Domenica 29 novembre 2015 inizia il Tempo dell’Avvento ed entra così in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta – e seguire il calendario liturgico nella forma extraordinaria del Rito romano in uso nell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo 2016 (il cui link permanente rimane durante l'anno anche nel menu "Liturgica" del blog Romualdica).
sabato 21 novembre 2015
domenica 25 ottobre 2015
La nostra fede è straordinaria quanto il rito che celebriamo?
Pubblichiamo qui di seguito l'omelia del Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, Dom Jean Pateau O.S.B., pronunciata a Roma il 25 ottobre 2015 (Festa di Cristo Re), presso la chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini, in chiusura della quarta edizione del Pellegrinaggio Summorum Pontificum.
Cari fratelli e sorelle,
“Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera”. Le
acclamazioni carolingie non mettono forse a dura prova la nostra fede?
Nel 1935 Stalin rispondeva così a Pierre Laval, che
gli chiedeva di rispettare le libertà religiose: “Quante divisioni ha il
Papa?”. Oggi molti uomini di Stato fanno implicitamente, e qualche volta
esplicitamente, la stessa riflessione. Nel presente frangente, in cui la
libertà religiosa, la famiglia, la vita nascente o giunta al termine, sono
sotto attacco nella maggior parte dei Paesi del mondo, e anche all’interno
stesso della Chiesa, la festa di Cristo Re viene a sollecitare un atto di fede
da parte di coloro che sarebbero tentati dalla disperazione.
Il Vangelo ha ricordato il faccia a faccia di Gesù
e Pilato, il dialogo di uno che ritiene di detenere ogni potere con un uomo
schernito, deriso, sconfitto: “Tu sei il Re dei Giudei?... Dunque, tu sei Re?”.
La risposta di Gesù svela una regalità ignorata dagli uomini, un Re testimone
della verità: “Tu lo dici, io sono Re. Per questo io sono nato e per questo
sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla
verità, ascolta la mia voce” (Gv
18,37).
Sono 2000 anni che, in gran numero, stupefatti,
beffardi, provocatori… uomini di compromesso, di calcolo, o semplicemente nel
dubbio hanno posto questa domanda a Gesù. La risposta di Cristo rimane sempre
la stessa: “Io sono Re”.
Con san Paolo, siamo nell’azione di grazie poiché:
“Per mezzo di lui sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per
mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte
sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa” (Col 1,16-18).
Durante il rito del battesimo il sacerdote
interroga il catecumeno: “Che cosa chiedi alla Chiesa?”. Quegli risponderà: “La
fede”. Una risposta che deve essere il fermo proposito di una vita. Il
fallimento della speranza e della carità dipende spesso da una mancanza di
fede, da una visione troppo umana delle circostanze che dimentica l’abbandono
al piano di Dio.
Il riconoscimento da parte degli Stati, delle
nazioni, della regalità di Cristo, comincia con l’accettazione di questa
regalità su ciascuno di noi. Il motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità il Papa Benedetto XVI ci
permette di attingere nella pace alle ricchezze liturgiche della forma
extraordinaria. Alla nostra gratitudine si aggiunge un dovere che oso riassumere
in una domanda: la nostra fede è altrettanto extraordinaria quanto il rito che
celebriamo? Ricentrare la liturgia su Cristo non ha che uno scopo: diventare
noi stessi dei veri testimoni della regalità di Cristo, vivere di Cristo e per
Cristo, a tal punto che tutti dovrebbero poter dire: “è Cristo che vive in
loro”.
Questo pellegrinaggio di azione di grazie ci
conduce a Roma mentre si conclude la XIV Assemblea generale ordinaria del
Sinodo dei Vescovi sul tema: “La vocazione e la missione della famiglia nella
Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Re di ogni uomo, Cristo è anche Re delle famiglie.
In più occasioni, per esempio nel corso delle
udienze del mercoledì, Sua Santità il Papa Francesco ha proposto una ricca e
profonda riflessione sulla famiglia. Durante il suo recente viaggio in Ecuador,
il Vangelo delle nozze di Cana gli ha dato occasione di affrontare il tema:
“Le nozze di Cana, diceva il Papa, si rinnovano in
ogni generazione, in ogni famiglia, in ognuno di noi e nei nostri sforzi perché
il nostro cuore riesca a trovare stabilità in amori duraturi, in amori fecondi,
in amori gioiosi. Facciamo spazio a Maria, ‘la madre’, come afferma
l’evangelista. E facciamo ora insieme a lei l’itinerario di Cana. Maria è
attenta… Maria è Madre… Maria prega… Ella ci insegna a porre le nostre famiglie
nelle mani di Dio: ci insegna a pregare, alimentando la speranza che ci indica
che le nostre preoccupazioni sono anche preoccupazioni di Dio. E, alla fine,
Maria agisce. Le parole ‘fate quello che vi dirà’, rivolte a quelli che
servivano, sono un invito rivolto anche a noi, a metterci a disposizione di
Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Il servizio è il
criterio del vero amore. Chi ama serve, si mette a servizio degli altri. Questo
si impara specialmente nella famiglia… (Santa Messa per le famiglie, Parque de
los Samanes, Guayaquil, lunedì 6 luglio 2015)”.
Essere attenti, pregare e servire, sono le
indicazioni dateci da Maria.
San Luca ricorda l’atteggiamento di Maria: Ella
“serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). La parola latina per “meditandole” è “conferens”, letteralmente “portandole
tutte insieme nel suo cuore”. Il cuore di Maria è il luogo di una alchimia
d’amore. È là che Ella rende grazie, là che prega, ed è ancora là che ella
soffre e che si offre.
Mentre si avvicina l’anno giubilare della
Misericordia, i nostri cuori sono il luogo di un dialogo con Cristo Re?
Portiamo in essi gli avvenimenti gioiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi delle
nostre vite, meditandoli in segreto per derivarne una regola per il nostro
agire?
“Quante divisioni ha il Papa?”. Stalin avrebbe
potuto dire: “Quanti cuori?”. Perché un cuore donato a Cristo è molto più
temibile di una divisione?
In questi giorni in cui i genitori di santa Teresa
del Bambin Gesù sono appena stati canonizzati, mi sovvengono alcune parole di
loro figlia, e ve le lascio come viatico in questa santa città di Roma, cuore
della cristianità:
“Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi
ero riconosciuta in alcuno dei membri descritti da san Paolo, o piuttosto
volevo riconoscermi in tutti… La Carità mi dette la chiave della mia vocazione.
Capii che, se la Chiesa ha un corpo composto da diverse membra, l’organo più
necessario, più nobile di tutti, non le manca, capii che la Chiesa ha un cuore,
e che questo cuore arde d’amore. Capii che l’amore solo fa agire le membra
della Chiesa, che, se l’amore si spegnesse, gli apostoli non annuncerebbero più
il Vangelo, i martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’amore
racchiude tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi
e tutti i luoghi… In una parola che è eterno! Allora, nell’eccesso della mia
gioia delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l’ho trovata
finalmente, la mia vocazione è l’amore!” (Manoscritto B, folio 3, verso).
Amen.
La nostra fede è straordinaria quanto il rito che celebriamo?
lunedì 19 ottobre 2015
Et semper superexaltet misericordiam iudicio
![]() |
| Bernardo Luca Sanz (c. 1650-c. 1710), San Benedetto, olio su tela del 1700, presso il Monastero San Benedetto di Bergamo |
Il codice penitenziale della Regola di san Benedetto
Consentitemi di parlarvi del codice penitenziale
della Regola, che rappresenta una parte alquanto lunga e apparentemente
spaventosa dell’opera di san Benedetto. Ma il santo fondatore ci rassicura
immediatamente. Il codice penitenziale è al cuore di una visione più grande e
più luminosa. Il monastero è fondamentalmente una scuola al servizio del
Signore e una strada che segue un orientamento positivo. Nello spirito di san
Benedetto, Dio ha messo del bene in noi, ci invita a seguirlo nella gloria e ad
aprire i nostri occhi alla luce che divinizza. San Benedetto parla inoltre della
dolcezza della virtù e della carità che scaccia ogni timore. Infine, egli
conclude la sua Regola sul buon zelo e su un’umile constatazione: non tutto è
contenuto nei 73 capitoli della Regola. Egli lascia così dei grandi confini in
prospettiva.
Ma san Benedetto sa anche che il monaco è un
peccatore, che egli sia abate, priore, ufficiale, fratello anziano, adulto o
novizio. Se il peccato non è al centro della sua spiritualità, esso rimane
comunque là, assai presente. Ecco perché, come padre colmo di saggezza
realista, egli dedica una parte non trascurabile della sua Regola a un codice
penitenziale, che respira con i suoi due polmoni: la giustizia e la
misericordia.
La
giustizia
San Benedetto fonda anzitutto il suo codice
penitenziale sulla giustizia, in tre modi.
a) Un
contratto
Il monaco che fa la sua professione conosce la
Regola, riferimento oggettivo per tutti. Essa dev’essere letta spesso, per
escludere ogni pretesa d’ignoranza. La Regola non è un regolamento di caserma,
ma una regola di vita con un regolamento conosciuto e accettato. Si sa quel che
si può fare e ciò che non si deve fare. A Vicovaro, il monastero dove egli ha
esercitato il suo primo ministero d’abate, san Benedetto non permise più ciò
che era interdetto dalla Regola in vigore in quel luogo. Questo gli valse un
tentativo di assassinarlo da parte dei suoi monaci.
Il riferimento alla Regola si oppone alla decadenza
della comunità, come pure all’arbitrarietà e alle passioni dei superiori:
collera, gelosia e abuso o, in altro senso, accecamento, indolenza e affetto
particolare troppo indulgente. Si tratta di una medesima Regola e quindi della
stessa luce per tutti: perché la giustizia è fondamentalmente oggettiva.
Infine, compete all’autorità, e non a qualunque
fratello, il diritto e il dovere di correggere. Del resto, quelli che
correggono gli altri senza mandato, saranno essi stessi corretti, e così la
Regola vale per tutti.
b) Una
giusta proporzione
Non si tratta del precetto “occhio per occhio,
dente per dente” dell’antica legge – che d’altro canto frenava l’esagerazione
della vendetta –, ma della giusta proporzione fra la dose del rimedio da
applicare e l’ampiezza del male da sradicare.
I fatti pubblici dovranno essere riparati
pubblicamente. Dom Gérard ci disse un giorno in capitolo che la legge morale
era un po’ come una barriera. Rompendola, anche solo una volta, la comunità
poteva immaginare di non esistere più. È quindi necessario riparare
pubblicamente, rimettere in sesto questa barriera, per l’edificazione di tutti,
ma anche per una più grande onta del colpevole, al fine di guarirlo. In questo
modo il bene comune è rispettato.
Più la colpa è grave o più volte essa è ripetuta –
il fratello mostrando in ciò una mancanza di buona volontà –, maggiormente la
penitenza dovrà essere importante. Per esempio, i ritardi meritano la pena
leggera di rimanere all’ultimo posto in coro. Ma la disobbedienza scandalosa
merita fino all’esclusione. In sintesi, la pena sarà tanto più rigorosa quanto
più la colpa è grave.
Quanto più il fratello ha delle responsabilità,
maggiormente si deve applicare il codice penitenziale, perché la corruzione dei
migliori è sempre la peggiore. Occorre in effetti tenere conto del cattivo
esempio e le inevitabili prese di parte della comunità che possono conseguirne.
Due ragioni spiegano l’imposizione rapida della
pena: da una parte perché il vizio o la cattiva abitudine contratta non
ingrandiscano. D’altro canto, affinché il nesso fra la colpa e la sanzione sia
sensibile. Giacché non serve a nulla rimproverare a qualcuno una colpa commessa
da sei mesi!
Concretamente, devo precisare che le colpe
menzionate da san Benedetto sono: il mormorare, disobbedire, la mancanza di
puntualità, le colpe di canto al coro, o di cura per i più piccoli, i malati o
gli anziani, l’infedeltà nella lettura, le mancanze nel silenzio e nella
clausura, e infine la negligenza per le cose materiali, che devono essere
trattati come i vasi sacri.
c) Fino in
fondo
La pena dovrà seguire una progressione conforme al
giudizio dell’abate: egli comincerà con un primo avvertimento, poi un secondo e
infine – se necessario – un terzo. In seguito egli passerà alla correzione
regolare, a una punizione da compiere, come una visita al santissimo sacramento
o la recita del Salmo 22. Se, Dio non
voglia, è necessario andare oltre, l’abate può deporre il monaco dalla sua
carica. E se tutto questo risulta inefficace, l’abate dovrà spingersi fino
all’espulsione del monaco dal monastero; misura estrema la cui procedura
canonica assicura la difesa dell’accusato.
La giustizia dev’essere compiuta fino in fondo e
non deve semplicemente coprire la colpa con un velo. San Benedetto chiede che
il fratello riconosca la propria colpa e faccia penitenza fino a che il Padre
Abate avrà giudicato sufficiente la soddisfazione. La giustizia di Dio è una
giustificazione; essa rende giusto, trasforma il cuore in profondità, in vista
di condurre una nuova vita, sotto la guida del Vangelo e al seguito di Cristo.
La
misericordia
La misericordia è ben presente nella Regola e
nell’applicazione della giustizia. Essa la precede, l’accompagna e la sorpassa.
Si potrebbe dire che essa la compie.
a) La misericordia precede la giustizia, nel senso
che la giustizia è una lotta preservante la carità, la virtù e il bene di
ciascun fratello. La Regola chiede al superiore di fare un esame di coscienza
prima di agire. Per esempio, nel capitolo sul priore, gli chiede di determinare
se è la gelosia, la collera o il bene a ispirarlo. Il potere di rendere
giustizia esige d’agire in coscienza e necessita una certa attitudine a entrare
in sé stesso, al fine di fare prevalere la luce della ragione e della vera
carità.
b) Essa l’accompagna, nel senso che la giustizia
dev’essere applicata in maniera misericordiosa. Anzitutto, in maniera
progressiva, come prima si è detto. Si previene una volta, due volte, se
necessario tre volte, e se questo non basta la disciplina regolare ne consegue.
Procedendo in tal modo, la giustizia piena di misericordia si richiama alla
ragione e non alla brutalità.
La misericordia presta attenzione a non raschiare
la ruggine, a non spegnere il lucignolo fumigante. Il Padre Abate deve
ricordarsi che è egli stesso oggetto della misericordia di Dio, e che deve
togliere la trave dal proprio occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio
dei fratelli. Qualora si giungesse al parossismo, Dio non voglia, e i legami si
rompono, il Padre Abate invierà una “senpecta” – un amico fidato – che
consolerà il monaco affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza. E se
tutto questo non sarà sufficiente, rimane infine la misericordia della
preghiera, supplicando lo Spirito santo di riscaldare i cuori.
c) Infine, la misericordia sorpassa la giustizia.
San Benedetto chiede che il Padre Abate cerchi di essere più amato che temuto.
Egli deve sempre fare trionfare la misericordia sulla giustizia. Non fare
scomparire la giustizia, ma credere che per convertire i cuori, la misericordia
è più efficace della stretta giustizia, affinché i monaci non antepongano
assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Voi mi direte: ah!, ciò che chiede san Benedetto è
impossibile: andare fino in fondo con la giustizia e fare sempre prevalere la
misericordia. Non è impossibile, è il modo di agire della Provvidenza, che
guida sempre fortiter e suaviter – con forza e dolcezza –,
secondo lo stesso Spirito santo, e che san Gregorio Magno chiama “l’arte delle
arti”.
[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero
Sainte-Madeleine di Le Barroux, Lettre aux oblats, n. 91, 5 ottobre 2015,
pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]
Et semper superexaltet misericordiam iudicio
lunedì 12 ottobre 2015
Madre Abbadessa al Monastero San Benedetto di Bergamo
Siamo
molto lieti di annunciare che in data odierna il Capitolo conventuale del Monastero San Benedetto di Bergamo ha eletto la nuova Madre Abbadessa: Sr. M.
Cristina Picinali O.S.B.
Ci
uniamo con fraterne preghiere al ministero d’amore a cui la nuova Madre
Abbadessa è stata chiamata per guidare il “piccolo gregge” che il Signore le ha
affidato, certi che saprà condurre la comunità monastica nella solida fedeltà
alla Regola del Santo Padre Benedetto.
Un pensiero di gratitudine a Sr. M. Tarcisia Pezzoli O.S.B., che ha
preceduto nel gravoso incarico abbaziale la Reverenda Madre M. Cristina, per il tanto bene
profuso a favore della comunità del
Monastero San Benedetto di Bergamo.
Ut in omnibus glorificetur Deus.
Madre Abbadessa al Monastero San Benedetto di Bergamo
giovedì 1 ottobre 2015
L'autorità del capofamiglia
La
scelta della scuola è motivo d’angoscia per alcuni genitori pronti a fare dei
grandi sacrifici per poter dare una buona formazione ai loro figli. Ma
attenzione! La scuola non si occupa di tutto. Al contrario, i genitori sono i
primi educatori delle anime che Dio ha loro affidate in modo così esclusivo. La
maggior parte dell’educazione si compie in casa. Permettetemi allora di darvi
qualche consiglio pedagogico di base, tratto dalla Regola di san Benedetto, dal capitolo dedicato all’Abate; alcuni
consigli di buon senso sull’autorità dei genitori. L’autorità dei genitori, del
padre e della madre, è assolutamente necessaria per la riuscita di una buona
educazione.
Il
padre e la madre ricordino il nome che portano [1] e concretizzino con i loro
atti il titolo di “capo famiglia”. Ciò vuol dire che prendano coscienza della
loro partecipazione all’autorità di Dio sui figli; di fatto hanno una vera
autorità sui loro figli quanto alle verità da conoscere e al comportamento cui
attenersi. Devono dare ordini e istruzioni che siano come lievito per le anime [2]. Il padre e la madre si ricordino che dovranno dare il giusto rendiconto al
giudizio di Dio [3]: sia dei loro insegnamenti sia dell’obbedienza dei loro
figli [4]. Avranno insegnato le verità, e avranno fatto ciò che bisogna per i
figli perché vi obbediscano? Perché non è sufficiente spiegare, ma bisogna
anche fare applicare.
Molti
genitori non credono più alla loro autorità o si esonerano da essa, perché è
una responsabilità difficile e laboriosa condurre le anime. Difficile, perché
l’educatore deve adattarsi a ciascun temperamento [5]: a uno saranno
sufficienti i consigli, altri dovranno essere ripresi più spesso, altri ancora
dovranno essere corretti più duramente. Difficile, perché non devono chiudere
gli occhi sulle stupidaggini, ma al contrario devono stroncare gli sbagli e i peccati
fino alla radice, e il più presto possibile, al fine d’inculcare ai figli le
buone abitudini. Nello stesso tempo, la correzione dev’essere giusta e non deve
raschiare troppo la ruggine né spezzare la canna incrinata [6].
Un
punto molto importante: l’unione tra il padre e la madre. Il raddoppiamento
dell’autorità è voluto da Dio perché la rafforza e nello stesso tempo l’addolcisce,
grazie alla diversità delle sensibilità. Ma questa doppia autorità non è senza
pericolo. Se i figli sentono un’opposizione tra i due, non avranno la
tranquillità di spirito per ricevere in profondità i buoni insegnamenti.
Rischiano anzi di prendere parte per l’uno o per l’altro o d’insinuarsi nella frattura
per seguire i propri piaceri, o ancora di prendere pretesto da questo scompiglio
per rigettare tutto. Secondo san Benedetto, il disaccordo tra le autorità è la
peggiore cosa che possa capitare a una comunità [7]. Per contro, l’autorità dei
genitori sarà più favorevolmente accettata se i genitori avvaloreranno
l’esempio con le loro azioni. Devono inculcare ciò che è buono e sano più con i
fatti che con le parole [8]. E il primo e fondamentale comportamento è
l’unione.
Un
ultimo appunto: san Benedetto mette in guardia i “capi famiglia” dall’ignorare
l’educazione delle anime, curando più le cose passeggere, terrestri e caduche [9]. I genitori non si preoccupino eccessivamente delle modiche risorse,
lasciando spesso i figli soli a casa. Un bambino dovrebbe trovare sempre
qualcuno a casa quando rientra dalla scuola. Qualcuno e non qualcosa.
[1]
Cfr. RB 2,30.
[2] “Il comando e l’insegnamento suo penetrino dolcemente nell’animo dei discepoli
come fermento di divina giustizia” (RB 2,5).
[3] “[L’abate] sappia bene che chi prende anime a governare, deve prepararsi a
darne rendiconto; e ritenga per certo che quanti fratelli egli sa d’avere sotto
la sua cura, di altrettante anime dovrà nel giorno del giudizio render ragione
al Signore” (RB 2,37).
[4] “Ricordi sempre l’abate che della sua dottrina come dell’obbedienza dei
discepoli, dell’una e dell’altra certo, si farà rigoroso esame nel tremendo
giudizio di Dio” (RB 2,6).
[5] “Sappia quanto difficile ed ardua sia l’impresa che assume di governare anime e
di prestarsi alla diversa indole di molti, trattando uno con la dolcezza, un
altro invece con i rimproveri, un altro con la persuasione: secondo il
carattere e l’intelligenza di ciascuno, egli a tutti si conformi e si adatti,
in modo che non solo non debba lamentare perdite nell’ovile affidatogli, ma
anzi possa rallegrarsi dell’incremento del gregge buono” (RB 2,31).
[6] “Anche nel punire agisca con prudenza e sia attento a non eccedere, perché non
avvenga che mentre vuol troppo raschiare la ruggine, si rompa il vaso:
consideri sempre con diffidenza la sua fragilità e ricordi che la canna
percossa non bisogna spezzarla. Con ciò non intendiamo dire che permetta il
fomentarsi dei vizi ma che deve stroncarli con prudenza e carità, secondo che
gli parrà più conveniente per ciascuno, come già dicemmo; e si sforzi d’essere
amato piuttosto che temuto” (RB 64,12-15).
[7] “Sicché, mentre l’abate e il priore discordano l’uno dall’altro, le loro stesse
anime necessariamente vengono a tale scissione a trovarsi in pericolo, e i loro
sudditi, parteggiando per l’uno o per l’altro, vanno in perdizione. Situazione
disastrosa” (RB 65,8).
[8] “Quand’uno dunque prende il nome di abate, deve governare i suoi discepoli con
duplice insegnamento, deve cioè tutto quello ch’è buono e santo, mostrarlo con
i fatti più che con le parole” (RB 2,11-12).
[9] “Anzitutto non trascuri o tenga in poca stima la salvezza delle anime a lui
commesse per preoccuparsi di più delle cose transitorie, terrene e caduche” (RB 2,33).
[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 155, 15 settembre 2015, pp. 1-2, trad. it. a cura delle monache del monastero San Benedetto di Bergamo, con l’aggiunta
delle note che rimandano al testo della Regola, versione di Dom Anselmo Lentini O.S.B. (1901-1989), 4°
edizione, Montecassino 1979)]
L'autorità del capofamiglia
venerdì 18 settembre 2015
Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze
Al di fuori di Dio e della fede, i monaci sono incomprensibili. Non bisogna aver paura di dire che non servono a niente. Eppure, il monaco sa che la sua vocazione è misteriosamente utile, perché misteriosamente efficace per gli uomini; riconosce che la sua povera esistenza è una partecipazione imperfetta alla vita, alla passione e alla morte dolorosa di Gesù Cristo. Ma la sua anima non vuole perdere di vista le ferite di Nostro Signore. [...]
In una lettera a Jacques e Raïssa Maritain, Léon Bloy scriveva: "Quali che siano le circostanze, mettete sempre l'invisibile davanti al visibile, il Soprannaturale avanti al naturale; se applicate questa regola a tutti i vostri atti, siamo certi che sarete rivestiti di forza e immersi in una profonda gioia". Pur senza volerlo, l'autore ha riassunto l'essenza dell'ambizione del monaco.
I monaci sono stelle brillanti che conducono silenziosamente l'umanità verso i cammini della vita interiore. La loro intera vita, fin nei suoi minimi dettagli, è centrata in Dio. Non bisogna meravigliarsi che questo dono assoluto possa produrre effetti che superano la semplice razionalità. Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze.
San Benedetto aveva l'assillo di piacere veramente a Dio. Nelle biografie che sono dedicate a lui, sono sempre stato colpito dalla sua gioia di vivere sotto lo sguardo di Dio. Concepiva la solitudine come una prova d'amore. Ci ha donato delle regole che permettono di disporre delle armi adeguate per condurre il difficile combattimento della vita interiore. La sua ambizione era di dare ai monaci i mezzi per abitare sotto lo sguardo di Dio. Con la foga dei timidi, questo grande santo era divorato dal desiderio di essere in Dio. L'ordine che ha fondato ha acquisito un posto fondamentale nella storia della Chiesa e, ancora di recente, non credo di tradire un segreto nell'affermare che l'esempio dei benedettini è stato determinante per Joseph Ratzinger. La sua sete esclusiva di Dio assomiglia in tutto a quella dei monaci. [...]
Ormai, quando ritorno in Guinea, non manco di dedicare almeno due giorni ai benedettini e alle benedettine. Amo i monasteri poiché sono le cittadelle di Dio, le piazzeforti in cui possiamo trovarlo con maggiore facilità, le muraglie dove il cuore di Gesù veglia con dolcezza.
[Robert Sarah, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat, trad. it., Cantagalli, Siena 2015, pp. 344-345, pp. 348-349 e p. 350]
Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze
giovedì 10 settembre 2015
Piccole Sorelle Discepole dell'Agnello
Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello sono una piccola comunità di
consacrate, fondata a Buxeuil (in Francia) nel 1985, riconosciuta canonicamente
nel 1990 dall’arcivescovo di Tours, poi stabilitasi a Le Blanc nel 1995 e
infine eretta come istituto religioso di vita contemplativa dall’arcivescovo di
Bourges, nel 1999. Tale istituto religioso, che riceve l’assistenza spirituale
dal Padre Abate e dai monaci dell’abbazia benedettina di Fontgombault – nelle
vicinanze della quale si trova la comunità –, è stato seguito nei primi passi
della propria esistenza dal celebre genetista francese, il servo di Dio Jérôme Lejeune (1926-1994), per il
quale si è concluso nel 2012 il processo diocesano per la causa di beatificazione.
A vocazione contemplativa, si
tratta della prima comunità in cui si offre alle giovani trisomiche (affette da
sindrome di Down) la possibilità di realizzare la propria vocazione religiosa,
sostenute da una minoranza di sorelle prive di tale anomalia cromosomica. Le religiose trascorrono la giornata adeguandosi
al medesimo ritmo, condividendo gli impegni secondo le attitudini di ciascuna:
lavori di tessitura, di filato, arazzi, scultura su legno, e così via.
Secondo le parole della superiora, la ragion d’essere di questo
istituto religioso è di “consentire a quelle che si trovano ‘all’ultimo posto’
nel mondo di svolgere nella Chiesa il ruolo eccezionale di spose di Cristo, e
di permettere a quelle di cui è disprezzata l’esistenza – al punto da essere in
pericolo a causa della cultura della morte – di testimoniare attraverso la loro
consacrazione il Vangelo della Vita”.
Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello seguono la “piccola via” di
santa Teresa del Bambino Gesù (1873-1897), con un marcato influsso tratto dalla
Regola e dal carisma benedettino,
particolarmente nel connubio dell’ora et
labora. La loro vita semplice è costituita di preghiera, lavoro e
sacrificio. Insieme, le sorelle insegnano alle piccole sorelle portatrici di handicap
i compiti manuali necessari al loro sviluppo, uniti all’adorazione eucaristica,
all’Ufficio e alla recita del Rosario, con il loro proprio ritmo e secondo le
loro capacità. Ogni giorno partecipano alla Messa e ricevono l’eucaristia,
vivendo nel silenzio e nella preghiera e meditando la Sacra Scrittura.
Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello ricevono fra loro le giovani
ragazze toccate dallo spirito di povertà e devozione, pronte a offrire in
sacrificio tutta la loro esistenza al servizio di Cristo nella persona delle
loro sorelle trisomiche. Fra le religiose che
hanno fatto parte della comunità, merita una menzione particolare Sr. Rose Claire Lyon (1986-2013) – nota come “Sorriso di Gesù” –,
giovane consacrata formatasi alla scuola di santa Teresina, che lei chiamava
“la mia sorella maggiore”, che diceva di sé stessa di non volere essere “una
santa notoria o visibile, una santa da calendario, ma una santa secondo il
cuore di Gesù, dolce e umile”. Scomparsa alla giovane età di 26 anni, “il
messaggio di suor Rose Claire –
secondo le parole di Dom Jean Pateau
O.S.B., Padre Abate dell’abbazia
di Fontgombault, pronunciate l’8 maggio 2013, durante le esequie della
religiosa – è rinchiuso in una parola; e questo messaggio è: Gesù”.
Invitiamo i lettori a vedere (qui) un estratto del documentario Les yeux tournés vers l'aube, con la partecipazione delle religiose agli uffici monastici e un'intervista a Dom Antoine Forgeot O.S.B., Padre Abate emerito di Fontgombault.
Piccole Sorelle Discepole dell'Agnello
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