Una giornata monastica all'Abbazia del Barroux
giovedì 28 aprile 2016
lunedì 18 aprile 2016
Il segreto di fr. Vincent (omelia del card. Sarah)
[Domenica 10 aprile
2016 si è addormentato nella pace del Signore – all’età di 39 anni, di cui 12
nella vita religiosa – fr. Vincent-Marie de la Résurrection (Benoît Carbonell), canonico regolare della Madre di
Dio presso l’abbazia Sainte-Marie de Lagrasse, una comunità legata alla forma
extraordinaria del Rito romano. Da qualche anno fr.
Vincent era affetto da sclerosi multipla, che un poco alla volta lo ha
completamente immobilizzato. Invitiamo a leggere la bella e toccante
testimonianza sulla sua vita resa dai suoi fratelli canonici. La Messa di
esequie, celebrata in rito romano antico, è stata celebrata sabato 16 aprile
dal R.P. Emmanuel-Marie, Abate di Lagrasse, alla presenza di Sua
Eminenza il cardinale Robert Sarah, che ha svolto l’omelia e in seguito benedetto
la salma. Da qualche anno si era stretto un forte legame di amicizia e intimità
spirituale fra il card. Sarah e fr. Vincent, che portava dentro di sé con un
senso di missione di preghiera e di silenzio le intenzioni per la Chiesa che il
porporato veniva ad affidargli regolarmente; ha scritto di lui il cardinale
africano: “Ho dedicato a fr. Vincent il mio libro Dio o niente perché ho compreso dal nostro primo incontro che
Cristo aveva poggiato il suo cuore contro il suo”. Trascriviamo qui di seguito
una nostra traduzione dell’omelia del card. Sarah pronunciata nel corso delle
esequie, delle quali due reportage fotografici sono visionabili a partire da questa pagina.]
Carissimi Fratelli e Sorelle,
Sono emozionato e alquanto felice di essere con voi
in questo momento per accompagnare con l’affetto e le preghiere alla sua ultima
dimora il nostro fratello Vincent-Marie de la Résurrection. Egli sul suo letto
di malato, come Gesù, nei giorni della sua vita carnale, ha trascorso giorni e
notti a offrire preghiere e suppliche, con un potente grido di fede, per
ottenerci da Dio l’aiuto e le grazie di cui abbiamo bisogno. Oggi siamo noi che
preghiamo per lui, onde attirare su di lui la misericordia e il perdono di Dio.
Poiché siamo tutti peccatori. Il bambino è simbolo di una purezza che non
dobbiamo mai smettere di volere, ma che sappiamo, anche nell’agonia, che non
raggiungeremo mai.
Mio carissimo Vincent, ringrazio Dio e la comunità
dei Canonici Regolari di sant’Agostino, che ci hanno permesso di conoscerci e
di camminare assieme durante un piccolo tratto della nostra esistenza. Ti eri
impegnato, e avevi preso la decisione di sostenermi e accompagnare il mio
ministero con le tue preghiere e i tuoi sacrifici. Tutti i nostri incontri si
sono svolti nel silenzio e nella preghiera. Ogni volta che Dio mi ha permesso
di venirti a trovare, abbiamo pregato intensamente il Rosario, sotto lo sguardo
della Vergine Maria. E siamo rimasti durante lunghi momenti in silenzio. Tu
perché Dio ti chiedeva di essere un’offerta silenziosa per la salvezza del
mondo. Io perché diventassi tuo allievo, per apprendere il mistero della
sofferenza.
Osservandoti in silenzio, ho sempre considerato che
il tuo volto splendeva. Il tuo corpo portava la sofferenza e il dolore. Ma sul
tuo viso si poteva vedere una grande gioia, un’immensa pace e un abbandono
totale a Dio. Pregando con te e ascoltando il mistero della vita, mi hai
insegnato che le sofferenze e le gioie esistono insieme. Mi hai insegnato che
la preghiera non asciuga le lacrime. E il silenzio ha insegnato a entrambi che
l’unità della sofferenza e della beatitudine, è il segreto di Dio che dobbiamo
accogliere nella fede e con una grande serenità. Quando, qualche volta, ti ho
telefonato da Roma, la sola parola che tu volevi scolpire nel mio cuore, era:
Sì, sì, sì! Eri diventato un Fiat
continuo. Eri diventato interamente olocausto per un amore per Dio. Qualche
volta non eri più capace di dire Sì, ma sentivo un respiro forte e doloroso. E
mi hai rivelato così che l’espressione la più sublime dell’amore, è la
sofferenza.
Ciò che Dio mi dava da percepire intuitivamente, tu
stesso me ne dai conferma nel momento in cui ci lasci. In effetti, questa notte
ho letto nel tuo diario personale questi pensieri di una densità spirituale
eccezionale che hanno nutrito la tua vita interiore. Ti cito: “Credo che la
sofferenza è stata accordata da Dio all’uomo in un grande pensiero di amore e
di misericordia. Credo che la sofferenza è per l’anima la grande operaia della
redenzione e della santificazione”.
Sì, la sofferenza è uno stato di felicità e di
santificazione delle anime. Ad ascoltarti, sembra di sentire santa Teresa del
Bambino Gesù, che scriveva: “Ho trovato la felicità e la gioia sulla terra, ma
unicamente nella sofferenza, perché quaggiù ho molto sofferto”.
Ma per arrivare ad assumere in tal modo la
sofferenza e per trovare la gioia nella sofferenza, oggi tu ci consegni il tuo
segreto. Questo segreto io l’ho trovato nel tuo quaderno:
“Ogni giorno, mi rinchiudo in un triplice castello:
Il primo è il Cuore purissimo di Maria, contro
tutti gli attacchi dello spirito maligno.
Il secondo è il Cuore di Gesù, contro tutti gli
attacchi della carne.
Il terzo è il Santo Sepolcro, dove mi nascondo
vicino a Gesù contro il mondo”.
Questa mattina, la tua camera è vuota come il
sepolcro, perché tu sei vivente.
Ti dico nuovamente il mio immenso grazie, Vincent,
per ciò che sei stato per me e per noi.
Continua a pregare per i tuoi fratelli, i Canonici
Regolari di sant’Agostino, per la Chiesa, per la tua famiglia e per noi. Anche
noi preghiamo per te. Dio ci ha separati per un momento, ma restiamo uniti.
Tu sei di più in più profondamente nel cuore di
Dio, ma rimani nel più profondo del nostro cuore. Ora che contempli il volto di
Dio, prega per noi, per i tuoi fratelli i Canonici Regolari di sant’Agostino.
Tu ci hai preceduto presso il Padre per essere nostro protettore. E imploriamo
la misericordia di Dio su di te. Ti affido alla Vergine nostra Madre. Lei che
invocheremo nell’ora della nostra morte.
Amen!
Il segreto di fr. Vincent (omelia del card. Sarah)
martedì 12 aprile 2016
La vita interiore alla scuola di André Charlier
Il Venerdì Santo, alle ore 15 in punto, il celebrante, rivestito di
una semplice alba, con la stola nera a sottolineare la sua dignità sacerdotale,
entra nella chiesa abbaziale riempita di una folla silenziosa. Giunto ai piedi
dell’altare, egli si prostra interamente a terra con un magnifico gesto di
umile adorazione. La liturgia ci fa entrare nella vita interiore dell’unico
sommo sacerdote, Gesù Cristo, il Signore.
Nel Getsemani Gesù ha pregato il Padre nel più misterioso
combattimento spirituale. Più di Giacobbe contro l’angelo di Yahweh, più che
Mosè sul Sinai, più di Giobbe. Gesù ha affrontato la volontà del Padre per noi.
Egli ci ha mostrato percorrendola la strada stretta della vita interiore, che
André Charlier definiva «il rapporto intimo della nostra anima con Dio». Nella
«lettera ai capitani» dell’11 marzo 1943, durante l’occupazione, André Charlier
tratteggiava un percorso chiaro e molto pratico di vita interiore.
La prima tappa consiste nel riconoscere umilmente e virilmente la
grande debolezza delle anime a entrare nell’interiorità da sé stesse nella vita
quotidiana. «Ora, io che vi vedo vivere, e che vi osservo, spesso senza che ve
ne rendiate conto, trovo in voi una scarsa capacità di rientrare in voi stessi,
il vostro spirito è sempre orientato all’esterno». E da pastore avvertito
che conosce bene le sue pecore perché le ama, egli vede bene che il poco
d’interiorità di cui i suoi allievi davano prova era contaminato dall’esterno:
«Quando pensate a voi stessi, siete soprattutto preoccupati dell’impressione
che potete dare agli altri». Ma certo, André Charlier, in maniera molto umana,
molto incarnata, riconosce bene le circostanze attenuanti: la giovane età, il
lavoro scolastico che richiede attenzione, la vita domestica con tutti i suoi
obblighi e gli avvenimenti dell’epoca che attraversavano la Francia, così
ossessivi. Come si dice, non ce la si fa più!
André Charlier spinge allora i suoi capitani a immergersi un po’ di
più nella vita interiore, mettendo in luce un’inquietudine spesso muta, ma
presente in tutte le anime. Lo fa dando l’esempio notevolmente adattato da
Lyautey: «Soffro di avere l’anima così elevata da potere comprendere ciò che
dovrei essere e di non avere il carattere così fermo e indurito per realizzare
la concezione della vita che devo condurre». Questa constatazione, Lyautey la
faceva su un segno molto chiaro, visibile, oggettivo: il pettegolezzo, che
riconduce tutto a sé.
Ed ecco la tappa decisiva, quella che permette d’entrare veramente
nella vita interiore, in questo rapporto intimo dell’anima con Dio, la tappa
della grande verità: «Voi siete delle creature di Dio, il quale creando
ciascuno di voi ha avuto un pensiero particolare: è tempo che impariate a
conoscere questo pensiero divino su di voi, senza il quale la vita andrà presto
a rapirvi e a impedirvi di gustare questo rapporto unico con l’Eterno. Tutto
potrebbe diventare per voi così chiaro da subito, se lo volete, e la vostra
vita si troverebbe per sempre trasformata».
André Charlier sa bene che questa tappa ha essa stessa il suo rischio,
cioè di essere senza domani. Per evitare ciò, occorre oltrepassare un’altra
tappa, quella d’entrare abitualmente, ogni giorno, nel silenzio; silenzio
materiale indispensabile, certo, ma più ancora nel silenzio interiore. «Occorre
fare tacere anche il tumulto dei pensieri, e che tutta l’agitazione della
giornata venga a morire al fondo di questo raccoglimento».
In maniera ammirevole André Charlier dà allora il cuore
della vita interiore, la sua natura profonda: «Là, mantenete la vostra anima un
momento sotto lo sguardo di Dio, e con uno slancio molto semplice, fate offerta
di voi stessi a quel Dio che attende da voi qualcosa di preciso». Chi non vedrà
qui, dipinta, la preghiera di Gesù nel Getsemani?: «Padre mio, se questo
calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E sulla croce: «Padre, nelle tue
mani consegno il mio spirito». E alla risurrezione: «Io sono risorto,
e sono nuovamente con te. Tu hai posto la tua mano su di me».
Non mi rimane che
invitarvi a profittare della biografia di André Charlier recentemente
pubblicata, e soprattutto a celebrare le sante feste pasquali con un’anima
interiore.
[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 157, 19 marzo 2016, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]
La vita interiore alla scuola di André Charlier
mercoledì 6 aprile 2016
Padre Abate di Wisques: Dom Philippe de Montauzan O.S.B.
Il sito francese Le petit Placide ha reso noto la notizia dell’elezione del nuovo Padre Abate dell'abbazia Saint-Paul de Wisques, Dom Philippe de Montauzan O.S.B., sin qui Priore della comunità fondata nel 1889 nel dipartimento francese di Pas-de-Calais e in precedenza maestro dei novizi dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, dalla quale lo scorso 13 ottobre 2013 - come avevamo riportato in un servizio dedicato all’irradiamento dell'abbazia di Fontgombault - erano giunti tredici monaci, onde potere così ristabilire un’integrale osservanza delle usanze monastiche tradizionali e liturgiche, con particolare riferimento alla celebrazione secondo la forma extraordinaria del Rito romano e il Breviario monastico tradizionale. La benedizione abbaziale si terrà il prossimo 4 giugno, festa del Cuore Immacolato di Maria, per le mani di S.E. mons. Jean-Paul Jaeger, vescovo di Arras, presso la cattedrale Notre-Dame di Saint-Omer. Invitiamo i lettori di Romualdica a elevare un rendimento di grazie al Signore per questa notizia, e a unirsi in preghiera per il novello Padre Abate, Dom de Montauzan, cui auguriamo un fecondo abbaziato.
Padre Abate di Wisques: Dom Philippe de Montauzan O.S.B.
mercoledì 30 marzo 2016
lunedì 28 marzo 2016
Un dono per il Tempo di Pasqua: l'Ora Nona dell'Ufficio monastico
A partire dal Natale 2014, con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine, abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte.
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dell’estate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dell’Ufficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dell’Ora Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale, e infine in occasione della Quaresima 2016 è stata la volta dell’Ora Sesta settimanale.
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dell’estate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dell’Ufficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dell’Ora Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale, e infine in occasione della Quaresima 2016 è stata la volta dell’Ora Sesta settimanale.
Ancora una volta con l’intento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dell’Ufficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione l’Ora Nona settimanale, sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dell’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).
Un dono per il Tempo di Pasqua: l'Ora Nona dell'Ufficio monastico
sabato 26 marzo 2016
Exultet iam angelica turba cælorum
La notte di Pasqua è il cuore dell’anno liturgico. Una lunga fila di fedeli preceduta dal diacono portacero entra nella chiesa ancora debolmente illuminata, quando, in mezzo al coro, prorompe il Præconium paschale:
Exultet iam angelica turba cælorum
Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste
Eccoci davanti a uno dei più antichi e sontuosi monumenti della pietà liturgica della Chiesa.
Forse non esiste altro esempio di un discorso teologico così esatto, sostenuto da un’onda così alta e potente di poesia, dove l’immagine e l’idea siano così perfettamente legate alla corrente di gioia e d’amore che il canto eleva.
Teologia, poesia, musica sono allora una sola cosa al servizio della preghiera sacramentale. La «voce della Sposa» lascia fondere accenti così particolari e riconoscibili che un figlio di Israele, per averlo inteso una sola volta, stimò che il lirismo della sinagoga fosse passato alla Chiesa e si risolse a convertirsi.
Ignoriamo l’origine esatta di questo pezzo magistrale chiamato sia laus cerei sia præconium paschale, espressione che bisognerebbe tradurre con canto o «elogio dell’araldo pasquale», ma che dev’essere ascoltato ed eseguito nel suo tenore originale, il latino dei Padri, che è una lingua decisa, fruttata, dalle cadenze nobili e armoniose.
L’antica liturgia romana non conosceva, in origine, né il rito di benedizione del fuoco nuovo, né il canto dell’Exultet. La prima parte della vigilia pasquale è stata introdotta a Roma all’inizio del periodo carolingio sotto l’influsso della liturgia gallicana.
Sappiamo che i nostri avi avevano un cuore esuberante e gioioso; la natura, che li aveva dotati di un coraggio leggendario, li portava anche a meravigliarsi con libertà davanti a cose sacre, a ciò che è dono di Dio. Roma aveva portato ordine e disciplina. Qualche tempo più tardi, lo spirito della liturgia gallicana, grazie al prestigio della dominazione franca, rifluiva nell’antica e sobria tradizione primitiva, associando la libera ispirazione alla gravità romana. Possiamo vedervi un sorriso della Provvidenza.
Tra le composizioni assai difformi create tra il IV e il V secolo, è sorprendente che la liturgia abbia scelto e fissato il nostro Exultet. Gli uomini sono uomini. Ciò che un retore ciceroniano in vena d’eloquenza poteva infliggere agli uditori dell’epoca ha di che far fremere. Si tramanda che il diacono Presidio di Piacenza, avendo chiesto consiglio a san Girolamo – nel 384 – per la composizione di un Præconium paschale, si sentisse rispondere dal suo rude corrispondente: «Lasci la retorica e si ritiri nel deserto!».
Il nostro testo attuale, da datare probabilmente al V secolo, è stato attribuito a sant’Agostino. È sotto il suo nome che figura nel Missale Gothicum: «Benedizione del cero del beato Agostino, vescovo, che compose e cantò quando era ancora diacono». Certamente la teologia agostiniana ne ispira il tenore essenziale: l’universo della Redenzione è migliore di quello che era nello stato dell’innocenza. «O certe necessarium Adæ peccatum!» («Davvero era necessario il peccato di Adamo»).
Dal punto di vista musicale, la difficoltà consisteva nel trovare un supporto melodico per questa lunga effusione debordante di lirismo, dove si mescolano figure e simboli biblici frammisti a esclamazioni. Il recitativo di base fu preso a prestito dal tono solenne del prefazio. La riuscita consisteva nel dare ai vocalismi tutta la loro ampiezza senza infrangere l’unità della linea melodica. Bisognava permettere l’audacia proveniente dal libero giubilo dell’anima rispettando altresì la sobrietà dello stile romano. Il risultato è un equilibrato capolavoro di esattezza e pienezza.
Non possiamo fare un commento metodico di ogni frase del Præconium paschale, perché non si spiega il mistero, non si spiega la poesia; anche perché le grandi affermazioni della teologia scolastica sono di una tale esattezza e densità che la glossa dei commentatori non porta nessuna altra luce. Ma possiamo sottolineare una parola, una frase, suggerire una pista per la meditazione.
La prima parola, Exultet, dà il tono a tutto il brano. È la forma ottativa del verbo esultare: «Esulti», che ha come radice saltus, il salto. Ma sappiamo bene cosa significhi esultare? La Chiesa, lei, lo sa. Maria di Nazaret lo sa. Sapevano esultare i santi rapiti in estasi, i santi attraversati da una prova, che sovrabbondavano di gioia, come san Paolo in mezzo alle tribolazioni. Esultare è gioire non a causa del bene che si trova in sé stessi, ma a causa del bene che risiede nell’anima. La gioia della Sposa mistica del Cristo è una gioia che non è della terra, ci attira verso l’alto, attira il cuore dei fanciulli e li fissa fuori di essi, fuori delle fluttuazioni del tempo: là in alto, nel solido cielo, dove sono le vere gioie, «ubi vera sunt gaudia», come si dice in una splendida colletta.
La santa liturgia è una scuola di ammirazione e di gioia. Quando ci dice «sursum corda», ci insegna non l’introspezione ma l’estasi. Il Præconium paschale non è che un lungo trasporto dell’anima in estasi davanti al mistero della sua liberazione.
Exultet iam angelica turba cælorum
Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste
La vita cristiana si svolge in presenza degli angeli. Sono sulle prime logge del Theatrum mundi; è normale che siano i primi a rallegrarsi a causa della gloria che si effonde sulla santa umanità del Cristo risuscitato e del bene che ne ricevono la vita della Chiesa e la vita delle anime di cui sono custodi.
Gaudeat et tellus tantis irradiata fulgoribus
Gioisca la terra inondata da così grande splendore
Tellus era il nome di un’antica divinità italica personificante la terra che nutre, o Terra madre, come la chiamavano i Romani. Che gioisca, dunque, anch’essa, soprattutto perché ha bevuto un tempo il sangue di Abele, giacché fu nel corso delle epoche testimone di tanti crimini, in quanto ha assorbito i fiotti del Sangue redentore. Che gioisca anch’essa, la vecchia terra («et tellus»), irradiata da una luce che la rinnova e la penetra sino in fondo e completamente! È il primo abbozzo della sua trasfigurazione a venire.
Hæc nox est
Questa è la notte
Con l’aiuto di una breve formula d’introduzione (un dimostrativo o un’esclamazione), undici volte nel corso dell’Exultet, sarà evocata la notte, ricordando le opere di Dio che, sotto l’antica alleanza, sono state realizzate nella profezia della notte di Pasqua (ricordo della fuga in Egitto, della colonna di luce che guidava gli Israeliti), o designando la stessa notte santa che fu testimone del mistero. Il verso è allora sottolineato da un’esclamazione ammirata di tenerezza: «O vere beata nox, quæ sola meruit scire tempus et horam, in qua Christus ab inferis resurrexit» («O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi!»).
Questo incanto della notte ripreso con insistenza è molto più di un piacevole procedimento letterario. È una proposizione cattolica fondamentale per affermare che la creazione non è un quadro inerte, ma un’esecutrice attiva e scelta dei disegni di Dio. Osservate l’uso che la Chiesa fa delle cose create nei suoi sacramenti e nella liturgia: l’acqua, il pane, il sale, il vino e l’olio, la pietra, l’oro e l’argento, la seta e la luce. Guardate anche come Dio si serva degli elementi per manifestare la sua presenza nella Bibbia: il vento, il tuono e i lampi, i terremoti, i sogni notturni. La Bibbia è un immenso poema cosmico e la tradizione liturgica non ha fatto che ereditare questa potente ispirazione quando ci parla della notte, non più come espressione del caos iniziale, ma come una complice dei disegni di Dio e una collaboratrice amichevole della sua Provvidenza.
Le grandi esclamazioni: «O immensità del tuo amore per noi!».
C’è un modo didattico e un modo incantatorio; c’è uno sviluppo metodico nell’esposizione tanto antica quanto lo spirito dell’uomo: definire, classificare, ordinare. E poi c’è il canto. La Chiesa assume questi due ordini con il catechismo e la liturgia. Non ci si pensa mai abbastanza: attraverso il canto, la Chiesa propone ai suoi figli un metodo di conoscenza superiore, che infonde nell’anima la conoscenza e l’amore insieme.
Al centro del brano, quattro grandi esclamazioni precedute dal vocativo «O» formano, attraverso la potenza e l’audacia della proposizione teologica, un apice luminoso che – riflettiamoci – supera ogni commento. È sufficiente citarle, osservando semplicemente che la melodia dolce e decisa si sposa meravigliosamente con il testo:
O mira circa nos tuæ pietatis dignatio!
O immensità del tuo amore per noi!
O inæstimabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, Filium tradidisti!
O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!
O certe necessarium Adæ peccatum, quod Christi morte delectum est!
Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto con la morte del Cristo!
O felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere Redemptorem!
Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!
Per certo, ogni mente mediamente colta riconoscerà nel brano l’espressione «Felix culpa» – «felice colpa» –, generalmente indebolita e distorta nel suo significato. Sono le Confessioni di sant’Agostino che danno la chiave di lettura di questa parola misteriosa. Quando il santo dottore esprime il suo dolore davanti alla malizia del peccato che esercitò su di lui tanta attrattiva, esprime la sua ammirazione di fronte all’eccesso della misericordia divina svincolata dalla miseria stessa che si appresta a guarire, e che si propone di restaurare, nel modo più sublime che le sia permesso, lo stato d’innocenza.
Questo principio si applica allora in maniera eminente al peccato di Adamo, senza il quale non si sarebbe manifestato un aspetto del mistero d’amore e di generosità infinita di Dio. Attraverso le grandi acclamazioni dell’Exultet, la Chiesa ci fa passare dalle lacrime della penitenza alla contemplazione ammirata del mistero della Redenzione.
Poi il diacono riprende l’elogio interrotto della notte pasquale:
Hæc nox est…
«Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno, e sarà fonte di luce per la mia delizia. Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace».
Come non rilevare la discreta allusione nel testo, quando descrive la materia di cui il cero è fatto:
Alitur enim liquantibus ceris, quas in substantiam pretiosæ huius lampadis apis mater eduxit
[Un fuoco ardente] si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada.
Si trova qui, nella maggior parte degli antichi manoscritti, un lungo sviluppo sul ruolo della casta ape della quale il compositore svolge con finezza l’elogio, paragonandola alla verginità feconda della santa Vergine, e che si conclude così:
O vere beata et mirabilis apis, cuius nec sexum masculi violant, nec filii destruunt castitatem, sicut sancta concepit Maria, virgo peperit et virgo permansit
O ape veramente felice e mirabile, la cui verginità non è stata mai violata e che è feconda restando casta, così come Maria che, santa tra tutte le creature, vergine concepì, vergine partorì, vergine rimase
I simboli e le figure dell’Antico Testamento, commoventi nella loro penombra annunciatrice, sono nuovamente evocati: O vere beata nox… O notte beata che hai spogliato gli Egiziani e arricchito gli Ebrei! E a questo mirabile brano segue:
O vere beata nox, in qua terrenis cælestia, humanis divina iunguntur
O notte veramente gloriosa, nella quale le cose del cielo si congiungono a quelle della terra, le cose divine a quelle umane
Fermiamoci.
Se abbiamo tradotto con pesantezza, materialmente, ripetendo la parola «cose», è perché i neutri plurali in latino sono carichi di senso; con la loro estrema concisione, enunciano un mistero: l’opera stessa della Redenzione è elevare l’uomo riscattato al rango di creatura angelica, per renderlo partecipe della natura divina, «divinæ consortes naturæ», come scrisse san Pietro nella sua seconda lettera. «Non siete più ospiti e pellegrini – ci dice san Paolo – ma concittadini dei santi e ospiti della casa di Dio!»; che prospettiva grandiosa sul mistero del nostro destino soprannaturale!
Elaboriamo dunque interiormente per meglio assaporare: «humanis divina iunguntur», unione del divino con l’umano. Le frontiere del visibile e dell’invisibile si dissipano con la grazia della liturgia celeste, meravigliosa dote che lo Sposo lascia alla sua Chiesa prima di riguadagnare il cielo. Il ciclo dell’anno liturgico è l’anello nuziale che ha un prezzo inestimabile col quale si riconosce alla Chiesa la dignità di sposa. Disgrazia a chi osa toccarlo.
Il Præconium paschale si conclude con un parallelismo sul cero inciso, intarsiato di grani d’incenso e posto in mezzo al coro della chiesa, immagine del Cristo risuscitato, e la stella del mattino che annuncia il giorno:
Flammas eius lucifer matutinis inveniat
Lo trovi acceso la stella del mattino
Ille, inquam, lucifer, qui nescit occasum
Quell’astro, intendo, portatore di luce e che non conosce tramonto
Ille, qui regressus ab inferis, humano generi serenus illuxit
Che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena.
Segue una formula deprecativa in favore del clero, del popolo dei fedeli, del Papa e del vescovo, con la clausola finale Per eundem Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum… cantata con voce forte, maestosa, allargando un po’ il ritmo, alla quale risponde l’Amen dell’assemblea.
Il diacono tace, senza fiato, certamente per il lungo recitativo declamato con voce alta e virile; il cuore batte forte, se è il suo primo Præconium, ma interiormente illuminato dalle sublimi parole che sono salite alle sue labbra. Depone gli ornamenti bianchi e riprende la stola violacea. Sul pulpito, il libro delle profezie è aperto e ascoltiamo sotto una nuova luce il lettore evocare le prime età del mondo.
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), L’Exsultet, in Itinéraires, n. 232, aprile 1979, pp. 125-134, poi in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome I, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 102-112, trad. it. delle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo]
Exultet iam angelica turba cælorum
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