, sovranamente adattato al bene dell’anima, alla vita consacrata, alla ricerca di Dio. Di una meravigliosa flessibilità, essa si adatta altrettanto bene agli occidentali e agli uomini di colore. Me ne sono accorto quando ci hanno inviato a fondare un monastero in Brasile. Scritta nel secolo VI, essa sembra scritta per i tempi moderni; permette ancora oggi all’uomo di convertirsi, cioè di volgersi a Dio, nell’ambito di una famiglia di fratelli, sotto il paterno governo dell’Abate.
Se i sacerdoti volessero ispirarsene, essa potrebbe essere il rimedio più appropriato alla crisi attuale del clero.

Al giorno d’oggi si ammette volentieri che la Regola di san Benedetto è stato un fattore importante di civilizzazione. Come ve lo spiegate?

La santa Regola è stata il codice di vita dei primi evangelizzatori dell’Europa. Ha dunque modellato il nostro Occidente cristiano, non come lo farebbe una teoria, ma in quanto metodo educativo. E come in ogni metodo educativo, quando se ne stravolgono alcuni elementi, l’educazione non è più ricevuta. Occorre dunque rispettare l’integrità della Regola. Credo che per noi questa è stata una grazia, il fatto di volerla osservare alla lettera, perché essa si rivela perfettamente adatta ai giovani d’oggi.
Da noi i giovani non hanno mai contestato la santa Regola; al contrario, ammirano a quale punto essa sia umana, dolce, familiare. Péguy diceva che le regole flessibili sono più esigenti delle regole dure. Si potrebbe dire che la Regola di san Benedetto è una regola flessibile, in quanto è temperata dalla carità ed è improntata a un carattere propriamente paterno e familiare.

Dopo la fedeltà alla Regola, c’è la vostra fedeltà alla liturgia. In quasi tutti i monasteri la liturgia è stata profondamente alterata. Da voi, dom Gérard, è rimasta intatta. Perché?

Potremmo dire che è per le stesse ragioni: la santa liturgia è la regola della preghiera, e questa regola di preghiera è ancora più venerabile della Regola benedettina, poiché s’identifica con il cuore, l’anima e la vita della Chiesa. Sono i salmi, il santo sacrificio della messa, il grande sacramentale dell’ufficio divino, da Mattutino e le Lodi fino alla Compieta. Amiamo la santa liturgia perché è una meravigliosa scuola di preghiera. Essa è, diceva dom Guéranger, “il magistero della Chiesa pervenuto al suo grado più alto di splendore e solennità”; permette di cogliere dalle labbra e dal cuore della Chiesa lo stesso pensiero del suo Dio. Mette in azione l’uomo nella sua interezza, con il suo corpo, la sua anima, il suo spirito, la sua intelligenza, la sua sensibilità.
I salmi sono delle grida d’amore, di pentimento e ammirazione; una specie di sfogo affettuoso verso Dio, anziché una meditazione discorsiva. La pietà degli antichi monaci era molto più semplice, più affettuosa, più cordiale, più vicina all’infanzia che al genere di meditazione analitica che è prevalso a partire dal secolo XVII.

Qual è la trama di fondo della pietà monastica?

Sono i salmi! Il salterio è il pane quotidiano della pietà monastica. Per meglio dire, è la manna del deserto. Perché i salmi parlano di Cristo e Cristo parla attraverso i salmi. Grazie all’ufficio della salmodia, nuotiamo nel grande fiume liturgico che ci penetra e ci trasforma un poco alla volta. E poi, i salmi sono ispirati. La salmodia è Dio che parla a Dio, dettandoci le formule, gli accenti e le cerimonie scelte da lui. È dunque la preghiera pubblica della Chiesa, sposa di Cristo; e la voce della Sposa raggiunge il cuore dello Sposo.
Infine, occorre dire che questa preghiera è fatta di uno splendido materiale, giacché una grande poesia sacra accompagna tutte le cerimonie della Chiesa.

Sembra d’altronde che la Chiesa di oggi, abbandonando la tradizione liturgica, abbia rinunciato alla bellezza del culto. Non vi è confusione fra bruttezza e povertà?

Esattamente. Siamo in piena confusione. Vi era nei moderni una certa intuizione, che all’inizio era buona: la bellezza non dipende da un’accumulazione di materiali, da una deriva di ornamenti e di sovrappesi. Bene. Ma hanno fatto una confusione ben più grave. Hanno creduto che la semplicità fosse una cosa facile.
Si tratta di un errore. Il canto gregoriano, per esempio, è un’arte di una grande semplicità di mezzi; ma è un’arte difficile. Semplicità non vuol dire indigenza, è ascesi della bellezza. Credendo di semplificare, hanno mutilato, hanno schematizzato, hanno soppresso la vita, hanno creato delle liturgie astratte, asciutte, disseccanti, senza poesia, senza lirismo e senza trascendenza, che cominciano a datare terribilmente.

Nelle riforme uscite dal Concilio, all’inizio non c’era un desiderio legittimo di volere riaccordare la liturgia alla sensibilità popolare?

Certamente. C’era tutto un lavoro da svolgere, di rieducazione e nuovo radicamento. Ma sono stati commessi due errori.
In primo luogo, si è trattata con disprezzo l’anima popolare, scadendo nel facilismo e nella volgarità; poi si è agito con empietà mettendo mano al tesoro trasmesso dalla Tradizione. Supponete che si abbia cattivo gusto, supponete che si sia confusa semplicità e indigenza; può succedere. In ogni caso, cera un’empietà flagrante nel porre mano su questi tesori che fanno parte del patrimonio dell’umanità, che gli atei riveriscono, che i protestanti rispettano. Poiché quanti hanno un po’ di senso umano sentono che ciò tocca i valori più elevati dell’anima. C’è là qualcosa d’incredibile nella storia della Chiesa.
Dunque, non fosse altro che a titolo di riparazione, siamo rimasti fedeli alla liturgia integrale. Poi ci siamo resi conto molto velocemente che eravamo i primi beneficiari di questa grande Tradizione; è grazie all’influenza dolce e regolare della liturgia che dom Innocent Lemasson ha potuto scrivere: “I nostri chiostri sono accademie di pace, di silenzio e di libertà”. Poco alla volta la liturgia trasforma la nostra anima, il nostro spirito, la nostra immaginazione, anche il nostro corpo; perché il rito liturgico educa il corpo umano, lo disciplina, lo purifica, poi mette sulle nostre labbra i cantici annunciatori della vita eterna. Adesso capite perché la liturgia fa parte “usque ad mortem” del nostro programma di fedeltà.

martedì 23 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / quinta e ultima parte

Conclusione

Al termine di queste righe, due espressioni tornano allo spirito: azione di grazie e speranza.
Azione di grazie perché l’iniziativa di Benedetto XVI pacifica la questione liturgica nel cuore dei pastori, dei sacerdoti e dei fedeli, aprendo la via a una nuova evangelizzazione a partire dalla liturgia in tutta la sua ricchezza.
Speranza perché non sembra possibile risolversi definitivamente a uno smembramento, a una tensione dell’unico rito romano in due forme, fra l’adorazione del corpo e il sangue di Cristo realmente presente sull’altare e il servizio dell’assemblea (cfr. la già menzionata lettera del card. Ratzinger al prof. Barth).
Questa tensione non è nuova nella storia della Chiesa e richiama a un superamento.
Il Vangelo riporta la questione di un dottore che voleva mettere alla prova il Signore (Mt 22,36-40; Mc 12,28-34). “‘Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?’. Gli rispose: ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso’” (Mt 22,36-39).
Il movimento liturgico ha perseguito la partecipazione attiva di tutti al sacrificio eucaristico. Tale fine lodevole non è forse diventato, poiché lo si è mal compreso, il fine stesso della celebrazione? L’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis ricorda: “Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola [actuosa participatio] non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana” (n. 52).
Oggi, il motu proprio risponde al desiderio del cuore inquieto di numerosi sacerdoti. Se si riconoscono come servitori della parte del gregge loro affidato, sono altresì gli amici di Dio, e hanno bisogno d’incontrarlo, di nutrirsi di lui attraverso la celebrazione della liturgia.
Lavorare per ricentrare questa celebrazione sul mistero, pur conservando gli apporti della riforma, sembra dunque un sostegno alla vita spirituale dei sacerdoti, come anche l’accoglienza di un sensus fidelium al quale Papa Francesco invita così spesso a essere attenti, come una sfida per la Chiesa.
Reintrodurre ad libitum gesti come i segni di croce, le genuflessioni, le riverenze, consentire la preghiera dell’offertorio della forma extraordinaria, come pure la possibilità di recitare il canone in silenzio, sarebbero dei semplici passi da mettere in atto nella forma ordinaria.
Benedetto XVI ha aperto una via in tal senso, scrivendo nella lettera ai vescovi in occasione della pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum: “Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”.
Recentemente un missionario nei Paesi asiatici ha scritto, a proposito dei cristiani che lo hanno sollecitato a celebrare la Messa nella forma extraordinaria: “Amano celebrare Dio con un rito accurato, ed essere collegati attraverso questa forma liturgica che ha nutrito tanti santi a una Chiesa universale la cui storia è lunga e ricca, ben anteriore al suo recente arrivo nel Paese”. Non parliamo del missionario per il quale la celebrazione, anche in latino, è più agevole che nella lingua del posto.
Non dà conforto ritrovare in Asia i medesimi sentimenti che troviamo nei sacerdoti che vengono a imparare la forma extraordinaria a Fontgombault? Questo tesoro, questa storia lunga e ricca che incontrano, è l’universalità della Chiesa che, presente in una civiltà, in un tempo e in un luogo, domina le civiltà, i tempi e i luoghi.
Questa Chiesa che è, secondo l’insegnamento di Lumen Gentium, mistero e sacramento, vede questa ricchezza e al contempo questa tensione del suo essere, riflettersi nella sua liturgia in due ethos celebrativi, il misterico e il sociale (cfr. François Cassingena-Trévedy, Te Igitur, Ad Solem, Ginevra 2007, cap. 6, pp. 81-82), la forma extraordinaria e la forma ordinaria. Essa non può risolversi a lasciarli opporsi. Così il più bel frutto del motu proprio è probabilmente ancora a venire. Nascerà dal rifiuto di un “messale di prima” e un “messale di dopo”. Per nulla considerata dai Padri conciliari, l’esistenza di due forme del rito romano richiama a una convergenza, un mutuo arricchimento auspicato da Papa Benedetto XVI per il bene della Chiesa e della sua liturgia, e che risponde alle parole stesse del Figlio: “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21). Allora tutti potranno fare proprie le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI nel discorso all’Abbazia di Heiligenkreux del 9 settembre 2007: “vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini!”.

[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 5 - fine (la prima parte qui; la seconda parte qui; la terza parte qui; la quarta parte qui)]

giovedì 18 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / quarta parte

Frutto ecclesiale: la pace

È venuto ora il momento di considerare il frutto ecclesiale del motu proprio Summorum Pontificum. Per la Chiesa esso è stato e rimane un fattore di pace.
Non è inquietante che sacerdoti e fedeli accettino delle discordie nella celebrazione dell’eucaristia, il sacramento dell’amore? In un’intervista del 2016, così diceva il cardinale Robert Sarah:
“Senza uno spirito contemplativo, la liturgia rimarrà un’occasione di odiose lacerazioni e scontri ideologici… mentre essa dovrebbe essere il luogo della nostra unità e della nostra comunione nel Signore” (La Nef, n. 285, ottobre 2016, p. 15).
Il motu proprio di Papa Benedetto invita i pastori, i sacerdoti e i fedeli a comprendersi, ad ascoltarsi, a rispettarsi. Questo è il ruolo del pastore supremo che ama tutte le sue pecore, che le guida, che insegna loro, che le soccorre.
Con la lettera circolare Quattuor abhinc annos, Papa Giovanni Paolo II faceva stato “della sollecitudine che il Padre comune ha per tutti i suoi figli”. Il Papa polacco manifesterà nuovamente i suoi sentimenti con il motu proprio Ecclesia Dei, del 2 luglio 1988. Solo le prime due parole del documento sono state mantenute nel titolo, spiace! La terza parola è  adflicta. La commissione che reca il medesimo nome non è nata negli splendori di una Chiesa trionfante, bensì sulla croce di una divisione tra fratelli. Occorre sottolineare che i primi due paragrafi di questo testo menzionano l’afflizione: afflizione della Chiesa che vede allontanarsi dalla piena comunione alcuni dei suoi figli; “afflizione […] particolarmente sentita dal Successore di Pietro, al quale spetta per primo la custodia dell’unità della Chiesa”.
Al numero 5, Giovanni Paolo II indirizza ai pastori e ai fedeli un appello affinché abbiano coscienza “della legittimità, ma anche della ricchezza che rappresenta per la Chiesa la diversità dei carismi e delle tradizioni di spiritualità e di apostolato”. A tutti i fedeli che si sentono legati a certe forme liturgiche e disciplinari anteriori della tradizione latina, il Papa manifesta inoltre la sua volontà, alla quale si devono associare i vescovi e quanti hanno un ministero pastorale nella Chiesa, di facilitare la comunione ecclesiale, grazie a delle misure necessarie per garantire il rispetto delle loro aspirazioni.
Nella lettera ai vescovi di Benedetto XVI in occasione della pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum, il Papa esprime sentimenti analoghi: “fiducia” e “speranza”, pur riconoscendo che le reazioni all’annuncio della pubblicazione del documento vanno “da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura”. In righe paterne nei confronti dei pastori delle diocesi, egli cerca di sradicare i loro timori: paura di sminuire l’autorità del Concilio Vaticano II e di mettere in dubbio la sua riforma liturgica, timore di fratture nelle comunità parrocchiali. Egli desidera inoltre guarire delle ferite: ferite legittime dei fedeli davanti alle “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”, ferite delle ingiuste persecuzioni contro i sacerdoti fedeli, ferite per osservazioni spiacevoli, provenienti dagli uni o dagli altri. Ci sarebbero molti pentimenti e perdoni giustificati da scambiarsi in questo ambito, senza parlare di esami di coscienza sempre attuali.
Benedetto XVI ha voluto fare un’opera di pacificatore. L’ideologia in materia liturgica ha portato alla divisione, alla tristezza e al pessimismo. Con il motu proprio, Benedetto XVI ha accelerato un processo verso un tempo di pace liturgica. Laddove esso è stato accolto generosamente dai pastori e dai fedeli, la comunione rinasce.

[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 4 - continua (la prima parte qui; la seconda parte quila terza parte qui)]

lunedì 8 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / terza parte

I gesti

Mentre abbiamo sottolineato l’aspetto contemplativo della forma extraordinaria, può sembrare paradossale soffermarci ora al posto del corpo, sollecitato da un gran numero di gesti: genuflessioni, riverenze, segni di croce. La liturgia è un’azione!
Osserviamo che la giornata monastica associa anch’essa ampiamente il corpo alla preghiera, in una liturgia che si estende dal mattino alla sera.
Il mondo, peraltro così attivo, si è accomodato a uno svilimento del gesto, accentuato dai mezzi moderni di comunicazione. In maniera paradossale, l’uomo moderno si muove, è più attivo, ma svolge meno gesti. La riforma liturgica aveva in un certo senso anticipato questo fenomeno della società. Al contrario, come non notare l’importanza che il Signore dà ai gesti, sia nei suoi miracoli sia nei suoi rapporti con il prossimo (“Chi mi ha toccato?”, dice a riguardo della donna che aveva perdite di sangue, Lc 8,45). La fede del sacerdote, quella dei fedeli, guadagnano alla presenza dei segni sensibili, compiuti in verità, al fine di essere stimolati, attenti, presenti (cfr. san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, IIIa Q.85, a.3).
A partire dalla consacrazione, i gesti, compiuti attorno alle specie del pane e del vino, imprimono fino nel corpo il richiamo costante della realtà del Calvario rappresentato e reso realmente presente. A condizione di dare a ciascuno di essi, senza affettazione, il peso del significato spirituale che gli conviene, il corpo si associa in maniera intensa allo spirito e all’anima, incarnando la parola, manifestando l’umiltà di colui che è di fronte al mistero di Dio presente. Il timore reverenziale s’installa allora nel cuore, dando all’uomo il suo giusto posto. La messa non è solo una cena, è anche un sacrificio.
Compiuti in maniera negligente, questi stessi gesti accuseranno senza pietà il ministro.
Attraverso la celebrazione della forma extraordinaria, i sacerdoti riscopriranno l’importanza dell’ars celebrandi e sapranno trarne beneficio per una migliore celebrazione nell’una o nell’altra forma. “L’apparente minuzia richiesta dal rito… non spinge il celebrante in una rigida camicia di forza, ben al contrario, il sacerdote si trova in un quadro stabilito che non lascia spazio alle iniziative personali e gli dà quindi una grande libertà di spirito per essere attento al grande mistero che si compie sull’altare e di cui è il ministro e il servitore” (Dom Antoine Forgeot, premessa all’opuscolo di don Pierre-Emmanuel Desaint, Apprendre la célébration de la Messe basse selon le Missel de 1962, Editions Petrus a Stella, Abbaye Notre-Dame de Fontgombault 2009). Di fatto, la forma extraordinaria è più lunga, più esigente da apprendere. In seguito, essa libera il celebrante. Paradossalmente, la forma ordinaria – lasciando spazio a una maggiore libertà – può condurre a una certa esagerazione liturgica dannosa per l’incontro del Mistero nel suo spogliarsi.
Così scriveva san Giovanni Paolo II: “la Sacra Liturgia esprime e celebra l'unica fede professata da tutti ed essendo eredità di tutta la Chiesa non può essere determinata dalle Chiese locali isolate dalla Chiesa universale” (Ecclesia de Eucharistia, 51). A fortiori, essa non è la proprietà del sacedote o di un’équipe liturgica. Il rito liturgico va sempre recepito umilmente. Comprenderlo necessita la conversione evocata in esordio, che in prima battuta può respingere. Vi è là come un passo da fare nella fede, nella fiducia inoltre nella pedagogia della Chiesa, che sa come condurre l’uomo verso il mistero.
Per il monaco sacerdote, la ricchezza dei riti del messale tridentino è senza fine. È già difficile esprimere brevemente ciò che si sperimenta giorno dopo giorno lungo la vita nell’intimità che procura al monaco sacerdote la messa, quale che sia il rito; ma non meno difficile provare a mettere in luce ciò che apporta in quest’ambito un rito sapientemente codificato a partire da una tradizione di oltre dieci secoli e che ha forgiato così tanti santi.
Dal primo momento, le preghiere ai piedi dell’altare invitano a lasciare la parte anteriore del tempio – il profano – per raggiungere il luogo santo, l’altare di Dio: Introibo ad altare Dei. Il sacerdote è chiamato a fare propria l’angoscia del giardino degli ulivi: Judica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta... tristis est anima mea... Egli è al contempo nell’anima del Salvatore e in quelle di tutti i peccatori, compassionevole per la loro miseria e presentandola al sangue redentore. Bisognerebbe seguire i riti passo dopo passo: numerosi commentatori lo hanno fatto, in particolare nel Medioevo; poi sono stati screditati da sapienti liturgisti, che sezionando le cause storiche dei riti, hanno dimenticato che lo Spirito Santo opera per mezzo delle cause seconde e può fare adottare certi gesti o talune formule per ragioni certamente umanamente spiegabili, ma dando loro un significato e delle conseguenze spirituali molto più profonde di quanto la ragione immediata non può lasciare intendere.
Da questo punto di vista, la riscoperta del messale del 1962 è stata vissuta dai monaci di Fontgombault come un arricchimento. Che invito, per il monaco che non ha null’altro da fare che lasciarsi prendere dal mistero e trascorrervi del tempo…
Consentitemi una riflessione in vista di un esame di coscienza. L’argomento che consente di stabilire che il messale del 1962 non può essere abrogato è la natura della riforma, che rimodella profondamente quel messale e in cambio gli dà il diritto di sussistere come tale. Nella lettera ai vescovi di Benedetto XVI in occasione della pubblicazione del motu proprio, è scritto: “Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto”. Perché tante ricchezze lasciate da parte, si dice oggi? La vera domanda non sarà piuttosto: perché tanti sacerdoti che all’epoca celebravano secondo il messale del 1962 non hanno avuto coscienza di svendere l’eredità liturgica della Chiesa? Celebrare un rito quindi non basta? Hanno incontrato abbastanza il mistero?
Con il motu proprio Summorum Pontificum Benedetto XVI invita a correggere due errori liturgici: il razionalismo che disseziona e il formalismo rubricista.
Ricordiamo inoltre il primo articolo del motu proprio, in cui è detto: “Queste due espressioni della ‘lex orandi’ della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella ‘lex credendi’ (‘legge della fede’) della Chiesa”. Di fatto, la Chiesa cresce come prega. L’unità del rito che si esprime sotto due forme partecipa dell’unità della fede. Al contempo, ogni forma ha il dovere di esprimere al meglio l’unità del rito, e così di partecipare dell’unica fede. Se il Concilio Vaticano II ha promosso un’apertura della Chiesa al mondo, gli ultimi Papi hanno altresì ricordato che quest’apertura non poteva andare a scapito della confessione integrale del mistero di Dio e di Gesù Cristo, senza correre il rischio per la Chiesa di diventare una semplice ONG (cfr. la prima omelia di Papa Francesco, 14 marzo 2013).

La Messa letta

Un ultimo punto merita di essere affrontato, riguardante l’uso della concelebrazione. Dopo avere ricordato che la concelebrazione “manifesta in modo appropriato l’unità del sacerdozio”, la costituzione Sacrosanctum Concilium (nn. 57-58) ne ha esteso la facoltà, sebbene entro limiti precisi e relativamente ristretti (n. 57). In ambito monastico, il testo è stato inteso come un invito alla concelebrazione quotidiana.
Questa facoltà ormai quasi generalizzata ha semplificato e concentrato il lavoro dei sacristi. Ha altresì decongestionato l’impiego del tempo mattutino dei monaci.
Forse sarebbe necessario chiedersi se questi non soffrono in cambio di un detrimento alla loro pietà liturgica?
Tenere ogni giorno nelle proprie mani l’ostia santa e immacolata, il calice prezioso del sangue del Signore, sostenere l’azione della messa, il dialogo con il Padre eterno, o partecipare a una concelebrazione con i propri fratelli, non sono affatto la medesima cosa. Nel caso di una comunità numerosa, il monaco sacerdote può sperare di presiedere tuttalpiù una decina di volte l’anno la messa conventuale.
Al contrario, al termine dei lunghi uffici di Mattutino e delle Lodi, la celebrazione quotidiana di messe lette da ciascuno dei sacerdoti, compie come la conclusione naturale la preghiera diurna e apre alla comunione sacramentale e ai santi misteri che nutrono la Chiesa. È a questa comunione, spirituale questa volta, che l’assistenza alla messa conventuale diurna convoca i monaci.
In questo senso il motu proprio favorisce la pietà liturgica mediante un ritorno delle messe lette. Sembra tuttavia che ciò sia stato poco recepito in ambiente monastico.
In conclusione di questa prima indagine, la forma extraordinaria appare come rivolta a Dio, sollecitando l’uomo al contempo nella grandezza e nella debolezza della sua umanità.

[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 - continua (la prima parte qui; la seconda parte qui)]

venerdì 5 gennaio 2018

L’Epifania più ricca del Natale?

Il tempo liturgico del Natale continua fino al 2 febbraio; occorrerebbe dunque che durante l’intero mese di gennaio noi potessimo respirarne il profumo e, con l’aiuto dei testi del messale e dell’antifonario, orientassimo lo sguardo della nostra anima verso il miracolo della nascita di Dio. Ma abbiamo quella che chiamerei la devozione ai testi?

[...]

Natale è l’esplosione di una gioia popolare interamente volta all’ammirazione e alla gratitudine. La nascita del Salvatore, dopo i secoli dell'attesa, è l’aurora della nostra speranza, il principio di un ottimismo che ricorda, ogni 25 dicembre, che gli angeli cantavano sopra la stalla di Betlemme. Ma l’Epifania commemora la manifestazione del Signore ai Magi, il suo battesimo nel Giordano e il suo primo miracolo a Cana. Perciò l’Epifania è strutturalmente più teologica del Natale. Non ci servirebbe a nulla celebrare la nascita di un salvatore se costui non si fosse rivelato a noi come oggetto di contemplazione e di conoscenza. Ora, questa manifestazione è l’essenza medesima del mistero dell’Epifania.
Ricordiamolo: Gesù Cristo si manifesta ai Magi, come Signore sovrano nell’ordine sociale delle grandezze terrestri.
Si manifesta come Re universale al livello dell’universo cosmico: una stella indica il luogo della sua nascita, egli cambia l’acqua in vino, e le pietre si creperanno al momento della sua morte.
Egli si manifesta come capo della Chiesa: “Sorgi, o Gerusalemme, sii raggiante: poiché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te” (epistola della festa).
Come iniziatore dei sacramenti, quando santifica le acque del Giordano, simboleggiando le acque del battesimo; e a Cana, egli associa sua Madre alla dispensazione della grazia.
Ancora, egli appare come Signore allorizzonte della fine dei tempi: Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero” (introito della festa).
Infine, alla teofania del Giordano, Dio Padre rivela Gesù come il Figlio eterno, oggetto della sua compiacenza: Questi è il Figlio mio, lamato: in lui ho posto il mio compiacimento”. L’Epifania è unentrata nel mistero della Trinità. Questa è linsondabile ricchezza del mistero.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Fragments autour de Noël, 12 gennaio 1992, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 74-78 (qui 74 e 76-77), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]