mercoledì 30 marzo 2016

14-15-16 maggio 2016: Pellegrinaggio di Pentecoste Parigi-Chartres



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lunedì 28 marzo 2016

Un dono per il Tempo di Pasqua: l'Ora Nona dell'Ufficio monastico

A partire dal Natale 2014, con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine, abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. 
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dellestate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dellUfficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dellOra Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale, e infine in occasione della Quaresima 2016 è stata la volta dellOra Sesta settimanale.
Ancora una volta con lintento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dellUfficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione lOra Nona settimanale, sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dellabbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).



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sabato 26 marzo 2016

Exultet iam angelica turba cælorum


O beata nox!

La notte di Pasqua è il cuore dell’anno liturgico. Una lunga fila di fedeli preceduta dal diacono portacero entra nella chiesa ancora debolmente illuminata, quando, in mezzo al coro, prorompe il Præconium paschale:

Exultet iam angelica turba cælorum
Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste

Eccoci davanti a uno dei più antichi e sontuosi monumenti della pietà liturgica della Chiesa.
Forse non esiste altro esempio di un discorso teologico così esatto, sostenuto da un’onda così alta e potente di poesia, dove l’immagine e l’idea siano così perfettamente legate alla corrente di gioia e d’amore che il canto eleva.
Teologia, poesia, musica sono allora una sola cosa al servizio della preghiera sacramentale. La «voce della Sposa» lascia fondere accenti così particolari e riconoscibili che un figlio di Israele, per averlo inteso una sola volta, stimò che il lirismo della sinagoga fosse passato alla Chiesa e si risolse a convertirsi.
Ignoriamo l’origine esatta di questo pezzo magistrale chiamato sia laus cerei sia præconium paschale, espressione che bisognerebbe tradurre con canto o «elogio dell’araldo pasquale», ma che dev’essere ascoltato ed eseguito nel suo tenore originale, il latino dei Padri, che è una lingua decisa, fruttata, dalle cadenze nobili e armoniose.
L’antica liturgia romana non conosceva, in origine, né il rito di benedizione del fuoco nuovo, né il canto dell’Exultet. La prima parte della vigilia pasquale è stata introdotta a Roma all’inizio del periodo carolingio sotto l’influsso della liturgia gallicana.
Sappiamo che i nostri avi avevano un cuore esuberante e gioioso; la natura, che li aveva dotati di un coraggio leggendario, li portava anche a meravigliarsi con libertà davanti a cose sacre, a ciò che è dono di Dio. Roma aveva portato ordine e disciplina. Qualche tempo più tardi, lo spirito della liturgia gallicana, grazie al prestigio della dominazione franca, rifluiva nell’antica e sobria tradizione primitiva, associando la libera ispirazione alla gravità romana. Possiamo vedervi un sorriso della Provvidenza.
Tra le composizioni assai difformi create tra il IV e il V secolo, è sorprendente che la liturgia abbia scelto e fissato il nostro Exultet. Gli uomini sono uomini. Ciò che un retore ciceroniano in vena d’eloquenza poteva infliggere agli uditori dell’epoca ha di che far fremere. Si tramanda che il diacono Presidio di Piacenza, avendo chiesto consiglio a san Girolamo – nel 384 – per la composizione di un Præconium paschale, si sentisse rispondere dal suo rude corrispondente: «Lasci la retorica e si ritiri nel deserto!».
Il nostro testo attuale, da datare probabilmente al V secolo, è stato attribuito a sant’Agostino. È sotto il suo nome che figura nel Missale Gothicum: «Benedizione del cero del beato Agostino, vescovo, che compose e cantò quando era ancora diacono». Certamente la teologia agostiniana ne ispira il tenore essenziale: l’universo della Redenzione è migliore di quello che era nello stato dell’innocenza. «O certe necessarium Adæ peccatum!» («Davvero era necessario il peccato di Adamo»).
Dal punto di vista musicale, la difficoltà consisteva nel trovare un supporto melodico per questa lunga effusione debordante di lirismo, dove si mescolano figure e simboli biblici frammisti a esclamazioni. Il recitativo di base fu preso a prestito dal tono solenne del prefazio. La riuscita consisteva nel dare ai vocalismi tutta la loro ampiezza senza infrangere l’unità della linea melodica. Bisognava permettere l’audacia proveniente dal libero giubilo dell’anima rispettando altresì la sobrietà dello stile romano. Il risultato è un equilibrato capolavoro di esattezza e pienezza.
Non possiamo fare un commento metodico di ogni frase del Præconium paschale, perché non si spiega il mistero, non si spiega la poesia; anche perché le grandi affermazioni della teologia scolastica sono di una tale esattezza e densità che la glossa dei commentatori non porta nessuna altra luce. Ma possiamo sottolineare una parola, una frase, suggerire una pista per la meditazione.
La prima parola, Exultet, dà il tono a tutto il brano. È la forma ottativa del verbo esultare: «Esulti», che ha come radice saltus, il salto. Ma sappiamo bene cosa significhi esultare? La Chiesa, lei, lo sa. Maria di Nazaret lo sa. Sapevano esultare i santi rapiti in estasi, i santi attraversati da una prova, che sovrabbondavano di gioia, come san Paolo in mezzo alle tribolazioni. Esultare è gioire non a causa del bene che si trova in sé stessi, ma a causa del bene che risiede nell’anima. La gioia della Sposa mistica del Cristo è una gioia che non è della terra, ci attira verso l’alto, attira il cuore dei fanciulli e li fissa fuori di essi, fuori delle fluttuazioni del tempo: là in alto, nel solido cielo, dove sono le vere gioie, «ubi vera sunt gaudia», come si dice in una splendida colletta.
La santa liturgia è una scuola di ammirazione e di gioia. Quando ci dice «sursum corda», ci insegna non l’introspezione ma l’estasi. Il Præconium paschale non è che un lungo trasporto dell’anima in estasi davanti al mistero della sua liberazione.

Exultet iam angelica turba cælorum
Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste

La vita cristiana si svolge in presenza degli angeli. Sono sulle prime logge del Theatrum mundi; è normale che siano i primi a rallegrarsi a causa della gloria che si effonde sulla santa umanità del Cristo risuscitato e del bene che ne ricevono la vita della Chiesa e la vita delle anime di cui sono custodi.

Gaudeat et tellus tantis irradiata fulgoribus
Gioisca la terra inondata da così grande splendore

Tellus era il nome di un’antica divinità italica personificante la terra che nutre, o Terra madre, come la chiamavano i Romani. Che gioisca, dunque, anch’essa, soprattutto perché ha bevuto un tempo il sangue di Abele, giacché fu nel corso delle epoche testimone di tanti crimini, in quanto ha assorbito i fiotti del Sangue redentore. Che gioisca anch’essa, la vecchia terra («et tellus»), irradiata da una luce che la rinnova e la penetra sino in fondo e completamente! È il primo abbozzo della sua trasfigurazione a venire.

Hæc nox est
Questa è la notte

Con l’aiuto di una breve formula d’introduzione (un dimostrativo o un’esclamazione), undici volte nel corso dell’Exultet, sarà evocata la notte, ricordando le opere di Dio che, sotto l’antica alleanza, sono state realizzate nella profezia della notte di Pasqua (ricordo della fuga in Egitto, della colonna di luce che guidava gli Israeliti), o designando la stessa notte santa che fu testimone del mistero. Il verso è allora sottolineato da un’esclamazione ammirata di tenerezza: «O vere beata nox, quæ sola meruit scire tempus et horam, in qua Christus ab inferis resurrexit» («O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi!»).
Questo incanto della notte ripreso con insistenza è molto più di un piacevole procedimento letterario. È una proposizione cattolica fondamentale per affermare che la creazione non è un quadro inerte, ma un’esecutrice attiva e scelta dei disegni di Dio. Osservate l’uso che la Chiesa fa delle cose create nei suoi sacramenti e nella liturgia: l’acqua, il pane, il sale, il vino e l’olio, la pietra, l’oro e l’argento, la seta e la luce. Guardate anche come Dio si serva degli elementi per manifestare la sua presenza nella Bibbia: il vento, il tuono e i lampi, i terremoti, i sogni notturni. La Bibbia è un immenso poema cosmico e la tradizione liturgica non ha fatto che ereditare questa potente ispirazione quando ci parla della notte, non più come espressione del caos iniziale, ma come una complice dei disegni di Dio e una collaboratrice amichevole della sua Provvidenza.
Le grandi esclamazioni: «O immensità del tuo amore per noi!».
C’è un modo didattico e un modo incantatorio; c’è uno sviluppo metodico nell’esposizione tanto antica quanto lo spirito dell’uomo: definire, classificare, ordinare. E poi c’è il canto. La Chiesa assume questi due ordini con il catechismo e la liturgia. Non ci si pensa mai abbastanza: attraverso il canto, la Chiesa propone ai suoi figli un metodo di conoscenza superiore, che infonde nell’anima la conoscenza e l’amore insieme.
Al centro del brano, quattro grandi esclamazioni precedute dal vocativo «O» formano, attraverso la potenza e l’audacia della proposizione teologica, un apice luminoso che – riflettiamoci – supera ogni commento. È sufficiente citarle, osservando semplicemente che la melodia dolce e decisa si sposa meravigliosamente con il testo:

O mira circa nos tuæ pietatis dignatio!
O immensità del tuo amore per noi!

O inæstimabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, Filium tradidisti!
O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!

O certe necessarium Adæ peccatum, quod Christi morte delectum est!
Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto con la morte del Cristo!

O felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere Redemptorem!
Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!

Per certo, ogni mente mediamente colta riconoscerà nel brano l’espressione «Felix culpa»«felice colpa» –, generalmente indebolita e distorta nel suo significato. Sono le Confessioni di sant’Agostino che danno la chiave di lettura di questa parola misteriosa. Quando il santo dottore esprime il suo dolore davanti alla malizia del peccato che esercitò su di lui tanta attrattiva, esprime la sua ammirazione di fronte all’eccesso della misericordia divina svincolata dalla miseria stessa che si appresta a guarire, e che si propone di restaurare, nel modo più sublime che le sia permesso, lo stato d’innocenza.
Questo principio si applica allora in maniera eminente al peccato di Adamo, senza il quale non si sarebbe manifestato un aspetto del mistero d’amore e di generosità infinita di Dio. Attraverso le grandi acclamazioni dell’Exultet, la Chiesa ci fa passare dalle lacrime della penitenza alla contemplazione ammirata del mistero della Redenzione.
Poi il diacono riprende l’elogio interrotto della notte pasquale:

Hæc nox est…

«Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno, e sarà fonte di luce per la mia delizia. Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace».

Come non rilevare la discreta allusione nel testo, quando descrive la materia di cui il cero è fatto:

Alitur enim liquantibus ceris, quas in substantiam pretiosæ huius lampadis apis mater eduxit
[Un fuoco ardente] si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada.

Si trova qui, nella maggior parte degli antichi manoscritti, un lungo sviluppo sul ruolo della casta ape della quale il compositore svolge con finezza l’elogio, paragonandola alla verginità feconda della santa Vergine, e che si conclude così:

O vere beata et mirabilis apis, cuius nec sexum masculi violant, nec filii destruunt castitatem, sicut sancta concepit Maria, virgo peperit et virgo permansit
O ape veramente felice e mirabile, la cui verginità non è stata mai violata e che è feconda restando casta, così come Maria che, santa tra tutte le creature, vergine concepì, vergine partorì, vergine rimase

I simboli e le figure dell’Antico Testamento, commoventi nella loro penombra annunciatrice, sono nuovamente evocati: O vere beata nox… O notte beata che hai spogliato gli Egiziani e arricchito gli Ebrei! E a questo mirabile brano segue:

O vere beata nox, in qua terrenis cælestia, humanis divina iunguntur
O notte veramente gloriosa, nella quale le cose del cielo si congiungono a quelle della terra, le cose divine a quelle umane

Fermiamoci.
Se abbiamo tradotto con pesantezza, materialmente, ripetendo la parola «cose», è perché i neutri plurali in latino sono carichi di senso; con la loro estrema concisione, enunciano un mistero: l’opera stessa della Redenzione è elevare l’uomo riscattato al rango di creatura angelica, per renderlo partecipe della natura divina, «divinæ consortes naturæ», come scrisse san Pietro nella sua seconda lettera. «Non siete più ospiti e pellegrini – ci dice san Paolo – ma concittadini dei santi e ospiti della casa di Dio!»; che prospettiva grandiosa sul mistero del nostro destino soprannaturale!
Elaboriamo dunque interiormente per meglio assaporare: «humanis divina iunguntur», unione del divino con l’umano. Le frontiere del visibile e dell’invisibile si dissipano con la grazia della liturgia celeste, meravigliosa dote che lo Sposo lascia alla sua Chiesa prima di riguadagnare il cielo. Il ciclo dell’anno liturgico è l’anello nuziale che ha un prezzo inestimabile col quale si riconosce alla Chiesa la dignità di sposa. Disgrazia a chi osa toccarlo.
Il Præconium paschale si conclude con un parallelismo sul cero inciso, intarsiato di grani d’incenso e posto in mezzo al coro della chiesa, immagine del Cristo risuscitato, e la stella del mattino che annuncia il giorno:

Flammas eius lucifer matutinis inveniat
Lo trovi acceso la stella del mattino

Ille, inquam, lucifer, qui nescit occasum
Quell’astro, intendo, portatore di luce e che non conosce tramonto

Ille, qui regressus ab inferis, humano generi serenus illuxit
Che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena.

Segue una formula deprecativa in favore del clero, del popolo dei fedeli, del Papa e del vescovo, con la clausola finale Per eundem Dominum nostrum Iesum Christum Filium tuum… cantata con voce forte, maestosa, allargando un po’ il ritmo, alla quale risponde l’Amen dell’assemblea.
Il diacono tace, senza fiato, certamente per il lungo recitativo declamato con voce alta e virile; il cuore batte forte, se è il suo primo Præconium, ma interiormente illuminato dalle sublimi parole che sono salite alle sue labbra. Depone gli ornamenti bianchi e riprende la stola violacea. Sul pulpito, il libro delle profezie è aperto e ascoltiamo sotto una nuova luce il lettore evocare le prime età del mondo.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), L’Exsultet, in Itinéraires, n. 232, aprile 1979, pp. 125-134, poi in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome I, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 102-112, trad. it. delle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo]

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venerdì 25 marzo 2016

L’immagine di Cristo crocifisso al centro della liturgia del Venerdì Santo

[Il testo presentato è la seconda parte del saggio d’apertura di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI contenuto in Gesù di Nazaret. Scritti di cristologia, secondo tomo del volume VI dell’opera omnia di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, pubblicato in traduzione italiana dalla Libreria Editrice Vaticana nel 2015.]

L’immagine di Cristo crocifisso, che sta al centro della liturgia del Venerdì Santo, manifesta tutta la serietà della sofferenza, dello smarrimento e del peccato dell’uomo. E tuttavia, lungo i secoli della storia della Chiesa, è stata sempre percepita come immagine di consolazione e di speranza. L’Altare di Isenheim di Matthias Grünewald, forse l’immagine della croce più toccante di tutta la cristianità, si trovava in un convento di Antoniani nel quale venivano curati quelli che erano stati colpiti dalle terribili epidemie che flagellarono l’Occidente nel tardo Medioevo. Il Crocifisso è raffigurato come uno di loro, l’intero suo corpo piagato e coperto dai bubboni della peste, il più oscuro male del tempo. Si avverano in lui le parole del profeta: è ricoperto dai nostri bubboni. I monaci pregavano di fronte a questa immagine con i loro malati, che trovavano consolazione nel riconoscere che, in Cristo, Dio pativa insieme a loro. Da questa immagine essi sapevano che, proprio grazie alla loro malattia, erano identici a Cristo crocifisso che, colpito anche lui, si era unito a tutti coloro che nella storia erano stati colpiti; sperimentavano la presenza del Crocifisso nella loro croce e, attraverso la loro sofferenza, si sapevano ancorati in Cristo e così immersi nell’abisso dell’eterna misericordia. Sentivano la sua croce come la loro redenzione.
Oggi molti uomini provano una profonda diffidenza verso questa idea di redenzione. Seguendo Karl Marx, considerano consolatoria, di fronte alla valle di lacrime terrena, la consolazione in cielo, perché in nulla migliora la miseria nel mondo, bensì la perpetua, in ultima analisi solo a vantaggio di chi ha interesse al mantenimento dello status quo. Invece della consolazione, essi esigono un cambiamento che redima eliminando il dolore. Non la redenzione attraverso il dolore, ma la redenzione dal dolore: questa è la parola d’ordine; non l’attesa dell’aiuto divino, ma l’umanizzazione dell’uomo per mezzo dell’uomo: questo è il compito. A questo punto, naturalmente, si può subito obiettare che sono false le alternative proposte; perché è del tutto evidente che gli Antoniani vedevano nella croce di Cristo non una scusa che li avrebbe esonerati da un’opera mirata e organizzata di aiuto agli uomini. Con 369 ospedali sparsi in tutta Europa, gli Antoniani avevano realizzato una rete di soccorso nella quale la croce di Cristo era assunta come esortazione pratica a cercare Cristo nel sofferente e a sanare il suo corpo ferito: dunque a cambiare il mondo e a far cessare il dolore. È lecito chiedersi se oggi, all’invocare a gran voce umanità e umanizzazione, corrisponda un impulso reale a servire e a soccorrere pari ad allora. A volte si ha la sensazione che vogliamo riscattarci da un compito che è diventato troppo faticoso per noi col parlarne, almeno, in modo altisonante. In ogni caso già oggi viviamo, in larga misura, prendendo dai Paesi più poveri persone con il compito di servire, perché nei nostri popoli l’impulso a servire è divenuto troppo debole. E tuttavia bisogna chiedersi quanto possa vivere un organismo sociale nel quale viene meno un organo vitale che a lungo andare non è rimpiazzabile con un trapianto.
In questo senso, proprio anche nell’ambito della necessaria opera di costruzione e cambiamento del mondo da parte dell’uomo, la questione dovrà essere considerata diversamente da come avviene nelle facili contrapposizioni oggi di moda. Tuttavia con questo la domanda in questione non ha ancora avuto completamente risposta. Perché gli Antoniani, conformemente al Credo cristiano, non solo hanno annunciato e praticato la redenzione dalla croce ma anche la redenzione per mezzo della croce. È richiamata così una dimensione dell’esistenza umana che oggi ci sfugge sempre più e che tuttavia costituisce l’autentico nucleo del fatto cristiano, a partire dal quale soltanto è possibile comprendere l’operare cristiano per e in questo mondo.
Come è possibile coglierlo? Tenterò di accennarvi rifacendomi allo sviluppo dell’immagine della croce in un artista moderno che, pur non essendo cristiano, fu tuttavia sempre più avvinto dalla figura del Crocifisso, avvicinandosi sempre più al suo nocciolo: Marc Chagall. Il Crocifisso compare la prima volta in una delle sua primissime opere, nel 1912. Nel contesto della composizione è visto come un bambino; esprime il dolore degli innocenti, il dolore innocente in questo mondo, che proprio come tale è segno di speranza. Poi dalle opere di Chagall il Crocifisso scompare per 25 anni buoni, e ricompare di nuovo solo nel 1937 con un significato mutato, approfondito.
Il Trittico della crocifissione composto in quell’anno ha una singolare anticipazione in un'altra immagine tripartita che più tardi Chagall distrusse e della quale tuttavia esiste ancora lo schizzo a colori ad olio. L’opera è intitolata “Rivoluzione”. Nella parte sinistra si vede una massa eccitata che sventola bandiere rosse brandendo armi: è la raffigurazione della Rivoluzione in quanto tale. La metà destra del dipinto raffigura scene di pace e di gioia: sole, amore, musica. L’opera della rivoluzione sarà un mondo trasformato, redento, sanato. Al centro, a congiungere le due parti, si vede un uomo che fa una verticale. È chiaramente un riferimento diretto a Lenin, che simboleggia per antonomasia la rivoluzione, nella quale il sotto diventa sopra e la destra diviene sinistra, nella quale si compie quell’inversione totale che significa avvento di un mondo nuovo. Si ha l’impressione che venga evocato un testo gnostico risalente alle origini del cristianesimo, nel quale si dice che Adamo, cioè la natura dell’uomo, sta a testa in giù e per questo scambia sopra e sotto, destra e sinistra; per mettere a posto l’uomo e il mondo sarebbe necessaria una completa inversione dei valori: la rivoluzione. Si potrebbe definire questo quadro di Chagall quasi come un altare della teologia politica; egli, come già aveva atteso nel 1917 la salvezza dalla Rivoluzione russa, allo stesso modo, dopo la prima delusione, la sperò una seconda volta dal governo del Fronte Popolare che era andato al potere in Francia nel 1937.
Il fatto che abbia distrutto quell’opera mostra come, questa seconda volta, la speranza in lui venne meno definitivamente. Creò il trittico da capo, con la medesima disposizione strutturale: a destra l’immagine dell’avvento della salvezza – ora raffigurato in modo più limpido e chiaro rispetto a prima – a sinistra il mondo in subbuglio (segnato ora però più dal dolore che dalla lotta) sovrastato dal Crocifisso. Il cambiamento decisivo, che conferisce anche alle due parti laterali un significato nuovo, si trova al centro: il posto del simbolo della rivoluzione e della sua ammaliante speranza è preso dall’immagine del Crocifisso, di inconsueta grandezza. Il rabbino – l’Antico Testamento, Israele –, che nel trittico precedente stava seduto, quasi a conferma, a fianco di Lenin, ora si trova ai piedi del Crocifisso. Non più Lenin, ma il Crocifisso è la speranza d’Israele, la speranza del mondo.
Non è necessario chiedersi fino a che punto Chagall si sia voluto qui avvicinare di proposito all’interpretazione cristiana dell’Antico Testamento, della storia e più in generale dell’uomo. Indipendentemente da tutto questo, chi veda i due dipinti l’uno accanto all’altro ne potrà ricavare una decisiva affermazione cristiana. La salvezza del mondo ultimamente non viene dalla trasformazione del mondo, da una politica divinizzata, innalzata ad assoluto. È necessario lavorare al cambiamento del mondo, sempre: in modo concreto e sincero, realistico, paziente, umano. E tuttavia c’è un’esigenza e una domanda dell’uomo che va al di là di tutto quello che la politica e l’economia possono dare; una domanda alla quale è possibile rispondere solo attraverso Cristo crocifisso, attraverso l’uomo nel quale il nostro dolore tocca il cuore di Dio, l’amore eterno. Perché è di esso che ha sete l’uomo, e senza di esso, nonostante tutti i miglioramenti possibili e anche necessari, egli rimane un esperimento assurdo. La consolazione che proviene da colui che porta i nostri lividi ci è necessaria anche oggi, proprio oggi. È Lui, in verità, l’unica consolazione non consolatoria. Dio conceda che i nostri occhi e il nostro cuore si aprano a questa consolazione; che diveniamo capaci di vivere in essa e di ritrasmetterla; che, in mezzo al Venerdì Santo della storia, riceviamo il mistero pasquale del Venerdì Santo di Cristo e così diveniamo dei redenti.

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giovedì 3 marzo 2016

Lo spirito di cristianità

Due mesi fa, nella nostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, mi ripromettevo di dirvi come una comunità monastica può operare in uno spirito di cristianità. Senza dubbio non si ricostituirà presto una civiltà cristiana, ma si possono costituire delle isole o dei fortini, come amava ricordare il compianto padre Roger-Thomas Calmel O.P. (1914-1975). Propongo sull’argomento alcuni fatti concreti che siano capaci d’illuminare la nostra riflessione.
Quando i primi monaci hanno fondato i loro monasteri nei paesi selvaggi dell’Europa, ciò che più tardi darà vita alla civiltà, essi hanno fatto tre cose: hanno coltivato la terra (un lavoro senza frode); hanno formato delle comunità fraterne, d’ispirazione familiare (in accordo con l’ordine naturale); hanno fatto salire il loro canto di lode a Dio, giorno e notte (ciò che li manteneva in contatto permanente con il loro fine soprannaturale). Il lavoro, la vita di famiglia, il canto liturgico: come si vede, si tratta di cose semplici e concrete, accordate alle aspirazioni naturali dello spirito umano. Allora “ha preso”, come si dice quando il fuoco si accende.
Vi è un inizio di cristianità ogni volta che qualcosa di santo e di rettificato esce dalla terra. Non si fabbricano dei valori di cristianità come non si fabbrica il grano che cresce; lo si coltiva, certo, lo si protegge, ma occorre anzitutto della buona terra e quel permesso divino composto da un accordo provvidenziale fra l’acqua, il sole e il lavoro degli uomini. Il radicamento benedettino ha dato vita all’Europa cristiana grazie a un’unione di fatti miracolosi che la storia registra sotto il nome di cause, ma che è in primo luogo un effetto interamente gratuito della grazia divina.
Questo accordo gratuito, indissolubile, fra la natura e la grazia, costituisce un primo principio. Lo spirito di cristianità eviterà di conseguenza ogni rivestimento, ogni difetto di esecuzione. Manifestare delle abitudini di pietà a detrimento delle virtù naturali, impostare una mistica senza ascesi, inventare dei gesti liturgici contrari alle leggi del sacro, comporre delle parole pie su dei cattivi cantici, pretendere d’incidere dei segni eterni su una materia friabile, sono degli imbrogli che presto o tardi finiranno per rivoltarsi contro l’uomo. Più che una mancanza di gusto, è una specie di menzogna, una grande disgrazia per le anime e per la civiltà.
Mille anni di cristianità mettono in discussione questa miserabile concezione della vita e testimoniano a favore di un’attenzione profonda, di un’immensa serietà nei confronti dell’ordine temporale. Il gusto della perfezione, la tenera sollecitudine con la quale si circondano le cose del tempo, sono sempre un segno di civiltà.
Gli hippy cercano l’evasione; i mistici cristiani piantano e costruiscono. Quando Dio ha deciso nel secolo XV di salvare il destino politico di una nazione cristiana, ha scelto una vergine e si è preso cura di farla istruire tramite la lunga mano di un arcangelo e di due santi del Paradiso. Ecco qualcosa che ci dovrebbe illuminare sull’eminente dignità dell’ordine temporale.
Quest’alleanza dello spirituale e del temporale, quest’articolazione dell’uno sull’altro, lo ritroviamo nella Regola di san Benedetto. La Regola, è vero, s’indirizza ai cercatori di Dio, alla ricerca di assoluto, ma lungi dallo spingerli a evadere dalla loro condizione di creature, essa si fonda anzitutto sulle semplici virtù naturali: la pietà filiale, la lealtà, la pazienza, l’ospitalità, l’amore del lavoro ben fatto, la vita in comunità con il suo corteo di esigenze, soprattutto l’umiltà e il mutuo supporto. È tutta un’educazione dell’uomo, preoccupato di ristabilire l’unità fra l’anima e il suo comportamento esteriore. Senza di essa non avremmo nemmeno l’idea di costruire con decenza una chiesa abbaziale, la cui architettura, nella purezza delle sue forme, sia come quella dei nostri antenati: un’immagine dell’anima e una predicazione silenziosa del mistero di Dio.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Lettre aux Amis du Monastère, n. 27, 18 febbraio 1985, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]

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martedì 1 marzo 2016

B come biblioteca - San Benedetto per tutti / 4

In pieno accordo con tutta la tradizione monastica, san Benedetto è convinto della necessità della lettura per l'equilibrio di una vita spirituale. Egli vede in essa un aiuto alquanto efficace per coltivare il nostro desiderio di Dio. Donde l'importanza di costituirsi una buona biblioteca e di farne buon uso. Ecco sul punto quattro consigli che scaturiscono dalla Regola e che vi potranno aiutare.
1 - Il libro per eccellenza è la sacra Scrittura, Parola stessa di Dio. In essa si trovano il cibo più sostanzioso e gli esempi più stimolanti per avanzare nelle vie di Dio. Ritornarci in maniera privilegiata.
2 - Poi, attenersi ai grandi autori. In particolare i Padri della Chiesa, commentatori senza eguali della sacra Scrittura, i Dottori della Chiesa e i grandi spirituali sono imbattibili. Ricordiamocelo in un periodo in cui le pubblicazioni pullulano! La tradizione spirituale contiene sufficientemente grandi maestri per non perdere il proprio tempo con i piccoli autori.
3 - Farsi consigliare in questa materia. Perché un libro può essere in sé eccellente, ma poco adatto per la tale anima in particolare. Nell'immensa varietà che esiste fra questi autori, ve n'è per tutti i gusti, ma occorre imparare a scoprire cosa sia adatto per noi.
4 - Un libro dev'essere letto "ordinatamente da cima a fondo" (RB XLVIII,15). Lapalissiano? No! Principio saggio per ben delineare la differenza fra una lettura spirituale che potrà essere feconda e il semplice farfalleggiare. Svolazzare è facile, leggere in profondità è esigente.
Quindi voi, cari amici, in questo tempo di grazia che è la Quaresima, quale buon libro spirituale prenderete dalla vostra biblioteca perché vi accompagni nel coltivare il vostro desiderio di Dio?

[Fr. Ambroise O.S.B., "Saint-Benoît pour tous...", La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 22, febbraio 2016, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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domenica 28 febbraio 2016

Memoria di Dom Gérard

[Oggi 28 febbraio 2016 ricorre l'ottavo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo nelle preghiere e lo raccomandiamo a quelle dei lettori. Offriamo di seguito l'articolo commemorativo pubblicato il 3 aprile 2008 sul quotidiano francese Présent, del pensatore e scrittore cattolico francese Jean Madiran (1920-2013) – raffigurato nella foto a fianco assieme a Dom Gérard –, oblato benedettino dell'abbazia del Barroux. La presente traduzione si basa sulla versione del testo comparsa in Reconquête. Revue du Centre Charlier et de Chrétienté-Solidarité, n. 247-248, aprile-maggio 2008, pp. 39-44, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

Quando ho conosciuto Gérard Calvet a Maslacq, egli era un allievo dotato, fantasioso e scherzoso, un po’ chiassoso ma di buona condotta: fuoriuscito da una grande famiglia di provincia, a Bordeaux, come Benedetto da Norcia e la sua famiglia degli Anicii in Umbria. Amava le arti plastiche. A scherma, prendeva lezioni di fioretto. Con lui ho giocato al “rugby-Roches” [dal nome dell’École des Roches, situata per l’appunto a Maslacq], una specialità locale offerta quale spettacolo alle famiglie per la Pentecoste; ho anche fatto della boxe contro di lui, con i guanti e secondo le regole della nobile arte. Di quell’epoca ho soprattutto due ricordi. Gérard Calvet era considerato come colui che avrebbe potuto un giorno scrivere la storia straordinaria della Maslacq di André Charlier, cosa che in effetti fece più tardi. A lezione di filosofia, un segno distintivo della sua personalità: non vedeva il bene morale nella tensione di un volontarismo stoico, ma al contrario come un dono ricevuto in uno spirito disteso, una specie d’inclinazione – naturale, pensavo – che affermava senza troppo spiegarla. Ho sempre ignorato – l’ho saputo da Dom Louis-Marie soltanto il lunedì delle esequie – che già da bambino aveva costruito un oratorio dove pregare Nostra Signora per la Francia. Ma André Charlier sapeva: “Gérard Calvet, con la sua intuizione così giusta”, scriveva nel 1949.

Erede lui stesso

È stato all’età di 43 anni che Dom Gérard è entrato nella storia, per il medesimo atto decisivo del Nostro Santo Padre Benedetto: come lui, si fece eremita, ritirandosi nella solitudine, per un rifiuto analogo. Nel caso di san Benedetto, fu per scappare dai costumi delle grandi scuole romane, poi a dei monasteri nei quali la vita religiosa era caduta molto in basso. Per Dom Gérard, già monaco da una ventina d’anni, fu per sfuggire al mondo della “rivoluzione d’ottobre nella Chiesa”. Lo fece dopo molti anni di peregrinazioni in Brasile e in Francia, e con l’autorizzazione del suo Padre Abate di Tournay. Cercava un mezzo stabile di rimanere fedele alle osservanze del suo Ordine, in procinto di cadere in desuetudine o di essere colpito da interdizioni. Attraverso varie peripezie, l’intrapresa è identica, e identico il risultato: i postulanti spontanei si moltiplicano attorno all’eremita, reclamando di vivere in comunità sotto la sua direzione. Così è cominciato Bédoin, nel mese di agosto 1970.
Ma attenzione. Se l’approccio iniziale è radicale, esso non è una rottura, non è un “ripartire da zero”. Al contrario, è il rifiuto della rottura devastatrice circostante rispetto al patrimonio naturale e soprannaturale che aveva ricevuto in eredità.
Come il giovane Gérard Calvet, il giovane Benedetto non era stato una specie di sessantottardo anarchico e autodidatta. Aveva compiuto dei buoni studi nelle grandi scuole di Roma come esse continuavano a esistere negli ultimi anni del secolo V. L’atmosfera, l’ideologia, i costumi erano pagani e dissoluti. Ma vi si poteva ancora incontrare la filosofia greca, il diritto romano, la letteratura latina, la tradizione di un’arte di parlare e di scrivere, come lo si constata nella redazione della Regola. Quando Benedetto abbandona questo mondo universitario e se ne va “scienter nescius et sapienter indoctus” [san Gregorio Magno, Libro II dei Dialoghi, prologo], non se ne va da ignorante, non se ne va da barbaro, ma sapienter e scienter alla ricerca di un sapere superiore e di una vita interamente rivolta a Dio. Sappiamo che egli non cessò di apprendere, ma si fermò in un primo momento in una buona parrocchia della piccola cittadina di Enfide, nella diocesi di Preneste, dove lavorava e s’istruiva sotto la direzione di un buon curato.
(Non sto dicendo nulla che non sia già conosciuto, ma v’insisto, poiché ricordando la prodigiosa avventura di san Benedetto, è in sostanza quella di Dom Gérard che racconto, e alcuni sanno bene che questo parallelo mi perseguita da molto tempo.)
Il suo desiderio di donarsi a Dio nella solitudine spinse Benedetto a lasciare Enfide e lo rimise in cammino fino a Subiaco, dove un vecchio monaco lo prese sotto la sua protezione, lo nascose in una grotta della montagna, dove gli portava nutrimento e insegnamento. Aveva allora circa trent’anni. Un insieme di pastori del circondario iniziò a venire a cercare presso di lui quella che diventerà la vita monastica benedettina.
Ugualmente Dom Gérard.
È stato istruito alla scuola di André Charlier, nella cultura classica e nel canto gregoriano, nell’arte di pensare e di scrivere; con Albert Gérard ha imparato a disegnare e a dipingere secondo il pensiero e l’esempio di Henri Charlier. Costui abitava dal 1920 a Le Mesnil-Saint Loup, parrocchia che era stata convertita da Padre Emmanuel, la cui tradizione e l’esempio sono rimasti presenti nell’anima di Dom Gérard: egli ha sempre fatto leggere in refettorio la pagina del giorno dell’anno liturgico di Padre Emmanuel; e fu inoltre un figlio di Padre Muard e di Dom Romain Banquet, tant’è che faceva venire qualche vecchio monaco da En Calcat per insegnare la vita benedettina alla sua giovane comunità. Come san Benedetto, è stato un erede.

Bédoin

Gli anni di Tournay furono quelli della vita nascosta del futuro fondatore, che nulla sembrava annunciare in questo artista. Henri Charlier gli diede da terminare i propri affreschi nell’oratorio del Padre Abate. Si cominciava tuttavia a conoscerlo per la sua accoglienza in foresteria, dove confortava gli ospiti di passaggio con una profonda comprensione delle grandezze e delle miserie del mondo. Ma è a Bédoin che egli è diventato ciò che i nostri occhi ciechi non erano ancora stati capaci di discernere in lui. E Bédoin non è stato che il primo passo della sua fondazione.
Bédoin non sarà mai dimenticato in seguito. Dom Louis-Marie l’ha notato: “Era Bédoin con il suo fascino indefinibile dei primi passi. Coloro i quali hanno conosciuto Bédoin agli inizi ne portano una certa nostalgia”. Il che fa pensare all’addio a Maslacq di André Charlier: “Vi era a Maslacq un fascino che tutti quanti vi sono passati hanno percepito […]. In verità questi luoghi ci sono entrati nell’anima e non ne possono più uscire. Ma l’attaccamento alle cose, così naturale al cuore dell’uomo e che è per lui una fonte inestinguibile di malinconia, deve oltrepassare le apparenze fuggitive per conservare nella sua purezza la sostanza di ciò che non passa”. Un giorno d’estate del così duro anno climaterico 1988, Dom Gérard mi scrisse dal Barroux una rapida frase su una cartolina, senza dubbio presa a caso, perché l’aveva fra le mani: sta di fatto che raffigurava la cappella di Bédoin, con stampata la didascalia “Ste-Madeleine, Bédoin, Vaucluse”. Dom Gérard vi mise in postilla: “Culla del nostro monastero. È terribile ingrandire!”.

Camerone

Non lontano da Bédoin s’incontra la città di Orange, con la sua caserma del 1° Reggimento straniero di cavalleria (1er REC) della Legione straniera. Il comandante di questa unità cercava in diocesi un sacerdote disponibile a celebrare una Messa per i legionari morti in combattimento. Non ne trovava nessuno. Coloro che egli avvicinava si rifiutavano per i motivi più diversi: un sacerdote non doveva compromettersi con degli uomini di guerra; d’altro canto, nulla provava che questi legionari fossero stati in maggioranza cattolici: non era onesto, senza averli democraticamente consultati, imporre loro una Messa per via d’autorità; infine il colonnello avrebbe dovuto comprendere l’ostacolo morale costituito dal fatto che la Legione era colpevole di avere partecipato a una guerra d’oppressione in Indocina e in Algeria. Questo spirito ecclesiastico aveva per origine principale la “pastorale” di molti vescovi, e non fra i minori, che aveva lungamente fuorviato il clero nell’“accompagnamento” delle condotte supposte umanitarie e pacifiste del partito comunista. Mentre stava per rinunciare, il colonnello fu incoraggiato a tentare la fortuna presso un sacerdote che guidava una piccola comunità a La Madeleine, vicino al villaggio di Bédoin. La Messa ebbe dunque luogo. Dom Gérard gratificò inoltre i legionari con un sermone fulminante di sette minuti – com’era suo costume – sulla vocazione militare. Conquistò tutti i cuori. Da allora fu invitato tutti gli anni, alla tribuna d’onore, per la celebrazione della battaglia di Camerone.

Il capitano Borella

“Lo scorso mese di luglio il nostro monastero ha ricevuto la visita del capitano Borella e dei suoi amici”, scriveva Dom Gérard nel 1975. Due mesi più tardi, Dominique Borella veniva ucciso in battaglia, a Beirut, dove combatteva nei ranghi dei falangisti cristiani.
A diciott’anni si era arruolato nell’esercito come volontario per l’Indocina. A Dien-Bien-Phu aveva ricevuto l’onoreficenza militare, il più giovane in Francia fra quanti ricevettero la medaglia.
“Poi – proseguiva Dom Gérard – si è guadagnato i suoi galloni, è diventato sottufficiale e ha lasciato l’Indocina nel 1956 con il corpo di spedizione dal coraggio leggendario, nei ranghi del quale si è coperto di gloria. Lo ritroviamo in piena guerra d’Algeria nel 2° Reggimento straniero di paracadutisti (2e REP). Non ha ancora 25 anni. Ascesa fulminante, dovuta allo straordinario stato di servizio che rivela un dono innato del comando… Entrato nell’Organisation de l’armée secrète (OAS) nei giorni tristi della politica d’abbandono, continuerà dopo l’indipendenza, in tutti i campi, la lotta contro il comunismo internazionale. Nel 1974 è capitano dell’Esercito repubblicano della Cambogia per 3.000 riel al mese (circa 75 franchi francesi [12 euro di oggi]). Si vede affidare il comando e soprattutto la formazione della prima brigata paracadutista cambogiana”.
A Dom Gérard che nel luglio 1975 gli chiede cosa farà adesso, egli risponde:
“Vado ad aiutare i villaggi cristiani del Libano, dove i sacerdoti fanno il coprifuoco con i giovani per difendere le loro chiese, le loro scuole e le loro case contro i terroristi fedayn. Parto sulle tracce dei crociati. Diceva questo – commenta Dom Gérard – con una voce calma e tranquilla, come se si trattasse della cosa più naturale al mondo. Ci sembrò felice e grave. Così pure un tempo dovevano essersene andati, senza tornare, i cavalieri della Terrasanta, con l’indulgenza plenaria e il disprezzo della morte”.
“La storia non erigerà alcuna stele a questo colono, partigiano di una guerra senza odio, che sapeva scorgere, come Lyautey, nell’avversario di oggi l’amico di domani. Senza dubbio, la notte che si è distesa sul suo corpo lo ruba per sempre alla nostra amicizia, e servirebbe un miracolo perché il suo ricordo fosse strappato all’oblio delle generazioni. Ma un’altra gloria veglia su di lui: i suoi fratelli d’armi venuti ad accoglierlo in una grande luce, che gli fanno segno di entrare nella Patria eterna, ed ecco santa Giovanna d’Arco tutta bardata sulla soglia del Paradiso, con lo stendardo in mano, gli sorride e lo saluta con la spada”.
Con la firma di “Benedictus”, questo articolo di Dom Gérard è comparso nel numero 199 della rivista Itinéraires (gennaio 1976).
Perché anche questo era Dom Gérard.
Quando parlava ai suoi postulanti, diceva loro che alla fedeltà del monaco “si collegano altre fedeltà, come una grande catena che risale fino a Dio: la fedeltà degli sposi, quella degli uomini d’armi e quella dei principi che ci governano”.

Il dono della parola e l’arte di scrivere

Artista, il capomastro del Barroux lo era anche per la sua arte di scrivere. L’esordio della sua storia di Maslacq – “Siamo arrivati quand’era scesa la notte, seguendo da Orthez a Maslacq un carro di muli che avanzava lentamente sotto una pioggia fine. Come mi batteva il cuore, entrando nel grande castello nero! Fortunatamente, il mio fratello maggiore era anch’egli là…” –, un tale inizio potrebbe avere il suo posto fra i più celebri della letteratura in prosa: “Era a Megara, sobborgo di Cartagine, nei giardini di Amilcare…” [Salambò, di Gustave Flaubert]; “A lungo, mi sono coricato di buonora…” [Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust].
Forse si riterrà vano fermare un istante il proprio sguardo sulle qualità letterarie del monaco che ha fondato Le Barroux. Ma trascurarle, non significherebbe disprezzare i doni di Dio? Dom Gérard li ha impiegati per confortare, illuminare, insegnare alle anime che soffrono, le anime che cercano, nell’abbandono e la preoccupazione in cui li hanno sprofondati le profonde mancanze dei corpi costituiti, delle istituzioni, delle élite ufficiali. La sua opera scritta è abbondante: diversi libri, in testa Demain la Chrétienté; ma anche numerosi articoli: la maggior parte non ancora riuniti in volume*, alcuni ripresi in opuscoli, puri monumenti di poesia e di grazia, di comprensione delle situazioni temporali e di speranza soprannaturale, come L’oraison du jour (1977), Lettre aux jeunes mamans de l’an qui vient (1982), Mères de famille ayez confiance (1986), Le chant des psaumes (1991). L’arte di scrivere porta la parola di Dom Gérard come per onde successive attorno al Barroux, presso i fedeli incerti o scoraggiati, disorientati per tante anomalie trionfanti nelle parrocchie, nelle scuole, nella vita pubblica. In mezzo alle oscurità, egli è stato come il Nostro Santo Padre Benedetto reso visibile per i nostri tempi. Per molti sacerdoti e laici egli lo è stato soprattutto nei trentasette anni di asfissia che vanno dall’interdetto della Messa tradizionale nel 1970 al suo progressivo ristabilimento nel suo pieno diritto, infine decretato nel 2007.
* [Dopo la pubblicazione di questo articolo, nel 2008, la quasi totalità degli scritti sparsi di Dom Gérard è stata raccolta nei seguenti tre volumi: Benedictus. Ecrits Spirituels.Tome I (2009), Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome II (2010), Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats (2011); si segnala altresì la pubblicazione in Italia, nel 2011, del libro di Dom Gérard La santa liturgia]

Parentesi

Una volta, quando stavamo cambiando di secolo, Dom Gérard mi ha chiesto un libro. Lo voleva pubblicare presso le edizioni Sainte-Madeleine, che sono le edizioni del Barroux. Ma non un libro qualunque. Me ne fissò il soggetto, e quale soggetto inatteso: la pietà filiale. Gli dissi che nei miei libri, nei miei articoli, parlavo della pietà filiale da cinquant’anni, e che non avevo altro da dire sul tema. Insistette, come se non avessi detto nulla, e senza rispondere ai miei argomenti. “Ma allora non potrei fare altro che ripetermi!” – “Certo che no”, egli così si opponeva, senza alcuna ulteriore spiegazione. Non ne vedevo la possibilità. Ma si trattava di Dom Gérard. Scrivere un libro su commissione di Dom Gérard, senza altra ragione, mi parve come un atto di obbedienza pienamente gratuito; non vi ero tenuto. Insomma, il libro si è costruito da solo. Dom Gérard, che peraltro ne portava la prima responsabilità, non mi aiutò con una sola parola, né mi precisò cosa insomma si attendesse, né formulò alcuna obiezione o critica quando fu terminato. Esso fu approvato dal suo committente, che lo pubblicò immediatamente e ne fece un elogio pubblico. Di questo episodio un po’ particolare, conservo nel cuore una gratificazione.

La preghiera della Chiesa

La vocazione benedettina è che “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” [RB XLIII,3], cioè che non si preferisca nulla alla preghiera della Chiesa, alla dottrina delle orazioni, al canto dei salmi, il tutto attorno al suo vertice, il santo sacrificio della Messa. Dom Gérard ne ha parlato in maniera ogni volta rinnovata. Nelle orazioni, “siamo illuminati su ciò che occorre domandare, come lo si deve chiedere, perché lo si deve chiedere”. Per i salmi, ciò che è anzitutto richiesto, è la fede: la fede nell’atto liturgico della recitazione. Non ci si pensa, eppure i salmi sono “la preghiera che il bambino Gesù ha appreso sulle ginocchia di sua Madre”; sono “cantare Dio con le parole di Dio”. La salmodia gregoriana “tocca l’anima nella sua sensibilità più profonda”, e “vi è una grande dolcezza nel pregare con le stesse parole e i medesimi accenti dei primi cristiani appena rinati nell’acqua battesimale”. Possiamo riaprire qualsiasi pagina del suo insegnamento. Ma c’è – c’è stato – ciò che non ritroveremo mai più.
Quando ci soffermavamo su tutte le cose conoscibili sulla terra e in cielo, e la campana annunciava Sesta entro cinque minuti, o i Vespri in un quarto d’ora, tutto s’interrompeva di colpo. Dom Gérard diceva con una dolcezza avvolgente, con un’intensa gioia contenuta: “Andiamo a pregare”. San Tommaso dice “Vacare Deo dulciter”. Si sentiva una grazia che cadeva dal cielo, come se si aprisse la porta del Paradiso. Tutto ciò che egli aveva potuto dire su qualsivoglia soggetto ne era come riassunto, trasfigurato. Un istante, e non esisteva più nient’altro. La sua anima diceva la sua ultima parola. Era l’ora attesa. Si marciava verso la presenza di Dio nella preghiera della Chiesa. Ritroveremo nei suoi scritti tutto quanto occorre averne appreso, averne capito, averne vissuto: ci ha lasciato il suo esempio vivente, il suo pensiero scritto. Ma non ascolteremo più su questa terra la voce di Dom Gérard che risponde alla campana dell’abbazia: “Andiamo a pregare”.

*   *   *

Dunque, Dom Gérard non ha innovato. Ha restaurato. Come san Benedetto: nel secolo V esisteva già una tradizione monastica, e da molto tempo una traduzione latina della Bibbia, trovandosi che la revisione predisposta da san Girolamo si concluse quando san Benedetto, all’età di circa sessant’anni, redige la sua Regola, fondazione di una nuova famiglia religiosa.
A sessant’anni Dom Gérard è al Barroux, ha fondato due monasteri, ben presto un terzo, ne ha redatto le costituzioni. Forse ne sorgerà, se Dio lo vuole, una nuova branca della famiglia benedettina.

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