lunedì 19 maggio 2014
venerdì 16 maggio 2014
Centenario del commento alla Regola di San Benedetto di Dom Delatte
Ricorre il centenario della prima edizione del celebre Commentario alla Regola di S. Benedetto di Dom Paul Delatte O.S.B. (1848-1937). Il prezioso volume - ogni brano della Regola, in successione completa, è esposto prima in latino, poi in italiano, e infine commentato - è disponibile nella traduzione italiana offerta ai lettori italiani
grazie all’amorevole cura editoriale delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo (Edizioni S.E.S.A., Bergamo 1951, 560 pp.), che ancora oggi ne conservano un certo quantitativo di copie,
disponibili per i lettori interessati a meglio conoscere la spiritualità
benedettina, attingendo a una guida sicura. Chi ne fosse interessato si potrà
quindi rivolgere al seguente indirizzo: Monastero San Benedetto, Via
Sant’Alessandro 51, 24122 Bergamo (e-mail: monsanben.bg@tiscali.it). Per ricordare il centenario, riproduciamo un bellissimo video riguardante l'abbazia Saint-Pierre di Solesmes, di cui Dom Delatte fu il terzo abate.
Centenario del commento alla Regola di San Benedetto di Dom Delatte
venerdì 9 maggio 2014
L'abbazia di Fontgombault e la liturgia romana
[In passato ci siamo occupati a più riprese dell'abbazia benedettina Notre-Dame di Fontgombault e delle sue fondazioni. Sul numero 259, maggio 2014, del mensile francese La Nef è comparsa un'articolata intervista ("Abbaye de Fontgombault: Rayonner la joie") del direttore Christophe Geffroy al Padre Abate di Fontgombault, Dom Jean Pateau O.S.B., dalla quale proponiamo in nostra trad. it. i brani relativi al rapporto con la liturgia.]
- L’abbazia di Fontgombault è la più antica delle fondazioni
di Solesmes ad avere scelto di mantenere la forma extraordinaria del Rito
romano: perché questa scelta?
La forma
extraordinaria è stata preferita e lo rimane perché essa ci sembra
particolarmente adatta alla vita monastica. Sottolineiamone due punti
determinanti. Il carattere più contemplativo della celebrazione promuove la
dimensione verticale della liturgia. I momenti di silenzio dell’offertorio e
del canone propizi all’interiorità rientrano in questo quadro. Sebbene non sia
proprio di questa forma, bisogna aggiungere su questo punto il fatto di non
usare abitualmente la concelebrazione e di dire la Messa “rivolti verso Dio”. In
secondo luogo, il che potrebbe sembrare paradossale, io rilevo la partecipazione
del corpo, sollecitata da molti gesti: genuflessioni, inclinazioni, segni della
croce. A partire dalla consacrazione, questi gesti, compiuti sulle specie del
pane e del vino, concentrano l’attenzione del sacerdote a Cristo realmente
presente sull’altare. Nella tradizione monastica il corpo è ampiamente
associato alla preghiera. La vita del monaco è una liturgia. A condizione di
dare a ciascuno dei gesti precisati dal Ritus servandus il suo peso di significato spirituale,
il suo orientamento a Dio, il corpo nella forma extraordinaria si associa in maniera
particolarmente intensa allo spirito e all’anima incarnandone la parola,
manifestandone l’umiltà di colui che celebra davanti al mistero del Dio
presente.
- Con il passare del tempo, come analizzate l’attuale
situazione liturgica, e in particolare – dal motu proprio Summorum pontificum − la coabitazione di due forme all’interno del
medesimo Rito romano?
Due
espressioni mi vengono alla mente: azione di grazie e speranza. Azione di
grazie perché questa iniziativa di Benedetto XVI ha incontestabilmente
contribuito a pacificare la questione liturgica. Che successo per il demonio
avere posto la discordia precisamente nella celebrazione del sacramento dell’amore!
Oggi le due forme sono rispettate e in un numero sempre più crescente di parrocchie
si affiancano. Quanto all’avvenire? Molti giovani sacerdoti legati al
lezionario della forma ordinaria, che praticano abitualmente, desiderano una
liturgia più ricca quanto ai riti, associando soprattutto il corpo alla
celebrazione. Non sarà possibile proporre nella forma ordinaria le preghiere
dell’offertorio della forma extraordinaria, arricchirla di genuflessioni e di
segni della croce? Si opererebbe in tal modo un avvicinamento poco dispendioso tra
le due forme, rispondendo a un desiderio legittimo e, d’altro canto, auspicato da
Benedetto XVI (cfr. Lettera ai Vescovi in occasione della
pubblicazione della Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum
sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970).
L'abbazia di Fontgombault e la liturgia romana
giovedì 8 maggio 2014
Una nuova edizione del messale
Era
da molto tempo che desideravamo ripubblicare il celebre messale quotidiano romano
di Dom Gaspar Lefebvre O.S.B. (1880-1966). Questo messale ha profondamente
segnato la vita della Chiesa dal 1920, data della sua pubblicazione, fino al
Concilio Vaticano II: più di 80 edizioni, centinaia di migliaia di esemplari
venduti in sei lingue (francese, inglese, spagnolo, polacco, italiano, portoghese).
Un autentico monumento spirituale. Ma non è stato possibile. “Perché?”, mi
chiederete. Perché la Provvidenza aveva un’idea per la testa. Il Signore
chiudeva una porta per aprirne un’altra. È stato allora che un fratello ha
esposto l’idea di rifare completamente un messale, il che comportava di
rivedere il testo latino, fare una revisione di tutte le traduzioni, creare
delle notizie, comporre delle immagini, scegliere delle meditazioni… Potete immaginare
la riserva con la quale è stato accolto questo progetto. Ci sarebbero voluti
degli anni! Ce ne sono voluti tre. Serviranno degli specialisti! È stata
sufficiente qualche anima buona che vive semplicemente e fedelmente la liturgia
della Chiesa, oltre a qualche specialista in latino e teologia. È stata
l’occasione di fare un lavoro comunitario: sei monaci, due monache, diversi
laici (essenzialmente per la rilettura).
Il
fine era quello di aiutare i fedeli a entrare più profondamente nella preghiera
liturgica della Chiesa e così a camminare nella via della santità.
Questo messale permetterà ai più coraggiosi di prepararsi alla Messa della domenica
leggendo e meditando brevemente i testi. Nulla quanto una lettura previa aiuta più
grandemente a vivere meglio la Messa. Sono rimasto colpito nel vedere, in un
monastero femminile, le sorelle preparare la festa della Presentazione. Esse
vibravano evocando questa o quella antifona. Ancora meglio: santa Gertrude, nel
secolo XII, ha tratto dal messale tutta la sua sicurissima dottrina e la
sostanza della sua vita mistica, al punto che sta per essere lanciata una
petizione alla Santa Sede per domandare di attribuirle il titolo di Dottore della
Chiesa: dottore liturgico.
La
partecipazione alla Messa e alla liturgia non può essere ridotta a quella di
uno spettatore passivo. È un’azione di Cristo, che come una corrente ci deve
coinvolgere nel cuore e nello spirito. Per meglio dire: prima lo spirito e poi il
cuore, perché se lo spirito e l’intelligenza non partecipano, come vorrete che
il cuore s’infiammi? Ma lo sforzo ne vale la pena, perché là risiedono tutta la
fonte e il vertice della santità. Là risiedono, per l’anima, una luce, una
forza, un nutrimento solidissimo e sicurissimo, garantiti dall’autorità della
Chiesa e come condensati in questo piccolo libro.
Padre
Basile e io abbiamo avuto recentemente la grazia d’incontrare il Papa emerito
Benedetto XVI e Papa Francesco. Abbiamo offerto a tutti e due il nuovo messale di Le Barroux. A Benedetto XVI come uno dei frutti del motu proprio Summorum pontificum. Se n’è dimostrato
felicissimo. E a Papa Francesco, citato otto volte nel messale fra i numerosi
testi spirituali proposti a ogni Messa del ciclo temporale. Gli abbiamo offerto
questo messale come uno dei segni che la forma extraordinaria è ben viva.
Affido
alla Santa Vergine i frutti di questo messale: lei che conservava e meditava
nel suo cuore tutto quello che si diceva di suo Figlio, ci ottenga l’immensa
grazia di contemplare e di entrare nella grande preghiera contemplativa di
Cristo e della sua Sposa, la Chiesa.
[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero
Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 149, 21
marzo 2014, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]
Una nuova edizione del messale
martedì 6 maggio 2014
La gioia in Rancé / terza parte
La gioia in Dio
Le
consolazioni più elevate sono quelle della preghiera, posto che essa sia
concepita come si conviene. A tale proposito, Rancé enuncia degli eccellenti
princìpi:
“Abbiate
cura di non fare consistere questa preghiera in una speculazione arida e
destituita da quello spirito che ne deve fare tutto il merito e tutta la forza,
e senza il quale essa non saprebbe trovare né accoglienza né accesso presso
Dio, al quale è offerta… Fate invece che la vostra preghiera sia la voce e il
grido del vostro cuore, … o piuttosto che lo Spirito Santo lo formi lui stesso
mediante le sue operazioni divine… Perché lo spirito di Dio è libero…,
abbandonatevi al movimento che vorrà donarvi… Consegnategli tutta la
disponibilità del vostro uomo interiore e seguite con una perfetta semplicità
l’impulso del suo spirito” [18].
Più
avanti, con termini simili a quelli di san Gregorio e di san Bernardo, ma che
tradiscono inoltre un’esperienza personale o, in ogni caso, un autentico
fervore, Rancé descrive il “felice momento” in cui l’anima è elevata a una
preghiera pura, in presenza di Dio:
“Essa
non guarda che lui, non conosce che lui; tutto gli sfugge e scompare, fuori da
quella bellezza che possiede e da cui è posseduta; quella bellezza, intendo
dire, che l’attira e la rapisce senza fine mediante la potenza del suo fascino
infinito, che la rende incapace di arrestarsi anche solo un momento e di
sospendere la propria azione, e che, impedendole di avere alcun ritorno né
alcuna riflessione su sé stessa, fa che essa ignori e che non sappia ciò che
accade in lei, fino ad accorgersi che il suo stato è l’effetto dell’eccellenza
della sua preghiera… [19].
“È
di questa orazione che parlava il Profeta, quando si è servito di queste
parole: ‘Inebriabuntur ab ubertate domus tuae, et torrente voluptatis tuae potabis
eos’ [20] [‘si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti
al torrente delle tue delizie’]. C’insegna che Dio si dona e si effonde nelle
anime con tanta abbondanza, effusione e pienezza, che si potrebbe dire che esse
abbondano delle sue grazie e dei suoi favori, e che trovandosi in una specie di
obnubilamento e di sonno causati da questa santa ebbrezza, esse dimenticano
ogni cosa e persino sé stesse, e non conservano più sentimento che per gustare
le dolcezze delle sue ineffabili comunicazioni… [21].
“Infine,
un’anima che è innalzata dall’ardore e dalla vivacità della sua preghiera, e
come sprofondata nel seno di Dio, trova in questo inesauribile abisso ogni tipo
di beni delle consolazioni infinite; essa si lascia trasportare dal peso del
suo amore, segue la violenza e l’impeto della sua attrazione [22]; tutti i suoi
desideri sono soddisfatti; essa non pensa, non vuole altro che la felicità di
cui gioisce, e tutto ciò che vi è d’estraneo è al suo sguardo come se non
esistesse” [23].
[18] Cap. XI, q. 1, t. II, p.
362 ; e cap. XI, q. 4, p. 384.
[19]
Cfr. San Bernardo, Sup. Cant., 79, 1,
S. Bernardi opera, II, Roma 1958, p.
272; e Cassiano, Conf., 9, 31, coll. “Sources chrétiennes”, 54, p. 66.
[20] Sal 35,9.
[21]
I temi della “santa ebbrezza” e del “sonno vigilante” sono frequenti nella
tradizione, come mostrano le testimonianze che ho raccolto sotto i titoli “Sobre ivresse”, in La liturgie et les paradoxes chrétiens, Parigi 1963, pp. 37-58, e “Lectulus. Variazioni su un tema biblico
della tradizione monastica”, in C. Vagaggini (cur.), Bibbia e spiritualità, Roma 1967, pp. 417-436.
[22]
L’idea che occorre sostituire “il peso dell’amore” al peso del peccato si trova
in san Gregorio Magno; in L’amour des lettre
set le désir de Dieu, Parigi 1957, pp. 34-37, e in La spiritualité du moyen âge, Parigi 1961, pp. 25-42, ho citato dei
testi. Cfr. pure M. Walther, Pondus, Dispensatio, Dispositio. Worthistorische Untersuchungen zur Frömmigkeit
Papst Gregors des Grossen, Lucerna 1941.
[23] Cap. XI, q. 7, pp. 405-407.
[Dom Jean Leclercq O.S.B., “La joie dans Rancé”, Collectanea
Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 210-211),
trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 -
segue]
La gioia in Rancé / terza parte
mercoledì 9 aprile 2014
La gioia in Rancé / seconda parte
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| San Giovanni Climaco (575 c.-650 c.) |
Le condizioni della
gioia
Anzitutto
si è avvertiti – senza sorpresa, se ci si pone dal punto di vista del Vangelo –
che questa gioia si situa al di là della rinuncia: il solitario – cioè il
monaco, nel vocabolario comune ai Mauristi e a Rancé, nonché conforme alla
tradizione – serve a Gesù Cristo “in una perfetta disoccupazione” [1]. Il suo
ideale è riassunto in formule dense e chiare, che avrebbero sottoscritto i
dottori monastici di tutte le epoche: “Non si può che essere d’accordo sul
fatto che la prima e principale obbligazione di un solitario sia di applicarsi
a Dio nel riposo e nel silenzio del cuore, di meditare incessantemente la sua
legge, di mantenersi in una perfetta disoccupazione da tutto quel che può distrarre
da ciò” [2]. Sarebbe vano cercare la gioia fuori da Gesù Cristo, da cui Rancé
dice, con poche mirabili parole, parlando del religioso: “Occorre che riempia
tutto solo la capacità del suo cuore” [3]. A questo prezzo si gode della “solitudine
dei chiostri”: “La pace vi è profonda, e Gesù Cristo, che è il Re della pace, e
che si compiace di ogni dove essa s’incontra, vi stabilisce il suo regno… [4].
Gioiremo di questa pace profonda che è la compartecipazione di coloro che s’impegnano
a fare la sua volontà… [5]. Per contro, colui che è infedele al suo stato
trascorrerà i suoi giorni nell’amarezza e finirà una vita miserabile con una
morte ancora più sfortunata” [6].
La
condizione di questa gioia in Dio è quindi la carità, “questa carità consumata,
che bandendo ogni timore, fa sì che gli uomini servano Dio sulla terra come gli
angeli lo servono in cielo, ovvero senza alcun timore dei castighi, ma per la
sola ragione della verità e della giustizia, per il solo amore che essi portano
a Gesù Cristo e per la consolazione che hanno di piacergli…” [7]. Tornano
frequentemente le parole “consolazione” e “consolare”, in formule come la
seguente: “Ecco, così mi sembra, alquanto per consolarvi…” [8]. Tali parole
rivestono tutto il loro significato alla luce di quanto è detto, nel capitolo
VII, Dell’amore di Dio: “Ameremo Dio
in spirito quando lo ameremo con la tenerezza e il sentimento del nostro cuore…”
[9], là dove sarà denunciato l’errore “di quanti fanno consistere l’obbligo di
amare Dio con una giustizia puramente legale, senza credere che sia necessario
amarlo per un moto del cuore” [10].
“Quando
le vostre viscere saranno sincere, non conoscerete più né dovere né precetto,
se non quello di amare; tutta la vostra consolazione sarà di alleggerire il
vostro cuore in sua presenza; non avrete né tempo né mezzi per dargli
testimonianza della vostra riconoscenza; ed esclamerete come il Profeta,
mediante continui trasporti: ‘Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me
benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare
tanti suoi benefici’”
[11].
Proseguendo,
la differenza fra la cattiva tristezza e la vera “consolazione” sarà l’oggetto
di un’intera Questione [12].
“Fratelli,
dovete sapere che vi sono due specie di tristezza; l’una tutta umana, è brutta,
inutile, e dà la morte…
“Vi
è un’altra tristezza che è secondo Dio, che è santa, è utile, e sostiene le
anime anziché abbatterle… Essa è santa perché Gesù Cristo la produce in noi con
il suo sguardo e mediante l’operazione dello Spirito santo; essa è utile perché
ci fa spandere le lacrime che lavano le nostre anime e che allontanano le
macchie causate dai peccati; non si potrà dubitare che essa non consoli e non
dia la gioia, giacché un penitente non può vedere i suoi gemiti che come gli
effetti sensibili della misericordia che Dio gli ha già fatto, e delle
assicurazioni di quella che gli prepara. Così, cosa importa se un solitario,
che passa tutta la sua vita senza avere parte alle gioie della terra, sia
abbattuto sotto il peso del dolore e privato di ogni consolazione – come ce lo
si figura –, poiché al contrario, egli trova che il dolore della penitenza,
secondo san Giovanni Climaco, porti con sé un’allegrezza e una gioia
spirituale, come la cera racchiude il miele [13]; essa è sempre unita nell’anima
a un piacere dolce e bello, e Dio non manca di consolare, in maniera segreta e
invisibile, coloro che hanno il cuore come affranto da un’afflizione così santa.
“È
ciò che ha fatto dire al medesimo santo [14], che era perfettamente istruito
sui sentieri della grazia, che ‘il dolore vivo e profondo della penitenza
riceve la consolazione da Dio, come la purezza del cuore riceve l’illuminazione
dal cielo… Questa consolazione è un refrigerio dell’anima afflitta, la quale,
come un bambino, piange e grida in sé stessa con tenerezza e amore, e questo refrigerio
è un rinnovamento dell’anima sopraffatta dal dolore, il quale, per un
meraviglioso effetto, muta le lacrime amare e pungenti in altre lacrime dolci e
piacevoli’” [15].
[1] Cap. II, q. 2, t. I, p. 8. Il termine “disoccupazione”
appartiene al vocabolario spirituale del secolo XVII. Lo si trova per esempio
nel titolo di un’opera di Padre Jean-Chrysostome de Saint-Lô O.F.M., La désoccupation des creature et l’occupation
de Dieu seul, Parigi 1651. Altri autori dicono che il fatto di essere “liberi
da ogni altra occupazione che non sia ‘servire Dio’” ha per fine di rendere l’anima
“disimpegnata”; queste parole di Dom Philippe François sono citate alle pp. 326-327
dell’articolo in cui ho tratteggiato la sua dottrina, sotto il titolo Spiritualité vanniste et tradition
monastique, in Rev. d’ascét. et de mystique,
XXXVI (1960).
[2] Cap. V, q. 1, t. I, p. 62. In questo testo si
nota, oltre a un nuovo impiego del termine “disoccupazione, la menzione di quel
“riposo” e di quel “silenzio del cuore”, sui quali ho raccolto testimonianze
tradizionali in Otia monastica. Etudes sur le vocabulaire
de la contemplation au moyen âge, Studia Anselmiana, Roma
1963.
[3]
Cap. V, q. 4, t. I, p. 84.
[4]
Cap. V, q. 6, t. I, p. 136. L’idea che Cristo è “Re della pace” e la devozione
al suo “regno” sono attestate frequentemente nella spiritualità francese del
secolo XVII, come dimostrano i testi che ho raccolto con il titolo La royauté du Christ dans la spiritualità française
du XVIIe siècle, nel Supplément de la
Vie Spirituelle, I (1947), pp. 216-222 e pp. 291-307.
[5]
Cap. VI, t. I, p. 149.
[6]
Cap. V, q. 5, t. I, p. 104. Nel prosieguo (capitolo XIV, q. 2, t. I, p. 570)
Rancé parla “di quel riposo e di quella gioia interiore che lo Spirito santo
diffonde nelle anime che hanno cura di conservare la carità”.
[7] Cap. IV, q. 2, t. I, p. 56. Dopo la pubblicazione
del libro di Dom G. Columbas, Paradis et vie
angélique. Le sens eschatologique de la vocation chrétienne, Parigi 1961, occorre
ancora ricordare che le allusioni agli angeli non implicano alcun “angelismo”,
in Rancé non più che negli altri testimoni della spiritualità monastica? Il
sottotitolo dell’opera indica sufficientemente il significato del tema.
[8]
Ibid., p. 61.
[9]
Cap. VII, q. 2, t. I, p. 177.
[10]
Ibid., p. 182.
[11]
Cap. VII, q. 1, t. I, p. 154. È citato Sal
102, 1-2.
[12]
“Occorre che un religioso viva nell’abbattimento e nella tristezza senza alcuna
consolazione?”. Cap. XVI, q. 4, t. II, pp. 27-29.
[13] A margine, rinvio a Gradus 7, art. 50 (P.G., 88, 812 D).
[14]
A margine, rinvio a ibid., n. 56. I
testi citati sono tratti dal medesimo Grado
VII, P.G., 88, 813-816, che reca
il titolo Del pianto che
letifica l’anima.
[15] Cap. XVI, t. II, pp. 27-29.
[Dom Jean Leclercq O.S.B., “La
joie dans Rancé”, Collectanea Ordinis
Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 208-210),
trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 -
segue]
La gioia in Rancé / seconda parte
lunedì 7 aprile 2014
La gioia in Rancé / prima parte
È
ancora possibile a un monaco di leggere Rancé [Dom
Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé (1626-1700)] come se non avesse mai sentito
parlare di lui, come se non sapesse nulla delle controversie che il suo nome
evoca immediatamente? In ogni caso, dev’essere difficile, e fra quanti parlano
di lui e lo giudicano, sono rari quelli che hanno letto le sue opere, con o
senza passione. Immaginiamo il lettore ingenuo che legge Rancé non in quanto
storico, per giudicarlo, ma da monaco, per edificarsi. Cosa troverà? Cose
caduche, come in tutte le opere antiche. Ma non rimarrà nulla di valido, e
cosa? Sarà molto o poco? A priori, è possibile prevedere che ciò che resta di
positivo non sia poca cosa. Uno dei segni della grandezza di Rancé non è il
fatto che scrittori come Chateaubriand e Bremond non abbiano disdegnato di
occuparsi di lui? La sfortuna vuole che fossero vittime del loro talento. Ciò
di cui oggi Rancé avrebbe bisogno sarebbe uno storico calmo e sicuro, che
domini il proprio metodo. Si veda il monumento di erudizione che ha iniziato a
costruire mons. Leflon a proposito di Eugène de Mazenod [1].
Così,
anni di pazienti ricerche di documenti, di lettere, di testimonianze lasciate
da Rancé o dai suoi contemporanei, di analisi imparziali di tutti i tasselli di
questo dossier, permetterebbero certamente di “situare” l’opera e la persona di
Rancé in un insieme alla luce del quale lo si potrebbe infine giudicare, e
anzitutto comprendere. Un tale studio storico dovrebbe duplicarsi in uno studio
d’interpretazione dottrinale e letteraria. Vi sarebbero da determinare quali
siano le fonti di Rancé. Le numerose e lunghe citazioni sulle quali spesso si basa
sono tratte direttamente dai testi, o sono dovute a intermediari come il
Baronius? Come concepiva la storia monastica, l’evoluzione delle istituzioni?
Differiva in questo dai suoi contemporanei? Quale uso faceva della Sacra
Scrittura, dei Padri, di san Bernardo? La sua dottrina sulle “mitigazioni” è
veramente lontana da quella di san Bernardo in quel De praecepto et dispensatione che cita così volentieri? Quale parte
spetta, nello stile di Rancé, come in quello di un san Bernardo o di un san Pier
Damiani, ai procedimenti d’espressione del suo tempo? Questo forse spiegherebbe
alcune “esagerazioni” – nell’accezione del termine della tradizione retorica –
simili a quelle che si potrebbero rilevare in molti dei suoi contemporanei, se
per avventura li si leggesse ancora.
Si
potrebbe allungare la lista dei problemi che sarebbero nel programma di un’inchiesta
esaustiva, da cui siamo ancora così lontani. Nell’attesa s’impone un’estrema
prudenza. Almeno si può già, con il senno di tre secoli dopo, invocare il “giudizio
della storia”. In effetti, dov’era la vita, quella vitalità che – talora attraverso
lunghi periodi di scacco apparente – garantisce l’avvenire? Già all’epoca del
conflitto che nel secolo XII oppose Cluny a Cîteaux, Cluny appariva come una
forma ancora assai onesta di vita monastica; ma lo slancio, la giovinezza e le
promesse di crescita erano altrove. Ugualmente, si può ritenere che doveva
esserci una forza intensa nel pensiero di un uomo la cui opera alimenta una
tradizione che, fino a una generazione ancora assai prossima a noi, ha
costituito il vigore di un’istituzione come l’Ordine Cistercense della Stretta
Osservanza.
Qui
non sarà sviluppato che un punto particolare, e in una sola opera di Rancé – ma
fondamentale –, il trattato De la sainteté
et des devoirs de la vie monastique, dove egli aveva esposto un ideale che
i suoi altri scritti commenteranno, difenderanno, ridurranno in “Costituzioni”,
in programma di vita [2]. Quando si percorre questo libro con il pregiudizio che si
trova nella descrizione dell’“oscura Trappa”, non si può che rimanere stupiti
di vedervi parlare della gioia. Ci si accorge ben presto che non si tratta per
nulla di allusioni rapide e rare, ma di menzioni frequenti e talora sviluppate,
di quelle che rivelano una delle “costanti” di una psicologia. Raccogliamo qui,
semplicemente, alcune di queste formule.
[1] Eugène de Mazenod, évêque de Marseille, fondateur des missionaires oblats de Marie Immaculée, 1782-1861, T. I, De la noblesse de robe au ministère des pauvres. Les étapes d'une vocation, 1782-1814, Parigi 1957; T. II, Missions de Provence. Restauration du diocèse de Marseille, 1814-1837, Parigi 1960.
[2] Le citazioni del trattato De la sainteté et des devoirs de la vie monastique sono qui fornite a partire dalla 2a ed., F. Muguet, Parigi 1683. Per comodità di lettura, l'ortografia e la punteggiatura sono state uniformate alle usanze di oggi.
[Dom Jean Leclercq O.S.B., “La
joie dans Rancé”, Collectanea Ordinis
Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 206-207),
trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 -
segue]
La gioia in Rancé / prima parte
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