lunedì 15 luglio 2013

Ordinazione al suddiaconato a Le Barroux

Domani martedì 16 luglio 2013, commemoratio B.M.V. de Monte Carmelo, presso l'abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux, S.E. mons. Paul-Marie Guillaume, vescovo emerito di Saint-Dié, conferirà l'ordinazione al suddiaconato al monaco dell'abbazia fr. Jean-Chrysostome O.S.B. Nella foto qui di seguito, S.E. mons. Guillaume assieme al Padre Abate di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., in occasione delle ordinazioni diaconali del 22 luglio 2011.
 


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giovedì 11 luglio 2013

Die 11 iulii - In solemnitate S. P. N. Benedicti

Deus, qui beatissimum Confessorem tuum Benedictum omnium iustorum spiritu replere dignatus es: concede nobis famulis tuis, eius Solemnitate celebrantibus; ut, eiusdem spiritu repleti, quod te donante promisimus, fideliter adimpleamus. Per Dominum...

Roma, Catacombe di Sant'Ermete, absidiola del piccolo oratorio, affresco (fine VIII-inizi IX sec.)
nel quale è conservata la più antica immagine a noi nota di san Benedetto.
 

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venerdì 5 luglio 2013

Benedetti o maledetti !

Beati i poveri in spirito! Sì, beati quanti si riconoscono poveri di luce e sentono il bisogno di essere istruiti dalla verità che viene dall’alto, e che non pretendono di fabbricarla per mezzo di leggi false. Beati quanti cercano la legge inscritta nella natura umana e nel cosmo. Beati, perché il regno dei cieli sarà loro dato dalla luce che divinizza! Maledetti, al contrario, i ricchi in spirito che si considerano degli dei, poiché chi si esalta sarà umiliato.
Beati i dolci! Sì, beati coloro i quali agiscono rispettando la natura delle cose. Costoro cercano l’armonia fra il cielo e la terra, fra l’anima e il corpo, fra l’uomo e la donna. Beati quelli che, rispettando l’alterità feconda, partecipano al mistero dell’unità. Beati perché essi possederanno la terra dei loro corpi, della loro famiglia e della loro città. Maledetti, al contrario, i dittatori che a mani levate forzano la natura. Chi semina la violenza raccoglierà il caos.
Beati quelli che piangono! Sì, beati quanti vedono il male davanti a sé e ne rimangono emozionati fino al più profondo della loro coscienza. Sono capaci di dire «no» con forza e di ricevere dei colpi. Beati quelli che piangono a causa dei gas lacrimogeni, perché saranno consolati dalla soavità della missione compiuta e da queste parole di Dio: «Entra nella gioia del tuo Maestro!». Maledetti gli insensibili al bene e al male, soprattutto quando riguarda i più piccoli, giacché tutti i sofismi non basteranno a calmare il fuoco eterno della loro coscienza.
Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, quanti operano per difendere i diritti fondamentali, in particolare quelli dei più deboli: gli embrioni, i bambini e gli anziani. Come san Benedetto, essi vogliono che questa giustizia sia inscritta nella legge. Sì, beati, perché riceveranno una giusta ricompensa che supera tutto ciò che è asceso al cuore dell’uomo. E maledetti quelli che costruiscono la città sulle sabbie mobili delle passioni disordinate. Riceveranno il castigo delle proprie azioni e di tutte le loro conseguenze.
Beati i misericordiosi, quelli che amano il proprio fratello e detestano i vizi. Essi prendono su di sé il peccato del mondo, a imitazione di Gesù Cristo. Beati quelli che vegliano, che cantano la speranza nelle tenebre, perché sarà loro fatta misericordia, a loro e a tutto il mondo. Maledetti quelli che spronano la legge del più forte, poiché verrà uno molto più forte di loro.
Beati i cuori puri. Sì, beati quelli che hanno buon senso, che possiedono ciò che il Papa Giovanni Paolo II chiamava la grammatica universale della morale. Essi lasciano trasparire nella loro vita e nei loro atti la luce della legge superiore. Beati perché vedranno Dio, Luce eterna e beatificante. Maledetti i cuori ottusi e opachi, perché saranno sprofondati nelle tenebre esteriori.
Beati i pacifici! Sì, beati quelli che danno al mondo la pace costruita sulla base della filiazione e non su un preteso diritto alla figliolanza. Beati, perché saranno chiamati figli di Dio ed entreranno nella grande fratellanza dei santi. Maledetti quelli che profanano questo legame, perché finiranno nella solitudine eterna.
Beati, infine, quelli che soffrono la persecuzione, i colpiti, gli insultati, i disprezzati, gli ignorati. Beati, perché il regno dei cieli appartiene loro. Non perdono nulla di ciò che è grande, e giudicheranno il mondo alla destra del Signore. Maledetti i persecutori, perché saranno perseguitati dai demoni.
 
[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 146, 30 maggio 2013, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 21 maggio 2013

Pellegrini della Tradizione

Come da ormai oltre tre decenni (per la cronaca del 2011 si veda qui; per la cronaca del 2012 si veda qui), dal 18 al 20 maggio 2013 si è svolta la 31ma edizione del Pellegrinaggio di Pentecoste, che come vuole la tradizione ripresa da Charles Péguy (1873-1914) – riattivata, nel 1983, nello spirito dei fratelli Henri (1883-1975) e André Charlier (1895-1971) –, accompagna i pellegrini a piedi, dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi alla cattedrale Notre-Dame di Chartres, per un totale di circa cento chilometri. A organizzare questo imponente pellegrinaggio è l'associazione Notre-Dame de Chrétienté, secondo una carta fondativa che vuole questa iniziativa – d'impronta mariana e liturgicamente vincolata alla forma extraordinaria del Rito romano – posta sotto l'egida del motto Tradizione - Cristianità - Missione.
Quest’anno il tema del pellegrinaggio è stato Educazione cammino di santità, che dopo i temi della difesa della vita e della famiglia – al centro dei pellegrinaggi del 2011 e 2012 –, rappresenta il terzo dei punti non negoziabili sui quali il Magistero pontificio è tornato a più riprese. Sono stati circa 15.000 i pellegrini che durante le scorse giornate hanno marciato e pregato (perlopiù sotto la pioggia), così realizzando un’avventura umana e spirituale, accompagnati da centinaia di sacerdoti e religiosi. Fra costoro, come da tradizione, una rappresentanza del monastero benedettino Sainte-Madeleine di Le Barroux: rimane celebre l’omelia pronunciata a Chartres nel 1985, in conclusione di quell’edizione del pellegrinaggio, da Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate di Le Barroux, alla cui lettura e meditazione ancora oggi rimandiamo. Così pure, volentieri rimandiamo alla lettura dell'omelia pronunciata nel 2005 dall'attuale abate di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., il quale ha chiuso quest'anno l'uscita processionale dalla cattedrale di Chartres al termine della Messa – celebrata da S.E. mons. Eric Aumonier, vescovo di Versailles –, com'è possibile vedere nel breve video che segue.
 


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giovedì 9 maggio 2013

Papa Francesco e la liturgia

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l’editoriale di Loïc Mérian, François et la liturgie, comparso in La Nef, n. 247, aprile 2013, p. 11]

Alcuni fedeli sono forse rimasti sorpresi dall’apparente orientamento liturgico scelto dal nuovo Papa Francesco. I commentatori non si sono sbagliati, sottolineando le differenze di «stile» fra il nuovo Papa e il suo predecessore. Non mi verrebbe in mente di dire che si tratta di una questione di sensibilità. I discorsi forti sul tema di Benedetto XVI, ai quali molti hanno pienamente aderito, ricordavano al contrario che la liturgia è per essenza sacra, che è legata alla regola della fede e che dunque la cura che vi è data non è un lusso accessorio, ma una necessità assoluta, finanche un’urgenza per il nostro tempo. Si sbaglierebbero pesantemente coloro i quali volessero ritenere sorpassati questi richiami , e l’insegnamento costante e ripetuto della Chiesa sull’argomento dà loro torto.
A prima vista non mi sembra che sulla forma il nuovo Papa abbia scelto di mettere in opera questa visione nelle sue celebrazioni. Nessuno si arroghi il diritto di giudicare sul fondo del suo pensiero. Prima di Benedetto XVI, né Giovanni Paolo II né Paolo VI avevano manifestato la medesima volontà del «Papa liturgo» di fare di questa disciplina uno dei polmoni del loro programma pontificio. Nessuno può negare che questi due Papi non hanno condotto il loro sforzo su un primato della sacra celebrazione della liturgia. Si tratta certamente del caso di altri Papi prima di loro. Che taluni Papi abbiano maggiormente messo in luce questo o quell’aspetto del deposito della fede, alcune modalità della sua trasmissione, certe pratiche atte a favorire la fede, è un’evidenza. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, alla loro fede personale, e soprattutto ciò non toglie nulla in sé alla fede della Chiesa. Chi potrebbe affermare che questi Papi non tenevano in considerazione la liturgia o che pensassero che essa non è intimamente legata alla dottrina? Si può ritenere che la liturgia, nella sua manifestazione esteriore, ha una forza kerygmatica altrettanto forte della predicazione o del servizio ai poveri…, ma si può altresì scegliere uno di questi assi preferenzialmente agli altri, pur rimanendo perfettamente cattolici. Personalmente conosco molti sacerdoti pienamente ortodossi, spirituali, impegnati corpo e anima nel loro ministero, per i quali la liturgia non è la priorità assoluta o la soluzione alla crisi della fede. Può spiacermi la loro maniera più spoglia e semplice di celebrare. Il che non significa che non attribuiscano alcuna importanza alla liturgia. Questo non impedisce loro di essere missionari, zelanti, di dottrina sicura… e per alcuni fra loro di essere degli autentici «santi sacerdoti». Scacciamo allora quest’amarezza poco arricchente, siamo certi che lo Spirito Santo ha scelto il Papa Francesco per la nostra santificazione e per condurre con sicurezza la barca della Chiesa.
Se il nostro attaccamento alla liturgia è tale come lo pretendiamo essere, allora raddoppiamo gli sforzi per fare conoscere l’eredità di Benedetto XVI in quest’ambito, affinché sempre più cattolici riscoprano gli immensi tesori spirituali, teologici e missionari della liturgia della Chiesa, ciascuno al suo vero posto e secondo il suo carisma.

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giovedì 25 aprile 2013

L’Istruzione Universae Ecclesiae. Messa antica, istruzioni per l’uso

[Ricorre in questi giorni il secondo anniversario della promulgazione – il 30 aprile 2011, nella memoria liturgica di san Pio V – dell’Istruzione «Universae Ecclesiae» sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data «Summorum Pontificum» di S.S. Benedetto XVI, pubblicata su specifico mandato di Benedetto XVI dalla Pontificia Commissione «Ecclesia Dei». Ricordiamo la ricorrenza trascrivendo il nono capitolo del recente volume di Massimo Introvigne, L’eredità di Benedetto. Quello che Papa Ratzinger lascia al suo successore Francesco, Sugarco, Milano 2013, pp. 110-116.]

Il 13 maggio 2011 la Pontificia Commissione «Ecclesia Dei», su specifico mandato di Benedetto XVI, ha pubblicato l’attesa Istruzione «Universae Ecclesiae» sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data «Summorum Pontificum» di S.S. Benedetto XVI [1]. Come si ricorderà, tale lettera apostolica del 7 luglio 2007 [2] liberalizzava l’uso della liturgia «antica», celebrata secondo il rito detto di san Pio V (1504-1572) e con l’uso del Messale del 1962 del beato Giovanni XXIII (1881-1963). L’Istruzione riporta l’approvazione esplicita di Benedetto XVI e porta la data formale del 30 aprile 2011, festa liturgica di san Pio V.
L’Istruzione interviene su una materia quanto mai controversa, e per comprenderne la portata è necessaria un po’ di storia. Dopo la riforma liturgica del 1969 del venerabile Paolo VI (1897-1978) – che non si limitava a passare dal latino alle lingue correnti, ma modificava profondamente la liturgia – si poneva il problema della sorte della liturgia precedente, la cosiddetta «Messa antica» o «Messa di san Pio V», spesso detta anche «Messa in latino», ma in modo impreciso perché anche la Messa secondo la riforma del 1969 può essere celebrata in lingua latina. Non poteva esistere nessun dubbio sulla volontà del venerabile Paolo VI di rendere la «nuova Messa» obbligatoria come rito ordinario della Chiesa latina, mentre le Chiese orientali conservavano le loro antiche liturgie. Qualcuno riteneva che la Messa antica fosse stata abrogata, e fosse vietata salvo speciali permessi o indulti concessi a singoli o congregazioni: un’obiezione che si fondava anche su commenti privati e interviste dello stesso venerabile Paolo VI. In favore della Messa antica sorse un vasto movimento, che in parte accettò anche la nuova Messa accanto all’antica, in parte rifiutò la Messa nuova, andando nel secondo caso a confluire nella galassia di movimenti – il più noto dei quali è la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991) – che contestavano anche tutti o alcuni dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II. Per questi movimenti la Messa antica non era l’unica – e forse neppure la principale – ragione di dissenso con Roma, ma ne divenne in qualche modo la bandiera.
Proprio in occasione della scomunica di mons. Lefebvre nel 1988, come l’Istruzione Universae Ecclesiae ora ci ricorda, il beato Giovanni Paolo II, il quale «con lo speciale Indulto Quattuor abhinc annos, emanato nel 1984 dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino, [aveva concesso] a determinate condizioni la facoltà di riprendere l’uso del Messale Romano promulgato dal Beato Papa Giovanni XXIII», «con il Motu Proprio “Ecclesia Dei” [appunto] del 1988, esortò i Vescovi perché fossero generosi nel concedere tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedevano». In seguito a tale motu proprio nacquero anche gli istituti detti appunto «Ecclesia Dei» costituiti da sacerdoti e religiosi i quali intendevano preservare il rito antico e nello stesso tempo aderivano al Magistero conciliare e post-conciliare dei Pontefici, prendendo esplicitamente le distanze da mons. Lefebvre. Questi istituti, pur celebrando con il rito antico, s’impegnavano a non contestare non solo la validità – che non era contestata neppure da mons. Lefebvre, almeno in via generale – ma neppure la legittimità del nuovo rito.
Con il motu proprio Summorum Pontificum Benedetto XVI – dal momento che l’appello ai vescovi perché «fossero generosi», per usare un eufemismo, non sempre era stato accolto – fece un passo in più. Chiarì definitivamente che l’antico rito non era stato «mai abrogato» [3] e che rito antico e rito nuovo sono «due usi dell’unico rito romano» [4]. Svincolò dall’approvazione previa dei vescovi le Messe private di singoli sacerdoti, cui peraltro, spiegò, «possono essere ammessi – osservate le norme del diritto – anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà» [5], e quelle di ordini e società religiose, ordinando che potessero essere celebrate con il rito antico senza richiedere alcun permesso. Per le parrocchie e i santuari il Papa chiedeva ai parroci e rettori di accogliere «volentieri» [6] le richieste di fedeli legati al rito antico e, qualora ci fossero problemi con i parroci, invitava i fedeli a rivolgersi al vescovo, a sua volta – scriveva Benedetto XVI – «vivamente pregato di esaudire il loro desiderio» [7]. Se il vescovo «non può provvedere» [8], aggiungeva il motu proprio, «la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”» [9].
Trascorsi tre anni dal motu proprio del 2007, com’era stato annunciato, è stata promossa un’inchiesta tra i vescovi di rito latino, dei cui risultati si è tenuto conto per l’Istruzione Universae Ecclesiae. L’Istruzione sintetizza la triplice finalità del motu proprio del 2007, così articolandola: «a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’usus antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare; b) garantire e assicurare realmente, a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria; c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa». Quanto al secondo punto, si sottolinea come tale facoltà «vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari».
È impensabile che non si sia tenuto conto anche delle tante lamentele pervenute alla commissione «Ecclesia Dei» nei confronti di vescovi i quali non applicavano le norme del motu proprio, quando pure non lo criticavano esplicitamente o ne promuovevano una sorta di boicottaggio. Forse tenendo conto di questi problemi, la Universae Ecclesiae ribadisce anzitutto che «il Motu Proprio Summorum Pontificum costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale», formula particolarmente impegnativa e solenne per indicare un Magistero da cui dovrebbe essere impensabile che un vescovo cattolico si discosti.
Una parte centrale della Universae ecclesiae riguarda appunto il ruolo dei vescovi. Essi sono chiamati ad «adottare le misure necessarie per garantire il rispetto della forma extraordinaria del Rito Romano, a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum». Adottare le «misure necessarie» per conseguire un certo scopo evidentemente esclude la messa in discussione o il boicottaggio di quello scopo. Certo, afferma l’Istruzione, i vescovi «devono vigilare in materia liturgica per garantire il bene comune e perché tutto si svolga degnamente, in pace e serenità nella loro Diocesi», ma questa vigilanza non può essere arbitraria. Al contrario, deve essere «sempre in accordo con la mens del Romano Pontefice chiaramente espressa dal Motu Proprio Summorum Pontificum». Detto in altre parole, ai vescovi non spetta decidere se è opportuno affiancare al nuovo rito, che evidentemente mantiene il suo ruolo di rito ordinario, il rito antico come rito straordinario. Questo è già stato deciso dal Papa. Ai vescovi spetta semmai stabilire come possa essere introdotto o conservato nelle loro diocesi il rito antico, in stretta conformità non solo alla lettera ma anche alla mens, cioè allo spirito, del motu proprio, il cui scopo è favorire il rito antico e non ostacolarlo.
Dal momento che le controversie non saranno certo arrestate dalla Universae Ecclesiae, molto opportunamente l’Istruzione trasforma il semplice «riferimento» alla Commissione «Ecclesia Dei» del motu proprio in una vera e propria procedura giuridica di appello: «In caso di controversia o di dubbio fondato circa la celebrazione nella forma extraordinaria, giudicherà la Pontificia Commissione Ecclesia Dei».
L’Istruzione ribadisce che per le Messe private non è necessario chiedere alcun permesso, e che esigere tali permessi è un abuso. Precisa pure che «nel caso di un sacerdote che si presenti occasionalmente in una chiesa parrocchiale o in un oratorio con alcune persone ed intenda celebrare nella forma extraordinaria, come previsto dagli artt. 2 e 4 del Motu Proprio Summorum Pontificum, il parroco o il rettore di chiesa o il sacerdote responsabile di una chiesa, ammettano tale celebrazione, seppur nel rispetto delle esigenze di programmazione degli orari delle celebrazioni liturgiche della chiesa stessa». È dunque chiaro che se un gruppo di fedeli, accompagnato da un proprio sacerdote, si presenta in una chiesa per celebrare una Messa con il rito antico il parroco non può rispondere «Sono contrario alla Messa antica» oppure «Devo chiedere al vescovo». Se la Chiesa non è impegnata da altre celebrazioni, il parroco o rettore deve «ammettere tale celebrazione».
O meglio, la deve ammettere a meno che gli consti che le persone e i sacerdoti che la chiedono fanno parte di gruppi che rifiutano l’autorità del Papa, non solo in teoria ma anche in pratica – per esempio contestandone sistematicamente il Magistero –, ovvero di gruppi che, anche accettando in generale l’autorità del Pontefice, rifiutino la validità o la legittimità della nuova Messa. La formula è molto precisa: «I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale».
Sono esclusi dai benefici della Universae Ecclesiae non solo i fedeli che «appartengano» ai gruppi che il Papa in altra occasione ha indirettamente chiamato «anticonciliaristi» [10] ma anche coloro, che pur senza «appartenervi», li «sostengano» con parole, scritti o offerte. Non solo coloro che contestano l’autorità del Papa ma anche quelli che contestano «solo» la nuova Messa. E per essere rubricati fra tali contestatori non è necessario mettere in dubbio la «validità» del nuovo rito; è sufficiente contestarne la «legittimità». I due concetti, canonicamente, non sono sinonimi, e la norma sembra scritta quasi apposta per descrivere la posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la quale afferma che – a certe condizioni – la nuova Messa è valida, ma afferma pure che non è «legittima», cioè non è una Messa cui i fedeli possano assistere senza mettere in pericolo la loro fede.
Per quanto riguarda le regolari celebrazioni nelle parrocchie e nei santuari, l’Istruzione offre precisazioni sulla questione del cosiddetto «gruppo stabile» (coetus fidelium stabiliter existens) che è titolato a richiederla. «Un coetus fidelium potrà dirsi stabiliter exsistens ai sensi dell’art. 5 § 1 del Motu Proprio Summorum Pontificum, quando è costituito da alcune persone di una determinata parrocchia che, anche dopo la pubblicazione del Motu Proprio, si siano unite in ragione della loro venerazione per la Liturgia nell’Usus Antiquior, le quali chiedono che questa sia celebrata nella chiesa parrocchiale o in un oratorio o cappella; tale coetus può essere anche costituito da persone che provengano da diverse parrocchie o Diocesi e che a tal fine si riuniscano in una determinata chiesa parrocchiale o in un oratorio o cappella». Non è dunque obbligatorio che tutti i membri del gruppo stabile siano della stessa parrocchia, anzi neppure della stessa diocesi.
Anche nel caso in cui non ci sia un «gruppo stabile» abbastanza numeroso, il vescovo non è autorizzato a chiudere la pratica magari tirando un sospiro di sollievo. Al contrario, spiega l’Istruzione, «nei casi di gruppi numericamente meno consistenti, ci si rivolgerà all’Ordinario del luogo per individuare una chiesa in cui questi fedeli possano riunirsi per ivi assistere a tali celebrazioni, in modo tale da assicurare una più facile partecipazione e una più degna celebrazione della Santa Messa». Anche qui, «individuare una chiesa» è cosa evidentemente diversa dal rispondere che non c’è nessuna chiesa disponibile.
Ci vuole, certo, un «sacerdote idoneo». Ma, precisa l’Istruzione, non c’è bisogno di un provetto liturgista o di un docente universitario di lingua latina. Per il latino, è sufficiente «una sua conoscenza basilare, che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato». Per «la conoscenza dello svolgimento del Rito, si presumono idonei i sacerdoti che si presentano spontaneamente a celebrare nella forma extraordinaria, e l’hanno usato precedentemente». Certo, questo è un punto di partenza. La Chiesa vuole che la sua liturgia sia la più degna possibile e per questo «si chiede agli Ordinari di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria. Ciò vale anche per i Seminari, dove si dovrà provvedere alla formazione conveniente dei futuri sacerdoti». Mancano perfino i sacerdoti in grado d’insegnare come si celebra con il vecchio rito? Risponde l’Istruzione che «nelle Diocesi dove non ci siano sacerdoti idonei, i Vescovi diocesani possono chiedere la collaborazione dei sacerdoti degli Istituti eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sia in ordine alla celebrazione, sia in ordine all’eventuale apprendimento della stessa».
Altre norme precisano che nel Messale del 1962 in latino «potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi», secondo norme che saranno emanate in seguito; che i sacerdoti che lo desiderano possono usare il Breviario del 1962 in lingua latina; e che è confermata la facoltà di usare la formula antica per la Cresima, mentre per l’Ordine sacro l’antico rito può essere seguito solo negli istituti «Ecclesia Dei» «e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria», dunque non nelle diocesi, il che spiacerà a qualche sostenitore del rito antico.
Al di là di questo ultimo elemento, il senso generale dell’Istruzione è chiaro. Si tratta di un’Istruzione a favore della maggiore diffusione del rito antico, e intesa a rimuovere gli ostacoli che derivano da un’errata o maliziosa lettura del precedente motu proprio. Tutto questo – come Benedetto XVI ha precisato nel discorso del 6 maggio 2011 ai partecipanti al IX Congresso Internazionale di Liturgia – non per contrapporre riforma liturgica e rito antico, ma per integrarli e «riconciliarli». «Non poche volte – ha detto il Papa in quell’occasione – si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso. In realtà, i due concetti si integrano: la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce» [11]. Il Papa chiede dunque insieme ossequio alla riforma liturgica del venerabile Paolo VI e al motu proprio del 2007: «piena fedeltà alla ricca e preziosa tradizione liturgica e alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, secondo le linee maestre della [costituzione sulla liturgia del Vaticano II] Sacrosanctum Concilium e dei pronunciamenti del Magistero» [12].

[1] Cfr. Pontificia Commissione«Ecclesia Dei», Istruzione «Universae Ecclesiae» sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data «Summorum Pontificum» di S.S. Benedetto XVI, del 30-4-2011. Dove non diversamente indicato, tutte le citazioni del presente capitolo fanno riferimento a questo testo.
[2] Cfr. Benedetto XVI, Lettera Apostolica Summorum Pontificum Motu Proprio data, del 7-7-2007.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] Cfr. Idem, Incontro con il clero delle Diocesi di Belluno-Feltre e di Treviso, Auronzo di Cadore, del 24-7-2007.
[11] Cfr. Idem, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Pontificio Ateneo SantAnselmo, nel 50° anniversario di fondazione, del 6-5-2011.
[12] Ibidem.

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lunedì 22 aprile 2013

Vivere la liturgia: il monastero di Clear Creek

Otto ore di preghiera. Otto ore di lavoro. Otto ore di riposo. Questa è la vita dei monaci dell’abbazia benedettina statunitense Our Lady of Clear Creek – ai piedi delle colline dell’Oklahoma –, una fondazione sorta nel 1999 come “figlia” della celebre abbazia francese Notre-Dame de Fontgombault, appartenente alla Congregazione benedettina di Solesmes. Living the Liturgy: Clear Creek Monastery – un documentario di 52 minuti in lingua inglese realizzato nel 2009 in collaborazione con la rete televisiva EWTN – esplora la vita di questi monaci e il loro ruolo nella restaurazione della cultura cristiana.
 


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