lunedì 19 ottobre 2015

Et semper superexaltet misericordiam iudicio

Bernardo Luca Sanz (c. 1650-c. 1710),
San Benedetto, olio su tela del 1700, presso
il Monastero San Benedetto di Bergamo
Il codice penitenziale della Regola di san Benedetto

Consentitemi di parlarvi del codice penitenziale della Regola, che rappresenta una parte alquanto lunga e apparentemente spaventosa dell’opera di san Benedetto. Ma il santo fondatore ci rassicura immediatamente. Il codice penitenziale è al cuore di una visione più grande e più luminosa. Il monastero è fondamentalmente una scuola al servizio del Signore e una strada che segue un orientamento positivo. Nello spirito di san Benedetto, Dio ha messo del bene in noi, ci invita a seguirlo nella gloria e ad aprire i nostri occhi alla luce che divinizza. San Benedetto parla inoltre della dolcezza della virtù e della carità che scaccia ogni timore. Infine, egli conclude la sua Regola sul buon zelo e su un’umile constatazione: non tutto è contenuto nei 73 capitoli della Regola. Egli lascia così dei grandi confini in prospettiva.
Ma san Benedetto sa anche che il monaco è un peccatore, che egli sia abate, priore, ufficiale, fratello anziano, adulto o novizio. Se il peccato non è al centro della sua spiritualità, esso rimane comunque là, assai presente. Ecco perché, come padre colmo di saggezza realista, egli dedica una parte non trascurabile della sua Regola a un codice penitenziale, che respira con i suoi due polmoni: la giustizia e la misericordia.

La giustizia

San Benedetto fonda anzitutto il suo codice penitenziale sulla giustizia, in tre modi.

a) Un contratto

Il monaco che fa la sua professione conosce la Regola, riferimento oggettivo per tutti. Essa dev’essere letta spesso, per escludere ogni pretesa d’ignoranza. La Regola non è un regolamento di caserma, ma una regola di vita con un regolamento conosciuto e accettato. Si sa quel che si può fare e ciò che non si deve fare. A Vicovaro, il monastero dove egli ha esercitato il suo primo ministero d’abate, san Benedetto non permise più ciò che era interdetto dalla Regola in vigore in quel luogo. Questo gli valse un tentativo di assassinarlo da parte dei suoi monaci.
Il riferimento alla Regola si oppone alla decadenza della comunità, come pure all’arbitrarietà e alle passioni dei superiori: collera, gelosia e abuso o, in altro senso, accecamento, indolenza e affetto particolare troppo indulgente. Si tratta di una medesima Regola e quindi della stessa luce per tutti: perché la giustizia è fondamentalmente oggettiva.
Infine, compete all’autorità, e non a qualunque fratello, il diritto e il dovere di correggere. Del resto, quelli che correggono gli altri senza mandato, saranno essi stessi corretti, e così la Regola vale per tutti.

b) Una giusta proporzione

Non si tratta del precetto “occhio per occhio, dente per dente” dell’antica legge – che d’altro canto frenava l’esagerazione della vendetta –, ma della giusta proporzione fra la dose del rimedio da applicare e l’ampiezza del male da sradicare.
I fatti pubblici dovranno essere riparati pubblicamente. Dom Gérard ci disse un giorno in capitolo che la legge morale era un po’ come una barriera. Rompendola, anche solo una volta, la comunità poteva immaginare di non esistere più. È quindi necessario riparare pubblicamente, rimettere in sesto questa barriera, per l’edificazione di tutti, ma anche per una più grande onta del colpevole, al fine di guarirlo. In questo modo il bene comune è rispettato.
Più la colpa è grave o più volte essa è ripetuta – il fratello mostrando in ciò una mancanza di buona volontà –, maggiormente la penitenza dovrà essere importante. Per esempio, i ritardi meritano la pena leggera di rimanere all’ultimo posto in coro. Ma la disobbedienza scandalosa merita fino all’esclusione. In sintesi, la pena sarà tanto più rigorosa quanto più la colpa è grave.
Quanto più il fratello ha delle responsabilità, maggiormente si deve applicare il codice penitenziale, perché la corruzione dei migliori è sempre la peggiore. Occorre in effetti tenere conto del cattivo esempio e le inevitabili prese di parte della comunità che possono conseguirne.
Due ragioni spiegano l’imposizione rapida della pena: da una parte perché il vizio o la cattiva abitudine contratta non ingrandiscano. D’altro canto, affinché il nesso fra la colpa e la sanzione sia sensibile. Giacché non serve a nulla rimproverare a qualcuno una colpa commessa da sei mesi!
Concretamente, devo precisare che le colpe menzionate da san Benedetto sono: il mormorare, disobbedire, la mancanza di puntualità, le colpe di canto al coro, o di cura per i più piccoli, i malati o gli anziani, l’infedeltà nella lettura, le mancanze nel silenzio e nella clausura, e infine la negligenza per le cose materiali, che devono essere trattati come i vasi sacri.

c) Fino in fondo

La pena dovrà seguire una progressione conforme al giudizio dell’abate: egli comincerà con un primo avvertimento, poi un secondo e infine – se necessario – un terzo. In seguito egli passerà alla correzione regolare, a una punizione da compiere, come una visita al santissimo sacramento o la recita del Salmo 22. Se, Dio non voglia, è necessario andare oltre, l’abate può deporre il monaco dalla sua carica. E se tutto questo risulta inefficace, l’abate dovrà spingersi fino all’espulsione del monaco dal monastero; misura estrema la cui procedura canonica assicura la difesa dell’accusato.
La giustizia dev’essere compiuta fino in fondo e non deve semplicemente coprire la colpa con un velo. San Benedetto chiede che il fratello riconosca la propria colpa e faccia penitenza fino a che il Padre Abate avrà giudicato sufficiente la soddisfazione. La giustizia di Dio è una giustificazione; essa rende giusto, trasforma il cuore in profondità, in vista di condurre una nuova vita, sotto la guida del Vangelo e al seguito di Cristo.

La misericordia

La misericordia è ben presente nella Regola e nell’applicazione della giustizia. Essa la precede, l’accompagna e la sorpassa. Si potrebbe dire che essa la compie.
a) La misericordia precede la giustizia, nel senso che la giustizia è una lotta preservante la carità, la virtù e il bene di ciascun fratello. La Regola chiede al superiore di fare un esame di coscienza prima di agire. Per esempio, nel capitolo sul priore, gli chiede di determinare se è la gelosia, la collera o il bene a ispirarlo. Il potere di rendere giustizia esige d’agire in coscienza e necessita una certa attitudine a entrare in sé stesso, al fine di fare prevalere la luce della ragione e della vera carità.
b) Essa l’accompagna, nel senso che la giustizia dev’essere applicata in maniera misericordiosa. Anzitutto, in maniera progressiva, come prima si è detto. Si previene una volta, due volte, se necessario tre volte, e se questo non basta la disciplina regolare ne consegue. Procedendo in tal modo, la giustizia piena di misericordia si richiama alla ragione e non alla brutalità.
La misericordia presta attenzione a non raschiare la ruggine, a non spegnere il lucignolo fumigante. Il Padre Abate deve ricordarsi che è egli stesso oggetto della misericordia di Dio, e che deve togliere la trave dal proprio occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio dei fratelli. Qualora si giungesse al parossismo, Dio non voglia, e i legami si rompono, il Padre Abate invierà una “senpecta” – un amico fidato – che consolerà il monaco affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza. E se tutto questo non sarà sufficiente, rimane infine la misericordia della preghiera, supplicando lo Spirito santo di riscaldare i cuori.
c) Infine, la misericordia sorpassa la giustizia. San Benedetto chiede che il Padre Abate cerchi di essere più amato che temuto. Egli deve sempre fare trionfare la misericordia sulla giustizia. Non fare scomparire la giustizia, ma credere che per convertire i cuori, la misericordia è più efficace della stretta giustizia, affinché i monaci non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Voi mi direte: ah!, ciò che chiede san Benedetto è impossibile: andare fino in fondo con la giustizia e fare sempre prevalere la misericordia. Non è impossibile, è il modo di agire della Provvidenza, che guida sempre fortiter e suaviter – con forza e dolcezza –, secondo lo stesso Spirito santo, e che san Gregorio Magno chiama “l’arte delle arti”.

[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Lettre aux oblats, n. 91, 5 ottobre 2015, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]

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lunedì 12 ottobre 2015

Madre Abbadessa al Monastero San Benedetto di Bergamo

Siamo molto lieti di annunciare che in data odierna il Capitolo conventuale del Monastero San Benedetto di Bergamo ha eletto la nuova Madre Abbadessa: Sr. M. Cristina Picinali O.S.B.
Ci uniamo con fraterne preghiere al ministero d’amore a cui la nuova Madre Abbadessa è stata chiamata per guidare il “piccolo gregge” che il Signore le ha affidato, certi che saprà condurre la comunità monastica nella solida fedeltà alla Regola del Santo Padre Benedetto.
Un pensiero di gratitudine a Sr. M. Tarcisia Pezzoli O.S.B., che ha preceduto nel gravoso incarico abbaziale la Reverenda Madre M. Cristina, per il tanto bene profuso a favore della comunità del Monastero San Benedetto di Bergamo.

Ut in omnibus glorificetur Deus.




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giovedì 1 ottobre 2015

L'autorità del capofamiglia

La scelta della scuola è motivo d’angoscia per alcuni genitori pronti a fare dei grandi sacrifici per poter dare una buona formazione ai loro figli. Ma attenzione! La scuola non si occupa di tutto. Al contrario, i genitori sono i primi educatori delle anime che Dio ha loro affidate in modo così esclusivo. La maggior parte dell’educazione si compie in casa. Permettetemi allora di darvi qualche consiglio pedagogico di base, tratto dalla Regola di san Benedetto, dal capitolo dedicato all’Abate; alcuni consigli di buon senso sull’autorità dei genitori. L’autorità dei genitori, del padre e della madre, è assolutamente necessaria per la riuscita di una buona educazione.
Il padre e la madre ricordino il nome che portano [1] e concretizzino con i loro atti il titolo di “capo famiglia”. Ciò vuol dire che prendano coscienza della loro partecipazione all’autorità di Dio sui figli; di fatto hanno una vera autorità sui loro figli quanto alle verità da conoscere e al comportamento cui attenersi. Devono dare ordini e istruzioni che siano come lievito per le anime [2]. Il padre e la madre si ricordino che dovranno dare il giusto rendiconto al giudizio di Dio [3]: sia dei loro insegnamenti sia dell’obbedienza dei loro figli [4]. Avranno insegnato le verità, e avranno fatto ciò che bisogna per i figli perché vi obbediscano? Perché non è sufficiente spiegare, ma bisogna anche fare applicare.
Molti genitori non credono più alla loro autorità o si esonerano da essa, perché è una responsabilità difficile e laboriosa condurre le anime. Difficile, perché l’educatore deve adattarsi a ciascun temperamento [5]: a uno saranno sufficienti i consigli, altri dovranno essere ripresi più spesso, altri ancora dovranno essere corretti più duramente. Difficile, perché non devono chiudere gli occhi sulle stupidaggini, ma al contrario devono stroncare gli sbagli e i peccati fino alla radice, e il più presto possibile, al fine d’inculcare ai figli le buone abitudini. Nello stesso tempo, la correzione dev’essere giusta e non deve raschiare troppo la ruggine né spezzare la canna incrinata [6].
Un punto molto importante: l’unione tra il padre e la madre. Il raddoppiamento dell’autorità è voluto da Dio perché la rafforza e nello stesso tempo l’addolcisce, grazie alla diversità delle sensibilità. Ma questa doppia autorità non è senza pericolo. Se i figli sentono un’opposizione tra i due, non avranno la tranquillità di spirito per ricevere in profondità i buoni insegnamenti. Rischiano anzi di prendere parte per l’uno o per l’altro o d’insinuarsi nella frattura per seguire i propri piaceri, o ancora di prendere pretesto da questo scompiglio per rigettare tutto. Secondo san Benedetto, il disaccordo tra le autorità è la peggiore cosa che possa capitare a una comunità [7]. Per contro, l’autorità dei genitori sarà più favorevolmente accettata se i genitori avvaloreranno l’esempio con le loro azioni. Devono inculcare ciò che è buono e sano più con i fatti che con le parole [8]. E il primo e fondamentale comportamento è l’unione.
Un ultimo appunto: san Benedetto mette in guardia i “capi famiglia” dall’ignorare l’educazione delle anime, curando più le cose passeggere, terrestri e caduche [9]. I genitori non si preoccupino eccessivamente delle modiche risorse, lasciando spesso i figli soli a casa. Un bambino dovrebbe trovare sempre qualcuno a casa quando rientra dalla scuola. Qualcuno e non qualcosa.

[1] Cfr. RB 2,30.
[2] “Il comando e l’insegnamento suo penetrino dolcemente nell’animo dei discepoli come fermento di divina giustizia” (RB 2,5).
[3] “[L’abate] sappia bene che chi prende anime a governare, deve prepararsi a darne rendiconto; e ritenga per certo che quanti fratelli egli sa d’avere sotto la sua cura, di altrettante anime dovrà nel giorno del giudizio render ragione al Signore” (RB 2,37).
[4] “Ricordi sempre l’abate che della sua dottrina come dell’obbedienza dei discepoli, dell’una e dell’altra certo, si farà rigoroso esame nel tremendo giudizio di Dio” (RB 2,6).
[5] “Sappia quanto difficile ed ardua sia l’impresa che assume di governare anime e di prestarsi alla diversa indole di molti, trattando uno con la dolcezza, un altro invece con i rimproveri, un altro con la persuasione: secondo il carattere e l’intelligenza di ciascuno, egli a tutti si conformi e si adatti, in modo che non solo non debba lamentare perdite nell’ovile affidatogli, ma anzi possa rallegrarsi dell’incremento del gregge buono” (RB 2,31).
[6] “Anche nel punire agisca con prudenza e sia attento a non eccedere, perché non avvenga che mentre vuol troppo raschiare la ruggine, si rompa il vaso: consideri sempre con diffidenza la sua fragilità e ricordi che la canna percossa non bisogna spezzarla. Con ciò non intendiamo dire che permetta il fomentarsi dei vizi ma che deve stroncarli con prudenza e carità, secondo che gli parrà più conveniente per ciascuno, come già dicemmo; e si sforzi d’essere amato piuttosto che temuto” (RB 64,12-15).
[7] “Sicché, mentre l’abate e il priore discordano l’uno dall’altro, le loro stesse anime necessariamente vengono a tale scissione a trovarsi in pericolo, e i loro sudditi, parteggiando per l’uno o per l’altro, vanno in perdizione. Situazione disastrosa” (RB 65,8).
[8] “Quand’uno dunque prende il nome di abate, deve governare i suoi discepoli con duplice insegnamento, deve cioè tutto quello ch’è buono e santo, mostrarlo con i fatti più che con le parole” (RB 2,11-12).
[9] “Anzitutto non trascuri o tenga in poca stima la salvezza delle anime a lui commesse per preoccuparsi di più delle cose transitorie, terrene e caduche” (RB 2,33).

[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 155, 15 settembre 2015, pp. 1-2, trad. it. a cura delle monache del monastero San Benedetto di Bergamo, con l’aggiunta delle note che rimandano al testo della Regola, versione di Dom Anselmo Lentini O.S.B. (1901-1989), 4° edizione, Montecassino 1979)]

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venerdì 18 settembre 2015

Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze

Al di fuori di Dio e della fede, i monaci sono incomprensibili. Non bisogna aver paura di dire che non servono a niente. Eppure, il monaco sa che la sua vocazione è misteriosamente utile, perché misteriosamente efficace per gli uomini; riconosce che la sua povera esistenza è una partecipazione imperfetta alla vita, alla passione e alla morte dolorosa di Gesù Cristo. Ma la sua anima non vuole perdere di vista le ferite di Nostro Signore. [...]
In una lettera a Jacques e Raïssa Maritain, Léon Bloy scriveva: "Quali che siano le circostanze, mettete sempre l'invisibile davanti al visibile, il Soprannaturale avanti al naturale; se applicate questa regola a tutti i vostri atti, siamo certi che sarete rivestiti di forza e immersi in una profonda gioia". Pur senza volerlo, l'autore ha riassunto l'essenza dell'ambizione del monaco.
I monaci sono stelle brillanti che conducono silenziosamente l'umanità verso i cammini della vita interiore. La loro intera vita, fin nei suoi minimi dettagli, è centrata in Dio. Non bisogna meravigliarsi che questo dono assoluto possa produrre effetti che superano la semplice razionalità. Non doniamo la nostra vita a Dio senza conseguenze.
San Benedetto aveva l'assillo di piacere veramente a Dio. Nelle biografie che sono dedicate a lui, sono sempre stato colpito dalla sua gioia di vivere sotto lo sguardo di Dio. Concepiva la solitudine come una prova d'amore. Ci ha donato delle regole che permettono di disporre delle armi adeguate per condurre il difficile combattimento della vita interiore. La sua ambizione era di dare ai monaci i mezzi per abitare sotto lo sguardo di Dio. Con la foga dei timidi, questo grande santo era divorato dal desiderio di essere in Dio. L'ordine che ha fondato ha acquisito un posto fondamentale nella storia della Chiesa e, ancora di recente, non credo di tradire un segreto nell'affermare che l'esempio dei benedettini è stato determinante per Joseph Ratzinger. La sua sete esclusiva di Dio assomiglia in tutto a quella dei monaci. [...]
Ormai, quando ritorno in Guinea, non manco di dedicare almeno due giorni ai benedettini e alle benedettine. Amo i monasteri poiché sono le cittadelle di Dio, le piazzeforti in cui possiamo trovarlo con maggiore facilità, le muraglie dove il cuore di Gesù veglia con dolcezza.

[Robert Sarah, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat, trad. it., Cantagalli, Siena 2015, pp. 344-345, pp. 348-349 e p. 350]

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giovedì 10 settembre 2015

Piccole Sorelle Discepole dell'Agnello

Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello sono una piccola comunità di consacrate, fondata a Buxeuil (in Francia) nel 1985, riconosciuta canonicamente nel 1990 dall’arcivescovo di Tours, poi stabilitasi a Le Blanc nel 1995 e infine eretta come istituto religioso di vita contemplativa dall’arcivescovo di Bourges, nel 1999. Tale istituto religioso, che riceve l’assistenza spirituale dal Padre Abate e dai monaci dell’abbazia benedettina di Fontgombault – nelle vicinanze della quale si trova la comunità –, è stato seguito nei primi passi della propria esistenza dal celebre genetista francese, il servo di Dio Jérôme Lejeune (1926-1994), per il quale si è concluso nel 2012 il processo diocesano per la causa di beatificazione.
A vocazione contemplativa, si tratta della prima comunità in cui si offre alle giovani trisomiche (affette da sindrome di Down) la possibilità di realizzare la propria vocazione religiosa, sostenute da una minoranza di sorelle prive di tale anomalia cromosomica. Le religiose trascorrono la giornata adeguandosi al medesimo ritmo, condividendo gli impegni secondo le attitudini di ciascuna: lavori di tessitura, di filato, arazzi, scultura su legno, e così via.
Secondo le parole della superiora, la ragion d’essere di questo istituto religioso è di “consentire a quelle che si trovano ‘all’ultimo posto’ nel mondo di svolgere nella Chiesa il ruolo eccezionale di spose di Cristo, e di permettere a quelle di cui è disprezzata l’esistenza – al punto da essere in pericolo a causa della cultura della morte – di testimoniare attraverso la loro consacrazione il Vangelo della Vita”.
Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello seguono la “piccola via” di santa Teresa del Bambino Gesù (1873-1897), con un marcato influsso tratto dalla Regola e dal carisma benedettino, particolarmente nel connubio dell’ora et labora. La loro vita semplice è costituita di preghiera, lavoro e sacrificio. Insieme, le sorelle insegnano alle piccole sorelle portatrici di handicap i compiti manuali necessari al loro sviluppo, uniti all’adorazione eucaristica, all’Ufficio e alla recita del Rosario, con il loro proprio ritmo e secondo le loro capacità. Ogni giorno partecipano alla Messa e ricevono l’eucaristia, vivendo nel silenzio e nella preghiera e meditando la Sacra Scrittura.
Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello ricevono fra loro le giovani ragazze toccate dallo spirito di povertà e devozione, pronte a offrire in sacrificio tutta la loro esistenza al servizio di Cristo nella persona delle loro sorelle trisomiche. Fra le religiose che hanno fatto parte della comunità, merita una menzione particolare Sr. Rose Claire Lyon (1986-2013) – nota come “Sorriso di Gesù” –, giovane consacrata formatasi alla scuola di santa Teresina, che lei chiamava “la mia sorella maggiore”, che diceva di sé stessa di non volere essere “una santa notoria o visibile, una santa da calendario, ma una santa secondo il cuore di Gesù, dolce e umile”. Scomparsa alla giovane età di 26 anni, “il messaggio di suor Rose Claire – secondo le parole di Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia di Fontgombault, pronunciate l’8 maggio 2013, durante le esequie della religiosa – è rinchiuso in una parola; e questo messaggio è: Gesù”.
Invitiamo i lettori a vedere (qui) un estratto del documentario Les yeux tournés vers l'aube, con la partecipazione delle religiose agli uffici monastici e un'intervista a Dom Antoine Forgeot O.S.B., Padre Abate emerito di Fontgombault.



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giovedì 27 agosto 2015

Ad quosdam monachos Ordinis Sancti Benedicti coram admissos

È con gioia che vi incontro oggi, figli di san Benedetto dell’abbazia Sainte-Madeleine di Barroux, che avete voluto manifestare con questo pellegrinaggio comunitario la vostra fedeltà al Signore e il vostro attaccamento alla sua Chiesa.
Con voi, io rendo grazie alla divina Provvidenza che vi ha aiutato, durante i dolorosi avvenimenti del giugno 1988, a ritornare alla comunione con la Sede apostolica. Da allora il vostro attaccamento al successore di Pietro si è costantemente rafforzato e mi è gradito sapere che le vostre relazioni con la Chiesa diocesana diventano giorno dopo giorno più leali e fraterne.
Voi siete stati ugualmente, per le monache benedettine dell’Annunciazione che stanno lavorando per costruire il loro monastero non lontano dal vostro, un prezioso incoraggiamento e un appoggio costante nel loro cammino di comunione, e avete contribuito in maniera particolarmente felice ed efficace al consolidamento dei loro legami con la diocesi.
La Santa Sede ha concesso al vostro monastero la facoltà di utilizzare i libri liturgici in uso nel 1962, al fine di rispondere alle aspirazioni di coloro “che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina” (Ecclesia Dei, 5c), confermando così le disposizioni della costituzione conciliare sulla santa liturgia che ricorda che “La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli” (Sacrosanctum Concilium, 37). È evidente che, lungi dal cercare di mettere un freno all’applicazione della riforma intrapresa dopo il Concilio, questa concessione è destinata a facilitare la comunione ecclesiale delle persone che si sentono legate a queste forme liturgiche (Ecclesia Dei, 5c).
Io esprimo l’augurio che l’“Opera di Dio” e in particolare, l’Eucaristia, così celebrate nel vostro monastero contribuiscano efficacemente alla realizzazione del vostro ideale monastico, il quale, sicuramente, trova il suo nutrimento anche nel lavoro, nel silenzio che favorisce la contemplazione, e nell’impegno a ricercare Dio dovunque, in modo tale che, comunità giovane e fervente, siate capaci di testimoniare delle realtà invisibili nel mondo contemporaneo. Così, insieme con gli altri monasteri benedettini, voi continuerete ad essere dei luoghi di ritiro per il rinnovamento spirituale, dove riservando giustamente il primo posto a Dio, “ciò che è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati” (Sacrosanctum Concilium, 2).
Colgo l’occasione di questo incontro per rivolgermi a coloro che sono ancora legati alla Fraternità san Pio X. Li invito a rimettersi, istantaneamente, alla guida del successore di Pietro e a prendere contatto con la Commissione “Ecclesia Dei”, istituita per facilitare il reinserimento nella piena comunione ecclesiale. L’abbazia di Sainte-Madeleine di Barroux deve essere per loro un incoraggiamento a ritrovare l’unità feconda della Chiesa intorno al vescovo di Roma.
Io affido alla vostra preghiera la grande intenzione della riconciliazione di tutti i figli e le figlie della Chiesa nella stessa comunione.
Per aiutarvi nella vostra vita monastica nel cuore della Chiesa, nostra Madre, vi benedico di tutto cuore.

[San Giovanni Paolo II (1920-2005), Udienza ai religiosi dell'Abbazia Sainte-Madeleine du Barroux, del 28 settembre 1990, in Acta Apostolicae Sedis - Commentarium Officiale / Acta Ioannis Pauli Pp. IIAn. et vol. LXXXIII, 6 Maii 1991, n. 5, pp. 395-397]

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sabato 22 agosto 2015

Rendiamo grazie al Signore per la tradizione monastica che ci è stata tramandata

Cari amici,
L’Anno della Vita Consacrata coincide con il cinquantesimo anniversario del documento redatto durante il Concilio Vaticano II, Perfectae Caritatis, sul rinnovamento della vita religiosa. Il secondo paragrafo descrive una doppia strategia per questo rinnovamento: 1) un ritorno allo spirito del fondatore e 2) l’adattamento alle mutate condizioni dei tempi. Qui a Norcia prendiamo questa esortazione in seria considerazione, senza però confondere le due strategie. Per quanto riguarda la prima, è la Regola di San Benedetto che ci rivela lo spirito del fondatore. Per venire incontro alla seconda strategia, utilizziamo il computer ed abbiamo realizzato un bellissimo sito internet (www.osbnorcia.org).
Uno dei vantaggi del vivere nel luogo natale di San Benedetto e di Santa Scolastica è l’esposizione ad altre fonti, oltre che a quelle scritte, come l’archeologia e la geografia. La cripta fu costruita nel primo secolo d.C. e aveva la funzione di una basilica pre-cristiana, luogo di amministrazione pubblica. Le pietre stesse ci raccontano la storia. Nella geografia locale invece, troviamo tracce delle vite dei santi.
Per esempio, nella basilica c’è un dipinto di Santa Scolastica che ha di fianco a sé altri due santi, Eutizio e Spes. Questi ultimi vissero a circa quindici chilometri da Norcia nella Valle Castoriana. San Gregorio Magno racconta, nei suoi Dialoghi, di come San Spes fosse già un monaco anziano e saggio, nel periodo in cui Benedetto e Scolastica erano bambini. Eutizio e i santi gemelli erano invece coevi. Quindi, mentre Benedetto e Scolastica crescevano, questa zona era già abitata da molti monaci e con tutta probabilità San Benedetto ricevette da essi la tradizione monastica. Anche se è conosciuto come il Patriarca del Monachesimo Occidentale, non è stato San Benedetto ad inventarlo. Ne ha ricevuto la tradizione, l’ha interiorizzata e gli ha dato la sua impronta, prima di passarla ai suoi seguaci. Questa stessa dinamica si applica ai fedeli. Prima di tutto noi riceviamo la fede dalla Chiesa, dai nostri genitori, quindi non siamo noi ad inventarla. In seguito dobbiamo farla nostra, interiorizzandola. Infine, il nostro compito è quello di trasmettere la nostra fede ai nostri figli.
In quest’Anno della Vita Consacrata, rendiamo grazie al Signore per la tradizione monastica che ci è stata tramandata. È una sorgente di vita e una guida sicura per vivere il Vangelo. È una gioia per noi interiorizzare questa tradizione e diffonderla è parte della nostra missione.
Le “mutate condizioni dei tempi” hanno avuto un impatto negativo sulla trasmissione della fede ai giorni nostri. La cultura secolarizzata presenta enormi ostacoli da superare. Noi monaci affrontiamo queste difficoltà, sapendo che anche voi fate lo stesso; in fin dei conti, siamo tutti “sulla stessa barca”. Per questo motivo siamo lieti di tenerci in contatto con i nostri amici sparsi per il mondo. In questo modo speriamo che la nostra testimonianza rafforzi la vostra fede. Sappiate, tuttavia, che il vostro buon esempio rafforza anche la nostra.
Con preghiere di gratitudine, in Domino,
Rev.mo Padre Cassiano Folsom, O.S.B., Priore

[I monaci di Norcia. Notiziario del Monastero di San Benedetto, anno XVI, n. 2, estate 2015, p. 1]
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