mercoledì 21 novembre 2012

Tre frati ribelli

M. Raymond, Tre frati ribelli. Storia e avventura dei fondatori dei monaci bianchi, 2a ed. it., Edizioni San Paolo, Milano 2011, pp. 304.
 
Sullo sfondo delle crociate, nella gloria trionfante della cavalleria, si stagliano le figure di tre eroi dello spirito, cavalieri di Dio, che diedero vita a uno dei movimenti più fecondi conosciuti nella storia della Chiesa: il monachesimo cistercense.  San Roberto di Molesme (c. 1028-1111), fedele e ribelle; sant’Alberico di Cîteaux (?-1108), umile e radicale; santo Stefano Harding (1059-1134), razionalista e inflessibilmente leale: sono questi i padri dei “monaci bianchi”, cistercensi e trappisti, che applicarono in tutto il suo rigore la Regola di san Benedetto e combatterono la loro battaglia spirituale con l’arma dell’amore, la corazza della povertà, lo scudo della semplicità e della solitudine. La loro intensa esperienza spirituale rivive in queste pagine, dove la biografia si sposa con il romanzo. In uno stile inconfondibile, l’autore – monaco trappista dell’abbazia statunitense Our Lady of Gethsemani – offre la possibilità di conoscere le radici di questo fenomeno e di scoprire il senso e la missione dei monaci “silenziosi”, che a più di un millennio di distanza, fanno rivivere sotto i nostri occhi l’entusiasmo e l’impegno dei loro fondatori. “Io chiamerei – scrive l’autore – questo libro un ‘romanzo agiografico’ o anche un ‘romanzo storico’; ma non accusatemi di scrivere una storia fittizia quando drammatizzo un fatto. Ciò che è fuori discussione è che sono fatti quelli che io drammatizzo. Meglio che ho potuto, ho separato la leggenda dalla storia, prima di collocare i fatti reali in questo racconto”.
 
 
 
 

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lunedì 19 novembre 2012

Un mistero senza fine

Ecco che d’un tratto l’idea di liturgia presenta un contenuto di una ricchezza inaudita: non si tratterà più di un atto religioso sociale, che esprime la volontà sacrificale di un popolo o di una città, ma di questo mistero senza fine nel quale gli angeli desiderano fissare il loro sguardo (1 Pt 1,1-12): l’unione nuziale di Cristo e della Chiesa, l’azione del Verbo che prende l’umanità e la solleva sopra sé stessa per mezzo del suo sacrificio, dramma redentore avente per fine l’attirare à sé tutte le cose, quelle che sono in cielo e quelle che sono sulla terra, sotto l’influsso regale e sacerdotale del Figlio prediletto, per far esplodere la lode di gloria per la sua grazia (Ef 1,1-14). Ecco ciò che rappresenta per noi l’azione liturgica. Essa accoglie in sé tutto il mistero di Cristo; veicola fino a noi, in modo non cruento, sotto l’apparenza del pane e del vino, il dramma sacrificale e trionfale di Cristo, Sacerdote e Re. È per questo che tale azione si circonda di tanta solennità; per cui una Messa bassa, non comunitaria e non cantata, sarebbe stata percepita come anomala per le prime generazioni cristiane, talmente era vivo nel cuore di quella comunità il sentimento di partecipazione al mistero nel quale si consuma vittoriosamente la storia della salvezza, sotto il segno delle Nozze dell’Agnello.
Ai loro occhi era una realtà così grande, così ineffabile, che il vocabolario cristiano non possedeva parole adeguate per descrivere l’azione liturgica. Il contenuto di quest’azione, di una ricchezza quasi infinita, lo si designava con una sola parola: mysteria, al neutro plurale, o sacramenta, che ha esattamente il medesimo significato, o meglio ancora sacro sancta. La Messa e il mondo sacramentale che ne derivava costituivano la più alta espressione della vita cristiana.
Riteniamo che il sentimento di partecipazione all’unione del cielo e della terra – «O vere beata nox, in qua terrenis caelestia, humanis divina coniunguntur!», «O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore!» (Exsultet della Veglia pasquale nella notte santa) – e al culto di questa Gerusalemme celeste, di cui i profeti annunciavano la magnificenza, fu l’elemento decisivo che suscitò nell’anima dei primi cristiani la generosità al martirio come pure la lieta visione dell’eternità trovandosi di fronte alla tragica imminenza delle persecuzioni.
Così, fino alla fine del mondo, l'anima cristiana troverà nella liturgia questa fonte di vita alla quale si sono abbeverati i nostri avi, e la visione che conservava nella loro attesa. Forse, la scuola liturgica è la sola capace, oggi come ai tempi della Chiesa primitiva, di sollevare la cappa di piombo del nostro mondo materialista e d'infondergli di nuovo il gusto della vita eterna.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 37-39]

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venerdì 16 novembre 2012

L’anima di ogni apostolato

«Una casa senza biblioteca è come una fortezza senza armeria»
(da un antico detto monastico)
 
Dom Jean-Baptiste Chautard O.C.S.O. (1858-1935), L’anima di ogni apostolato, reprint dell’8a edizione (Paoline 1958), pp. 311
 
[La Libreria online san Giorgio (www.libreriasangiorgio.itoffre la possibilità di acquistare il libro a un prezzo scontato del 15% (euro 6,60 anziché 7,75), spese di spedizione incluse. Per ordinare il libro con lo sconto indicato, è sufficiente inviare una mail all’indirizzo info@libreriasangiorgio.it, indicando chiaramente i propri dati e l’opera desiderata, e facendo riferimento alla “Promozione ACLibri”. L'invio verrà effettuato tramite spedizione postale e il pagamento dovrà essere effettuato con conto corrente postale dopo il ricevimento del libro]
 
Dopo il Trattato della vera devozione alla Ss.ma Vergine, scritto da san Luigi Grignion di Monfort, un altro libro che diede un inestimabile beneficio alla mia vita spirituale e alla mia vocazione contro-rivoluzionaria fu L’anima di ogni apostolato, scritto dal celebre abate trappista dom Chautard.
Nato in un paesello di una regione montagnosa della Francia, questo insigne uomo di Dio sentì risuonare precocemente nel suo intimo il richiamo della Trappa. Avendo abbracciato la vita religiosa, divenne non soltanto un monaco esemplare, ma anche un ardito e vittorioso combattente per la causa cattolica, perseguitata dall’anticlericalismo francese all’inizio del nostro secolo.
Dom Chautard visse durante il pontificato di San Pio X, quando il progresso tecnico e industriale del mondo contemporaneo cominciava a dare grandi prove di sé. Ai suoi fautori, tale progresso appariva come antitetico alla Chiesa tradizionale, la quale sembrava lenta, impolverata dal passato, radicata nei suoi dogmi e nei suoi immutabili princìpi morali: una Chiesa, quindi, che pian piano veniva trascurata da tutte le persone che s’inebriavano di modernità.
Questa ebbrezza recava, di conseguenza, un grave rilassamento spirituale, provocando non poche apostasie. Per affrontare questa decadenza religiosa, molti sacerdoti zelanti incominciarono a fondare quelle che si chiamarono “opere pie”, cioè cattoliche. Erano luoghi in cui i giovani potevano riunirsi senza mettere a rischio la loro vita spirituale; in cui, a fianco di sani svaghi, ricevevano lezioni di catechismo ed erano formati nella conoscenza della dottrina cattolica.
Queste opere evitarono che innumerevoli giovani cadessero sotto le grinfie del male. Fu senza dubbio un frutto abbastanza prezioso... ma insufficiente. Occorreva conquistare nuove anime alla Chiesa, il che non avveniva. Rappresentava, dunque, uno sforzo colossale che però produceva un risultato esiguo.
“O cerco di santificarmi, o non sarò che un pagliaccio”.
Profondo osservatore delle cose, dom Chautard mise allora il suo vigoroso dito nella piaga e scrisse il libro L’anima di ogni apostolato. Il titolo rivela già una grande verità: esiste dunque un apostolato senz’anima, poiché se esiste un’anima di ogni apostolato vuol dire che quest’ultimo può essere fatto con essa o senza di essa. Dom Chautard dimostrerà, appunto, che l’apostolato delle “opere pie” non otteneva migliori frutti proprio perché non aveva anima.
Qual è, dunque, quest’anima di ogni apostolato? La risposta a questa domanda m’interessava moltissimo. Infatti, desiderando realizzare la Contro-Rivoluzione, un’opera eminentemente apostolica, volevo invitare ed attirare a questo ideale i giovani del mio tempo. Notavo però la relativa inutilità degli sforzi che, a questo fine, si facevano intorno a me. Donde il mio immenso interesse nel prender conoscenza della dottrina esposta dall’abate trappista.
Secondo dom Chautard, la sostanza dell’apostolato sta nel fatto che l’apostolo sviluppi nella sua anima, in grado superlativo, la grazia di Dio e la trasmetta agli altri. Quando qualcuno possiede in sé, in modo intenso ed abbondante, la vita della grazia, l’azione di Dio si fa sentire – persino involontariamente – attraverso questa persona, su coloro ch’essa vuole conquistare. Nelle loro anime, tale azione produce quindi frutti spirituali analoghi a quelli che ha prodotto nell’anima dell’apostolo. Così, l’apostolato sarà fecondo quando il suo strumento umano godrà di una elevata partecipazione alla grazia divina; sarà invece sterile quando questa partecipazione sarà insufficiente.
Dom Chautard insiste però nel dire che, per il pieno successo, non basta che l’apostolo viva nel semplice stato di grazia; occorre ch’egli lo abbia con sovrabbondanza, affinché i doni celesti trabocchino dalla sua anima a quelle dei suoi discepoli.
Questa dottrina, dom Chautard la dimostra con una ricchezza di argomenti inoppugnabili, illustrandoli con diversi esempi che egli colse dalle sue polemiche apostoliche.
Dinanzi a questo luminoso insegnamento, io mi posi il problema: “Quel che dice è perfetto e tutti questi argomenti valgono pure per il mio apostolato. Quindi, o io cerco di santificarmi, o non sarò che un pagliaccio. Trascorrere una vita spensierata, piacevole, senza sofferenze, illudendomi di realizzare nel mondo le trasformazioni che desidero, è pura fantasticheria! Non otterrò nulla, perché non avrò il grado di fervore necessario. Dunque, per concretizzare le mie aspirazioni, bisogna che io miri... alla santità!”.
“Senza il libro di Dom Chautard, io avrei perduto la mia anima”.
Esponendo la sua dottrina, dom Chautard indica come grandi indizi della santità specialmente la purezza e un’altra virtù, verso la quale avevo una certa incomprensione: l’umiltà. Benché io sapessi che si trattava di una caratteristica cristiana, e sebbene avessi letto nei Vangeli che Nostro Signore fosse stato infinitamente umile nella sua vita terrena, le persone che mi erano indicate come modelli di umiltà mi sembravano caricature di questa virtù. Provavo quindi difficoltà nel capirla.
Questo problema si risolse con la lettura dell’opera di dom Chautard, la quale mi fece capire che l’umiltà è, fondamentalmente, la virtù per cui non cerchiamo di attribuire a noi stessi quel che appartiene a Dio. Quindi, se nel fare apostolato convertiamo qualcuno, dobbiamo ammettere che non siamo stati noi ad averlo fatto, bensì Nostro Signore Gesù Cristo, servendosi di noi. Un uomo può quindi essere un ottimo predicatore, un esimio oratore, un eccellente catechista, eccetera; ma egli non convertirebbe nessuno, se Dio non gli concedesse la sua grazia al riguardo.
Da un’altra prospettiva, dom Chautard mette in rilievo che ogni uomo dev’essere umile nei confronti della persona che ha il diritto di comandargli; ha quindi l’obbligo di compiacersi nell’ubbidire al suo superiore, con rispetto, amore e sottomissione. Tutte queste disposizioni d’animo conducono alla santità, la quale costituisce il cuore del completo successo di ogni apostolato.
Nella lotta quotidiana in cerca di questa perfezione, il libro di dom Chautard fu per me un preziosissimo aiuto. Senza di esso, io avrei semplicemente perduto la mia anima, per esempio quando fui eletto deputato federale. Infatti, a 24 anni, essere il parlamentare più giovane e più votato del Brasile, sul quale in quel momento erano puntati tutti gli occhi di tutti gli ambienti cattolici del Paese, poteva indurmi facilmente all’autocelebrazione, a pensieri di vanità: “Che gigante sono! Essere già riuscito, così giovane, ad impormi a tante migliaia di elettori! Che intelletto straordinario il mio!”, eccetera.
Il risultato sarebbe stato inebriarmi di me stesso; e quando mi fossi trovato di fronte all’alternativa – o apostatare o rinunciare alla rielezione – avrei scelto l’apostasia. Allora, fu grazie agli insegnamenti di dom Chautard che potei mantenermi fedele in quella delicata fase della mia vocazione.
“Mai consentire a un moto di ebbrezza di sé, per quanto piccolo sia”.
A questo proposito, mi ricordo di un episodio molto significativo che mi capitò in un giorno solenne all’Assemblea Costituente, insediata in quei tempi a Rio de Janeiro, nel Palazzo Tiradentes. Le automobili che portavano i deputati dovevano passare davanti a una fila di soldati schierata lungo la via che conduceva all’entrata dell’edificio. Quando l’automobile in cui mi trovavo – da solo, in frac e cilindro – apparve all’inizio della via, un ufficiale diede ordine di presentare le armi. Lentamente, la mia vettura passò in mezzo a quei soldati con le armi alzate. In quel momento, provai una tendenza a inebriarmi di quell’omaggio, perché sono sempre stato un grande ammiratore degli onori militari, ritenendoli i più adatti a celebrare la grandezza di un uomo. Mi sentii inclinato a compiacermi di essere fatto oggetto di quegli onori... Nello stesso momento, però, la grazia risvegliò nella mia anima questo pensiero: “E dom Chautard?...”.
Allora riflettei: “Devo reprimere immediatamente questo moto d’animo, non guardare il plotone che mi sta presentando le armi e chiedere aiuto alla Madonna”. Immediatamente deviai lo sguardo verso il lato opposto, facendo il proposito di ignorare qualsiasi onorificenza, purché non andasse a danno alla causa cattolica.
Ritengo che molti giovani, trovandosi in situazioni analoghe, se non avranno letto L’anima di ogni apostolato, si troveranno in grave rischio di perdersi, cedendo alla vanità. In questa materia è necessario essere meticolosi e non consentire mai a un moto di ebbrezza di sé, per quanto piccolo sia. Così, quando ci elogiano, ci applaudono o riconoscono in noi qualche qualità, dobbiamo sforzarci di non badare a queste lodi. Cerchiamo di essere umili con naturalezza, senza falsa modestia e senza arroganza. Però con un timore maggiore di diventare orgogliosi che artificiosamente umili: questi infatti godono di attenuanti e potrebbero quindi arrivare in Cielo; ma i vanitosi troverebbero chiuse le soglie della beatitudine eterna... Ecco alcune preziose lezioni che ho tratto dalla lettura dell’ammirevole opera di dom Chautard.
 
Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995)
 
[estratto di una conferenza tenuta dinanzi a giovani cooperatori della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà, di cui Plinio Corrêa de Oliveira è stato il fondatore e presidente]

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martedì 13 novembre 2012

Festa di Tutti i Santi O.S.B.

Nella famiglia monastica benedettina, il 13 novembre ricorre la festività di Tutti i Santi dell'Ordine (e l'indomani la commemorazione di tutti i defunti dell'Ordine), Omnium Sanctorum O.S.B.
 
Concede, quaesumus, omnipotens Deus, ut ad meliorem vitam sanctorum Monachorum exempla nos provocent: quatenus, quorum solemnia agimus, etiam actus imitemur. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.
 
 
 
 



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lunedì 12 novembre 2012

Si avvicina l'Avvento

La comunità monastica dell'abbazia Notre-Dame de l'Annonciation in processione
Cari amici,
avete sentito parlare dell’«autolimitazione pura e benefica»? L’espressione non deriva dal codice della strada, ma da Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008). Così dichiarava il grande pensatore russo nel discorso all’Università di Harvard dell’8 giugno 1978: «Solo l’educazione volontaria in sé stesso di un’autolimitazione pura e benefica innalza gli uomini al di sopra del fluire materiale del mondo».
Solženicyn sperava di risvegliare i suoi ascoltatori a una vita spirituale: «Veramente la vita dell’uomo e l’attività della società devono anzitutto valutarsi in termini di espansione materiale? Ed è ammissibile sviluppare questa espansione a detrimento della nostra vita interiore?». Così ci ammoniva Gesù: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» (Lc 12,20).
È difficile non attaccarsi ai beni di quaggiù, spesso penosamente acquisiti. Per questo la Chiesa, durante l’anno liturgico, prevede dei tempi durante i quali noi possiamo praticare l’«autolimitazione pura e benefica». Sono i giorni in viola dell’Avvento e della Quaresima e le vigilie delle grandi festività. Come ci ricorda Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875) nella sua opera L’anno liturgico: «Il rigore che un popolo sa imporre a certi giorni di preparazione è un segno della fede che esso ha conservato; tale rigore dimostra che quel popolo comprende la grandezza dell’oggetto proposto dalla liturgia al suo culto».
L’Avvento è il tempo per eccellenza del desiderio di Dio: all’attesa della nascita del Redentore si unisce quella del suo ritorno nella gloria. L’Avvento ci parla perciò di penitenza. In monastero noi profittiamo dei pasti ristretti nei giorni di digiuno per dare tempo alla lettura e all’adorazione. Quale gioia prepararsi così al Natale! Le restrizioni permettono ugualmente di aiutare i più poveri di sé in questa festa luminosa. Non siamo forse creati per donare e per donarci?
Cari amici, voi che ci aiutate così fedelmente – con la vostra preghiera e la vostra elemosina – a rimanere salde nella nostra vocazione di lode, d’intercessione e di penitenza, vogliate ricevere i voti ferventi che formuliamo per voi con l’avvicinarsi del Natale. Gloria et pax! Santo Anno della Fede! Con tutta la nostra amicizia e la nostra viva gratitudine.
Madre Placide Devillers O.S.B., Badessa
[La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 92, 31 ottobre 2012, pp. 1-2, Abbaye Notre-Dame de l'Annonciation, 750 Chemin des Ambrosis, 84330 Le Barroux, Francia, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 7 novembre 2012

San Benedetto e la vita familiare

Dom Massimo Lapponi O.S.B., San Benedetto e la vita familiare. Una lettura originale della Regola benedettina, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2009, 132 pp., 7 euro [ordini tramite il sito della casa editrice: www.lef.firenze.it]
 
[Scritta millecinquecento anni fa per l’organizzazione dei monasteri, la Regola di san Benedetto conserva una stupefacente attualità, anche per la vita in famiglia. Lavoro, riposo, pasti, abbigliamento: sono numerose le applicazioni concrete. Preghiera, dialogo, lettura, studio, attività manuali e artistiche: i suoi consigli possono aiutare a «dare nuova vita e nuova speranza alla comunità familiare», come scrive nella prefazione – che trascriviamo qui al termine – S.Em. il card. Franc Rodé C.M., all’epoca della pubblicazione del libro Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Nel momento in cui la famiglia è attaccata da ogni parte, questo libro originale ma di agevole lettura, ricco di suggestioni pratiche e di proposte educative, propone un autentico modello alternativo, una serie d’importanti scelte di stile di vita, suddivise per capitoli tematici che consentono di rileggere con originalità la Regola benedettina, riscoprendo l’intramontabilità dell’opera stessa, fonte di sempre feconde riflessioni. Il volume è arricchito dalla corrispondenza dell’autore – nato nel 1950, monaco dell’abbazia benedettina Santa Maria di Farfa – con alcune religiose benedettine e una giovane congiunta, insieme ad altri documenti e riflessioni. Un interessante contributo che esce dal coro delle polemiche, nel momento in cui il mondo religioso e politico s’interrogano sul valore della famiglia e si trovano al bivio di scelte importanti. Il saggio, quasi un manuale, afferma la necessità di creare ambienti sociali regolati nel quotidiano da costumi condivisi da tutti, ispirati alla saggezza umana e cristiana, con particolare attenzione per la famiglia, l’ambiente sociale fondamentale per la vita e per la Chiesa, che è esposta a continua degradazione.]
 
Vi sono opere intramontabili, che ancora a distanza di molti secoli si rivelano feconde di nuove ispirazioni per la vita dell’uomo, non ancora esplorate dalle generazioni precedenti. Indubbiamente tra queste opere va annoverata la Regola di san Benedetto. Scritta millecinquecento anni fa, frutto di un ripensamento originale della precedente tradizione monastica orientale e occidentale e dell’esperienza di una vita interamente dedita al servizio di Dio, nella sua apparente semplicità essa nasconde tesori di profonda sapienza umana e spirituale.
L’opera di Benedetto era rivolta ai monaci, e sembrerebbe che l’autore non avesse nulla da spartire con la vita secolare, e in particolare con la vita familiare. L’autore del volume che presentiamo ci dimostra il contrario: vissuto in un’epoca tragica di guerre, carestie, pestilenze, invasioni e dissoluzione civile e morale, Benedetto volle insegnare agli italiani del suo tempo come si possa vivere insieme nella pace, nell’armonia, nel rispetto reciproco e nella cristiana carità. Per questo i monasteri benedettini non furono soltanto oasi di spiritualità, ma anche modelli fecondi di civiltà e di vita associata per le generazioni a venire. I metodi razionalisti della critica storica non potranno mai misurare l’influsso incalcolabile che l’esempio della vita benedettina ebbe sulla vita sociale e sulle comunità familiari dei secoli passati.
Tutto questo oggi facilmente si dimentica. Ma proprio l’attuale esperienza della dissoluzione della vita familiare, alla quale sembra che non si sia trovato ancora un efficace rimedio, ci può far riscoprire in una luce nuova l’intramontabile insegnamento di san Benedetto sulla vita in comune. L’autore di questo volume, che ha tra l’altro il pregio della brevità ma che sa dire molto in poche pagine, ci permette di toccare con mano quanto sia attuale la saggezza benedettina non solo per guidare le comunità religiose, ma anche per dare nuova vita e nuova speranza alla comunità familiare. Non saranno infatti le conferenze e le discussioni di gruppo, e neanche le riforme legislative – per quanto auspicabili esse possano essere – a salvare l’istituzione familiare, ma soltanto il diffondersi di un modello vissuto di vita associata alternativo a quello ormai purtroppo dovunque imperante. “E a me sembra di poter affermare” scrive il nostro autore “che esiste un solo modello che oggi possa efficacemente essere proposto alle famiglie: il modello benedettino quale emerge dalla Regola e dalla tradizione”.
Ha ragione? Lasciamo al lettore la risposta. Noi ci limitiamo a raccomandare vivamente a tutte le famiglie, cristiane o laiche, la lettura di queste dense pagine, in ogni caso scritte con non comune passione e perciò tanto più stimolanti e provocatorie.

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venerdì 2 novembre 2012

Trattando dell’amicitia / Deus in adiutorium meum intende

Trattando dell’amicitia, sempre minacciata dalla discordia, Cassiano pone come sesto ed ultimo fondamento della “vera amicizia”: “credere ogni giorno che si sta per lasciare questo mondo, perché senza dubbio questo ucciderà in generale ogni specie di vizio” (Conl. 16,6,2-3).
Tale ferma dottrina di Cassiano si annuncia già nel mirabile sermone di vestizione dell’abate Pinufio, pezzo che serve da conclusione ai quattro primi libri delle Istituzioni e di introduzione agli otto seguenti. All’inizio del discorso, Pinufio espone al postulante che la vita che sta per abbracciare è nient’altro che una “crocifissione con Cristo”, secondo la parola di san Paolo. Essere crocifissi significa due cose. In primo luogo l’impossibilità di muoversi spiritualmente intesa come rinuncia ad ogni piacere e ad ogni peccato. Poi l’attesa di una morte imminente:
“Il crocifisso non considera le cose presenti, non pensa alle proprie affezioni, non si cura dell’indomani, non ha alcun desiderio di possedere, non prova né orgoglio, né desiderio di contestare, né gelosia; non si rattrista per le ingiurie presenti e non si ricorda di quelle passate, ma si considera già morto, con il pensiero teso in avanti, verso l’aldilà. Così dobbiamo essere crocifissi ad ogni cosa mediante il timore del Signore, cioè morti non solo ai vizi carnali, ma anche agli elementi stessi, fissando gli occhi dell’anima là dove dobbiamo attenderci di emigrare in ogni istante. Così potremo conservare mortificate tutte le nostre concupiscenze ed affezioni carnali” (Inst. 4,35).
Anche qui Cassiano attribuisce al pensiero della morte una universale virtù purificante. In parecchi passi delle Istituzioni, il suo benefico ruolo è descritto in termini di indifferenza alla prosperità ed all’avversità (Inst. 5,41 e 9,13). Questa nota è particolarmente interessante, perché lega il pensiero della morte al grande tema che si sviluppa attraverso tutta la prima parte delle Conlationes, nelle Conferenze “pari” (Conl. 2.4.6.10): quello delle situazioni contrarie, generatrici delle tentazioni opposte, tra le quali il discernimento – quest’altro mezzo universale – fa seguire all’anima la “via regale” e rettilinea, che evita le aberrazioni di destra e di sinistra. Sul piano della preghiera, la formula “O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto ad aiutarmi” [Sal 69,2] appare come l’arma efficace contro queste tentazioni che nascono dalla prosperità quanto dall’avversità (Conl. 10,10,4-13). Con la sua portata generale e la sua immancabile efficacia, il pensiero della morte imminente ha dunque un posto presso quei rimedi sovrani che sono il Deus in adiutorium e la discretio.
 
[Dom Adalbert de Vogüé O.S.B. (1924-2011), “Avere ogni giorno davanti agli occhi la morte come un avvenimento imminente”, in Idem, La comunità. Ordinamento e spiritualità, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 1991, pp. 359-374 (pp. 365-367)]

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