mercoledì 18 giugno 2014

La Liturgia, scuola di preghiera: il Signore stesso ci insegna a pregare

[…] C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente [la Parola di Dio, la Sacra Scrittura]. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta.
Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi indispensabile – possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. «Servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il Popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre che Egli ci ottiene.
Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola “liturgia”) vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio. […]
Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio.
Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua Regola, parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, «la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e la sacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. Entrando nelle parole della grande storia della preghiera noi stessi siamo conformati allo spirito di queste parole e diventiamo capaci di parlare con Dio.
In questa linea, vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum.
Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo “fare qualcosa”, farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). Grazie.
[Benedetto XVI, Udienza Generale, 26 settembre 2012]

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lunedì 16 giugno 2014

In Paradisum ! - Sr. M. Agnese De Lorenzi O.S.B.

Sr. M. Agnese De Lorenzi O.S.B. in Rwanda (a destra).
Il 14 giugno 2014 il Signore ha chiamato a sé Sr. M. Agnese De Lorenzi O.S.B., di anni 94 e 77 di Professione monastica.
Nata Luigia a Teòlo (Padova), a 16 anni compie il suo ingresso nel Monastero San Benedetto di Bergamo, su indicazione dei monaci dell'abbazia di Praglia, non essendoci più posto nei noviziati della Diocesi di Padova. Emette la Professione il 5 ottobre 1937, nella memoria di san Placido.
Il suo carattere molto aperto e gioioso la predisponeva ad avere facilità nei rapporti personali, vivendo al contempo una profonda vita interiore. Esprimeva la sua spiritualità in un grande amore per la celebrazione dell’Ufficio Divino, al quale ha partecipato fin quando la lucidità glielo ha permesso; ma pur nella malattia non ha mai perso la capacità di trasmettere il senso di preghiera e di pace che viveva interiormente.
Impegnata nella comunità monastica in diverse attività: maglieria, dispensiera, aiuto economa e infermiera, incaricata dell’accoglienza degli ospiti e Maestra delle novizie.
Nel 1968, su richiesta dell’A.I.M. (Aiuto Implantazione Monasteri) e della Congregazione dei religiosi, si rende disponibile per un aiuto alla comunità della fondazione belga di Maredret a Sovu, in Rwanda, dove vi trascorrerà 26 anni, conquistando la simpatia e l’affetto di tutti coloro che l’hanno conosciuta. La sua presenza è stata di riferimento e pacificante la comunità. Rientra in Italia per gravi motivi di salute alla vigilia del grande genocidio. Nel 1995, su richiesta della comunità ruandese sfollata in Belgio, viene inviata per un’analisi della situazione dei monasteri di Sovu e di Kigufi dopo la terribile guerra civile nella quale avevano perso la vita nove consorelle ruandesi.
Rientrata definitivamente nella comunità del Monastero San Benedetto di Bergamo, vi trascorre serenamente gli ultimi anni della sua vita, in completo abbandono alla volontà di Dio.
Da uno scritto autografo di Sr. Agnese (1994 ca.):
“Padre Santo, vengo a Te! Ecce quod concupivi iam video… sì, Padre, è da tanto tempo che aspetto la Tua chiamata, che desidero il tuo incontro definitivo!... conosco la mia povertà, la mia miseria; ma ho sempre avuto ed ho una grande fiducia, non nei miei meriti, ma nella Tua grande misericordia. Grazie per tanti Tuoi doni. Sì, il Tuo Amore per me è stato grande; mi hai ricolmata di grazie, mi hai accompagnata e Ti sei rivelato fin dalla mia tenera giovinezza con i Tuoi lumi e richiami.
Da parte mia, nonostante le mie grandi deficienze, ho cercato di seguirti sempre con filiale abbandono alla Tua volontà. Ti ho seguito per vie davvero da me inaspettate e solo la Tua grazia ha potuto farmi sormontare tante difficoltà e pericoli!... Il mio abbandono in Te è sempre stato la mia forza. Tenere la mia mano nella Tua mi è stato di grande conforto anche nei momenti più duri e difficili!...
Ho cercato la sincerità del cuore e la verità… e con questa sincerità ho amato tutti i Fratelli, ma specialmente tutte le Consorelle dei vari Monasteri con le quali sono vissuta più o meno a lungo, e questo, in modo particolare le mie Consorelle del Monastero di S. Benedetto, parecchie delle quali sono già in cielo. Sì, sono tanto grata e riconoscente alle Madri e Consorelle del mio Monastero nel quale ho fatto la mia Professione. La lontananza non mi ha mai fatto dimenticare la carità e le attenzioni avute nei miei confronti, specialmente durante la mia lunga malattia. Sono felice che il Signore abbia disposto che io vi ritorni per morirvi!...”.
 

Sr. M. Agnese De Lorenzi O.S.B. lo scorso Natale.
 

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lunedì 19 maggio 2014

Salve Regina (modo trappista)



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venerdì 16 maggio 2014

Centenario del commento alla Regola di San Benedetto di Dom Delatte

Ricorre il centenario della prima edizione del celebre Commentario alla Regola di S. Benedetto di Dom Paul Delatte O.S.B. (1848-1937). Il prezioso volume - ogni brano della Regola, in successione completa, è esposto prima in latino, poi in italiano, e infine commentato - è disponibile nella traduzione italiana offerta ai lettori italiani grazie all’amorevole cura editoriale delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo (Edizioni S.E.S.A., Bergamo 1951, 560 pp.), che ancora oggi ne conservano un certo quantitativo di copie, disponibili per i lettori interessati a meglio conoscere la spiritualità benedettina, attingendo a una guida sicura. Chi ne fosse interessato si potrà quindi rivolgere al seguente indirizzo: Monastero San Benedetto, Via Sant’Alessandro 51, 24122 Bergamo (e-mail: monsanben.bg@tiscali.it). Per ricordare il centenario, riproduciamo un bellissimo video riguardante l'abbazia Saint-Pierre di Solesmes, di cui Dom Delatte fu il terzo abate.

 


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venerdì 9 maggio 2014

L'abbazia di Fontgombault e la liturgia romana

[In passato ci siamo occupati a più riprese dell'abbazia benedettina Notre-Dame di Fontgombault e delle sue fondazioni. Sul numero 259, maggio 2014, del mensile francese La Nef è comparsa un'articolata intervista ("Abbaye de Fontgombault: Rayonner la joie") del direttore Christophe Geffroy al Padre Abate di Fontgombault, Dom Jean Pateau O.S.B., dalla quale proponiamo in nostra trad. it. i brani relativi al rapporto con la liturgia.]
 
- L’abbazia di Fontgombault è la più antica delle fondazioni di Solesmes ad avere scelto di mantenere la forma extraordinaria del Rito romano: perché questa scelta?
 
La forma extraordinaria è stata preferita e lo rimane perché essa ci sembra particolarmente adatta alla vita monastica. Sottolineiamone due punti determinanti. Il carattere più contemplativo della celebrazione promuove la dimensione verticale della liturgia. I momenti di silenzio dell’offertorio e del canone propizi all’interiorità rientrano in questo quadro. Sebbene non sia proprio di questa forma, bisogna aggiungere su questo punto il fatto di non usare abitualmente la concelebrazione e di dire la Messa “rivolti verso Dio”. In secondo luogo, il che potrebbe sembrare paradossale, io rilevo la partecipazione del corpo, sollecitata da molti gesti: genuflessioni, inclinazioni, segni della croce. A partire dalla consacrazione, questi gesti, compiuti sulle specie del pane e del vino, concentrano l’attenzione del sacerdote a Cristo realmente presente sull’altare. Nella tradizione monastica il corpo è ampiamente associato alla preghiera. La vita del monaco è una liturgia. A condizione di dare a ciascuno dei gesti precisati dal Ritus servandus il suo peso di significato spirituale, il suo orientamento a Dio, il corpo nella forma extraordinaria si associa in maniera particolarmente intensa allo spirito e all’anima incarnandone la parola, manifestandone l’umiltà di colui che celebra davanti al mistero del Dio presente.
 
- Con il passare del tempo, come analizzate l’attuale situazione liturgica, e in particolare – dal motu proprio Summorum pontificum  − la coabitazione di due forme all’interno del medesimo Rito romano?
 
Due espressioni mi vengono alla mente: azione di grazie e speranza. Azione di grazie perché questa iniziativa di Benedetto XVI ha incontestabilmente contribuito a pacificare la questione liturgica. Che successo per il demonio avere posto la discordia precisamente nella celebrazione del sacramento dell’amore! Oggi le due forme sono rispettate e in un numero sempre più crescente di parrocchie si affiancano. Quanto all’avvenire? Molti giovani sacerdoti legati al lezionario della forma ordinaria, che praticano abitualmente, desiderano una liturgia più ricca quanto ai riti, associando soprattutto il corpo alla celebrazione. Non sarà possibile proporre nella forma ordinaria le preghiere dell’offertorio della forma extraordinaria, arricchirla di genuflessioni e di segni della croce? Si opererebbe in tal modo un avvicinamento poco dispendioso tra le due forme, rispondendo a un desiderio legittimo e, d’altro canto, auspicato da Benedetto XVI (cfr. Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970).

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giovedì 8 maggio 2014

Una nuova edizione del messale

Era da molto tempo che desideravamo ripubblicare il celebre messale quotidiano romano di Dom Gaspar Lefebvre O.S.B. (1880-1966). Questo messale ha profondamente segnato la vita della Chiesa dal 1920, data della sua pubblicazione, fino al Concilio Vaticano II: più di 80 edizioni, centinaia di migliaia di esemplari venduti in sei lingue (francese, inglese, spagnolo, polacco, italiano, portoghese). Un autentico monumento spirituale. Ma non è stato possibile. “Perché?”, mi chiederete. Perché la Provvidenza aveva un’idea per la testa. Il Signore chiudeva una porta per aprirne un’altra. È stato allora che un fratello ha esposto l’idea di rifare completamente un messale, il che comportava di rivedere il testo latino, fare una revisione di tutte le traduzioni, creare delle notizie, comporre delle immagini, scegliere delle meditazioni… Potete immaginare la riserva con la quale è stato accolto questo progetto. Ci sarebbero voluti degli anni! Ce ne sono voluti tre. Serviranno degli specialisti! È stata sufficiente qualche anima buona che vive semplicemente e fedelmente la liturgia della Chiesa, oltre a qualche specialista in latino e teologia. È stata l’occasione di fare un lavoro comunitario: sei monaci, due monache, diversi laici (essenzialmente per la rilettura).
Il fine era quello di aiutare i fedeli a entrare più profondamente nella preghiera liturgica della Chiesa e così a camminare nella via della santità.
Questo messale permetterà ai più coraggiosi di prepararsi alla Messa della domenica leggendo e meditando brevemente i testi. Nulla quanto una lettura previa aiuta più grandemente a vivere meglio la Messa. Sono rimasto colpito nel vedere, in un monastero femminile, le sorelle preparare la festa della Presentazione. Esse vibravano evocando questa o quella antifona. Ancora meglio: santa Gertrude, nel secolo XII, ha tratto dal messale tutta la sua sicurissima dottrina e la sostanza della sua vita mistica, al punto che sta per essere lanciata una petizione alla Santa Sede per domandare di attribuirle il titolo di Dottore della Chiesa: dottore liturgico.
La partecipazione alla Messa e alla liturgia non può essere ridotta a quella di uno spettatore passivo. È un’azione di Cristo, che come una corrente ci deve coinvolgere nel cuore e nello spirito. Per meglio dire: prima lo spirito e poi il cuore, perché se lo spirito e l’intelligenza non partecipano, come vorrete che il cuore s’infiammi? Ma lo sforzo ne vale la pena, perché là risiedono tutta la fonte e il vertice della santità. Là risiedono, per l’anima, una luce, una forza, un nutrimento solidissimo e sicurissimo, garantiti dall’autorità della Chiesa e come condensati in questo piccolo libro.
Padre Basile e io abbiamo avuto recentemente la grazia d’incontrare il Papa emerito Benedetto XVI e Papa Francesco. Abbiamo offerto a tutti e due il nuovo messale di Le Barroux. A Benedetto XVI come uno dei frutti del motu proprio Summorum pontificum. Se n’è dimostrato felicissimo. E a Papa Francesco, citato otto volte nel messale fra i numerosi testi spirituali proposti a ogni Messa del ciclo temporale. Gli abbiamo offerto questo messale come uno dei segni che la forma extraordinaria è ben viva.
Affido alla Santa Vergine i frutti di questo messale: lei che conservava e meditava nel suo cuore tutto quello che si diceva di suo Figlio, ci ottenga l’immensa grazia di contemplare e di entrare nella grande preghiera contemplativa di Cristo e della sua Sposa, la Chiesa.
 
[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 149, 21 marzo 2014, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 6 maggio 2014

La gioia in Rancé / terza parte

La gioia in Dio
 
Le consolazioni più elevate sono quelle della preghiera, posto che essa sia concepita come si conviene. A tale proposito, Rancé enuncia degli eccellenti princìpi:
“Abbiate cura di non fare consistere questa preghiera in una speculazione arida e destituita da quello spirito che ne deve fare tutto il merito e tutta la forza, e senza il quale essa non saprebbe trovare né accoglienza né accesso presso Dio, al quale è offerta… Fate invece che la vostra preghiera sia la voce e il grido del vostro cuore, … o piuttosto che lo Spirito Santo lo formi lui stesso mediante le sue operazioni divine… Perché lo spirito di Dio è libero…, abbandonatevi al movimento che vorrà donarvi… Consegnategli tutta la disponibilità del vostro uomo interiore e seguite con una perfetta semplicità l’impulso del suo spirito” [18].
Più avanti, con termini simili a quelli di san Gregorio e di san Bernardo, ma che tradiscono inoltre un’esperienza personale o, in ogni caso, un autentico fervore, Rancé descrive il “felice momento” in cui l’anima è elevata a una preghiera pura, in presenza di Dio:
“Essa non guarda che lui, non conosce che lui; tutto gli sfugge e scompare, fuori da quella bellezza che possiede e da cui è posseduta; quella bellezza, intendo dire, che l’attira e la rapisce senza fine mediante la potenza del suo fascino infinito, che la rende incapace di arrestarsi anche solo un momento e di sospendere la propria azione, e che, impedendole di avere alcun ritorno né alcuna riflessione su sé stessa, fa che essa ignori e che non sappia ciò che accade in lei, fino ad accorgersi che il suo stato è l’effetto dell’eccellenza della sua preghiera… [19].
“È di questa orazione che parlava il Profeta, quando si è servito di queste parole: ‘Inebriabuntur ab ubertate domus tuae, et torrente voluptatis tuae potabis eos’ [20] [‘si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie’]. C’insegna che Dio si dona e si effonde nelle anime con tanta abbondanza, effusione e pienezza, che si potrebbe dire che esse abbondano delle sue grazie e dei suoi favori, e che trovandosi in una specie di obnubilamento e di sonno causati da questa santa ebbrezza, esse dimenticano ogni cosa e persino sé stesse, e non conservano più sentimento che per gustare le dolcezze delle sue ineffabili comunicazioni… [21].
“Infine, un’anima che è innalzata dall’ardore e dalla vivacità della sua preghiera, e come sprofondata nel seno di Dio, trova in questo inesauribile abisso ogni tipo di beni delle consolazioni infinite; essa si lascia trasportare dal peso del suo amore, segue la violenza e l’impeto della sua attrazione [22]; tutti i suoi desideri sono soddisfatti; essa non pensa, non vuole altro che la felicità di cui gioisce, e tutto ciò che vi è d’estraneo è al suo sguardo come se non esistesse” [23].
 
[18] Cap. XI, q. 1, t. II, p. 362 ; e cap. XI, q. 4, p. 384.
[19] Cfr. San Bernardo, Sup. Cant., 79, 1, S. Bernardi opera, II, Roma 1958, p. 272; e Cassiano, Conf., 9, 31, coll. “Sources chrétiennes”, 54, p. 66.
[20] Sal 35,9.
[21] I temi della “santa ebbrezza” e del “sonno vigilante” sono frequenti nella tradizione, come mostrano le testimonianze che ho raccolto sotto i titoli “Sobre ivresse”, in La liturgie et les paradoxes chrétiens, Parigi 1963, pp. 37-58, e “Lectulus. Variazioni su un tema biblico della tradizione monastica”, in C. Vagaggini (cur.), Bibbia e spiritualità, Roma 1967, pp. 417-436.
[22] L’idea che occorre sostituire “il peso dell’amore” al peso del peccato si trova in san Gregorio Magno; in L’amour des lettre set le désir de Dieu, Parigi 1957, pp. 34-37, e in La spiritualité du moyen âge, Parigi 1961, pp. 25-42, ho citato dei testi. Cfr. pure M. Walther, Pondus, Dispensatio, Dispositio. Worthistorische Untersuchungen zur Frömmigkeit Papst Gregors des Grossen, Lucerna 1941.
[23] Cap. XI, q. 7, pp. 405-407.
 
[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 210-211), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 - segue]

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