mercoledì 9 aprile 2014

La gioia in Rancé / seconda parte

San Giovanni Climaco (575 c.-650 c.)
Le condizioni della gioia
 
Anzitutto si è avvertiti – senza sorpresa, se ci si pone dal punto di vista del Vangelo – che questa gioia si situa al di là della rinuncia: il solitario – cioè il monaco, nel vocabolario comune ai Mauristi e a Rancé, nonché conforme alla tradizione – serve a Gesù Cristo “in una perfetta disoccupazione” [1]. Il suo ideale è riassunto in formule dense e chiare, che avrebbero sottoscritto i dottori monastici di tutte le epoche: “Non si può che essere d’accordo sul fatto che la prima e principale obbligazione di un solitario sia di applicarsi a Dio nel riposo e nel silenzio del cuore, di meditare incessantemente la sua legge, di mantenersi in una perfetta disoccupazione da tutto quel che può distrarre da ciò” [2]. Sarebbe vano cercare la gioia fuori da Gesù Cristo, da cui Rancé dice, con poche mirabili parole, parlando del religioso: “Occorre che riempia tutto solo la capacità del suo cuore” [3]. A questo prezzo si gode della “solitudine dei chiostri”: “La pace vi è profonda, e Gesù Cristo, che è il Re della pace, e che si compiace di ogni dove essa s’incontra, vi stabilisce il suo regno… [4]. Gioiremo di questa pace profonda che è la compartecipazione di coloro che s’impegnano a fare la sua volontà… [5]. Per contro, colui che è infedele al suo stato trascorrerà i suoi giorni nell’amarezza e finirà una vita miserabile con una morte ancora più sfortunata” [6].
La condizione di questa gioia in Dio è quindi la carità, “questa carità consumata, che bandendo ogni timore, fa sì che gli uomini servano Dio sulla terra come gli angeli lo servono in cielo, ovvero senza alcun timore dei castighi, ma per la sola ragione della verità e della giustizia, per il solo amore che essi portano a Gesù Cristo e per la consolazione che hanno di piacergli…” [7]. Tornano frequentemente le parole “consolazione” e “consolare”, in formule come la seguente: “Ecco, così mi sembra, alquanto per consolarvi…” [8]. Tali parole rivestono tutto il loro significato alla luce di quanto è detto, nel capitolo VII, Dell’amore di Dio: “Ameremo Dio in spirito quando lo ameremo con la tenerezza e il sentimento del nostro cuore…” [9], là dove sarà denunciato l’errore “di quanti fanno consistere l’obbligo di amare Dio con una giustizia puramente legale, senza credere che sia necessario amarlo per un moto del cuore” [10].
“Quando le vostre viscere saranno sincere, non conoscerete più né dovere né precetto, se non quello di amare; tutta la vostra consolazione sarà di alleggerire il vostro cuore in sua presenza; non avrete né tempo né mezzi per dargli testimonianza della vostra riconoscenza; ed esclamerete come il Profeta, mediante continui trasporti: ‘Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici’” [11].
Proseguendo, la differenza fra la cattiva tristezza e la vera “consolazione” sarà l’oggetto di un’intera Questione [12].
“Fratelli, dovete sapere che vi sono due specie di tristezza; l’una tutta umana, è brutta, inutile, e dà la morte…
“Vi è un’altra tristezza che è secondo Dio, che è santa, è utile, e sostiene le anime anziché abbatterle… Essa è santa perché Gesù Cristo la produce in noi con il suo sguardo e mediante l’operazione dello Spirito santo; essa è utile perché ci fa spandere le lacrime che lavano le nostre anime e che allontanano le macchie causate dai peccati; non si potrà dubitare che essa non consoli e non dia la gioia, giacché un penitente non può vedere i suoi gemiti che come gli effetti sensibili della misericordia che Dio gli ha già fatto, e delle assicurazioni di quella che gli prepara. Così, cosa importa se un solitario, che passa tutta la sua vita senza avere parte alle gioie della terra, sia abbattuto sotto il peso del dolore e privato di ogni consolazione – come ce lo si figura –, poiché al contrario, egli trova che il dolore della penitenza, secondo san Giovanni Climaco, porti con sé un’allegrezza e una gioia spirituale, come la cera racchiude il miele [13]; essa è sempre unita nell’anima a un piacere dolce e bello, e Dio non manca di consolare, in maniera segreta e invisibile, coloro che hanno il cuore come affranto da un’afflizione così santa.
“È ciò che ha fatto dire al medesimo santo [14], che era perfettamente istruito sui sentieri della grazia, che ‘il dolore vivo e profondo della penitenza riceve la consolazione da Dio, come la purezza del cuore riceve l’illuminazione dal cielo… Questa consolazione è un refrigerio dell’anima afflitta, la quale, come un bambino, piange e grida in sé stessa con tenerezza e amore, e questo refrigerio è un rinnovamento dell’anima sopraffatta dal dolore, il quale, per un meraviglioso effetto, muta le lacrime amare e pungenti in altre lacrime dolci e piacevoli’” [15].

[1] Cap. II, q. 2, t. I, p. 8. Il termine “disoccupazione” appartiene al vocabolario spirituale del secolo XVII. Lo si trova per esempio nel titolo di un’opera di Padre Jean-Chrysostome de Saint-Lô O.F.M., La désoccupation des creature et l’occupation de Dieu seul, Parigi 1651. Altri autori dicono che il fatto di essere “liberi da ogni altra occupazione che non sia ‘servire Dio’” ha per fine di rendere l’anima “disimpegnata”; queste parole di Dom Philippe François sono citate alle pp. 326-327 dell’articolo in cui ho tratteggiato la sua dottrina, sotto il titolo Spiritualité vanniste et tradition monastique, in Rev. d’ascét. et de mystique, XXXVI (1960).
[2] Cap. V, q. 1, t. I, p. 62. In questo testo si nota, oltre a un nuovo impiego del termine “disoccupazione, la menzione di quel “riposo” e di quel “silenzio del cuore”, sui quali ho raccolto testimonianze tradizionali in Otia monastica. Etudes sur le vocabulaire de la contemplation au moyen âge, Studia Anselmiana, Roma 1963.
[3] Cap. V, q. 4, t. I, p. 84.
[4] Cap. V, q. 6, t. I, p. 136. L’idea che Cristo è “Re della pace” e la devozione al suo “regno” sono attestate frequentemente nella spiritualità francese del secolo XVII, come dimostrano i testi che ho raccolto con il titolo La royauté du Christ dans la spiritualità française du XVIIe siècle, nel Supplément de la Vie Spirituelle, I (1947), pp. 216-222 e pp. 291-307.
[5] Cap. VI, t. I, p. 149.
[6] Cap. V, q. 5, t. I, p. 104. Nel prosieguo (capitolo XIV, q. 2, t. I, p. 570) Rancé parla “di quel riposo e di quella gioia interiore che lo Spirito santo diffonde nelle anime che hanno cura di conservare la carità”.
[7] Cap. IV, q. 2, t. I, p. 56. Dopo la pubblicazione del libro di Dom G. Columbas, Paradis et vie angélique. Le sens eschatologique de la vocation chrétienne, Parigi 1961, occorre ancora ricordare che le allusioni agli angeli non implicano alcun “angelismo”, in Rancé non più che negli altri testimoni della spiritualità monastica? Il sottotitolo dell’opera indica sufficientemente il significato del tema.
[8] Ibid., p. 61.
[9] Cap. VII, q. 2, t. I, p. 177.
[10] Ibid., p. 182.
[11] Cap. VII, q. 1, t. I, p. 154. È citato Sal 102, 1-2.
[12] “Occorre che un religioso viva nell’abbattimento e nella tristezza senza alcuna consolazione?”. Cap. XVI, q. 4, t. II, pp. 27-29.
[13] A margine, rinvio a Gradus 7, art. 50 (P.G., 88, 812 D).
[14] A margine, rinvio a ibid., n. 56. I testi citati sono tratti dal medesimo Grado VII, P.G., 88, 813-816, che reca il titolo Del pianto che letifica l’anima.
[15] Cap. XVI, t. II, pp. 27-29.

[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 208-210), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 - segue]

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lunedì 7 aprile 2014

La gioia in Rancé / prima parte

È ancora possibile a un monaco di leggere Rancé [Dom Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé (1626-1700)] come se non avesse mai sentito parlare di lui, come se non sapesse nulla delle controversie che il suo nome evoca immediatamente? In ogni caso, dev’essere difficile, e fra quanti parlano di lui e lo giudicano, sono rari quelli che hanno letto le sue opere, con o senza passione. Immaginiamo il lettore ingenuo che legge Rancé non in quanto storico, per giudicarlo, ma da monaco, per edificarsi. Cosa troverà? Cose caduche, come in tutte le opere antiche. Ma non rimarrà nulla di valido, e cosa? Sarà molto o poco? A priori, è possibile prevedere che ciò che resta di positivo non sia poca cosa. Uno dei segni della grandezza di Rancé non è il fatto che scrittori come Chateaubriand e Bremond non abbiano disdegnato di occuparsi di lui? La sfortuna vuole che fossero vittime del loro talento. Ciò di cui oggi Rancé avrebbe bisogno sarebbe uno storico calmo e sicuro, che domini il proprio metodo. Si veda il monumento di erudizione che ha iniziato a costruire mons. Leflon a proposito di Eugène de Mazenod [1].
Così, anni di pazienti ricerche di documenti, di lettere, di testimonianze lasciate da Rancé o dai suoi contemporanei, di analisi imparziali di tutti i tasselli di questo dossier, permetterebbero certamente di “situare” l’opera e la persona di Rancé in un insieme alla luce del quale lo si potrebbe infine giudicare, e anzitutto comprendere. Un tale studio storico dovrebbe duplicarsi in uno studio d’interpretazione dottrinale e letteraria. Vi sarebbero da determinare quali siano le fonti di Rancé. Le numerose e lunghe citazioni sulle quali spesso si basa sono tratte direttamente dai testi, o sono dovute a intermediari come il Baronius? Come concepiva la storia monastica, l’evoluzione delle istituzioni? Differiva in questo dai suoi contemporanei? Quale uso faceva della Sacra Scrittura, dei Padri, di san Bernardo? La sua dottrina sulle “mitigazioni” è veramente lontana da quella di san Bernardo in quel De praecepto et dispensatione che cita così volentieri? Quale parte spetta, nello stile di Rancé, come in quello di un san Bernardo o di un san Pier Damiani, ai procedimenti d’espressione del suo tempo? Questo forse spiegherebbe alcune “esagerazioni” – nell’accezione del termine della tradizione retorica – simili a quelle che si potrebbero rilevare in molti dei suoi contemporanei, se per avventura li si leggesse ancora.
Si potrebbe allungare la lista dei problemi che sarebbero nel programma di un’inchiesta esaustiva, da cui siamo ancora così lontani. Nell’attesa s’impone un’estrema prudenza. Almeno si può già, con il senno di tre secoli dopo, invocare il “giudizio della storia”. In effetti, dov’era la vita, quella vitalità che – talora attraverso lunghi periodi di scacco apparente – garantisce l’avvenire? Già all’epoca del conflitto che nel secolo XII oppose Cluny a Cîteaux, Cluny appariva come una forma ancora assai onesta di vita monastica; ma lo slancio, la giovinezza e le promesse di crescita erano altrove. Ugualmente, si può ritenere che doveva esserci una forza intensa nel pensiero di un uomo la cui opera alimenta una tradizione che, fino a una generazione ancora assai prossima a noi, ha costituito il vigore di un’istituzione come l’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza.
Qui non sarà sviluppato che un punto particolare, e in una sola opera di Rancé – ma fondamentale –, il trattato De la sainteté et des devoirs de la vie monastique, dove egli aveva esposto un ideale che i suoi altri scritti commenteranno, difenderanno, ridurranno in “Costituzioni”, in programma di vita [2]. Quando si percorre questo libro con il pregiudizio che si trova nella descrizione dell’“oscura Trappa”, non si può che rimanere stupiti di vedervi parlare della gioia. Ci si accorge ben presto che non si tratta per nulla di allusioni rapide e rare, ma di menzioni frequenti e talora sviluppate, di quelle che rivelano una delle “costanti” di una psicologia. Raccogliamo qui, semplicemente, alcune di queste formule.
 
[1] Eugène de Mazenod, évêque de Marseille, fondateur des missionaires oblats de Marie Immaculée, 1782-1861, T. I, De la noblesse de robe au ministère des pauvres. Les étapes d'une vocation, 1782-1814, Parigi 1957; T. II, Missions de Provence. Restauration du diocèse de Marseille, 1814-1837, Parigi 1960.
[2] Le citazioni del trattato De la sainteté et des devoirs de la vie monastique sono qui fornite a partire dalla 2a ed., F. Muguet, Parigi 1683. Per comodità di lettura, l'ortografia e la punteggiatura sono state uniformate alle usanze di oggi.
 
[Dom Jean Leclercq O.S.B., La joie dans Rancé, Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum, 25 (1963), pp. 206-215 (qui pp. 206-207), trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - segue]

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venerdì 21 marzo 2014

Die 21 martii - S. P. N. Benedicti Abbatis

 
Fuit vir vitæ venerabilis, gratia Benedictus et nomine,
qui ab ipso pueritiæ suæ tempore cor gerens senile,
ætatem morbus transiens,
nulli animum voluptati dedit.

V.Ora pro nobis sancte Pater Benedicte.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
 
 
San Benedetto abate, olio su tela, sec. XVIII, Scuola toscana
 

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mercoledì 5 marzo 2014

Un buon proposito per la Quaresima

Henri Charlier (1883-1975), Vergine con il bambino.
I novizi sono generalmente pieni d’energia. Talora occorre addirittura moderarli. Un giorno Dom Gérard disse a uno di costoro, tutto preso nell’attività manuale: «Attenzione, bisogna durare: al giorno d’oggi le vocazioni sono rare». Dom Gérard conosceva bene la differenza fra attivismo e zelo. Ce l’ha insegnata con la sua fedeltà all’ufficio di Mattutino, alla lectio divina, alla preghiera, alla corrispondenza…
La Regola di san Benedetto si conclude con un bel capitolo sul buon zelo che i monaci devono coltivare. In realtà, tutta la Regolaè un grande richiamo a questa virtù. San Benedetto sa bene che la pigrizia spirituale minaccia il monaco come il leone minaccia la sua preda. La si chiama il demone meridiano, quando il sole raggiunge lo zenit e sembra non avanzare oltre. Il tempo appare lungo. Il povero monaco inizia a sbadigliare al tavolo di lettura, a guardare fuori dalla finestra, a sognare altri cieli. Gli viene il desiderio di andare a visitare i suoi fratelli, i malati, la propria famiglia. Secondo Evagrio Pontico, dottore di vita spirituale, «l’accidia è un rilassamento dell’anima, ma un rilassamento che non è conforme alla natura e non resiste valorosamente alle tentazioni». Si tratta di una pigrizia colpevole che si disinteressa delle cose spirituali. Così come, senza sforzo, non si possono gustare le gioie spirituali, l’anima vaga a cercarne altre più facili e quindi più basse. Giacché, secondo il principio formulato ammirevolmente da Aristotele, «all’uomo è impossibile vivere lungamente senza alcuna gioia».
Ma la pigrizia spirituale non è esclusiva dei monaci; essa riguarda tutti e può persino diventare contagiosa. L’uomo è così influenzabile! Padre de Vogüé, deceduto recentemente dopo una lunga vita monastica alla Pierre-qui-Vire, piena di duro lavoro, lo ha giustamente notato: «Quando si legge che l’accidia è un’“atonia”,come non pensare all’enorme caduta di tensione che ha fatto seguito all’ultimo Concilio, con migliaia di defezioni nel clero e nella vita religiosa? E quando ci viene detto che è l’instabilità a caratterizzare l’accidioso, il nostro pensiero ritorna invincibilmente a un altro aspetto dell’aggiornamento post-conciliare: la brama di cambiare. Senza dubbio s’invocavano le aspirazioni della gioventù, ma quelli che lo facevano erano troppo spesso uomini di 40 anni e più, la cui sollecitudine per i giovani nascondeva male l’indigenza spirituale e il lassismo».
Veniamo tuttavia ai rimedi. Il modo migliore di salvare il mondo e la Chiesa è di coltivare il buon zelo al fine di propagarlo attorno a sé. Per amare il Signore con forza, bisogna conoscerlo. Se ci costa così tanta fatica pregare e fare il bene, è anzitutto perché non conosciamo il Signore Gesù. Per conoscerlo intimamente, occorre iniziare con la lettura dei Vangeli. Vediamo cosa dice sant’Ambrogio: «Quando prendiamo in mano con fede le sante Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo ritorna a camminare con Dio nel paradiso» (Lettera 49, 3 ; PL 16, col. 1204). Perché non assumere come risoluzione quaresimale di leggere un Vangelo per intero e in maniera continuativa, o il messale, come fanno alcuni monaci? In spirito penitenziale, come ci ricorda il Santo Padre nella Verbum Domini. «Ai fedeli cristiani che leggono almeno mezzora la Sacra Scrittura secondo i testi approvati dall’autorità competente, con la venerazione dovuta alla Parola di Dio e con un fine spirituale, è concessa un’indulgenza plenaria; se la lettura dura meno di mezzora, l’indulgenza sarà parziale» (Penitenzieria Apostolica, Enchiridion indulgentiarum [16 luglio 1999], Aliae concessiones, 30, § 1).
Imparare a memoria un brano del Vangelo e ruminarlo è sempre occasione di una grande gioia. Per esempio, può trattarsi dell’Annunciazione o delle Beatitudini. Per i più coraggiosi sarà il capitolo 17 del Vangelo di san Giovanni, o semplicemente la sua meravigliosa conclusione: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Buona Quaresima!
 
[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 141, 7 marzo 2012, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 25 febbraio 2014

Finalmente, è stato Lui ad avere l’ultima parola

Bernardino Licinio (1485-1560 ca.),
Giovane monaco allo scrittoio, 1520 ca.
Unico maschio di una famiglia di cinque figli, i miei genitori si sono sempre sforzati di darmi una sana educazione cristiana.
Ancora piccolo, ho avuto la grazia di assistere agli inizi della comunità tradizionale a Colmar, crescendo alla sua ombra e investendomi poco a poco come ministrante e poi nello scoutismo. Mediante il servizio all’altare, mi sono immerso nel cuore della liturgia, quest’azione divina che fa scendere un po’ di Cielo sulla terra, e ho percepito una viva attrazione per il sacro. Dallo scoutismo ho appreso il dono e il superamento di sé, come pure lo spirito di équipe che rispetta la debolezza del più piccolo e si appoggia sui più valorosi in un ambiente di sana fraternità: una vera piccola scuola di vita monastica!
Verso l’età dei cinque anni visitavo con la mia famiglia il monastero benedettino di Le Barroux, situato in un bel paesaggio della Provenza, immerso tra il Mont Ventoux e le Dentelles de Montmirail. In questo monastero a quel tempo ancora in costruzione, la vita monastica era vissuta nella sua purezza originale e io ne fui davvero colpito. All’età di dodici anni ebbi una convinzione interiore che Dio mi chiamava a condurre la vita monastica in questo monastero e quattro anni più tardi inoltrai molto seriamente la mia domanda di ammissione… che poté essere accettata solo dopo il mio diciottesimo anno.
Leggendo queste righe si potrebbe pensare che il mio itinerario è avvenuto molto semplicemente… niente affatto. Durante i cinque anni che hanno preceduto la mia entrata nella vita religiosa, sono stato ininterrottamente combattuto dal desiderio di fondare una famiglia, di avere un mestiere appassionante o di fare qualcosa di straordinario, al punto di dimenticare talora completamente questo desiderio di donarmi a Dio; una lotta interiore spesso pesante da sopportare. Finalmente, è stato Lui ad avere l’ultima parola: ero nelle sue mani.
A una persona desiderosa di donare la propria vita a Dio, o che non si è mai posto seriamente il problema della vocazione, io proporrei di prendersi il tempo di fare silenzio nel proprio cuore, per ascoltare il Signore, che ha tante cose da dirci. Una visita quotidiana in una chiesa; dopo la comunione, un’azione di grazie non abbreviata dalle mondanità in uso sul sagrato; un tempo breve nel corso della giornata per leggere la Sacra Scrittura… Prendere sul serio la propria vita cristiana e compiere con amore il proprio dovere di stato attuale, è la preparazione per eccellenza alla vita consacrata. La santa Vergine è la Madre di tutte le vocazioni: non dimentichiamoci mai di porci sotto la sua protezione.
La Chiesa ci dà il dovere di scoprire la nostra vocazione di figli di Dio. Scriveva Guy de Larigaudie : «La vita ideale è quella in cui Dio ci vuole, individualmente, monaco, avventuriero, poeta, calzolaio o assicuratore». Noi tutti abbiamo la vocazione all’eterna beatitudine. Onde permetterci di corrispondervi, il Signore propone a ciascuno lo stato di vita mediante il quale, nel suo piano divino, noi potremo rendergli gloria nel modo migliore.
«Non abbiate paura di Cristo – ci diceva Benedetto XVI –, colui che si dona a Lui riceve il centuplo». Non abbiamo paura di camminare controcorrente nella società attuale!
Dopo otto anni di vita monastica, se mi chiedessero «saresti pronto a ricominciare?», forse vi rifletterei un istante… poiché, non bisogna nasconderlo, se la vita monastica fosse una situazione comoda, i monasteri sarebbero brulicanti di vocazioni! Al contrario, il Signore non risparmia le prove a coloro che diventano suoi amici. San Benedetto parla bene di «tutta la durezza e l’asperità del cammino che conduce a Dio». Ancor più, non basta avere la vocazione affinché una vita consacrata sia vissuta in una facile quiete. Essere fedele all’appello divino è la battaglia di tutta una vita, e il privilegio di vivere in un ambiente protetto, separato dal mondo, al riparo da numerose preoccupazioni, in una comunità ove tutto è perfettamente organizzato, talora può diventare un autentico purgatorio…
Queste considerazioni sono certamente gravi, ma non devono farci dimenticare che la vocazione religiosa è una chiamata puramente gratuita e senza alcun rapporto con i nostri meriti. La ragione umana non lo può spiegare, se non per un misterioso scambio d’amore del Creatore verso la sua creatura, quest’ultima non avendo altro che la propria fiducia da presentare quale cantico di azione di grazie. Cosa sono le nostre croci paragonate a quella di Cristo, gravata da tutte le nostre sofferenze e infedeltà riunite, assunte in uno slancio di misericordia per essere offerte al Padre?
Perciò, alla domanda posta più in alto, risponderei – non senza rimpiangere di avere esitato – «sì, di tutto cuore!». Un sapiente diceva che i monaci sono gli uomini più felici sotto il sole. Nell’attesa di pronunciare i miei voti definitivi, qualche anno di apprendistato monastico mi permette di dirvi che questo sapiente era davvero un gran saggio!
 
[C’est Lui qui eut le dernier mot, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 10 febbraio 2014

Santa Scolastica nell'arte

Maestro di Liesborn (attivo nel secolo XV), particolare del retablo
con i santi Giovanni Evangelista, santa Scolastica e san Benedetto,
olio su tavola, The National Gallery
 

Andrea Mantegna (1431-1506), ritratto di santa Scolastica,
dal Polittico di San Luca, tempera su tavola, Pinacoteca di Brera

Lorenzo Monaco (†1423/1424), dettaglio con i santi Benedetto e Scolastica,
olio e tecnica mista su tavola, The National Gallery

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Die 10 februarii - S. Scholasticæ V., Sororis S.P.N. Benedicti

Santa Scolastica esposta nel coro del
Monastero San Benedetto di Bergamo
33. Il miracolo di sua sorella Scolastica
 
Gregorio: Credi, Pietro, che al mondo ci sia stato uno più degno di Paolo? Eppure egli supplicò tre volte il Signore per essere liberato dallo stimolo della carne, e non riuscì ad ottenere quanto voleva.
Perciò è necessario che io ti racconti come ci fu una cosa che il venerabile Benedetto, desiderò, ma non gli fu concesso di ottenerla.
Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall’infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l’abitudine di venirgli a fare visita, una volta all’anno, e l’uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero.
Un giorno, dunque, venne e il suo venerando fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e quando cominciava a calare la sera, presero insieme un po’ di cibo. Si trattennero ancora a tavola e col prolungarsi dei santi colloqui, l’ora si era protratta più del consueto.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: “Ti chiedo proprio per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo... “. Ma egli le rispose: “Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero”.
La serenità del cielo era totale: non si vedeva all’orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mani a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d’acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci ch’eran con lui, poterono metter piedi fuori dell’abitazione.
La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un fiume di lagrime, per le quali l’azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare la pioggia.
L’uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po’ rattristato, cominciò a lamentarsi con la sorella: “Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta; ma che hai fatto?”. Rispose lei: “Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero”.
Ormai era impossibile proprio uscire all’aperto e lui che di sua iniziativa non l’avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero tutti la notte vegliando e si riempirono l’anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale.
Con questo racconto ho voluto dimostrare che egli ha desiderato qualcosa, ma non riuscì ad ottenerla. Certo, se consideriamo le disposizioni del venerabile Padre, egli avrebbe voluto che il cielo rimanesse sereno come quando era disceso; ma contrariamente a quanto voleva, si trova di fronte ad un miracolo, strappato all’onnipotenza divina dal cuore di una donna.
E non c’è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché, secondo la dottrina di Giovanni: “Dio è amore”; fu quindi giustissimo che potesse di più colei che amava di più!
Pietro: confesso che mi piacciono moltissimo questi racconti.
 
34. L’anima di sua sorella vola al cielo
 
Gregorio: il giorno seguente tutti e due, fratello e sorella, fecero ritorno al proprio monastero.
Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l’anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un’anima sola in Dio.
 
[San Gregorio Magno (540 ca.-604), Libro II dei Dialoghi, 33-34]

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