lunedì 10 febbraio 2014

Die 10 februarii - S. Scholasticæ V., Sororis S.P.N. Benedicti

Santa Scolastica esposta nel coro del
Monastero San Benedetto di Bergamo
33. Il miracolo di sua sorella Scolastica
 
Gregorio: Credi, Pietro, che al mondo ci sia stato uno più degno di Paolo? Eppure egli supplicò tre volte il Signore per essere liberato dallo stimolo della carne, e non riuscì ad ottenere quanto voleva.
Perciò è necessario che io ti racconti come ci fu una cosa che il venerabile Benedetto, desiderò, ma non gli fu concesso di ottenerla.
Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall’infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l’abitudine di venirgli a fare visita, una volta all’anno, e l’uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero.
Un giorno, dunque, venne e il suo venerando fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e quando cominciava a calare la sera, presero insieme un po’ di cibo. Si trattennero ancora a tavola e col prolungarsi dei santi colloqui, l’ora si era protratta più del consueto.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: “Ti chiedo proprio per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo... “. Ma egli le rispose: “Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero”.
La serenità del cielo era totale: non si vedeva all’orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mani a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d’acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci ch’eran con lui, poterono metter piedi fuori dell’abitazione.
La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un fiume di lagrime, per le quali l’azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare la pioggia.
L’uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po’ rattristato, cominciò a lamentarsi con la sorella: “Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta; ma che hai fatto?”. Rispose lei: “Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero”.
Ormai era impossibile proprio uscire all’aperto e lui che di sua iniziativa non l’avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero tutti la notte vegliando e si riempirono l’anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale.
Con questo racconto ho voluto dimostrare che egli ha desiderato qualcosa, ma non riuscì ad ottenerla. Certo, se consideriamo le disposizioni del venerabile Padre, egli avrebbe voluto che il cielo rimanesse sereno come quando era disceso; ma contrariamente a quanto voleva, si trova di fronte ad un miracolo, strappato all’onnipotenza divina dal cuore di una donna.
E non c’è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché, secondo la dottrina di Giovanni: “Dio è amore”; fu quindi giustissimo che potesse di più colei che amava di più!
Pietro: confesso che mi piacciono moltissimo questi racconti.
 
34. L’anima di sua sorella vola al cielo
 
Gregorio: il giorno seguente tutti e due, fratello e sorella, fecero ritorno al proprio monastero.
Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l’anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un’anima sola in Dio.
 
[San Gregorio Magno (540 ca.-604), Libro II dei Dialoghi, 33-34]

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martedì 4 febbraio 2014

La Chiesa allo stato incandescente

Come definireste un monastero benedettino?

Mi piace questa espressione di padre Bouyer: «La vita monastica è la Chiesa allo stato incandescente». E la santa di Lisieux la definisce come «l’amore al cuore della Chiesa». A questo livello, Carmelo e Regola benedettina si congiungono. La vita benedettina è al medesimo tempo contemplativa e cenobitica (comunitaria). Il mistero della Chiesa vi si rende assai visibile, fondato sull’amore di Cristo e sulla liturgia, quei due poli attorno ai quali Benedetto chiede che «non si anteponga nulla». Egli così presenta il suo ideale, «cenobiti, che vivono in un monastero, militando sotto una regola e un abate». Lo sforzo spirituale – «militando» – mette spalla a spalla tutti i membri di una famiglia fortemente strutturata e ordinata. Al termine della Regola, san Benedetto riassume: i monaci «si portino a vicenda un amore fraterno e scevro da ogni egoismo; temano filialmente Dio; amino il loro abate con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna». Il cuore purificato si apre allora in grande. Altrove, il fine monastico è definito come una «ricerca di Dio», in cui l’umiltà – accuratamente descritta – apre «l’intelligenza alle verità che salvano».
 
[L’Eglise à l’état incandescent, intervista di Christophe Geffroy a Dom Hervé Courau O.S.B., Abate dell’abbazia Notre-Dame de Triors, in La Nef, n. 255, gennaio 2014, pp. 16-19 (p. 16), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 10 gennaio 2014

Il messale, manuale per eccellenza del cristiano

Le Éditions Sainte-Madeleine dell’abbazia benedettina di Le Barroux hanno appena pubblicato un nuovo messale quotidiano latino-francese per la forma extraordinaria del Rito romano – disponibile al prezzo di 49 euro, con copertina in più colori (nero, marrone, bordeaux, blu), per un totale di 2.640 pagine, con l’imprimatur dell’arcivescovo di Avignone, S.E. Mons. Jean-Pierre Cattenoz –, dopo la precedente edizione del 1990, il cui successo è testimoniato dalla vendita di oltre 40.000 copie. Al lancio di questa nuova avventura editoriale è dedicata un’intervista del periodico quindicinale francese L’homme nouveau a Dom Hubert O.S.B., cellerario dell’abbazia Sainte-Madeleine. Qui di seguito riportiamo due brani di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero, sull’importanza della preghiera liturgica.


Abbiate la più grande considerazione delle azioni che appartengono in proprio alla santa Chiesa: canti, segni, formule sacramentali, dove si esprimono non dei sentimenti umani individuali soggettivi, segnati dai tempi e dalle circostanze, ma il pensiero eterno di Dio. Il più venerabile di questi monumenti della pietà cristiana è la Messa latina e gregoriana secondo l’antico rito. Abbiate sotto gli occhi una traduzione che vi permetta di coglierne tutta la ricchezza e cercate di conservarne la sostanza: vi attingerete qualcosa d’inesprimibile, superiore a qualsiasi parola umana. Considerate il messale come fosse il manuale per eccellenza del cristiano. La disposizione dei testi approntata alla Santa Scrittura, come la offre la liturgia del giorno, dà alla lettura un valore superiore a questi stessi testi se li aveste scelti per vostra iniziativa: è la Chiesa che li presenta per i bisogni della vostra anima, è lei, questa «grande madre Chiesa ai ginocchi della quale ho imparato ogni cosa» (Claudel), che li inserisce nel ciclo dei misteri di Cristo. I testi e i riti sacri vi insegneranno inoltre la profonda riverenza che l’anima deve provare in presenza delle cose divine. Che si tratti dello svolgimento sontuoso di una Messa solenne o della più umile benedizione del rituale per un bambino malato, è la medesima grandezza d’ispirazione che traspare. È con questa attenzione e rispetto verso gli atti che provengono in proprio dalla Chiesa, che si forgia un’anima cattolica.


La scelta della lettura spirituale è di un’importanza capitale : occorre seguire i propri gusti e le proprie inclinazioni, rimanendo docili a quell’istinto segreto che previene contro l’eccesso di faciloneria o, all’inverso, contro la pretesa di volare troppo alto. Il valore di una buona lettura sarà sempre provato dai suoi effetti nella vita quotidiana. «Maledetta la scienza che non insegna ad amare», diceva san Bernardo. La lettura del messale è sempre il modo migliore per prepararsi alla domenica o a una festa. Dom Romain arriva persino a dire che il messale è più necessario della Bibbia, non essendo altro che la Scrittura, ma applicata e adattata alle nostre anime nel tempo liturgico. In fondo, in ogni lettura, vi è essenzialmente l’intenzione primordiale di trovare la luce, e poi di trasformare la luce in amore. Questo dura tutta la vita.

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lunedì 2 dicembre 2013

Quel dialogo senza parole

Ogni volta che cerco di parlare del silenzio mi trovo inadeguata; mi accorgo che lo descrivo in modo sempre un po’ diverso, come cercando di avvicinarmi a esso per approssimazione, volendo esprimere attraverso nuove immagini altre sfumature di questa realtà indicibile, eppure eloquentissima. Non si riesce a “dire” il silenzio se non vivendolo, facendone l’esperienza interiore. Del silenzio bisognerebbe, dunque, parlare tacendo.
C’è in proposito un significativo detto dei Padri del deserto, quegli antichi monaci che, vivendo davvero il silenzio, lo irradiavano attorno a sé: «Tre padri avevano costume di andare ogni anno dal beato Antonio; due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima; il terzo invece sempre taceva e non chiedeva nulla. Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli disse: “È tanto tempo ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla”. Gli rispose: “A me, padre, basta il solo vederti”» (n. 27; in Patrologia Graeca 65,84).
Ed è vero: c’è un modo di accostare gli altri, di accoglierli con lo sguardo, con il sorriso, con il cuore, che comunica molto più del discorso vocale. Tuttavia, è vero che nell’esistenza ordinaria anche il discorso sul silenzio ha una sua importanza. Esso, in certo modo, prepara la strada per arrivare a quel punto di pace e di grazia che è l’autentico silenzio interiore. Infatti per l’uomo ferito dal peccato, in balìa delle sue passioni e per di più immerso in una società rumorosa come la nostra, il silenzio non è più il “naturale” respiro dell’anima: occorre conquistarlo o, meglio, lasciarsene conquistare; occorre avvicinarsi a esso come Mosè al roveto ardente (Es 3-4).
 
[Anna Maria Cànopi O.S.B., in Luoghi dell'Infinito, n. 178, novembre 2013]

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giovedì 28 novembre 2013

Ordo Divini Officii 2014

Domenica 1 dicembre 2013 inizia il Tempo dell’Avvento ed entra così in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta e seguire il calendario liturgico dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo 2014.
 


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mercoledì 13 novembre 2013

13 novembre - Festa di Tutti i Santi O.S.B.

Nella famiglia monastica benedettina, il 13 novembre ricorre la festività di tutti i santi dell'Ordine (e l'indomani la commemorazione di tutti i defunti dell'Ordine). Il Prefazio della Messa propria è quello di san Benedetto, che viene inoltre recitato nelle festività di san Benedetto - il 21 marzo e l'11 luglio -, in quella di santa Scolastica - il 10 febbraio - e nelle Messe votive di san Benedetto.

Vere dignum et justum est, aequum et salutare, nos tibi semper et ubique gratias agere, Domine, sancte pater, omnipotens aeterne Deus: qui beatissimum confessorem tuum Benedictum, ducem et magistrum caelitus edoctum, innumerabili multitudini filiorum statuisti. Quem et omnium justorum spiritu repletum, et extra se raptum, luminis tui splendore collustrasti; ut in ipsa luce visionis intimae, mentis laxato sinu, quam angusta essent inferiora deprehenderet. Per Christum Dominum nostrum. Quapropter profusiis gaudiis, tutus in orbe terrarum monachorum coetus exsulta. Sed et supernae virtutes atque angelicae Potestates hymnum gloriae tuae concinunt, sine fine dicentes...
 
 


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venerdì 25 ottobre 2013

Architettura e Arte al Monastero San Benedetto di Bergamo

[Domani, sabato 26 ottobre 2013, alle ore 16:30, presso la chiesa del Monastero San Benedetto di Bergamo - di cui ci siamo già occupati in altre occasioni (cfr. per esempio qui) -, sarà presentato il volume Architettura e Arte (Edizioni del Soncino, 2013, 436 pp.), volto a presentare il ricco tesoro artistico del monastero. Siamo lieti di offrire ai lettori in anteprima la pregevole Presentazione al volume del Vescovo di Bergamo, S.E. Mons. Francesco Beschi. Si tratta di un’opera meritoria che costituisce un contributo culturale di primissimo piano, di cui caldeggiamo l’attenta lettura e una capillare diffusione. Chi ne fosse interessato si potrà rivolgere al seguente indirizzo: Monastero San Benedetto, Via Sant’Alessandro 51, 24122 Bergamo (e-mail: monsanben.bg@tiscali.it)]
 
Lo confesso: lo sguardo che ho potuto dare al bel volume Architettura e Arte presentatomi in bozza, mi ha riempito di nostalgia verso la bellezza e di ammirazione per “questa” bellezza. Si vorrebbe avere più tempo per la bellezza, e sfogliare con calma maggiore, quasi a tempo pieno “questa bellezza”, raccolta con cura amorevole dalle monache di San Benedetto, custodi non di un edificio, ma di una casa che vive da secoli, la loro casa, la casa delle loro sorelle che da più di cinquecento anni, di generazione in generazione, qui hanno dimorato.
E ci si vorrebbe fermare con tutta la cura possibile sulle descrizioni dei diversi studiosi che hanno steso i contributi con la competenza profonda e propria di ciascuno. Anche una rapida scorsa del “farsi” man mano delle costruzioni, regala al lettore gli elementi fondamentali della vita monastica: anzitutto la “chiesa in quadratura”, che dal secolo XVI al XVIII obbedisce prima al cammino liturgico dettato dalla riforma di Trento e poi al gusto estetico che muta, per essere il luogo fondamentale dell’opus divinum, cioè la preghiera, fulcro costitutivo della vita monastica. E poi il chiostro. L’eleganza del chiostro isabelliano nel monastero di S. Benedetto è di una bellezza limpida, essenziale, purissima. Il chiostro è spazio architettonico che caratterizza ogni monastero ed ha una ragione funzionale, raccordando i diversi momenti della vita monastica quotidiana. L’accurato racconto delle fasi di progettazione e di costruzione del chiostro del monastero di San Benedetto e le belle immagini che ne presentano il risultato a chi non potrà mai ammirarlo de visu, offrono allo spirito il grande significato simbolico del chiostro stesso, che lo fa assurgere a emblema della vita monastica: camminare sulla terra nella consapevolezza che la nostra esistenza è spalancata sul cielo, che il Cielo stesso anzi si affaccia alla nostra vita; lavorare, pregare, vivere fraternamente, vivere nella solitudine della cella sotto lo sguardo del Signore, così ben simboleggiato dal cielo azzurro che tutto con delicatezza sovrasta, avvolge, accarezza.E accanto alla chiesa e al chiostro sembra di veder crescere piano piano l’insieme degli altri edifici necessari alla vita monastica, attraverso la minuziosa descrizione delle diverse fasi dei lavori. Colpiscono in particolare le celle monastiche cinquecentesche, sobrie ed eleganti: fatte per il riposo notturno e per la preghiera personale, per il necessario raccoglimento e per il silenzio riempito del desiderio del Signore, esse sono davvero quella “anticamera del Paradiso” che prepara qui sulla terra la visione del Signore e Maestro Gesù, che sarà concessa in Cielo.
Il refettorio, le scale, i corridoi, i disimpegni, le cantine, i diversi luoghi necessari alla vita comunitaria e quotidiana delle monache vengono narrati nel loro costituirsi, non come parti di un monumento, ma come possibilità concreta per una vita dedicata al Signore, impegnata nella ricerca di una perfezione non fine a se stessa, non compiaciuta nella contemplazione di sé, ma purificata dall’Amore, resa autentica dal soffio dello Spirito. Mi accorgo di sprecare forse, ripetendoli, i vocaboli: “sobrietà” e “bellezza”: ma la sintesi della vicenda costruttiva del monastero di S. Benedetto sta proprio nel coniugarsi continuo, nel momento della edificazione della parte più cospicua e costitutiva di esso, ed anche negli elementi aggiuntisi nel tempo, di questi due elementi. Una dimora di bellezza e di sobrietà: questo è il monastero di S. Benedetto. “Architettura ed Arte” si sono plasmati e tradotti in un edificio affascinante per la sua sobria bellezza. L’arredo liturgico e pittorico, la suppellettile di mobili e di sculture di cui è dotato il monastero, analizzati con l’accuratezza che è oggi tanto preziosa perché supportata da ricerche d’archivio e da comparazioni opportune, sono presentati in modo da offrirci veramente l’idea che nulla sia stato trascurato, nulla sia stato lasciato al caso, e contemporaneamente nulla sia stato posto in dovizioso e ridondante eccesso o in vuoto affastellarsi di vistose quanto inutili decorazioni: tutto è nella misura giusta perché la vita monastica giunga al buon fine di dar gloria al Signore attraverso la vita di donne consacrate proprio per questo servizio in ogni gesto di preghiera e di lavoro a Lui.
Ho chiuso la bozza del volume che mi aveva comunicato contemporaneamente nostalgia e ammirazione per la bellezza, proponendomi di sfogliarlo con accuratezza al momento della sua imminente pubblicazione. Quali altri pensieri si affacciavano al mio spirito? Ho sentito la profonda gioia di sapere che quell’edificio fatto di bellezza e di sobrietà è ancora vivo: non è un museo, una dimora storica, un luogo da visitare per una ricerca culturale, per un compiacimento meramente estetizzante. Ho gustato la gioia del pastore che sa di avere nella sua diocesi una comunità monastica vivente, che abita uno spazio reso prezioso dall’intelligenza degli uomini che seppero costruire con ardimento e grazia; uno spazio prezioso perché “scuola del Vangelo”. Non ho potuto trattenermi dall’impiegare ancora un po’ di tempo a scorrere le poche, densissime pagine della Regola di san Benedetto. Sapevo bene che nella Regola Benedetto non si sofferma per nulla sul monastero come edificio, ma desideravo trovare qualche accenno a quell’“edificio spirituale” che è il vero monastero, fatto di persone, di anime, di cuori raccolti dal desiderio della sequela al Signore Gesù. M’è sembrato d’averlo incontrato in alcune espressioni del Prologo, che mi piace condividere con voi: interroghiamo il Signore, dicendogli con le parole del profeta: “Signore, chi abiterà nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?”. E dopo questa domanda, fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci indica la via che porta a quella tenda: “Chi cammina senza macchia e opera la giustizia; chi pronuncia la verità in cuor suo e non ha tramato inganni con la sua lingua; chi non ha recato danni al prossimo, né ha accolto l’ingiuria lanciata contro di lui”; chi ha sgominato il diavolo, che malignamente cercava di sedurlo con le sue suggestioni, respingendolo dall’intimo del proprio cuore e ha impugnato coraggiosamente le sue insinuazioni per spezzarle su Cristo al loro primo sorgere; gli uomini timorati di Dio, che non si insuperbiscono per la propria buona condotta e, pensando invece che quanto di bene c’è in essi non è opera loro, ma di Dio, lo esaltano proclamando col profeta: “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria!”. Come fece l’apostolo Paolo, che non si attribuì alcun merito della sua predicazione, ma disse: “Per grazia di Dio sono quel che sono” e ancora: “chi vuole gloriarsi, si glori nel Signore”. Perciò il Signore stesso dichiara nel Vangelo: “Chi ascolta da me queste parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla roccia. E vennero le inondazioni e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”. Dunque, fratelli miei, avendo chiesto al Signore a chi toccherà la grazia di dimorare nella sua tenda, abbiamo appreso quali sono le condizioni per rimanervi, purché sappiamo comportarci nel modo dovuto. Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso (nella certezza che) ... man mano si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall’indicibile soavità dell’amore.
A chiunque sfoglierà le pagine di questo volume cariche di bellezza auguro quanto è capitato a me: possa essere rimandato al desiderio di ciò che quella bellezza racchiude e significa. Possa passare al desiderio di abitare nella tenda che il Signore prepara per chi lo cerca con purezza di cuore; possa abitare nella casa solida costruita sulla roccia della sua Parola; possa cercare di vivere nella Scuola del Vangelo. Il Monastero è questo anzitutto e soprattutto. Architettura ed Arte sono un segno e uno spiraglio attraverso i quali gustare qualcosa dell’essere figli amati dal Padre in Gesù, invitati ad abitare già da adesso e per sempre nella casa che è Lui. Le monache ce lo insegnano con la loro testimonianza quotidiana. Anch’io, come tutti coloro che visitano la chiesa del Monastero di S. Benedetto, sono stato colpito dal bastone dipinto da Giuseppe Porri accanto all’acquasantiera, nel lussureggiante parato di affresco che contorna la porta prospiciente la via S. Alessandro. L’ho sentito come un invito ad appoggiare di tanto in tanto il mio bastone di pastore e di pellegrino, per sostare un poco a condividere con le monache la bellezza e la fatica della lode divina, della vita fraterna e laboriosa: nella “scuola del servizio del Signore” e “sotto la sua tenda” c’è posto per quanti, affascinati dalla bellezza dell’Arte e dell’Architettura, sentono la nostalgia della Bellezza unica ed autentica, il Signore Gesù.

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