giovedì 21 marzo 2013

Die 21 martii - S. P. N. Benedictis Abbatis

Sanctissime Confessor Domini, monachorum Pater et dux,
Benedicte, intercede pro nostra omniumque salute.

V. Domine Deus virtutum converte nos.
R. Et ostende faciem tuam et salvi erimus.

Oremus.

Excita, Domine, in Ecclesia tua Spiritum cui beatus Pater noster Benedictus Abbas servivit:
ut eodem nos repleti, studeamus amare quod amavit, et opere exercere quod docuit.

Da nobis, quaesumus, Domine, perseverantem in tua voluntate famulatum: ut in
Diebus nostris et merito et numero populus tibi serviens augeatur. Per Christum Dominum
Nostrum. Amen.







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giovedì 28 febbraio 2013

Dom Gérard e Benedetto XVI

Oggi 28 febbraio 2013 ricorre il quinto anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, e l'ultimo giorno di pontificato di Papa Benedetto XVI. Oremus:
Presta, quaesumus, Domine: ut anima famulum tuum Geraldum abbatem, quem, in hoc saeculo commemorantem, sacris muneribus decorasti; in caelesti sede gloriosa semper exultet. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.
Settembre 1995: il cardinale Joseph Ratzinger e Dom Gérard Calvet O.S.B. in occasione
della visita del futuro Papa Benedetto XVI all'abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux
Oremus pro Pontifice nostro Benedicto.
Dominus conservet eum et vivificet eum
et beatum faciat eum in terra
et non tradat eum in animam inimicorum eius.
Settembre 1995: il cardinale Joseph Ratzinger e Dom Gérard Calvet O.S.B. in occasione
della visita del futuro Papa Benedetto XVI all'abbazia femminile Notre-Dame de l'Annonciation di Le Barroux

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venerdì 15 febbraio 2013

Operi Dei nihil praeponatur

Domenica 24 settembre 1995: il cardinale Joseph Ratzinger celebra una Messa pontificale nella
forma extraordinaria del Rito romano all'abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux
Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia.
Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. “Operi Dei nihil praeponatur”: questa parola della Regola di san Benedetto (cfr 43,3) appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione. Adesso non vorrei entrare nei dettagli della discussione, ma vale la pena sempre tornare, oltre le attuazioni pratiche, al Concilio stesso, alla sua profondità e alle sue idee essenziali.
Ve n’erano, direi, diverse: soprattutto il Mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la Risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il Risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della Creazione, è l’inizio della ricreazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo Risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della Creazione, noi stiamo sul fondamento della Creazione, crediamo nel Dio Creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la Creazione; il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio.
Poi c’erano dei princìpi: l’intelligibilità, invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, ed anche la partecipazione attiva. Purtroppo, questi princìpi sono stati anche male intesi. Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia – anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna – non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere. Ed anche la Parola di Dio – se penso giorno per giorno alla lettura dell’Antico Testamento, anche alla lettura delle Epistole paoline, dei Vangeli: chi potrebbe dire che capisce subito solo perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo. […]
Vorrei adesso aggiungere […]: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. […] E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: la sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. […]
Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata…
[Benedetto XVI, Riviviamo il Concilio Vaticano II - Ricordi e speranze di un testimone, discorso in occasione dell’incontro con i parroci e i sacerdoti della diocesi di Roma, 14 febbraio 2013]

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giovedì 14 febbraio 2013

Due uffici liturgici supplementari in diretta da Le Barroux

Come abbiamo già avuto modo di ricordare, a partire dall'Avvento del 2011 i monaci dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux diffondono ogni giorno in diretta gli uffici liturgici del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).
Dal 2012, inoltre, amici statunitensi dell'abbazia francese hanno reso disponibile – in particolare per quanti non vivono nella zona di fuso orario dell’Europa – la pagina Internet http://barrouxchant.com, che registra automaticamente gli uffici e li mette a disposizione per essere ascoltati in differita, o per scaricarli.
In occasione della Quaresima 2013, a partire da domenica 17 febbraio, la diffusione in diretta si arricchisce di due uffici supplementari (Lodi e Nona), che come i precedenti è possibile ascoltare in diretta via Internet, oppure tramite le applicazioni disponibili per gli smartphone (iPhone o Android). Questi gli orari degli uffici liturgici disponibili in diretta a partire dal 17 febbraio:

Lodi ore 6.00
Prima ore 7.45 (talora ore 8.00)
Sesta ore 12.15
Nona ore 14.15 (domenica e alcune feste ore 14.30)
Vespri ore 17.30
Compieta ore 19.45

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lunedì 11 febbraio 2013

Oremus pro Pontifice nostro Benedicto

Dominus conservet eum et vivificet eum et
beatum faciat eum in terra
et non tradat eum in animam inimicorum eius


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lunedì 4 febbraio 2013

L'irradiamento dell'abbazia Notre-Dame di Fontgombault

Veduta aerea dell'abbazia Saint-Paul de Wisques
Abbiamo già avuto occasione di ricordare l’abbazia benedettina Notre-Dame di Fontgombault, da ultimo in occasione della benedizione abbaziale del nuovo Padre Abate Dom Jean Pateau O.S.B., quale successore di Dom Antoine Forgeot O.S.B. Monastero facente parte della Congregazione di Solesmes, l’abbazia di Fontgombault è stata fondata nel 1948 e si è distinta nei decenni successivi per l’impegno di fedeltà alla Santa Sede e alla tradizione monastica ed ecclesiale, con particolare riguardo per le antiche usanze liturgiche: a partire dal 1984, quando un indulto del beato Giovanni Paolo II (1978-2005) ha permesso la celebrazione della Messa nella forma extraordinaria del Rito romano, e poi in maniera compiuta dal 1988, l’abbazia di Fontgombault ha profittato di tale permesso per tornare alla celebrazione secondo i libri liturgici del 1962 e il Breviario monastico tradizionale. Questa scelta ha prodotto dei risultati, anche in termini di abbondanza di vocazioni, di tutto rilievo, tant’è che da Fontgombault sono nate nel tempo nuove abbazie “figlie”, ugualmente legate alle usanze monastiche tradizionali e alla forma extraordinaria del Rito romano: in Francia a Randol (1971), Triors (1984) e Gaussan (1994, in seguito – nel 2007 – trasferitasi a Donezan), e negli Stati Uniti d’America a Clear Creek (1999). L’irradiamento per cui Fontgombault è da molti considerata un faro di fedeltà monastica e liturgica, è ulteriormente testimoniato dalle Giornate Liturgiche di Fontgombault del 2001, alle quali partecipò l’allora cardinale Joseph Ratzinger con una relazione di grande rilievo in cui si anticipavano alcune scelte del motu proprio Summorum pontificum, pubblicato nel 2007 durante l’attuale pontificato di Benedetto XVI.
È di questi giorni la notizia di un ulteriore e importante nuovo sviluppo dell’abbazia benedettina Notre-Dame di Fontgombault, e dell’impostazione quanto alle osservanze e alla vita liturgica di cui essa è un importante vettore. Infatti, la storica abbazia Saint-Paul de Wisques – fondata nel 1889 e facente parte anch’essa della Congregazione di Solesmes; situata nella regione francese Nord-Pas-de-Calais, all’inizio del secolo XX si è posta alle origini dell’abbazia San Paolo di Oosterhout, nei Paesi Bassi –, trovandosi a dovere fare fronte al declino numerico della comunità, che avrebbe presto condotto alla chiusura del monastero, ha accolto la proposta proveniente dai fratelli di Fontgombault, i quali durante l’anno in corso invieranno un numero relativamente importante di monaci, onde potere così ristabilire un’integrale osservanza della vita comune secondo la Regola di san Benedetto. La notizia è stata accolta con gioia e gratitudine dall’abbazia Saint-Paul de Wisques, che ha informato della decisione assunta attraverso il proprio sito Internet, con un comunicato del 13 gennaio 2013 dal titolo “Une bonne nouvelle : l’Abbaye Saint Paul ne fermera pas ses portes !”.

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sabato 12 gennaio 2013

Gli oblati benedettini

Monaci eremiti della Beata Vergine del Soccorso
di Minucciano (Lucca) assieme a un oblato della comunità
L’oblato benedettino secolare è il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica” (Art. 2 dello Statuto degli oblati benedettini secolari italiani).
 
Origine
 
Oblatus, participio passato del verbo latino offerre, indica l’azione dell’essere offerto, e, nella Regola di San Benedetto, è descritta la procedura dell’oblazione dei figli da parte di nobili, che, avvolgendo la mano del fanciullo nella tovaglia dell’altare, lo donavano per sempre al Signore nel monastero a cui rivolgevano la petizione prescritta.
Testimonianze della prassi suddetta si rilevano già dal II° libro dei Dialoghi di S. Gregorio Magno, laddove sono citati casi di figli offerti da patrizi romani a Montecassino, per essere educati al servizio di Dio.
Sin da allora, molto prima che finisse il tempo di esercitare la patria potestà imponendo la scelta di vita ai propri figli, oblati furono anche adulti che offrivano se stessi ad un monastero. Alcuni prestavano la loro attività preferendo l’ambiente di lavoro monastico ad altri o desiderando sottrarsi alle angherie di potenti signori. Altri si affiliavano ad un monastero pro remedio animae assicurandosi la preghiera dei monaci per la conversione dei loro costumi e per la salvezza dell’anima e spesso chiedevano di essere sepolti nel cimitero monastico.
 
Esempi di oblazione
 
La storia registra, nel corso dei secoli, vari modi di legarsi spiritualmente ad una comunità monastica, vivendo all’interno delle mura del monastero e indossando uno speciale abito o frequentando il monastero per la preghiera o il lavoro. Alcune figure sono state assunte a modelli. Segnaliamo due donne: S. Francesca Romana (1384-1440), patrona degli oblati, ed Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (1645-1684), la prima donna laureata nel mondo.
Francesca, oblata del monastero olivetano di S. Maria Nuova in Roma, ha dedicato tutta la vita alla pace della sua città e all’unità della Chiesa; si è interessata dei poveri , dei malati, dei morenti, della riconciliazione degli avversari. Sposa, madre, vedova, membro autorevole di comunità, fu sempre animata dalla preghiera e dall’esercizio dell’obbedienza.
Elena Lucrezia Cornaro Piscopia fu proclamata nel 1678 magistra et doctrix in filosofia. Formata sui classici, critica nei confronti dell’aristotelismo tradizionale e attenta all’esperienza naturale, concreta e decisa nelle sue scelte anche politiche, fu piissima oblata, impegnandosi nello studio e nell’esercizio della carità, nella preghiera semplice e nella partecipazione alla liturgia monastica, prima a S. Giorgio in Venezia, dove ratificò la sua oblazione, poi presso l’Abbazia di S. Giustina in Padova, dove è sepolta.
 
L’oblato oggi
 
Dall’epoca di S. Benedetto sino ad oggi, la Regola benedettina è la guida dell’oblato, il punto di riferimento costante dal momento in cui egli si sente chiamato a vivere in modo consapevole e radicale l’inserimento nel corpo di Cristo, nel quale è innestato con il Battesimo, legandosi spiritualmente ad una comunità monastica benedettina.
Stabilendo un legame strettamente personale con il monastero, della cui famiglia si sente chiamato a far parte, l’oblato ascolta (prima parola della Regola di San Benedetto) e ob-audisce, piega l’orecchio del cuore e, lottando contro ogni inerzia dello spirito, si mette a camminare.
La sua vita si caratterizza per una costante ricerca della volontà di Dio e delle meraviglie che Dio opera in mezzo al suo popolo, da scoprire nelle infinite modalità in cui Egli si rivela, dal testo sacro: Parola di Dio di cui l’oblato si nutre nell’esercizio quotidiano della lectio divina, alla natura, agli eventi quotidiani, agli strumenti di lavoro, alle persone: monaci e oblati a lui donati come fratelli e sorelle. Si caratterizza nel vivere alla presenza di Dio offrendo a Lui, in comunione con il proprio monastero, una lode che è lode della Chiesa, rendimento di grazie al Padre in Cristo Gesù, opera concorde della mente e della voce (cfr. RB 19,7).
L’oblato vive del proprio lavoro (cfr. RB 48,8) ed è consapevole di rendere così un servizio agli uomini suoi fratelli, e di collaborare attivamente al completamento della divina creazione.
Il Concilio Vaticano II ha esortato i laici perché “imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti” (SC 48). È questo un programma di vita per gli oblati, chiamati, come i monaci e con i monaci, all’unità (monos), alla semplificazione e unificazione di se stessi, nell’interminabile percorso della conoscenza di sé, alla continua riconciliazione con Dio e con i fratelli, a recuperare e custodire l’armonia del cosmo, ad operare la pace; il tutto perducatum Evangelii (RB prol., 21), sino a realizzare il “nulla anteporre all’amore di Cristo” (RB 4,21; cfr. RB 72,11), cioè l’affermazione di Paolo “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Perciò lo Statuto già citato recita, all’art. 3: “L’oblato si impegna ad una forma di vita che sia progressiva conformazione a Cristo, unico scopo della sua oblazione e della spiritualità benedettina, che con la sua stessa vita cercherà di irradiare nel mondo, divenendo testimone della perenne vitalità della vita monastica nell’esperienza cristiana”.
Mentre cresce il legame di fraternità autentica tra gli oblati di un medesimo monastero , con la stima, il rispetto, la condivisione della Parola ascoltata e celebrata, la riflessione pregata, come si addice a persone riunite nel nome del Signore; le relazioni vicendevoli tra gruppi di oblati aiutano a vivere la dilatazione del cuore (cfr. RB prol., 49), e così l’accoglienza di nuovi membri, di nuove situazioni, di nuovi ospiti, per i quali si accoglie la perenne Novità della storia che è Cristo.
Profondamente convinti del valore del monachesimo, gli oblati sono impegnati a conservare e trasmettere il carisma benedettino, interpretandolo con fedeltà creativa, segnalando nuovi percorsi e assumendosene la piena responsabilità, perché le modalità diverse di attuazione del carisma, a seconda degli stati di vita, non lo sminuiscano, anzi possono spingerlo ad una maggiore fecondità e comunque si unificano profondamente nel mistero di comunione della Chiesa e si coordinano dinamicamente nell’unica missione, per l’universale vocazione alla santità e alla pienezza dell’amore.
 
L’atto dell’oblazione
 
L’oblazione è l’atto liturgico-spirituale riconosciuto dalla Chiesa (cfr. Statuti art. 3), risultato di un tirocinio formativo, che si prolunga per un periodo variabile, a giudizio dell’Abate e della comunità, con cui l’aspirante entra in rapporto. Si concretizza, sotto la guida dell’Abate o di un assistente da questi delegato, nel cammino personale di conversione proposto dalla RB, nella partecipazione alla preghiera e al lavoro monastico, in modi anche molto differenziati da un monastero ad un altro, nel dialogo, a volte in un arricchente confronto. Crescendo nella fede e con la pratica delle buone opere (cfr. RB prol., 21), gli oblati si impegnano a rendere visibile il Cristo Signore della storia.
La carità perfetta ha inizio – ci insegna il nostro S.P. Benedetto – dalla sopportazione vicendevole delle infermità fisiche e spirituali (cfr. RB 72,5). La discrezione, virtù benedettina, che raccoglie in sé buon senso ed equilibrio, umiltà e semplicità di cuore, sarà alla radice dell’evangelizzazione del nostro mondo. La nostalgia dell’unità, dell’armonia con sé stessi, con Dio, con i fratelli e con la natura, è nel profondo del cuore di ogni uomo e attende la forza che la tiri fuori e la conduca a pienezza.
 
[Nota pubblicata sulla pagina facebook Eremo di Minucciano il 29 giugno 2011]

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