giovedì 12 agosto 2010

André Charlier, Dom Gérard e Maslacq

[Grazie alla cortese autorizzazione di Yves Chiron, riproduciamo l’integralità della sua “lettera d’informazioni religiose” Aletheia, anno XI, n. 150, 28 gennaio 2010, pp. 1-2 (16 rue du Berry, 36250 Niherne, France), trad. it. di sr. Bertilla Obl.S.B.]

André Charlier (1895-1971) fu un educatore, un moralista e uno scrittore. Professore presso l’École des Roches a Verneuil (Eure), a partire dall’ottobre 1924; direttore dell’École des Roches, trasferita a Maslacq (Pirenei atlantici), dall’ottobre 1941 al luglio 1950; direttore del Collège de Normandie a Clères (Senna marittima), dall’ottobre 1950 al luglio 1962. Ha pubblicato una raccolta di testi – Lettres aux capitaines (1955) –, un saggio – Que faut-il dire aux hommes? (1964) – e, in collaborazione con suo fratello, lo scultore Henri Charlier (1883-1975), Le chant grégorien (1967) [1].
Dom Gérard Calvet (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, fu allievo dell’École des Roches di Maslacq, dal 1940 al 1947, restandovi un anno supplementare – un anno sabbatico – dopo il baccalaureato e prima della partenza per il servizio militare, nell’ottobre 1948.
Nel gennaio 1950, Gérard Calvet entrò come postulante nel monastero benedettino di Madiran (Pirenei atlantici). Prese l’abito il 2 febbraio 1950 e fece la professione semplice il 4 febbraio 1951. Nel 1952 il monastero di Madiran fu trasferito a Tournay. Il 18 febbraio 1954 Dom Gérard vi fece la professione solenne e il 13 maggio 1956 fu ordinato sacerdote.
Come tutti i sacerdoti novelli, Dom Gérard celebrò le sue prime Messe alla presenza e per le intenzioni dei suoi cari. Dopo Bordeaux, alla presenza della propria famiglia, Dom Gérard si recò a celebrare una Messa al Collège de Normandie. Era il riconoscimento di un debito nei confronti di André Charlier che era stato, per lui, più di un maestro: «un padre», secondo la sua stessa espressione.
In tale occasione, André Charlier pronunciò un discorso. Ringrazio la figlia di André Charlier per avermi trasmesso questo testo inedito e di averne autorizzata la pubblicazione.
Non farò un commento riga per riga di questo discorso in tre parti. Vi si ritrovano in primo luogo un ritratto dell’allievo Gérard Calvet e alcune considerazioni su «la libertà e la grazia» [2]. Segue il racconto della scoperta della vita monastica da parte del giovane Gérard e la rivelazione della sua vocazione monastica. Infine, vi è l’esposizione della lotta condotta da André Charlier, la sua rivendicazione dell’«esigenza» [3] e la sua visione delle avanguardie e degli avamposti necessari, tra i quali poneva il giovane monaco-sacerdote.

Yves Chiron

[1] Su André e Henri Charlier ci si riferirà ai numeri speciali che sono stati loro consacrati dalla rivista Itinéraires (n. 166, settembre-ottobre 1972, e n. 266, settembre-ottobre 1982).
[2] Dom Gérard dirà di avere ricevuto a Maslacq «un’intelligenza dei rapporti fra la natura e la grazia che è senza dubbio l’apporto più prezioso e il più originale del messaggio che ci era rivolto» (Histoire de Maslacq, in Itinéraires, n. 266, cit., p. 268).
[3] Anche in questo caso, non si può che rimandare alle pagine di Dom Gérard su Maslacq. Lui stesso pone in esergo la nozione di «esigenza» (ibid., p. 338).


Reverendo Padre,
Ti ricordi senza alcun dubbio i saluti che t’indirizzammo quando lasciasti Maslacq per entrare a Madiran. Fu nel famoso studio numero uno, e c’era una certa emozione nell’uditorio. Anche dello stupore. Ci si stupiva di vedere entrare in monastero colui che aveva ricoperto con tanta buffoneria il ruolo della Contessa d’Escarbagnas, o con tanta naturalezza quella dello Stordito, o ancora – te ne ricordi? – colui che aveva scordato di passare i suoi abiti da donna per rappresentare Viola scagliata dalla tempesta sulle coste dell’Illiria, ne La dodicesima notte di Shakespeare. I tuoi titoli nella scuola erano riassunti in un biglietto da visita del quale forse non hai conservato il ricordo. Era fortemente umoristico. Quanto a me, ho pensato che non ci fosse nessuna rottura nel percorso. Non è inutile avere giocato e danzato (con un certo spirito) al fine di comprendere i giochi della Libertà e della Grazia, allorché s’intraprendono i primi passi nella vita mistica. Non è detto nella Scrittura che la Saggezza di Dio giocava davanti a Lui in ogni tempo? La vita devota non è sinonimo di noia e di rigidezza. I clown possono essere le persone più serie del mondo.
Mi ricordo il primo soggiorno che facemmo insieme all’abbazia di Madiran. Abbiamo dormito in un granaio pieno di fieno e tu eri sceso acrobaticamente al piano di sotto attraverso il tavolato per cadere in una rastrelliera delle mucche, cosa che ti era valsa la rottura di una costola. Credo che con noi ci fossero Guy de La Chapelle, Bertrand de Galard e Denis Chapon. La vita dei monaci vi sembrava straordinaria. Insomma, non ci capivate un granché. Nel refettorio, durante la lettura recto tono, avete trattenuto il riso a fatica. Tuttavia, prima di partire, tu sei entrato da solo nella cappella e mi sono detto di frequente che, anche se non te ne sei reso conto, la tua vocazione si decise in quest’unico istante. Le più grandi cose della vita dipendono dalle più piccole circostanze: è sufficiente che in un dato momento siamo capaci di vedere e intendere ciò che bisogna fare, purché in seguito non si rimetta tutto in discussione attraverso le sottigliezze del dubbio e della discussione. Quando s’intraprende un cammino bisogna sempre andare fino in fondo. Credo che se l’École des Roches ti ha insegnato qualcosa, è stato semplicemente di prendere le cose sul serio, cioè alla lettera. Prendere il proprio lavoro alla lettera. Che vi dice: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Tale comandamento si applica a tutti gli uomini, non solo ai monaci. Ma senza dubbio i monaci sono gli unici a prendere questo comandamento alla lettera e a mettere tale esigenza al primo posto tra le loro preoccupazioni, davanti a tutto il resto.
Nella sua ultima lettera, fr. Marie mi ricordava un’espressione di Padre Romain, che ha un posto così importante nella scuola, benché ne sia così lontano: «Maslacq dev’essere un vivaio per gli avamposti». Vi è, in effetti, una seconda cosa che la scuola ha potuto insegnarvi: è la gravità della lotta che vi attende, perché nel mondo moderno tutti i valori che determinano la nobiltà e il significato della vita sono minacciati pericolosamente, perché li vediamo morire sotto i nostri occhi senza che nessuno, persino i cristiani, reagisca se non con proteste letterarie o verbose. Per aver detto ciò, sono stato tacciato di pessimismo. Tanto peggio! Non me ne distacco di una parola. D’altra parte, mi sono sempre sentito a mio agio tra gli avamposti e le avanguardie. Non ho il gusto per la morte. Non sono tra coloro che considerano il proprio lavoro già come una ritirata. Io mi batto. Mi sono molto battuto negli ultimi quindici anni e rendo onore a coloro, professori e allievi, che hanno voluto battersi al mio fianco; perché, cosa curiosa, anche alcuni degli stessi allievi hanno acconsentito a battersi e non hanno voluto rimanere spettatori ironici. So bene di essere considerato impaziente, esigente, amo che si marci velocemente, che si realizzi velocemente, che si comprenda velocemente. Quali retroguardie ho dovuto trascinarmi in questi quindici anni di battaglie! Ma che importa? La tua presenza qui, questa sera, significa che c’è qualcuno tra voi che ha scelto gli avamposti, perché dietro a te ce ne sono altri, grazie a Dio. Così penso di poter dire ora come Simeone: «Nunc dimittis servum tuum Domine». In una lettera che mi scrivesti circa due anni fa, tu mi dicesti: «Voglio consacrare il mio sacerdozio all’anima della Francia». Queste parole mi sono state a cuore, perché le ho prese alla lettera. Il volto del mondo può essere cambiato e il mondo può essere salvato, quando la volontà corrisponde davvero all’appello. Cinque secoli fa, l’anima della Francia è stata messa per intero nelle mani di una ragazza della Lorena che non sapeva né leggere né scrivere. Eccola oggi deposta nelle tue mani sacerdotali e nelle mani di coloro che, come te, non avranno paura di battersi negli avamposti.