Lo scorso dicembre, in prossimità del Natale, abbiamo messo a disposizione dei lettori di Romualdica il testo della Compieta secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Sempre con l'intenzione di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dell'Ufficio Divino, in occasione della solennità di san Benedetto, mettiamo a disposizione il testo dei Vespri domenicali, anche in questa occasione secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso. Ricordiamo che i Vespri monastici cantati in gregoriano possono essere ascoltati in diretta ogni giorno alle ore 17:30, dall'abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux.
venerdì 10 luglio 2015
venerdì 3 luglio 2015
lunedì 1 giugno 2015
Andare in capo al mondo senza uscire da una stanza
«Non è un libro, è un
ufo. Un romanzo caduto dal cielo, firmato da una sconosciuta» scriveva Étienne
de Montety. Pubblicata in settanta Paesi, questa prima opera di Natalia
Sanmartin Fenollera, Il risveglio della
signorina Prim (Milano, Mondadori, 2014, pagine 256, euro 16,50) è stata
salutata da Philippe Maxence come un «miracolo letterario». S’ispira
indubbiamente al racconto filosofico: alate di una delicata poesia, ne vengono
fuori riflessioni sostanziali, su uno sfondo di risa cristalline.
L’eroina, Prudence Prim,
è una giovane donna assetata d’indipendenza, con un sacco di diplomi, dalle
battute pronte, spesso piene di umorismo. Rispondendo a uno strano annuncio, si
presenta al paese di Saint-Irénée d’Arnois per lavorare come bibliotecaria
presso un gentiluomo, chiamato per tutto il libro «l’uomo dello scranno», che
ha adottato i suoi nipoti e le sue nipoti orfani. Intellettuale di alto livello
ma umile, questo convertito ha fatto sua una concezione tradizionale della
cultura e della società paesana. Saint-Irénée costituisce «una fiorente colonia
di esiliati del mondo moderno alla ricerca di una vita semplice e rurale».
Questi simpatici non-conformisti appartengono però pienamente al nostro tempo!
«Noi, i selvaggi moderni, abbiamo i nostri limiti. Non troviamo più il tempo di
sederci a un tavolo per parlare del divino e dell’umano. E non solo non
troviamo il tempo, ma non sappiamo nemmeno più come si fa». All’inizio
refrattaria, Prudence Prim finisce con l’apprezzare lo stile di questo
villaggio poco comune, che si sforza di condurre una vita sociale di tipo
familiare dove le visite, la lettura e le conversazioni riprendono il loro
giusto posto.
Attraverso discussioni
talvolta burrascose, la signorina Prim impara a conversare. Lei, che da sempre
aveva nostalgia della bellezza, finirà con il risvegliarsi alla grazia divina,
scoprendo a poco a poco che «la bellezza non è un che cosa, ma un chi». Con lo
stesso meccanismo, comprende la bellezza del matrimonio cristiano, «che non è
una questione a due, ma a tre» (Dio ha la sua parte!). Il risveglio di Prudence
costituisce l’avventura interiore del romanzo. Una forza prepara tale evento:
la preghiera. Questa è delicatamente presente quando «l’uomo dello scranno»
dichiara il suo amore a Prudence sotto la forma allegorica di un viaggio
insieme a Tahiti. «Andrei in capo al mondo per convincerla ad andare a Tahiti»
dice con una strana intensità nella voce. «Farei tutto ciò che è in mio potere,
assolutamente tutto, per convincerla. Ma credo che il nostro viaggio sarebbe un
fallimento, un terribile fallimento, se prima di cominciarlo non fosse chiaro
nella sua mente che vuole conoscere Tahiti». Allora la signorina Prim risponde:
«Lei non è andato in capo al mondo per convincermi ad accompagnarla a Tahiti».
«Crede?» le domanda lui con un sorriso. «Forse un giorno si renderà conto che
si può andare in capo al mondo senza uscire da una stanza, Prudence».
Risvegliarsi alla fede
non è proprio comodo. L’uomo dello scranno cerca di far percepire alla
signorina Prim il prezzo da pagare: «La fede non è qualcosa di teorico,
Prudence. Una conversione è qualcosa di così teorico come un colpo sparato alla
testa. È stato il mio banco di prova, il parallelo che ha diviso la mia vita in
due e che le ha dato un senso assoluto. Ma la ingannerei se le dicessi che è
stato facile. Non è facile, e chi le dirà il contrario si sbaglia. Ha
presupposto una lacerazione, una catarsi intellettuale, un’operazione a cuore
aperto. Come un albero che si strappa da terra e si pianta in un altro luogo,
come ciò che si pensa debba provare un bambino quando affronta la terribile
bellezza della nascita».
L’ultimo capitolo ci
porta a Norcia, luogo di nascita di san Benedetto. Ma la vita liturgica,
silenziosa e operosa dei benedettini risplende già nel paese di Saint-Irénée,
al di là delle vecchie mura di pietra della sua abbazia. La conclusione del
romanzo è ammirevole: non troppo precisa, come è giusto che sia, per lasciar
spazio al sogno e alla riflessione, ma chiara riguardo all’essenziale. Prudence
Prim alla fine ha incontrato Dio, nella libertà sovrana della grazia. Ed è
pronta per il viaggio a Tahiti. Il lettore chiude il libro, rinvigorito dalla
gioia e dalla speranza che gli hanno comunicato la fede e il talento di Natalia
Sanmartin Fenollera.
Questo romanzo, che non può
non ricordare quelli di Jane Austen, può suscitare profondi scambi in famiglia,
tra amici o in comunità. Può soprattutto toccare le persone che si sono
allontanate dalla fede cristiana. Che un libro così denso resti gradevole,
addirittura aereo, e senza pretese, è una vera impresa! In effetti «un miracolo
letterario».
[Placide Devillers O.S.B., Madre Abbadessa di Notre-Dame de l'Annonciation, Le Barroux, "Il mondo in una stanza", L'Osservatore Romano, 30 aprile 2015, p. 5]
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| Natalia Sanmartin Fenollera con una parte della comunità monastica di Le Barroux dopo una conversazione sul romanzo. |
Andare in capo al mondo senza uscire da una stanza
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Placide Devillers O.S.B.
mercoledì 27 maggio 2015
Per capire cosa sia un monaco
| Dom Charbel Pazat de Lys O.S.B. durante l'omelia. |
[Come abbiamo annunciato in precedenza, lo scorso 18 maggio 2015 i monaci benedettini dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux si sono recati in visita a Genova. Durante la visita il Padre Abate, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., ha celebrato una Messa Abbaziale, nel corso della quale si è tenuta la professione di due oblati dell'abbazia provenzale, sr. Teresa e fr. Agostino. L'omelia, che riproduciamo qui di seguito con il permesso del monaco, è stata pronunciata da Dom Charbel Pazat de Lys O.S.B.]
Siamo felicissimi, grazie all’invito di mons. Bernini
e alla vostra splendida
accoglienza, di trovarci qui per conoscere questa bella città e testimoniare un
po’ della vita monastica! Dal cuore, vi ringraziamo
tutti dell’aiuto, della vostra presenza e della vostra preghiera.
Per capire cosa sia un monaco,
bisogna soprattutto avere un cuore di bambino. Un cuore di chi è tutto teso verso la realizzazione di qualcosa
che, per adulti disincantati, sembra un sogno, ma che è più reale di tutto quanto abbiamo attorno. Quindi parlo
specialmente ai giovani e a quanti ne abbiano lo spirito,
tanto è vero che solo i cuori di bambino sanno distinguere veramente la
realtà del sogno.
Nella civiltà dell’immagine in cui
viviamo, probabilmente alcuni di voi
hanno visto dei film dove ci sono delle porte misteriose, piene di segni
“cabalistici”, portici straordinari che fanno passare verso mondi fantastici:
pianeti, viaggi intergalattici, mondi magici. Tranne qualche eccezione, spesso
c’è molto esoterismo, e dall’altro lato si trovano mostri
orribili che stanno per mangiarci tutti, eccetto un paio di eroi.
Ma che idea di andare a cercare cose simili? Perché tutto quanto, anche quando è bello, sappiamo benissimo
che sono sogni o incubi! Perché
cercare nell’immaginazione quando abbiamo nella realtà cose infinitamente più
vere, più belle, più fantastiche?
Cosa abbiamo? Noi, abbiamo
ricevuto un’iniziazione assolutamente
speciale, che ci ha fatto uscire dal mondo delle illusioni per tornare alla
realtà; quell’iniziazione si chiama il battesimo! Essere battezzato, è appartenere a un altro mondo, sì, ma un mondo vero, al mondo della bellezza, al mondo di Dio.
Essere battezzato, non vuol dire avere una composizione strana
del sangue — sapete,
come in Star Wars —,
ma vuol dire essere riscattati dal sangue di Gesù, vivere del suo sangue,
della sua vita.
Di questo, i martiri
avevano — scusate, ne hanno
ancora oggi — una consapevolezza fortissima.
Ecco quindi la grande questione:
se sogniamo di appartenere a mondi fantastici, è perché non sappiamo a quale
mondo reale apparteniamo, e che
questo mondo l’abbiamo nel più intimo di noi stessi. Eccolo lì, nei vostri cuori, adesso,
che chiama, canta, tira, spinge.
Chi è? Dio. Sì, ma Dio, chi sei?
Amore, cioè, unione.
Cari amici, bambini o adulti, il
mondo straordinario del quale tutti sogniamo e che ci abita,
è Dio, che è unione,
perché è inseparabilmente tre Persone in un solo Dio, Trinità.
Dio ci chiama all’unione perché là è sé stesso.
Anzi, inventò l’Eucaristia proprio per questo, perché vivendo di Gesù, entriamo
in quella unione.
Non è così complicato: se siamo
tentati di fare qualche sciocchezza e c’è una vocina nel cuore che ci dice di no, allora non c’è unione nel cuore: da una parte la
tentazione, dall’altra la coscienza. Il disagio finisce quando torniamo all’unione:
i sentimenti seguono la coscienza. Altro esempio: quand’è che siamo
felici, in famiglia o nel gruppo? Quando siamo uniti, come nei più bei
Natali. Lì c’è la pace. In questo
mondo pazzo, chi non desidera trovare l’unione, la pace?
Ebbene, questa sete di pace, di unione, di amore, che portate nel più
intimo dei vostri cuori, è la prova che appartenete a un altro mondo che non è quello delle divisioni,
dell’odio e dell’egoismo. Il battesimo vi ha aperto gli occhi al mondo vero, il
nostro, quello di Dio Trinità. E facendone parte, siamo tutti dell’immensa
famiglia di coloro che gli appartengono; una famiglia unita in Dio, una
famiglia dove si trovano tutti i
santi, gli eroi dell’amore.
Come fare perché questo riesca a
cambiare qualcosa in noi e attorno a
noi? Naturalmente ognuno farà degli sforzi per vivere nella carità. Ma siccome nelle circostanze
concrete è spesso difficile, e poiché c’è gente
che non sa, non può o non vuole, è anche estremamente importante che ci sia un contrappeso, dei centri, anzi delle
centrali di unione, delle fabbriche di pace, dei reattori di amore, dei testimoni del cielo.
Quelle centrali, quei reattori, sono i monasteri; quei testimoni sono i martiri
e i monaci. Bisogna che Dio si scelga delle persone decise a prendere dei mezzi più radicali affinché
niente si opponga all’unione, all’amore, a quella
chiamata interiore che Dio ha messo
nei cuori. Persone affascinate, abitate, afferrate dalla bellezza, dalla gioia, dalla grandezza dell’unione d’amore
infinito che regna in Dio, nella Trinità. È quello che cerchiamo di essere
noi monaci.
Perciò, come diceva il nostro fondatore, i monasteri sono dita silenziose tese verso il cielo, sono porte verso
l’altro mondo, finestre
dalle quali si vede, non a migliaia
di chilometri, ma quel mondo straordinario di luce e bellezza che costeggiamo ogni momento
senza accorgercene: la vita di Dio in noi, la comunione dei santi. Non si deve immaginare che i contemplativi facciano sforzi mentali
di concentrazione, di
riflessione, contrazioni di cervello, o che utilizzino
telescopi o microscopi… No, un contemplativo è quello che ha sistemato le cose per vedere tutto con occhi
di credente; il suo telescopio è la Regola,
la clausura, il silenzio, la liturgia:
tutto quanto raccoglie le forze per l’unione
con Dio. Anzi, il contemplativo non ha niente a che vedere con lo spettatore in poltrona…
In realtà, nell’avventura più meravigliosa che esista, sta dall’altra parte
dello schermo, come attore nella vita stessa di Dio nello Spirito Santo.
Quando Dio mette questa sete nel
cuore dell’uomo o della donna, non svanirà
facilmente, come testimoniano le storie di tanti giovani che, dopo adolescenze di festa e fuga, finiscono per ricordare che, forse da piccoli, Dio li aveva
chiamati, avevano provato questa sete,
a un
grado particolare, di diventare attori dell’unione del mondo a Dio.
E Dio rispose a quella sete con un Sì enorme, caloroso, misericordioso, che invade l’anima di una pace inspiegabile,
dando una libertà che niente ferma
perché è resa capace di ogni sacrificio.
E così da secoli, seguendo san
Benedetto, l’Europa è stata coperta di centrali di unione, di fabbriche di pace,
di portici dell’altro mondo. Sono per
caso i benedettini specialisti di qualcosa? No, né della liturgia, né della scienza, né del lavoro,
né del gregoriano… No, il carisma
proprio dei monasteri, è di andare verso Dio in comunità, insieme, in famiglia. Ossia, vivere in
questa terra come “sacramenti” della comunione
dei santi. È per questo
che spesso attorno a essi sono state costruite delle città, perché più che parafulmini che
proteggono, i monasteri sono magneti
che attirano, diventando gradualmente famiglia di famiglie, dove un po’ di cielo si diffonde, come sobborghi di Paradiso.
Vi è che in questo mondo strapieno di reti tecniche
e sociali di ogni
genere, c'è un’altra categoria di persone che hanno scelto di estendere quei
sobborghi del Cielo con un approccio personale: come fare per vivere quanto più possibile la vita
dei monaci essendo sposati, con una
famiglia e molti impegni? Offrendosi a vivere secondo lo spirito della Regola di san Benedetto, tramite l’oblazione
secolare. È quello che stanno per
fare i nostri oblati Marrè con la loro professione.
Cari amici, non siete tutti
chiamati a fare lo stesso, ma tutti potete al vostro modo offrire le vostre vite, perché tutti voi battezzati siete dall’altra parte
dello schermo, e potete quindi essere a vostro
modo degli attori dell’unione. A questo vorremmo che la nostra presenza oggi vi possa incoraggiare. Allora,
grazie di nuovo per la vostra presenza e la vostra preghiera perché possiamo essere,
sotto il manto della Madonna, una famiglia di Dio, rivolta a Lui,
che attragga il mondo verso le gioie
della Risurrezione.
| Un momento della professione degli oblati sr. Teresa e fr. Agostino. |
Per capire cosa sia un monaco
lunedì 25 maggio 2015
Ai pellegrini di Parigi-Chartres
Qui di seguito il video del "mandato" con il quale sabato 23 maggio, al termine della Messa solenne nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B. – Padre Abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux – ha dato l'avvio al 33mo Pellegrinaggio di Pentecoste, durante il quale le migliaia di pellegrini raggiungono a piedi la cattedrale Notre-Dame di Chartres.
Ai pellegrini di Parigi-Chartres
domenica 24 maggio 2015
Dal Pellegrinaggio Parigi-Chartres
Con una Messa solenne nella cattedrale Notre-Dame di Parigi celebrata da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Padre Abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, sabato 23 maggio è iniziato il 33mo Pellegrinaggio di Pentecoste, durante il quale migliaia di pellegrini – dei quali moltissimi i giovani – raggiungono a piedi il lunedì di Pentecoste la cattedrale Notre-Dame di Chartres. Qui di seguito alcune immagini della Messa d'apertura di Dom Louis-Marie, e in chiusura un'istantanea dei partecipanti alla Messa di Pentecoste, celebrata durante il tragitto del pellegrinaggio, domenica 24 maggio, presso l'ippodromo di Rambouillet, da S.E. mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Astana, nel Kazakhstan.
Dal Pellegrinaggio Parigi-Chartres
giovedì 21 maggio 2015
L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero dell’essere
«Non c’è gioia più grande che
creare dei sentieri di luce per aiutare gli uomini a scalare il Cielo», diceva l’artista francese Clotilde
Devillers (1956-2008), di cui le edizioni Ama (Ateliers Monastique de
l’Annonciation) hanno pubblicato un libro recante decine di riproduzioni di
opere d’arte e arricchito da una prefazione
delle benedettine del monastero, che è stato recensito favorevolmente da
L’Osservatore Romano (cfr. Giulia Galeotti, L’arte sacra di Clotilde Devillers. Artigiana dei dettagli, 23 agosto
2014).
Parlando della via pulchritudinis nel corso
dell’Udienza generale del 31 agosto 2011, Papa Benedetto XVI (2005-2013)
diceva: «[...] ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la
Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella
preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la
fede». Nel libro appena pubblicato si può vedere chiaramente come Devillers
durante la sua vita artistica abbia cercato di creare strade verso Dio, ma se ne
può cogliere anche il tentativo, compiuto in relazione e in collaborazione con
altre personalità artistiche, di proporre un’arte autenticamente cristiana,
legata alla tradizione ma capace anche di rinnovamento.
Devillers nasce a Boulogne-Billancourt, nella regione
dell’Île-de-France, il 5 settembre 1956,
quinta degli undici figli di Pierre Devillers e della moglie Line, entrambi ingegneri. In famiglia si prega, si gioca, si
suona il piano e si disegna. Clotilde, in particolare, si appassiona al
disegno. Entra a 17 anni all’Accademia di Belle Arti di Lille, poi al Lycée
Technique d’État et Arts Appliqués di Roubaix, dove consegue il diploma in arti grafiche. A Natale del 1973 incontra il
Mouvement de la Jeunesse Catholique de France, i cui quattro pilastri
sono: preghiera, amicizia, formazione e azione. In questo ambiente sviluppa la
propria spiritualità e stringe nuove amicizie. Nel 1977 è coinvolta nell’illustrazione
del periodico cattolico per ragazzi Patapon. Nel 1980 incontra il
disegnatore e pittore Albert Gérard (1920-2011), che diventa il suo maestro.
Gérard è un ex allievo del pittore e
scultore Henri Charlier (1883-1975) (sul quale cfr. Dom Henri Lapèze-Charlier O.S.B., Henri Charlier. Peintre et sculpteur. 1883-1975, Éditions
TerraMare, Parigi 2011), che aveva fatto parte de L’Arche, un
gruppo di artisti cristiani riuniti attorno all’architetto Maurice Augustine
Storez (1875-1959), ed era stato intimo amico dello scrittore e poeta Charles
Peguy (1873-1914). Dal 1956 al 1976 Henri Charlier, con lo pseudonimo di
Minimus, aveva inoltre tenuto una rubrica di
liturgia sulla rivista Itinéraires,
fondata nel 1956 dal giornalista e scrittore Jean Madiran, pseudonimo di
Jean Arfel (1920-2013).
André Charlier (1895-1971),
fratello di Henri, è per anni il direttore di una scuola cattolica — prima
École de Roches a Verneuil-sur-Avre, poi trasferita a Maslacq — che nasce
fondata su princìpi pedagogici innovativi, in parte mutuati dal sistema
scolastico inglese, in parte dallo scoutismo, e trae ispirazione dal
cattolicesimo e da un forte patriottismo. Le lettere che André indirizza ai
prefetti della scuola sono riunite in Lettres aux capitaines (Éditions Sainte-Madeleine, Le
Barroux 1980), che mostrano
chiaramente gl’ideali elevati di spiritualità, bellezza e servizio, che egli
vuol trasmettere ai suoi allievi; fra di essi Dom Gérard Calvet O.S.B.
(1927-2008), a Le Barroux fondatore e primo abate dell’abbazia benedettina di
Sainte-Madeleine — nota per la sua adesione alle usanze monastiche tradizionali
e per l’irradiamento della forma straordinaria del rito romano — e dell’abbazia
femminile Notre-Dame de L’Annonciation, di cui dal 2001 è abbadessa la sorella
di Clotilde, Madre Placide O.S.B. Proprio Dom Gérard avrà un ruolo importante
nella vita di Clotilde.
Albert Gérard, insieme a Dom
Calvet e a Madiran — quest’ultimo anche ex
insegnante a Maslacq e in seguito oblato dell’abbazia Sainte-Madeleine —, è
padrino del Centre Henri et
André Charlier, associazione culturale fondata nel 1980 dal giornalista e uomo
politico Bernard Antony, intimo del «filosofo contadino» Gustave Thibon
(1903-2001). Il Centre è all’origine, fra le
altre cose, nel 1983, del pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres — sulle orme di Peguy — che riunisce larga
parte del mondo francofono spiritualmente e culturalmente legato all’eredità e
alla trasmissione della liturgia latino-gregoriana. Negli stessi anni
Gérard fonda a Parigi l’Atelier de la Sainte Espérance, una fucina di artisti che si propone di fare un’arte di
autentica ispirazione cristiana, il cui motto è Per visibilia ad
invisibilia. Clotilde Devillers ne diviene la prima allieva, non
limitandosi al disegno e alla pittura, ma dedicandosi anche alla scultura in
pietra e in legno, al mosaico, al ricamo, alla miniatura, alla terracotta e
alle vetrate. Nel 1986 l’Atelier si trasferisce
a Le Barroux, nell’Alta Provenza, attratto dall’avventura monastica iniziata da
Dom Calvet, e Clotilde vi si trasferisce a sua volta. La sua fede e il suo
stile hanno un nuovo impulso proprio nel rapporto con Dom Gérard, che le
suggerisce: «L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero
dell’essere» (p. 6). Una nuova ispirazione
le viene anche dalla luce e dai paesaggi provenzali, che Clotilde
rappresenta in primo piano o sullo sfondo di molte sue opere. In questi anni
realizza numerosi lavori, sia per la decorazione dei due monasteri benedettini
di Le Barroux, sia per altri committenti, religiosi e laici. Dal 1991 al 2007
collabora come illustratrice al bollettino Apprenez-nous
a prier e poi al sito Internet Prier en famille, dove si possono ancora
oggi reperire numerose illustrazioni realizzate per la catechesi dei più
piccoli. Nel novembre del 1999 sposa Olivier Dupont, anch’egli impegnato
nell’Atelier de la Sainte Espérance. Nel giugno del 2008 comunica agli amici di
essere alle porte del Cielo, vittima di un tumore che ha invaso il suo sistema
linfatico. Muore nel dicembre dello stesso anno.
Nelle note di lettura di Clotilde ricorrono con
frequenza citazioni del pittore polacco sant’Alberto Chmielowski (nato Adam
Hilary Bernard, 1845-1916), il fondatore delle congregazioni dei Fratelli del
Terz’Ordine di San Francesco Servi dei Poveri e delle Suore Albertine, canonizzato nel 1989, che nel 1876 scriveva: «L’essenza dell’arte è l’anima che si esprime in uno stile»
(cit. a p. 5). In effetti, in tutta l’opera della Devillers — davvero
poliedrica — troviamo il tratto comune di uno stile.
Che si tratti della grande tela dipinta intitolata La vocazione della Francia e conservata in una sala per gli ospiti dell’abbazia
Sainte-Madeleine, dei ceri pasquali con le scene del Battesimo di
Clodoveo, delle numerosissime icone realizzate su legno, delle vetrate raffiguranti la Beata Isabella di Francia
e San Luigi, presso la chiesa Notre-Dame du Cap Fleuri, a Cap-d’Ail, o
ancora della scultura in pietra raffigurante la Vergine dell’Annunciazione,
presso l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, il tratto comune di Clotilde è una forza luminosa e composta, una
delicatezza di tratto, di lineamenti, di paesaggi, che riesce a raccogliere in sé in modo personale e originale
secoli di tradizione d’arte
cristiana, e in particolare il romanico, le icone orientali e la tradizione
popolare provenzale, componendoli in una sintesi del tutto personale e fuori
dal tempo, senza cadere nella pedante riproduzione di modelli del
passato. Fra le sue opere più belle vanno ricordati i quaranta capitelli del
chiostro dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, scolpiti in pietra lavica e
raffiguranti le Litanie della santa Vergine: una stupefacente sintesi di storia
dell’iconografia cristiana e di profonda spiritualità, purtroppo non
accessibili al pubblico, ma che trovano ampia rappresentanza iconografica
nell’opera appena pubblicata.
[Daniela Bovolenta, recensione al libro Clotilde Devillers (Ama, Le Barroux 2014, pp. 84), comparsa in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, n. 376, aprile-giugno 2015, pp.
63-64]
L’arte è voler dire l’anima delle cose, la vita interiore, il mistero dell’essere
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