domenica 30 ottobre 2016

Norcia, 30 ottobre 2016 - In unione di preghiera


Omnípotens sempitérne Deus, qui réspicis terram, et facis eam trémere: parce metuéntibus, propitiáre supplícibus; ut, cuius iram terræ fundaménta concutiéntem expávimus, cleméntiam contritiónes eius sanántem iúgiter sentiámus. Per Dóminum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sæcula sæculórum.


O Dio onnipotente ed eterno il cui sguardo fa tremare la terra, perdona chi è nel timore, sii benigno con chi supplica; affinché, avendo paventato il tuo sdegno che scuote i cardini della terra, continuamente sperimentiamo la tua clemenza che ne ripara le rovine. Per nostro Signore Gesù Cristo, Figlio tuo, Egli che, Dio, con Te vive e regna nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

[Orazione  “In tempo di terremoto” (orazioni diverse)Messale romano quotidiano, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1963, p. 1622]

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giovedì 27 ottobre 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 8

Mosaico della Basilica di San Marco, Venezia:
Messa per l'invenzione delle reliquie di san Marco (XII-XIII sec.)
nona domanda

Qual era la posizione del sacerdote e dei fedeli nelle chiese con l’abside orientata, che costituivano, com’è noto, la gran parte degli antichi santuari?

Nelle basiliche a navate multiple e con l’abside orientata, i partecipanti alla messa si disponevano in piedi, anch’essi, per gran parte del tempo, lungo le navate laterali e in fondo alla navata centrale. In tal modo formavano una specie di semicerchio aperto verso Oriente, trovandosi perciò il celebrante nel punto di convergenza di questo semicerchio (al centro del cerchio virtuale).
Invece, nelle basiliche che avevano l’abside a Occidente, il sacerdote, i chierici e i cantori si venivano a trovare alla sommità di questo stesso semicerchio.
Quando, più tardi, i fedeli si misero a occupare l’intera navata centrale, disponendosi come una colonna militare, si venne a creare qualcosa di dinamico, che somigliava alla colonna del popolo di Dio in marcia nel deserto, in direzione della terra promessa: come se la posizione verso Est indicasse anche la meta della colonna: il Paradiso perduto che si cercava a Oriente (cfr. Gn 2, 8). Il celebrante e i suoi assistenti formavano la testa di questa colonna.
La disposizione iniziale, quella che consisteva in un semicerchio aperto, si presentava invece come composta secondo un principio statico: l’attesa del Signore che era asceso in cielo verso Oriente (cfr. Sal 67, 34; Zac 14, 4) e da lì sarebbe ritornato (cfr. Mt 24, 27; At 1, 11). Come quando si riceve una personalità eminente, e si arretra, a formare un semicerchio, per accogliere in mezzo l’ospite d’onore. San Giovanni Damasceno scrive: “Al momento della sua Ascensione, egli salì verso Oriente; è così che l’adorarono gli Apostoli, ed è così che ritornerà, allo stesso modo in cui lo videro salire in cielo, come ha detto il Signore stesso: ‘Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo’ (Mt 24, 27). Poiché lo attendiamo, lo adoriamo rivolti a Oriente. È una tradizione non scritta degli Apostoli” [1].
Sulla base di questa concezione, a partire circa dal secolo VI, in numerose chiese – come si vede nelle pitture dell’epoca a Bawit, in Egitto – si raffigurava l’Ascensione del Signore sotto la volta principale dell’abside: in alto il Cristo glorioso sorretto da due angeli, al di sotto Maria, che rappresentava la Chiesa, orante con le mani volte al cielo, con alla sua destra e alla sua sinistra gli Apostoli. Questa raffigurazione rappresentava sia la glorificazione di Gesù in cielo sia la sua seconda venuta, secondo le parole rivolte dai due angeli agli Apostoli al momento dell’Ascensione: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11) [2].
Più tardi, nei dipinti delle absidi occidentali, il Cristo in trono nella mandorla fu tratto da queste antiche raffigurazioni e, come Majestas Domini circondata dai simboli dei quattro evangelisti, divenne il tipico dipinto delle absidi dell’arte romanica. Nell’Oriente bizantino il Signore che ascende in cielo venne dipinto sia sotto la volta principale dell’abside, come Pantocrator, sia sotto la cupola che sovrastava l’altare insieme al complesso dell’Ascensione. In quasi tutti i casi, però, la Madre di Dio non vi figurava più perché la sua immagine era riservata alla decorazione dell’abside.
Un brano dell’Apocalisse ha svolto un ruolo importante per la posizione centrale attribuita a Maria nell’abside: “Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza [destinata a conservare l’eucaristia sull’altare] […] Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 11, 19; 12, 1).
Si noti qui la relazione fra Maria-Ecclesia e Arca dell’Alleanza, ma anche il fatto che il velo del tempio – cioè il santuario che esso copriva – non si apriva che in determinate circostanze. Il mistero, il tremendum, esige – ciò che oggi si dimentica troppo facilmente – di essere velato, da cui nasce il desiderio di vederlo svelarsi.
Scrive l’apostolo Paolo: “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13, 12). Guardare a Est non significa solo guardare al Signore trasfigurato in cielo e atteso alla fine dei tempi, ma esprime anche il desiderio della manifestazione ultima, della rivelazione della gloria futura.

decima domanda

Tuttavia, il fatto che nelle più antiche basiliche romane l’altare e l’abside si possano trovare praticamente in tutte le direzioni, è in contraddizione con la pretesa che alle origini si sia sempre pregato verso Est, e che di conseguenza le chiese fossero “orientate”. Come spiegarlo?

In questo caso si tratta di chiese edificate su materiali da costruzione risalenti all’Antichità, oppure di chiese che le condizioni locali non permettevano che venissero perfettamente orientate. Ciò non impediva che il sacerdote e i fedeli si volgessero insieme per la preghiera e il sacrificio verso Oriente, come voleva l’uso cristiano abituale.
Così, per esempio, la celebre chiesa romana di San Clemente, che è stata edificata su delle antiche fondazioni, ha l’ingresso a sud-est. Ecco perché il celebrante si dispone dietro l’altare. D’altronde, una celebrazione davanti l’altare non sarebbe assolutamente possibile, data la disposizione dei luoghi. Per guardare verso Oriente al momento del santo sacrificio, al sacerdote basta girare leggermente il corpo in quella direzione. Lo stesso si dica per i fedeli disposti nelle navate laterali (a San Clemente la navata centrale serve per la schola; in essa si trovano anche i due amboni per la lettura dell’epistola, del graduale e del Vangelo).
Nel suo libro Le rite et l’homme, Louis Bouyer scrive: “L’idea che la basilica romana sarebbe la forma ideale della chiesa cristiana, perché permetterebbe una celebrazione in cui il prete e i fedeli si disporrebbero faccia a faccia, è un completo controsenso. È l’ultima delle cose a cui gli antichi avrebbero pensato” (p. 241).
Comunque, come abbiamo già visto, il preciso orientamento delle chiese, come lo si riscontra a partire dal secolo IV-V, non avrebbe avuto senso se non fosse stato in stretta relazione con l’orientamento nella preghiera.
A sostegno dell’opinione secondo la quale l’altare propriamente detto – e la croce che lo sovrasta – sarebbe il punto di riferimento verso il quale si volgono i fedeli e che, idealmente, dovrebbero attorniare, si ama citare, come esempio, l’espressione del memento dei vivi del canone della messa: “et omnium circumstantium” (e di tutti i circostanti). Occorre precisare che, nel suo significato filologico, il termine circumstantes contenuto in questa espressione designa globalmente “le persone presenti” e non solo “quelli che si trovano in cerchio intorno a qualcosa”; tant’è che, dagli scritti dell’epoca, non si ha notizia di casi di fedeli che si sarebbero disposti in cerchio attorno all’altare durante la celebrazione della messa. D’altronde, non avrebbero potuto farlo, non fosse perché i laici, come ancora oggi in Oriente, non avevano il diritto di penetrare nel santuario.
Il rispetto si sviluppa quando è incoraggiato dai comportamenti esteriori e, se è il caso, dalle interdizioni destinate a evitare le profanazioni. Quando, per esempio, un sagrestano può poggiare sull’altare, senza il minimo scrupolo, una sedia o una scala per sistemare dietro l’altare, in alto, dei candelieri o dei fiori, la santità di questo altare ne resta rozzamente offesa. Cosa inimmaginabile in una chiesa d’Oriente!
Per contro, possiamo dire che l’espressione “et omnium circumstantium” può rimandare alla buona abitudine che dovrebbero avere i fedeli durante l’offerta del santo sacrificio: in piedi, pieni di rispetto (cfr. l’immagine di apertura). Ma, ai giorni nostri, queste “persone presenti” si trasformano facilmente in “persone sedute” (in modo confortevole) su delle sedie, ciò cui ha contribuito l’attuale presenza di queste ultime nelle chiese, che invitano a prendersi agio. Certo, cambiare il modo di vedere moderno, in quest’ambito, non è cosa facile; tuttavia non si dovrebbe mai dimenticare che la posa eretta è l’attitudine liturgica per eccellenza, che fra l’altro favorisce lo spirito comunitario.

[1] PG 94, 1136.
[2] Cfr. pure K. Gamber, Sancta sanctorum, pp. 31-34.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 43-48) / 8 - continua]

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lunedì 24 ottobre 2016

Un “romanzo liturgico”

[Annunciamo con vero piacere l’uscita, il 30 ottobre 2016, della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it).
Autentico “romanzo liturgico”, com’è stato autorevolmente definito, e terzo della cosiddetta “trilogia di Durtal”, L’oblato mette in scena il personaggio che costituisce il doppio letterario dell’autore, convertitosi alla fede cattolica dopo avere accostato gli abissi della magia e del satanismo, come narrati nel romanzo L’abisso. Oblato, come indica il titolo, presso l’abbazia benedettina di Val des Saints – nome di fantasia per descrivere l’abbazia di Ligugé, dove Huysmans visse egli stesso come oblato –, Durtal è l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore tesse la storia del rapporto fra il personaggio e la comunità monastica, e mediante il quale Huysmans descrive in memorabili pagine la liturgia cattolica, le sue idee sul cattolicesimo contemporaneo e soprattutto le sue riflessioni sulle questioni centrali della fede, fra cui il tema nodale della sofferenza.
Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore e critico d’arte francese. In questa duplice veste ha preso parte attiva alla vita letteraria e artistica, influenzando lo sviluppo del romanzo decadente e promuovendo l’arte impressionista e simbolista. Nell’ultima parte della sua vita, convertitosi al cattolicesimo, si lega alla tradizione della letteratura mistica, e il suo incontro con la fede si spinge fino a mutare le forme espressive dei suoi romanzi, come testimonia la trilogia di Durtal, iniziata con Per strada (1895), proseguita con La cattedrale (1898) e che si conclude con L’oblato (1903). Muore a Parigi, sua città natale, dopo essersi fatto oblato benedettino.
Offriamo in anteprima un brano del capitolo VII (qui pp. 186-188), invitando calorosamente i lettori di Romualdica a leggere e diffondere questo importante “romanzo liturgico”.]

E, di colpo, l’organo echeggiò in una marcia trionfante; l’Abate entrò nella navata, preceduto da due cerimonieri tra i quali camminava quello che portava il pastorale, in alba con le spalle coperte dalla vimpa, una sciarpa di seta bianca con delle pieghe rosso ciliegia i cui tre lunghi panni, riportati sul petto, servivano per afferrare l’impugnatura del pastorale; e l’Abate, il cui lungo strascico nero era sollevato da un novizio, passando benediceva i fedeli inginocchiati che si segnavano.
E lui stesso era andato a inginocchiarsi insieme a tutta la sua corte di cerimonieri, cappieri, religiosi in alba, e si vedeva solo una voluta dorata, dominante un’estensione come di lune morte, il pastorale al di sopra delle teste dalle larghe tonsure, rotonde e bianche.
Tutti si alzarono a un segnale del padre d’Auberoche, con un leggero tocco di mani; l’Abate raggiunse il suo trono vicino al quale si misero al loro posto i tre diaconi d’onore; e l’inginocchiatoio verde fu spostato.
Il coro era pieno; i due ranghi di stalli in alto erano occupati, su ciascun lato, dalle cocolle nere di professi e novizi, quelli in basso dalle cocolle brune dei conversi e, sopra di loro, su due banchi, spiccavano gli abiti vermigli dei bambini del coro; nello spazio lasciato vuoto era un andare e venire di cerimonieri e portapastorale; e di altri portainsegne, del portabugia e del portamitria; e questi movimenti erano regolati con così tanta perizia che, in un passaggio così stretto, tutti sfilavano e si incrociavano, senza mai intralciarsi gli uni con gli altri.
L’Abate diede inizio all’Ufficio.
Così come aveva previsto padre Felletin, l’incanto dell’Invitatorio coinvolse sin da subito Durtal. Veniva cantato come di consueto il salmo Venite exultemus che convocava i cristiani ad adorare il Signore, inframmezzato dopo ogni strofa dal ritornello sia abbreviato, “Cristo è nato per noi”, sia completo “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E Durtal ascoltava questo salmo magnifico, ricordandosi la creazione del Signore e i suoi diritti. Su di una melodia che aveva vagamente qualcosa di dolente e con un sentimento di consenso e rispetto, si elencavano le meraviglie di Dio e si rimpiangeva l’ingratitudine del suo popolo.
La voce dei cantori enumerava i suoi prodigi: “Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra. Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”.
E il coro riprendeva: “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E, dopo l’inno glorioso di sant’Ambrogio, il Christe Redemptor, l’Ufficio solenne si aprì davvero. Si divideva in tre veglie o notturni, composti di salmi, letture o lezioni, e di responsori. Questi notturni svelavano un senso speciale. Durando, l’anziano vescovo di Mende del secolo XIII, li spiega con lucida chiarezza. Il primo notturno allegorizza il tempo trascorso prima della legge data a Mosè e, nel Medioevo, l’altare era nascosto sotto un velo nero che simbolizzava le tenebre della legge mosaica e la condanna pronunciata contro l’uomo nell’Eden; il secondo significava il tempo passato dopo la legge scritta, allora l’altare era occultato sotto un tessuto bianco perché l’Antico Testamento rischiarava già con le luci furtive dei suoi Profeti l’uomo decaduto; il terzo specificava l’amore della Chiesa, la grazia del Paraclito e perciò l’altare si vestiva con una nappa color porpora, emblema dello Spirito Santo e del sangue del Salvatore.
L’Ufficio era in parte salmodiato e in parte cantato. Era un insieme splendido; ma la sua massima bellezza la riservava specialmente per il canto o il recitativo delle sue Lezioni.
Un monaco scendeva dal suo stallo, condotto da un cerimoniere, davanti al leggio posto in mezzo al coro, e là cantava o recitava – non si saprebbe quale termine impiegare – poiché non era più solo una salmodia e non era ancora canto. La frase si spiegava su di una specie di melodia grave e languida, lenta e piana e, chiudendo gli occhi, ascoltando queste arie appena fluttuanti, era uno strano dondolarsi dell’anima, uno stringersi del cuore molto dolce, un cullarsi che finiva improvvisamente come con una lacrima su di una nota triste.

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giovedì 15 settembre 2016

Per un aiuto al Monastero San Benedetto di Norcia


[Il terremoto di magnitudo 6.2 del 24 agosto 2016 che ha colpito il centro Italia, ha causato seri danni strutturali anche alla Basilica e al Monastero San Benedetto di Norcia. Invitiamo tutti i lettori a prendere in considerazione un aiuto allo sforzo di ricostruzione che i monaci hanno immediatamente intrapreso. Lo potete fare subito attraverso questo linkTramite il sito Internet del monastero benedettino della città che ha dato i natali a san Benedetto e santa Scolastica, è possibile seguire un diario dei monaci in questi giorni drammatici del post-terremoto. Fra le cronache sin qui riportate, ci piace condividere la seguente, redatta dal Vicepriore del Monastero San Benedetto, Padre Benedetto O.S.B.]

Dopo tre settimane di paziente attesa della cessazione delle scosse e l’assicurazione da parte dei tecnici della sua agibilità, i monaci hanno ripreso a celebrare la Messa conventuale domenicale nella zona degli scavi, con una messa solenne commemorativa. La Messa è stata detta davanti a un altare portatile posto di fronte a un affresco di Nostra Signora, san Giovanni e san Sebastiano proveniente da una vecchia chiesa nel vicino paese di Biselli, dopo che, purtroppo, l’ultimo terremoto del 1997 aveva distrutto il resto della chiesa. Gli scavi, o vecchie rovine romaniche, che ospitano l’affresco erano colmi di amici fedeli e sostenitori, compresa la calorosa presenza di tre abati francesi venuti in pellegrinaggio dal monastero di Le Barroux, Triors e Fontgombault per portare il loro sostegno ai monaci di Norcia dopo il terremoto. Finita la Messa siamo andati a visitare la parte dell’edificio in rovina, e gli abati hanno potuto conoscere un abitante del monastero, Tertulliano, la tartaruga che vive in giardino. [...]



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