venerdì 19 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 5

quinta domanda

Da tempo immemore, non celebra forse il Papa rivolto verso il popolo, e in San Pietro, a Roma, non c’è un altare isolato su di un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?

Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (non tuttavia nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto.
Chi un tempo partecipava alle messe papali, notava che il Papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, in maniera sconsiderata, che in tal modo si fosse conservata la posizione verso il popolo, che il celebrante avrebbe avuto nella Chiesa primitiva.
In realtà si tratta, come andremo a dimostrare, dell’orientamento nella preghiera, poiché la chiesa di San Pietro non ha, come la maggior parte delle chiese antiche, l’abside a Est, ma a Ovest.
Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’avvento di Paolo VI, che intraprese in seguito la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il Papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce d’altare. Non era dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Né si trattava di un privilegio del Papa, come talvolta è stato affermato. Vi sono infatti a Roma altre chiese la cui abside è posta a Occidente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare.
Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma al quale manca il suo coronamento: il baldacchino. Poiché si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di qualsivoglia orientamento – esso è circondato dalle fila di sedie dei fedeli –, è difficile trovare un posto adeguato per la croce d’altare, di cui abbiamo esposto in precedenza la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua a essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, è detto: “Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea” (n. 270).
Era questo il caso dell’“altare della croce” medievale [1], ma non lo è più quando, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.

sesta domanda

Era dunque una cosa buona che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione di un muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!

Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi.
Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: “Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra […], ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio” [2].
Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando quale formula di circostanza le seguenti parole: “Conversi ad Dominum…” (rivolti al Signore).
Possiamo qui ricordare le parole di san Paolo. Conscio che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” egli preferisce essere “in esilio dal corpo e abitare presso il Signore” (ad Dominum) (2 Cor 5, 6-8).
Perciò volgersi verso il Signore e guardare a Oriente era per la Chiesa primitiva una sola e medesima cosa.
Nella sua opera fondamentale Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo “Habemus ad Dominum” (sono rivolti al Signore) al richiamo del sacerdote “Sursum corda” (in alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256).
A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso del diacono prima della preghiera eucaristica (anafora) (p. 251). È il caso dell’anafora copta di san Basilio, che inizia così: “Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate a Oriente!”; e anche dell’anafora di san Marco, in cui lo stesso appello (“Guardate a Oriente!”) è posto nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus.
La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche – un’istruzione del IV secolo –, dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente [3]. L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente del diacono: “Tenetevi in piedi verso il Signore!” [4]. Come si vede, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare a Oriente e il volgersi verso il Signore.
L’usanza della preghiera in direzione del sol levante è immemore, come ha dimostrato anche Dölger; la si ritrova presso gli ebrei e presso i romani. È così che il romano Vitruvio scrive, nel suo studio sull’architettura: “I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che […] l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici” [5].
Anche per Tertulliano (c. 200) la preghiera verso Oriente va da sé. Nel suo piccolo libro Apologeticum, egli ricorda che i cristiani “pregano in direzione del sol levante” (cap. 16). Questo orientamento della preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 [6].

[1] Posto davanti al jubé.
[2] PL, 34, 1277. 
[3] Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165. 
[4] Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494. 
[5] I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173. 
[6] Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d’Herculanum et de Pompéi, fig. 29.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 32-35) / 5 - continua]    

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martedì 16 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 4

Incoronazione della seconda moglie dell'imperatore Ferdinando II,
davanti al jubé della cattedrale di Ratisbona (incisione su cuoio del 1630)
terza domanda

Tuttavia, non vi era già nel Medioevo un altare destinato al popolo, oltre all’altare maggiore, come al giorno d’oggi?

È esatto nella misura in cui, nelle chiese cattedrali e nei monasteri, vi era come regola generale – dopo la fine dell’epoca romanica – un altare destinato al popolo, posto davanti al pontile-tramezzo (jubé). Quest’ultimo era una specie di chiusura del coro, ma un po’ più alta di quella delle chiese primitive, con due entrate che davano sul coro dei canonici o dei monaci, i quali, in tal modo, si trovavano separati dal resto della chiesa. In virtù della croce posta al di sopra di questo altare, o più esattamente sul jubé, tale altare veniva chiamato “altare della croce”.
È su tale altare che, in queste chiese, si celebrava la messa per il “popolo” [1], come ogni altra messa destinata ad avere numerosi partecipanti, come la messa solenne per i funerali oppure, in una chiesa cattedrale, quella per l’incoronazione di un sovrano (cfr. la figura d’apertura). Per di più si predicava dall’alto del jubé. Solo le messe conventuali (solenni) venivano celebrate all’altare maggiore, nel coro.
Dunque, in primo luogo la funzione del jubé non era di elevare una barriera fra il clero e il popolo – e per questo non può essere paragonato all’iconostasi bizantina –, ma era ben diversamente destinato a creare, per i canonici o i monaci, uno spazio apposito in cui si potessero svolgere le funzioni liturgiche in coro – liturgia delle ore e messa conventuale – senza essere disturbati.
Per ragioni sia liturgiche sia architettoniche è stato del tutto irragionevole fare sparire il jubé e l’altare della croce, com’è accaduto quasi ovunque in Germania all’epoca dei Lumi, su ordine delle autorità secolari [2].
Come allora si procedette a importanti modifiche architettoniche all’interno delle chiese – onde consentire che i fedeli potessero guardare direttamente l’altare maggiore –, così oggi, in seguito al Concilio, quasi tutte le chiese antiche sono state ritoccate con dei lavori di “rinnovamento”.
Chi percorra oggi il mondo e visiti le chiese, scopre, per la sistemazione del santuario, le soluzioni più singolari. È così che, soprattutto in Italia, quando è stato possibile, gli altari barocchi sono stati privati della loro tavola d’altare, rimpiazzata dai seggi del celebrante e dei suoi assistenti. Si può pensare che sia la meno felice delle soluzioni, visto che la pala perde così la sua antica funzione di riferimento al sacrificio eucaristico per vedersi “degradata”, al punto da servire quale schienale dei preti.
Ma nella maggior parte dei casi, l’antico altare maggiore, con il suo tabernacolo, non serve più che a conservare la santa comunione. Occorre allora rassegnarsi al fatto che il sacerdote, il quale sta all’altare rivolto verso il popolo, giri costantemente la schiena al tabernacolo, al quale sin qui erano fissati gli occhi dei fedeli in preghiera. All’occasione, è la corale parrocchiale che s’installa sui gradini dell’altare maggiore, con i cantori che volgono anch’essi le spalle al tabernacolo e si servono della tavola d’altare per poggiarvi i loro diversi accessori.
Ecco perché, quando le considerazioni artistiche lo hanno permesso, l’altare maggiore è stato totalmente soppresso, per conservare l’eucaristia in un tabernacolo murale laterale. Si è dunque immediatamente posto il problema di come occupare lo spazio così liberato dell’abside. Sono state applicate varie soluzioni. Spesso vi si è installato l’organo, con la sua cassa decorativa, oppure, per la maggior parte del tempo, la corale parrocchiale. Oppure si è semplicemente appesa l’antica pala d’altare o un pendone di valore al muro dell’abside, come fossero degli ornamenti.
In definitiva, nessuna di queste soluzioni è soddisfacente, poiché, installando un nuovo altare, per di più dall’apparenza molto modesta, si è fatto sparire il centro di gravità spaziale costituito dall’altare maggiore, così come era stato concepito dall’architetto che aveva costruito la chiesa. Senza alcun dubbio, Alfred Lorenzer ha ragione allorché scrive: “Il significato dell’altare, a questo punto, fa parte integrante della chiesa (…), che lo spostamento di questo ‘centro di gravità spaziale’ dovrebbe indurre a elaborare un piano interamente nuovo” [3].
Ciò diventa di un’evidenza impressionante nelle grandi chiese, come per esempio nella cattedrale di Spira, dove lo sguardo di coloro che entrano si posa subito sull’antico altare maggiore sormontato dal suo baldacchino. Oggi, erra nel vuoto. La tavola d’altare installata nel coro, malgrado le sue dimensioni, si nota appena in questo spazio tutto volto in altezza, e l’altare verso il popolo, alcuni gradini più in basso, non costituisce affatto un “centro di gravità spaziale”.

quarta domanda

Nell’Handbuch der Liturgie für Kanzel, Schule und Haus (Manuale di liturgia per la cattedra, la scuola e la casa) di P. Alfons Neugart (1926), si legge: “Nella basilica della Chiesa primitiva, l’altare era posto in mezzo all’abside del coro e il prete celebrante si metteva dietro di esso, rivolto verso il popolo. Sull’altare non vi erano né croce né candele. I seggi del vescovo e degli ecclesiastici erano disposti tutt’intorno, lungo il muro. È solo più tardi che l’altare venne posto contro il muro, come oggi”. È esatto?

Ciò che è esatto è che nei primi secoli, i seggi dei vescovi e dei sacerdoti erano posti lungo il muro dell’abside e non ai lati dell’altare; nei territori greci essi erano spesso nettamente rialzati su diversi scalini, di modo che il vescovo, assiso sul suo trono, potesse essere visto da tutti e meglio ascoltato al momento del suo sermone, che un tempo pronunciava dal suo seggio. Il seggio centrale era sempre riservato al vescovo, come accade ancora oggi in Oriente.
È anche esatto che a quel tempo sull’altare non vi fosse né croce, né candele, né leggio per il messale, ma solo il calice e la patena con le offerte. Lo si può constatare nelle raffigurazioni medievali della messa. Se fino a un’epoca recente si usava decorare con dei fiori il pavimento della chiesa, l’altare non veniva mai decorato.
Ecco perché in genere gli altari erano piccoli, con una tavola che raramente raggiungeva un metro quadrato. Nel chiostro della cattedrale di Ratisbona vi è, per esempio, un piccolo altare massiccio in pietra, che risale a un’epoca molto antica; tuttavia, si trova anche – nell’“antica cattedrale” – un grandissimo altare (due metri e dieci per un metro e quaranta), che risale probabilmente al secolo V e rappresenta una “confessione”, vale a dire che faceva parte della tomba di un martire. Ecco spiegata la sua enorme dimensione [4]! La limitata superficie della maggior parte degli altari lasciava posto solo per le offerte del pane e del vino: questa particolarità sottolineava significativamente il carattere sacrificale della messa, come accadeva per i sacrifici dei giudei e dei pagani, nei quali solo le offerte propriamente dette trovavano posto sull’altare.
Gli altari a forma di tavola di grandi dimensioni erano rari nei tempi antichi. Eppure, al pari degli altri che abbiamo menzionato, anch’essi erano riccamente ornati di stoffe preziose che cadevano dai quattro lati fino a terra, di modo che le tavole che ricoprivano non si presentavano come tali. Più tardi, in molti luoghi, si dispose sul lato anteriore degli altari un pendone di stoffa, di legno o di metallo riccamente ornato. Così che non si può affermare che il carattere di pasto della messa sia stato sottolineato dagli altari a forma di tavola.
Parleremo in seguito più a fondo della posizione del sacerdote all’altare ai tempi della Chiesa primitiva. Ora ricordiamo solo quanto scriveva sulla rivista Der Seelsorger, nel 1967, quindi poco dopo il Concilio, il P. Josef A. Jungmann, autore della celebre opera Missarum sollemnia: “L’affermazione spesso ripetuta che l’altare della Chiesa primitiva supponesse sempre che il prete fosse rivolto verso il popolo, si rivela essere una leggenda”.
Inoltre, Jungmann mette in guardia contro il pericolo che, auspicando l’adozione dell’altare verso il popolo, “se ne faccia un’esigenza assoluta e, infine, una moda alla quale ci si sottometta senza riflettere”. Secondo lui, la ragione principale di questa raccomandazione di celebrare rivolti verso il popolo è la seguente: “Vi è qui, anzitutto, l’accento esclusivo che al giorno d’oggi si ama tanto mettere sul carattere di pasto dell’eucaristia”.
Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger ha sempre più messo in guardia, in questi ultimi anni, contro il rischio di considerare la liturgia sotto il solo aspetto di “pasto fraterno” [5].

[1] Ma “spalle al popolo”.
[2] Sul punto, cfr. l’articolo di K. Gamber, in Das Münster, 1985. 
[3] Das Konzil der Buchhalter (Il concilio dei contabili), p. 200. 
[4] Cfr. K. Gamber, Ecclesia Reginensis, pp. 49-66.
[5] Cfr. Entretiens sur la foi, Fayard, 1975, p. 158.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 27-32) / 4 - continua]

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venerdì 12 agosto 2016

Il pensiero monastico di Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B.


La vita di Padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854) ci è nota attraverso un certo numero di biografie. Ma qual era il suo pensiero sulla vita monastica, quando nel 1850 fondò una nuova branca della famiglia benedettina, i Benedettini del Sacro Cuore, poi confluiti – nel 1859 – nella Congregazione Cassinese della Stretta Osservanza (in seguito Congregazione Sublacense e al giorno d’oggi Congregazione Sublacense-Cassinese)? La sua morte prematura, l’affiliazione della sua comunità a una congregazione italiana, la perdita del dossier contenente tutti i suoi scritti – riemerso in circostanze fortuite solo nel 1972 –, e una certa evoluzione della sua comunità e delle sue fondazioni nel corso del tempo; tutto ciò ha contribuito a suscitare vari interrogativi. Racchiudendo per la prima volta l’integralità degli scritti sul tema monastico del fondatore del monastero della Pierre-qui-Vire, questo libro cerca di presentare sotto forma di dialogo con il lettore il pensiero originale di Padre Muard sulla vita monastica, così come il Signore gli aveva chiesto di fondarla.

Un moine bénédictin, La pensée monastique du Père MuardÉditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2016, 184 pp., Euro 12,00.

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giovedì 11 agosto 2016

Tempo dopo Pentecoste a Le Barroux




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martedì 9 agosto 2016

L’altare verso il popolo. Domande e risposte / 3

Guillaume Durand, Rational des divins offices [Rationale divinorum officiorum]
seconda domanda

Come ci si può opporre agli altari moderni rivolti verso il popolo, quando essi sono stati prescritti dal Concilio e praticamente sono stati introdotti nel mondo intero?

Si cercherebbe invano una prescrizione che imponga di celebrare la santa messa rivolti verso il popolo nella Costituzione sulla sacra liturgia promulgata dal Concilio Vaticano II. Ancora nel 1947, Papa Pio XII, nell’enciclica Mediator Dei (n. 49), sottolineava come si sbagliassero coloro che volessero ridare all’altare la sua antica forma di mensa (tavola). Fino al Concilio la celebrazione verso il popolo non era autorizzata; essa era tuttavia tacitamente tollerata da numerosi vescovi, soprattutto per le messe dei giovani.
Da noi, in Germania, la nuova posizione del sacerdote fece la sua comparsa negli anni 1920 con la Jugendbewegung (movimento della gioventù), allorché si cominciò a celebrare l’eucaristia per piccoli gruppi; Romano Guardini svolse il ruolo di precursore, con le sue messe al castello di Rothenfels. Il movimento liturgico diffuse quest’uso, soprattutto Pius Parsch, che sistemò in questo senso, per la sua “parrocchia liturgica”, una piccola chiesa romanica (Santa Gertrude) a Klosterneuburg, vicino a Vienna.
Questi sforzi vennero infine approvati dall’istruzione Inter œcumenici (1964) della Congregazione dei Riti, che in seguito ha ispirato il nuovo messale. Per le nuove costruzioni vi è prescritto che: “È bene costruire l’altare maggiore separato dal muro, perché si possa facilmente girarvi attorno e vi si possa celebrare verso il popolo; esso sarà posto nell’edificio sacro in modo da essere veramente il centro verso il quale si volge spontaneamente l’attenzione dell’assemblea dei fedeli” (n. 91).
Sfortunatamente, è esatto che i nuovi altari verso il popolo siano stati installati dovunque nel mondo, almeno per quanto riguarda l’area di diffusione della Chiesa cattolica romana. Ma, a rigore, essi non sono prescritti.
Nelle Chiese ortodosse d’Oriente – nelle quali, d’altronde, vi sono alcune centinaia di milioni di cristiani – si continua a rispettare l’uso della Chiesa delle origini, secondo cui il sacerdote che celebra il santo sacrificio è girato, con i fedeli, verso l’abside. Questo vale sia per le Chiese di rito bizantino – greca, russa, bulgara, serba, ecc. – sia per le Chiese dette di rito orientale antico (armena, siriaca, copta).
Che l’altare debba essere scostato dal muro “perché si possa facilmente girarvi attorno”, è un’altra questione. Questa esigenza della Congregazione dei Riti si accorda perfettamente con la tradizione [1].
Per più di dieci secoli, come fino a oggi nelle chiese ortodosse orientali, l’altare è rimasto privo di sovrastrutture. Un cambiamento si produsse nell’epoca gotica, con l’apparizione delle pale. Queste svolgevano in parte il ruolo dei dipinti dell’abside e dei muri, raffigurando le diverse tappe della salvezza: dall’Annunciazione dell’angelo all’Ascensione del Signore.
Mentre nelle piccole chiese gli altari erano spesso addossati al muro dell’abside, nelle grandi chiese, come abbiamo visto, erano posti – fino all’epoca gotica – in mezzo al santuario. Era allora possibile girarvi intorno al momento dell’incensazione, com’è detto nel Salmo 25: “Giro attorno al tuo altare, o Signore, per far risuonare voci di lode e narrare tutte le tue meraviglie”.
Per sottolineare la santità dell’altare, questo – almeno nelle grandi chiese – era generalmente sormontato da un baldacchino in materiale prezioso, poggiante su quattro colonne. Ai quattro lati erano fissate delle cortine; certo in riferimento alla tenda del Tempio di Gerusalemme, che separava il Santo dei Santi (Sancta Sanctorum) dal santuario, come Dio aveva prescritto a Mosè: “Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto (…). Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro (…). Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo costituirà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi” (Es 26, 31-33).
Come abbiamo visto, nel rito bizantino è l’iconostasi che attua la separazione; ma secondo la concezione ortodossa, anch’essa rappresenta, insieme alle icone, l’Ecclesia cœlestis (la Chiesa del Cielo), che celebra assieme ai fedeli, tanto che essa dev’essere considerata, da quelli che partecipano alla celebrazione, non solo come una separazione, ma anche come un oggetto di contemplazione.
In altri riti orientali non bizantini, l’iconostasi manca; al suo posto vi sono, come presso gli armeni, due tende: una piccola davanti all’altare e una grande che, in alcuni momenti della liturgia della messa, nasconde tutto il coro agli occhi dei fedeli. A questo proposito così dice san Giovanni Crisostomo: “Quando vedi chiudere le tende, pensa che in quel momento il cielo si apre lassù e ne discendono gli angeli” [2].
Secondo la testimonianza di Guillaume Durand, queste tende furono anche usate in Occidente, fino alla metà del Medioevo. Egli parla di tre vela: uno che copre le offerte del sacrificio, il secondo intorno all’altare e il terzo velum sospeso davanti al coro [3].
Mentre la Chiesa delle origini dissimulava l’altare come poteva, ornandolo con tessuti preziosi e con pendoni, ecco che al giorno d’oggi questo stesso altare si trova posto, nudo, in mezzo alla chiesa, esposto a tutti gli sguardi. La sua santità, in quanto luogo delle offerte del sacrificio, si trova così meglio evidenziata? Certamente no. A meno che non si voglia prendere in considerazione – contro tutte le tradizioni – altro che la sua funzione di tavola da pasto e la si voglia rendere manifesta in tal modo.
Allora, certamente, non mi resta che inchinarmi…
Ma, in questo caso, non si tratta più di rendere presente quaggiù il mondo dell’aldilà: si tratta solo dell’uomo e del suo universo. L’universo di Dio, degli angeli e dei santi, diventa marginale: sfiora appena il nostro. Forse, malgrado tutto, ci s’interesserà ancora a un uomo chiamato Gesù e a qualche brano accuratamente selezionato del suo Vangelo!

[1] Il Pontificale romano tradizionale, nel capitolo “Della dedicazione delle chiese”, chiede espressamente che l’altare non sia addossato al muro, ma che si possa girarvi attorno da tutti i lati onde potere compiere in maniera conveniente i riti di consacrazione. Il “messale di san Pio V” (edizione del 1962) indica d’altra parte la maniera di procedere all’incensazione di questo tipo d’altare. Contrariamente a ciò che si ritiene troppo spesso, l’altare così disposto è perfettamente conforme alla tradizione, sebbene con il tardo Medioevo sia stato spesso preferito addossarlo al muro.
[2] PG 62, 29.
[3] Rational, I, 3, n. 35.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 24-27) / 3 - continua]

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venerdì 5 agosto 2016

L'altare verso il popolo. Domande e risposte / 2

La fractio panis, catacombe di San Callisto (Roma)
prima domanda

È possibile. Ma qual era la situazione nella Chiesa primitiva? Dunque i fedeli non erano seduti con il presidente alla “tavola del Signore”?

È opportuno distinguere fra la celebrazione dell’agape – il pasto fraterno – e quella dell’eucaristia, che originariamente seguiva l’agape e più tardi la precedette. Ho trattato il problema in dettaglio nella mia opera Beracha.
Nei primi secoli, quando il numero dei membri della comunità era ancora ristretto, si era conservata – a fedele imitazione dell’Ultima Cena – la medesima disposizione dei posti, tanto più che essa corrispondeva alle usanze dell’epoca. Diverse chiese domestiche della Chiesa primitiva, di cui si sono trovate le fondamenta nelle regioni alpine, lo provano chiaramente. Al centro di un locale relativamente piccolo – circa 5 x 12,5 metri –, si trova un banco in pietra semicircolare, capiente da quindici a venti posti [1].
Nelle città, dove il numero dei fedeli era più elevato, si era costretti ad aggiungere dei tavoli supplementari. Il vescovo e i presbiteri stavano seduti a uno di questi, i fedeli negli altri, uomini e donne separatamente. Nella Lettera ai Galati (2,11-12), l’apostolo Paolo rimprovera all’apostolo Pietro di avere preso cibo con i giudei convertiti, evitando i pagani convertiti.
Mentre per i pasti in comune, le agapi, si stava seduti a delle tavole, per la celebrazione dell’eucaristia ci si alzava e ci si andava a porre dietro il celebrante, che stava all’altare, come prescrive espressamente la Didascalia apostolorum, un’istruzione del II-III secolo, che esigeva ci si volgesse esattamente verso l’Oriente [2].
Con gli sviluppi successivi, una volta soppressi i pasti fraterni – verso il secolo IV –, le tavole sparirono. I fedeli ormai stavano seduti su dei banchi disposti lungo i muri della chiesa. La tavola d’altare, un tempo di legno, divenne un altare in pietra.

[1] Cfr. Klaus Gamber, Das Patriarchat Aquileja und die bairische Kirche (“Il Patriarcato di Aquileia e la Chiesa bavarese”), pp. 22-55.
[2] II, 57, 2-58, 6 (Paderborn, 1906), ed. Funk.

[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 23-24) / 2 - continua]

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lunedì 1 agosto 2016

L'altare verso il popolo. Domande e risposte / 1

Mosaico di SantApollinare Nuovo (VI sec.): l'Ultima Cena.
Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono” (Ap 8, 3).

Secondo la concezione della Lettera agli Ebrei, il tempio terreno di Gerusalemme e il suo altare erano l’immagine del santuario che è in cielo e in cui Cristo, eterno sommo sacerdote, è entrato (cfr. Eb 9,24).
La liturgia celeste e la liturgia terrestre sono una cosa sola. Così, secondo il brano dell’Apocalisse citato in epigrafe, un angelo è fermo presso l’altare d’oro del cielo, con un incensiere d’oro in mano, allo scopo di offrire le preghiere dei fedeli al cospetto di Dio. Anche la nostra offerta terrena non diventa totalmente valida davanti a Dio se non è “condotta dalla mano di un angelo sull’altare celeste”, come è detto nel canone della messa romana.
L’idea secondo la quale l’altare di quaggiù è un’immagine dell’archetipo celeste davanti al trono di Dio, ha sempre determinato sia la sistemazione dell’altare, sia la posizione del sacerdote nei confronti di esso: abbiamo visto che l’angelo che regge l’incensiere d’oro è fermo presso l’altare. D’altro canto, le prescrizioni che Dio ha dato a Mosè (cfr. Es 30,1-8) hanno certamente svolto un ruolo anch’esse.
Queste osservazioni preliminari erano necessarie per fare comprendere a che punto siano cambiate le idee attuali circa l’altare. Questo cambiamento non è stato effettuato brutalmente, ma un poco alla volta; si è cominciato già diversi anni prima del Concilio Vaticano II.
Nelle “Istruzioni per la sistemazione delle chiese nello spirito della liturgia romana” (Richtlinien für die Gestaltung des Gotteshauses aus dem Geist der römischen Liturgie), del 1949, Theodor Klauser sostiene che: “Certi segni fanno intravedere che, nella Chiesa futura, il prete si terrà come un tempo dietro l’altare e celebrerà col viso rivolto verso il popolo, come si fa ancora oggi in alcune basiliche romane; l’auspicio, che si percepisce ovunque, di vedere più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico, sembra esigere questa soluzione” (n. 8).
Ciò che Klauser presentava allora come auspicabile, come si sa, nel frattempo è divenuto quasi dappertutto la norma. Si pensa di avere fatto rivivere così un uso del cristianesimo primitivo. Ora, come le spiegazioni che seguono dimostreranno chiaramente, si può provare con certezza che non si è mai avuta, né nella Chiesa d’Oriente né in quella d’Occidente, alcuna celebrazione versus populum (verso il popolo), ma che per pregare tutti si volgevano sempre verso l’Oriente, ad Dominum (verso il Signore).
L’idea di un “faccia a faccia” tra il sacerdote e l’assemblea nel corso della messa risale piuttosto a Martin Lutero, che nel suo libretto del 1526 “La messa tedesca e l’ordinazione del culto divino” (Deutsche Messe und Ordnung des Gottesdienstes ), all’inizio del capitolo “Della domenica per i laici”, così scrive: “Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l’altare, le luci fino all’esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occorrerebbe che l’altare non restasse com’è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il popolo, come senza alcun dubbio ha fatto Cristo al momento della Cena. Ma questo può attendere”.
Ed ecco che il momento atteso è arrivato…
Per giustificare il cambio di posizione del celebrante in rapporto all’altare, il riformatore si riferiva al comportamento di Cristo all’Ultima Cena. In effetti egli aveva davanti agli occhi le abituali raffigurazioni dei suoi tempi: Gesù in piedi o seduto a metà di una gran tavola, con gli apostoli alla sua destra e alla sua sinistra.
Ma Gesù ha davvero occupato questo posto?
Certamente non avvenne così, poiché sarebbe stato contrario agli usi domestici dell’epoca. Al tempo di Gesù, e ancora secoli dopo, si utilizzava sia una tavola rotonda sia una tavola a forma di sigma (a semicerchio). Il davanti di essa veniva lasciato libero onde consentire il servizio dei piatti. I convitati erano seduti o allungati dietro il semicerchio della tavola. Per fare ciò utilizzavano dei divani o un banco, a forma di sigma. Il posto d’onore non si trovava, come si potrebbe credere, in mezzo, ma a destra (in cornu dextro). Il secondo posto d’onore stava di fronte al primo.
Ritroviamo questa disposizione dei posti, in maniera costante, nelle raffigurazioni più antiche della Cena di Gesù e fino al pieno Medioevo. Il Signore è sempre allungato o seduto dalla parte destra della tavola (cfr. limmagine dapertura). È solo verso il secolo XIII che s’incomincia a imporre un nuovo tipo di raffigurazione: allora Gesù è posto dietro la tavola, in mezzo agli apostoli che lo circondano. È questa l’immagine che Lutero aveva davanti agli occhi.
In effetti, essa ha la parvenza di una celebrazione versus populum. Tuttavia, in realtà non si tratta di niente di simile, poiché è noto che il “popolo” verso cui il Signore avrebbe dovuto volgersi, era assente nella sala della Cena. Ciò che toglie ogni valore all’argomento di Lutero. D’altronde, per quanto ne sappiamo, anch’egli non ha mai preteso che si celebrasse volti verso l’assemblea, come in seguito hanno preso l’abitudine di fare – fra le comunità protestanti – i riformati.

[Klaus Gamber, "L'autel face au peuple. Questions et réponses", in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 19-22) / 1 - continua]

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