giovedì 26 luglio 2012
giovedì 19 luglio 2012
Benedettini e canto gregoriano: uno straordinario documento d'epoca
Segnalato dal portale d’informazione Riposte catholique, presentiamo con
piacere uno storico documento audio risalente all’inizio del secolo XX, e
precisamente al 1904. Il coro di monaci benedettini del Collegio Sant’Anselmo
in Roma (oggi Pontificio Ateneo Sant’Anselmo) interpreta l’Introito della
solennità dell’Assunzione della B.V. Maria, Gaudeamus
omnes in Domino. La direzione del coro è affidata al celebre
musicologo francese Dom Joseph
Pothier O.S.B. (1835-1923), colto storiografo del canto gregoriano che si
colloca sulla scia dell’opera iniziata da Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875). Monaco dell’abbazia di Solesmes, Dom Pothier ne sarà anche vice-priore,
e in seguito priore dell’abbazia Saint-Martin di Ligugé, prima di diventare
abate dell’abbazia di Saint-Wandrille di Fontenelle. Nel 1890 ha pubblicato il libro Les
Mélodies Grégoriennes, che per molti decenni è rimasto una pietra miliare
nella specifica materia. A Solesmes sotto la sua guida ebbe inizio nel 1889 la pubblicazione dei manoscritti
musicali riguardanti il periodo storico che va dal secolo IX al secolo XVI, un’iniziativa che
sarà denominata Paléographie Musicale. Nell’anno 1904 ottenne da Papa san Pio X (1903-1914)
la nomina alla presidenza della commissione dedita alla stampa della sezione
musicale della liturgia cattolica.
Benedettini e canto gregoriano: uno straordinario documento d'epoca
mercoledì 11 luglio 2012
San Benedetto e la città armoniosa / terza e ultima parte
Il
padre

Pensiamo che questa
gioia purissima, fatta di carità e di tenerezza, abbia per principio un disegno
particolarissimo di Dio sull’Ordine di san Benedetto, visibile soprattutto
attraverso il carattere paterno di un’autorità la cui dolcezza tempera il
rigore del combattimento spirituale. Il dispiegamento di questa grazia è stato
possibile perché essa ha attraversato, per giungere sino a noi, il cuore di un
padre. È questo il nostro terzo punto. Senza soffermarci sull’assai verosimile
influenza romana del paterfamilias
sull’istituzione benedettina – influenza così spesso e giustamente invocata –, come
non percepire il carattere di potenza paterna dell’autorità, al contempo
biblica e romana, così come l’ha concepita il nostro santo legislatore? Le
prime parole del prologo della Regola non sono forse “Ascolta, figlio mio, […] accogli
volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno”? La chiave di volta
della famiglia monastica come essa appare nelle Regola, è l’autorità paterna
dell’abate. Ci si trova davanti a una specie di sacramento della bontà di Dio.
Per designare il soggetto dell’autorità monastica, la regola ha mantenuto la
parola ebraica abba, che vuol dire
padre, un termine che ritroviamo ripetutamente sulle labbra di Gesù, un titolo
dato agli anziani presso i monaci del deserto, un titolo infine che è confluito
nel vocabolario religioso ed ecclesiale per designare semplicemente i
sacerdoti, come se ogni autorità non potesse che essere paterna. La parola “autorità”,
d’altro canto, che ha la medesima radice del verbo latino augere, auctum
(aumentare), suggerisce l’idea di crescita, di elevazione, di sviluppo. Non
vediamo con ciò nobilitata la nozione d’autorità? L’autorità essendo non quello
che opprime, ma che libera, ciò che fa essere di più. L’autorità paterna
sprigiona le forze della crescita che l’infanzia contiene.
Due eccessi si oppongono
all’educazione dell’uomo: da una parte la volontà di potenza di un’autorità
abusiva che annichila le forze in crescita del piccolo essere umano; e dall’altra
l’eccesso inverso, l’assenso lassista davanti alle spinte anarchiche dello
sviluppo infantile. La Regola di san Benedetto e lo spirito del grande
patriarca soggiacente a quattordici secoli di tradizione monastica, evitano questi due scogli mediante la
congiunzione di due forze vitali: quella della bontà paterna e quella della
pietà filiale, l’una davanti all’altra, come il dito di Dio raggiunge l’indice
del primo uomo svegliandolo alla vita, come appare nel grande affresco della Cappella
Sistina.
Poiché
noi siamo qui per ricordarci delle gentilezze che, avendo attraversato il cuore
di un padre, sono giunte fino a noi, ci pare che non possiamo fare di meglio
per rendere grazie, che essere – nell’accezione piena del termine – riconoscenti: si tratta di ri-conoscere,
di conoscere meglio, di procedere oltre nell’atto di conoscenza che è la
condizione della gratitudine.
Signore
Dio, Padre di Nostro Signore Gesù Cristo, siate benedetto, voi che ci avete
donato in san Benedetto un’immagine della vostra sapienza e della vostra bontà,
voi che gli avete ispirato di cercare “di
essere più amato che temuto”; di fare “trionfare
la misericordia sulla giustizia”; di “detestare
i vizi, ma amare i suoi fratelli” e di mostraci il cammino della “carità, che quando è perfetta, scaccia il
timore”; voi che, per mezzo di lui, ci avete esortati a “correre per la via dei precetti divini col
cuore dilatato dall’indicibile sovranità dell’amore”; voi che avete
ispirato a tutti i discepoli del patriarca dei monaci una tenera sollecitudine
per i piccoli e gli anziani, per gli ospiti e i pellegrini e soprattutto per i
più poveri – perché in essi principalmente noi vediamo un’immagine del vostro
figlio Gesù Cristo –, siate benedetto per sempre.
Cari
amici e fratelli oblati, benediciamo insieme il Signore di avere suscitato
Benedetto come il virgulto della primavera della Chiesa, nel momento in cui le
ondate barbariche si abbattevano sull’Impero e sui miasmi di una civiltà
decadente. In maniera tale che l’Ordine benedettino, fedele alle sue origini,
possa continuare la sua missione, ovvero di richiamare senza sosta al mondo che
invecchia che, per la fioritura gioiosa delle virtù del Vangelo e per la
dolcezza della sua liturgia – malgrado il crollo di un mondo di cui Satana
accelera la rotta –, il Regno di Dio è fra noi. Quel Regno che Gesù ci dipinge
come delle nozze, come un banchetto e come una famiglia in festa; quel Regno di
cui Gesù ci ha aperto le porte mediante il sangue della Croce; quel Regno nel
quale lo stesso Signore asciugherà tutte le lacrime dagli occhi, in cui l’armonia
rimpiazzerà il caos; quel Regno interamente di pace, di luce e di amore è già
instaurato, è già presente nelle anime pure. Non resta che a noi, se la nostra
fede è ancora viva, se il nostro cuore è ancorato nella santa speranza, di fare
della nostra vita un’anticipazione dell’eternità; non rimane che a noi, giorno
dopo giorno, nella freschezza dell’amore che perdona, non resta che a noi, ogni
mattino, di risvegliarci nel Paradiso.
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La cité harmonieuse, 25
luglio 1987, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions
Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 31-42 (qui pp. 39-42), trad. it. di fr. Romualdo
Obl.S.B. / 3 - fine]
San Benedetto e la città armoniosa / terza e ultima parte
martedì 10 luglio 2012
San Benedetto e la città armoniosa / seconda parte
Il
mistico

I
Dialoghi ci riportano la sua visione
del mondo in un raggio della luce di Dio, la sua penetrazione delle anime le
più nascoste e il suo dono di profezia; la vita angelica che ha condotto in
un’incessante contemplazione, solo con Dio soltanto, nel deserto di Subiaco. Ma
quel che ci fa riconoscere in san Benedetto le più alte grazie dell’unione
mistica non è soltanto il privilegio di una visione, bensì che tutte le
occupazioni del monaco come le ha descritte sono miracolosamente collegate da
un filo invisibile e come sospese a Dio che è l’origine di tutto. Si può dire
senza timore d’imbrogliarsi che l’intero monastero, con la sua organizzazione,
il suo regolamento, le sue consuetudini, il suo ufficio liturgico, la sua
gerarchia, addirittura la sua architettura, non è altro che un immenso
apparecchio respiratorio della vita divina, un culto, un’ininterrotta liturgia
in presenza di Dio. E questo senza abilità, senza prestazioni, senza nulla da
cui traspaia la forza o l’ostentazione, ma per la semplicità di un’antica
tradizione trasmessa dai monaci dell’Oriente cristiano, di cui san Benedetto è
l’erede e il continuatore: grazie all’ordinamento tutto romano di una vita calma,
regolare, sedentaria, diremmo contadina, tutto sale a Dio giorno e notte come
l’odore soave dell’incenso.
Sottolineiamolo
con cura: se san Benedetto può essere considerato uno dei più grandi mistici di
tutti i tempi, ciò non accade per la testimonianza di libri, di profezie o di
rivelazioni di cui sarebbe l’autore, ma perché, avendo sposato il pensiero di
Dio sulla natura e la santità della vocazione battesimale, egli vi ha dato
un’iscrizione storica di carattere universale, capace di toccare le anime nella
loro profondità attraverso tutti i secoli e in ogni parte del globo. Fino alla
fine dei tempi, anime cristiane rinate al fonte battesimale – uomini e donne
tormentate da una sete d’assoluto – troveranno nella corrente della grazia
benedettina la realizzazione del disegno primordiale che presiede alla salvezza
dell’umanità. Ossia: fare di tutta la propria esistenza, attraverso le nebbie
dell’esilio, un’instancabile ricerca del volto di Dio, un’anticipazione della
vita eterna, “un umile e nobile servizio
della maestà divina nel recinto del monastero”, diventato nel dolce
pensiero del patriarca dei monaci il paradiso
claustrale; la famiglia di Dio, riunita in Cristo, si esercita mediante la
carità e la lode a imitare i costumi degli abitanti del Cielo. Programma
sublime che non è stato possibile se non perché san Benedetto fu non soltanto
un mistico, ma un osservatore realista, un incomparabile conoscitore degli
uomini.
Il
conoscitore degli uomini
Dopo
tre anni di eremitismo durante i quali il santo visse solitario in presenza di
Dio alla maniera degli angeli, egli fu raggiunto nella sua grotta da un gruppo
di monaci venuti da Vicovaro, che gli chiesero di diventare il loro abate.
Sappiamo come, poco tempo dopo, giacché erano impauriti dall’esigenza del santo,
cercarono di avvelenarlo. Se riportiamo questo episodio ben noto è perché esso
illumina di una luce cruda la terra ingrata in cui san Benedetto ebbe la
missione di coltivare e raccogliere i frutti delle anime per conto del Padre
celeste.
L’umanità
con la quale san Benedetto ebbe a che fare, quella che nel corso dei secoli
verrà a bussare alla porta dei monasteri, non proviene da uno scenario diverso
rispetto al nostro; è un’umanità peccatrice, sono poveri peccatori in via di
conversione che il patriarca dei monaci inizia a guidare verso la perfezione.
Giacché ecco la sfida, ecco il paradosso: il fine assegnato dalla Regola è
l’amore perfetto che vince il timore, caritas
perfecta quae foras mittit timorem (“mittere
foras”: espellere, cacciare fuori). Una tale carità perfetta, che è
esattamente il regime del Cielo, è proposta a uomini grossolani, ai quali san
Benedetto ricorda delle prescrizioni assai elementari, enumerate al capitolo IV
della Regola: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non essere superbo, non
essere dedito al vino, non essere
dormiglione né pigro…
Nel
capitolo LXV è questione del priore, al quale è raccomandato di non fomentare
le risse, le divisioni, di non occasionare scandali, di non entrare in rivalità
con il suo abate. E se non intenderà starsene
quieto e sottomesso in comunità,
che sia addirittura espulso dal monastero: “Quod si et postea in congregatione quietus et oboediens non fuerit,
etiam de monasterio pellatur”.
Tutta
l’arte di san Benedetto, profondo psicologo, conoscitore avvertito delle
miserie e dei recessi nascosti del cuore umano, ma anche delle profonde
risorse, fu di organizzare la vita in comunità, autentica sfida lanciata a una
natura ferita dal peccato originale, in maniera tale che – da una parte – le
tracce delle nostre cadute siano combattute e neutralizzate dalla direzione
ferma, vigilante, talvolta rigorosa dell’autorità, e – dall’altra – che i
talenti, le ricchezze latenti di ciascuno siano osservate con una paterna
benevolenza in vista di un dispiegamento dell’anima. Da qui quei contrasti che
riempiono i capitoli della Regola, contrasti che colpiscono e che sono quasi
continuamente il libero sfogo di un sentimento filiale – come appare nel
capitolo LXXII, “Il buon zelo dei monaci” – e le severe prescrizioni del codice
penitenziale, la sorveglianza esercitata dagli anziani sui giovani, la
disciplina regolare, la battitura con la verga.
Può
darsi che non abbiamo ancora sottolineato ciò che ha fatto l’essenziale di
questa organizzazione della comunità e di questa educazione dell’anima. Un
aspetto mi sembra capitale e merita di essere posto in evidenza: questo modo di
educazione spirituale non si basa tanto su delle industrie umane, bensì sulle
energie divine, che hanno la loro fonte in Dio. San Benedetto fonda il meglio
della sua azione sull’irradiamento trasfiguratore della luce divina nelle
anime, che invoca due volte all’inizio del prologo e che chiama “quella luce divina”: “Apertis oculis
nostris ad deificum lumen”,
il monaco deve progredire “aprendo gli occhi a quella luce divina”.
Un
altro esempio è rivelatore: il posto della bontà e della misericordia
nell’esercizio del governo abbaziale. Non vi è qui come una prova tangibile
dell’origine celeste di un’istituzione che sembra, in diversi aspetti pratici,
appartenere al tempo, ma le cui radici profonde affondano nell’eternità?
Riteniamo di potere applicare alla vita benedettina ciò che Padre Humbert Clérissac
O.P. dice di tutto quello che partecipa un po’ profondamente alla vita della
Chiesa. Così dice: “Vi si sente il
sigillo di una grazia d’unzione, di tenerezza e di gioia, e come un accento
paradisiaco”.
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La cité harmonieuse, 25 luglio 1987, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 31-42 (qui pp. 35-39), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 -continua]
San Benedetto e la città armoniosa / seconda parte
lunedì 9 luglio 2012
San Benedetto e la città armoniosa / prima parte
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| Mikalojus Konstantinas Čiurlionis (1875-1911), Rex, 1909 |
Ogni anno celebriamo due
volte la festa del nostro glorioso patriarca. Il 21 marzo, giorno della sua
preziosa morte, ci piace evocare qualche tratto della sua fisionomia conservato
dal suo primo biografo, san Gregorio Magno, Papa benedettino del secolo VI. La
seconda festa, che chiamiamo “San Benedetto d’estate”, cade l’11 luglio. In
tale ricorrenza abbiamo a cuore non solo d’esaltare le virtù dell’eremita di
Subiaco e del patriarca dei monaci, ma anche di mettere in luce il genio di
colui che la Chiesa considera come il Padre dell’Europa e l’ispiratore della
civiltà occidentale, al quale Cassiodoro ha conferito il titolo di “fundator placidae quietis”, fondatore
del tranquillo riposo, maestro della pace interiore. Ecco quel che è stato san
Benedetto al dire dei suoi contemporanei. Dobbiamo collocare questa espressione
nel contesto della società antica, così fortemente marcato da un carattere
sociale, familiare e comunitario, a tal punto che essa potrebbe essere
felicemente tradotta con “fondatore della città armoniosa”.
Il sogno di una città
armoniosa non ha mai cessato di fecondare l’immaginazione degli antichi.
Reminiscenza di ciò che fu o intuizione di quel che sarà? Un’età dell’oro
appare profeticamente in quasi tutti i racconti mitologici. In Virgilio troviamo
una misteriosa profezia:
“Già la novella prole discende dall’alto del cielo […] il bambino nascituro con cui cesserà l’età
del ferro e in tutto il mondo sorgerà quella dell’oro […] se resta traccia dei nostri delitti […] e reggerà il mondo pacato dalle virtù del
padre”.
Nell’opera di Platone,
presso il quale l’idea fiorente in immagine dà nascita al mito, esiste una
mirabile descrizione della città armoniosa. La si trova nel Crizia ed è l’evocazione di Atlantide,
quella favolosa città inghiottita nel fondo del mare, simbolo della felicità
umana scomparsa per una misteriosa fatalità. Dando libero corso alla sua
ispirazione, il filosofo descrive, in una specie di Paradiso perduto, i costumi
politici di una società ideale. Ognuno dei dieci re che presiede al destino
delle proprie città esercita fra di essi mutuamente la funzione di giudice,
ciascuno giudicando l’altro in uno sforzo estremo di giustizia.
“Quando
scendevano le tenebre e il fuoco dei sacrifici si era consumato, indossavano
tutti una veste azzurra, bella quant’altre mai, sedendo in terra, accanto alle
ceneri dei sacrifici per il giuramento. Di notte, quando ormai il fuoco intorno
al tempio era completamente spento, venivano giudicati e giudicavano se uno di
loro avesse accusato un altro di violare qualche legge; dopo aver formulato il
giudizio, all’apparire del giorno, incidevano la sentenza su una tavola d’oro
che dedicavano in ricordo insieme alle vesti”.
Può essere che il torto di
Platone sia di avere concepito il fondamento e le leggi della sua Repubblica
per uomini perfetti, o almeno in procinto di diventarlo; la società civile,
così alta sia l’idea che se ne può avere, non è assimilabile a un monastero, e
le sue leggi non possono impunemente mutare in regole monastiche. La città
terrestre, al contrario, reclama più spesso leggi e punizioni rigorose per
proteggere i cittadini e per impedire ai disonesti di prevalere.
In compenso, può essere
che appartenga alla sapiente istituzione benedettina, per quanto essa sia
interamente orientata al Cielo, di concedere alla terra il segreto della sua
armonia e di rilanciare l’intuizione profetica del filosofo greco, di cui il
poeta Charles Péguy ha sottolineato il ruolo provvidenziale:
I sogni di Platone si erano fatti strada per Lui.
Per Lui solo canta il gigantesco Eschilo.
I canti si sono però
taciuti e i sogni si sono estinti. La fiaccola della civiltà passò allora
rapidamente in mani latine. Coincidenza significativa: nel 529 l’imperatore
Giustiniano chiude la scuola d’Atene e nello stesso anno san Benedetto fonda a
Montecassino il primo monastero d’Occidente. La scuola d’Atene era stata
fondata dagli iniziatori dell’ellenismo, da uomini interamente kaloskagathòs, un programma – lo sapete
– in cui si congiunge la bontà dell’essere all’eleganza del suo dispiegamento.
Il monastero benedettino,
definito da san Benedetto una scuola del servizio del Signore e da san Bernardo
come una scuola d’amore (schola amoris),
completamente indirizzato verso un sapere più alto mediante la preghiera, la
carità, la bellezza del culto e un’ardente ricerca di Dio, senza cessare di
essere un arco teso verso il Cielo, rileverà da una retorica morente per
diventare – come ha detto un antico – un’accademia della pace, di silenzio e di
libertà. Come? Essenzialmente per il rispetto delle anime, la carità fraterna,
l’assopimento delle passioni; la casta tinta di una preghiera sacramentale che
si accorda alla bellezza del giorno; insegnando ai barbari quant’è dolce il
Signore e com’è dolce vivere tra fratelli nell’amicizia di Dio.
Un fedele abituato a
soggiornare nei nostri chiostri, rileggendo la Regola di san Benedetto, vi ha
scoperto per i moderni una carta, un’arte di vivere assieme, un’arte di
stabilire l’uomo nella pace. Così dice: “Lo
spirito benedettino è apparentato a quello di Virgilio, è la misura dei Greci,
l’atarassia degli stoici; è la fede di Abramo e di Mosè penetrata di senso
umano; è l’affettuosa intimità; è soprattutto la bellezza di tutte le ore del
giorno, come se ciascuna fosse una piccola eternità” (Jean Guitton).
A cosa dobbiamo attribuire
il successo di questa invasione pacifica che ha colonizzato l’Europa del
Medioevo e ha modellato lo spirito civilizzatore medievale? Non cadiamo
nell’errore tipicamente moderno di cercare il segreto di una riuscita soprannaturale
nella congiunzione di avvenimenti di ordine psicologico o sociale. Il segreto
dei benedettini è tutto intero nella Regola e il segreto della Regola è nell’anima
del nostro santo patriarca; è la che occorre cercare. Vi è che l’anima del Nostro
Santo Padre Benedetto era quella di un mistico, di un conoscitore d’uomini e di
un padre.
[Dom Gérard Calvet O.S.B.
(1927-2008), La cité harmonieuse, 25 luglio 1987, in Benedictus. Tome
III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp.
31-42 (qui pp. 31-35), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]
San Benedetto e la città armoniosa / prima parte
sabato 7 luglio 2012
La solennità di san Benedetto si avvicina
L'11 luglio si avvicina: la solennità di san Benedetto ci porterà senza dubbio tutte le grazie che il nostro Santo Padre Benedetto ci vuole ottenere, se almeno sappiamo disporci a riceverle.
In una civiltà cristiana degna di questo nome, tutto, assolutamente tutto, deve salire verso Dio; occorre sottomettere alla regalità di Gesù Cristo le anime, le istituzioni e i costumi. L'Europa è stata fatta per questo, affinché le nazioni, che sono delle grandi famiglie, possano camminare verso Dio nella santità: "di servirlo senza timore in santità e giustizia, al suo cospetto per tutti i nostri giorni" (cantico del Benedictus).
È questo il progetto benedettino; ciò che cerchiamo modestamente di fare sulla collina del Barroux, nella grigia uniformità dei lavori e dei giorni, che la preghiera liturgica annoda come una collana d'oro per l'onore di Dio.
Siate davvero persuasi che conduciamo, voi e noi, veramente in maniera molto simile, la medesima vita della grazia, che è una preparazione del Cielo, e che il più piccolo dei nostri doveri di stato è come una santa liturgia!
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), [sans numéro], 2 luglio 1984, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, p. 15, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]
La solennità di san Benedetto si avvicina
martedì 3 luglio 2012
La visita / The visit / La visite
Monache
cattoliche in visita alle loro sorelle ortodosse
presso il monastero Stavropoleos di Bucarest (Romania).
Catholic nuns visiting their
orthodox sisters
at the Stavropoleos monastery, in Bucharest (Romania).
Nonnes
catholiques visitant leur sœurs orthodoxes
dans la monastère de Stavropoleos,
Bucarest (Roumanie).
La visita / The visit / La visite
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